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| D. Juan E. Vecchi SDB 54a Assemblea dell'USG- Novembre 1998 IntraText CT - Lettura del testo |
RIDISEGNARE
LE PRESENZE:
CRITERI, PROSPETTIVE, RISTRUTTURAZIONE.
Alcuni rilievi.
La formulazione e la collocazione del tema nella sequenza delle relazioni, orientano verso il concreto. I presupposti dottrinali siano stati offerti; in apertura dunque sono sufficiente alcuni rilievi per mettere la questione bene a fuoco.
La "presenza" manifesta immediatamente l’identità e la vitalità di una forma di vita consacrata. È la sua realizzazione visibile. Nel momento di nascita i carismi esplicitarono la loro caratteristica attraverso una presenza e quasi all’interno di essa. Da essa esercitarono il loro fascino e verso di essa attirarono nuovi seguaci. Per questo si dice che i carismi non sono dottrine spirituali ma avvenimenti dello Spirito, esperienze e non soltanto spiegazioni.
Ancora oggi, delle nostre origini prima facciamo una narrazione, una storia appassionante, poi cerchiamo di ordinare le idee ispiranti. Lo stesso avviene in momenti di riforma o rifondazione. Quando Santa Teresa si propone di vivere in un altro modo il carisma carmelitano, abbandona il vecchio convento di "La Encarnacion" che contava circa 200 persone tra monache, signore residenti e giovani educande, delle quali quasi un centinaio appartenevano alle famiglie nobili della città e si colloca con un altro stile nel convento di San José con quattro compagne ed un totale possibile di tredici. Esodo, ricerca, pellegrinaggio e nuova presenza stanno all’origine dei rinnovamenti.
La "presenza" comprende molti elementi. Anzi è il punto di congiunzione di tutti gli aspetti fondamentali della vita consacrata. Su di essa influiscono le persone singole, il tono della loro vita, quello in cui credono e per cui si giocano, le loro scelte di fronte alle alternative che presenta la nostra cultura, quello che si propongono essere e quello che riescono a comunicare. I carismi nel loro apparire e nel loro affermarsi furono collegati a una esperienza "personale". Attorno al fondatore spiccarono sempre persone singole, capaci di sequela e creatività. Ciò va rilevato per scongiurare il rischio di pensare le presenze, nel momento di ridisegnarle, soltanto in termini di istituzioni, opere e strutture.
Similmente la presenza comprende la vita della comunità: il suo stile di rapporti, la sua capacità di accoglienza, partecipazione e coinvolgimento nel contesto, la sua vicinanza alla gente, le manifestazioni della sua scelta di Dio interpretabili dal popolo. La comunità infatti si pone come segno della fraternità, della comunione ecclesiale, della presenza di Dio nella Famiglia umana.
L’immagine che la presenza da, dipende dal tipo di servizio che si intende offrire, dalla mentalità con cui lo si presta, dalla collocazione in un contesto culturale o sociale, dai mezzi. Nel discernimento per ridisegnare le presenze si può privilegiare qualcuno di questi aspetti in particolare per la sua rilevanza nel carisma (ad esempio: la fraternità, la missione ...) o perché lo si considera "generatore" di nuovi atteggiamenti, rapporti e mentalità.
Le presenze locali, collegandosi, danno insieme un’immagine, diventano come l'espressione di una forma di vita consacrata. Viviamo in ampi spazi intercomunicanti. Immagini e messaggi si diffondono, si confrontano, si sommano. Le iniziative si completano a vicenda e si integrano. Per incidere si consigliano le sinergie, il lavoro a "rete". È dunque oggi indispensabile considerare anche la presenza " a raggio ampio" di una provincia sul suo territorio, quella dell’Istituto medesimo in ambito più largo e forse della vita consacrata presa nella sua totalità almeno per quanto riguarda alcune prese di posizione. Ciò apre prospettive particolari.
È impressione condivisa (forse anche un dato comprovato) che molte delle nostre presenze esprimono il carisma con minore immediatezza e vivacità non solo in paragone con il tempo dei fondatori, ma anche con quello più recente quando il valore religioso aveva rilevanza nella società o quando i servizi dei religiosi e le religiose avevano una funzione sociale evidente. Alcune urgenze a cui rispondevano diversi servizi di carità appaiono oggi meno pressanti o vengono assolte con professionalità e correttezza da altri soggetti. La mentalità comune non collega facilmente tali servizi al messaggio che noi intendiamo dare. Il nostro lavoro non consegna dunque immediatamente il senso della vocazione consacrata.
C’è una situazione di incomunicazione che riguarda proprio la sostanza del nostro messaggio. L'ambiente secolare è poco inclinato a riconoscere il valore di scelte e motivazioni che vanno oltre il funzionale, il temporale o il pratico. Il pluralismo attribuisce ad una preferenza soggettiva ciò che noi intendiamo collegare ad un valore oggettivo. Si somma l'apparente inefficacia dei nostri sforzi riguardo ai grandi fenomeni del nostro tempo: la perdita del senso religioso, il disorientamento etico, le povertà che si espandono e diventano sempre più estreme, le discriminazioni, i conflitti che degenerano in violenza continuata. L'impressione viene confermata dalla scarsa capacità di attirare vocazioni specialmente là dove prevale la razionalità, il benessere e lo sviluppo.
D’altra parte le sfide alla carità e al senso cristiano non mancano. Alcune sono nuove, altre sono antiche, ma si presentano in coordinate totalmente diverse. I poveri non sono più gli orfanelli di una società basata sulla solidarietà naturale e organizzata a dimensione umana. C’è la globalizzazione, il mondo diviso da diverse velocità nello sviluppo, un sistema economico dominante. Altrettanto si potrebbe dire dei "malati" e "dei non evangelizzati" per non parlare dei giovani e dell'educazione. In tal senso VC ripete che lo Spirito "chiama la vita religiosa a elaborare nuove risposte per i nuovi problemi del mondo d’oggi".
In questa nostra "ora", segnata dalla comunicazione sociale, è particolarmente necessario rendere "visibile" il carisma, luminoso il messaggio, trasmettere con immediatezza le ragioni della nostra speranza e il senso della nostra scelta.
Il processo di discernimento porta allora a scoprire e nominare gli elementi che nel nostro caso particolare creano una separazione tra quello che la gente sente ed immagina sul significato delle parole che diciamo e il nostro tipo di presenza, di vita, di lavoro. Bisogna infatti essere così vicino da farsi capire senza annacquare la "differenza" che caratterizza la vita consacrata.
È importante non solo quello che si fa materialmente, ma quello che si suscita o sveglia, quello a cui si accenna per sollevare interrogativi, quello che si fa balenare, quello che si addita, le sfide che si lanciano. Si è detto che la vita consacrata deve non solo rispondere alle sfide; ma lanciarne delle nuove essa stessa: alla visione "chiusa", al desiderio di possesso, alla ricerca del piacere immediato. È interessante leggere i segni dei tempi, ma occorre scriverne dei nuovi. Si deve entrare in dialogo con la mentalità corrente, ma pure immettere in essa elementi che non stanno nella sua logica.
Questo confronto, non facile, cioè di voler esprimere e non riuscirci totalmente, è parte dell'esperienza del credente e dei religiosi. Ne troviamo abbondante traccia nella Bibbia. I Salmi lo esprimono in forma di invocazione sofferta quando riportano la sfida dello scettico: "Dove è il tuo Dio?". Infatti la presenza di Dio e l'esperienza che provoca nell'uomo è irriducibile ad una visione puramente temporale e i suoi segni hanno una certa estraneità alla percezione umana: sono avvolti nel mistero e richiedono la fede e la grazia.