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D. Juan E. Vecchi SDB
54a Assemblea dell'USG- Novembre 1998

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Prospettive

Dai criteri di significatività emergono alcune aree della realtà (fenomeni umani, nuovi soggetti, sfide) verso le quali sembra che si debba orientare l'attenzione nello sforzo di ridisegnare le presenze.

La prima è la povertà nelle sue diverse forme. I contesti dove viviamo si vanno modificando sotto i nostri occhi. Fattori economici, sociali e culturali stanno determinando una nuova configurazione delle società e del mondo.

Lo scenario è segnato da un fenomeno: la povertà. Non è solo la condizione di alcuni, è il dramma dell’umanità, un dramma spirituale prima ancora che materiale. A livello mondiale essa presenta dimensioni tragiche ed i suoi effetti sulle persone e popoli sono devastanti. Basta pensare alla fame, uno scandalo durato troppo a lungo, che compromette il presente e il futuro di un popolo e distrugge la vita. Oppure all'esodo di migliaia di profughi, vittime di contrapposizioni razziali, discriminazione religiosa e rivalità aizzate ad arte. O ancora all’urbanizzazione precaria senza condizioni minime di lavoro, casa, servizi e partecipazione civile, che costituisce il fenomeno della emarginazione cittadina.

Si aggiungono l'immigrazione, lo sfruttamento di molte categorie deboli e il lavoro minorile, le servitù di vario genere, la discriminazione razziale, la situazione delle donne in molti contesti, le deficienze in ambito familiare, il fallimento scolastico per i giovani, la disoccupazione, le dipendenze varie, la delinquenza, la vita sulla strada. Non vanno inoltre sottovalutate la mancanza di ragioni per vivere, l'assenza di prospettive umane e spirituali, che sfocia in fenomeni conosciuti di compensazione e di evasione.

Questa molteplicità di forme rende la povertà un fatto universale. Anche le società opulente e tecnologicamente progredite le covano e sviluppano nel loro seno, non solo a causa dell’immigrazione, ma anche come risultato residuo del loro stesso sistema. Basta percorrere le strade di una città per essere colpiti dalle sue manifestazioni.

Esiste un’interrelazione fra molte forme di povertà e il nostro stile di vita. Il mondo è diventato interdipendente nel bene e nel male. Da un sistema economico, che mette in secondo ordine il valore della persona in quanto tale, dipende l’attuale disoccupazione, l’impoverimento di molti e la conseguente riduzione delle possibilità educative. Nelle politiche economiche e culturali di una parte del mondo hanno origine nuove tragedie che colpiscono grandi gruppi, in maniera quasi anonima, in altre zone del pianeta.

Ci sono quantità di esempi, alla portata di mano, che confermano tale interdipendenza. Non si tratta dunque soltanto di "beni" materiali, ma di giustizia, solidarietà, dignità della persona, concezione della vita e del mondo.

L’amore della Chiesa per i poveri appartiene alla sua costante tradizione. Nei contesti di maggiore miseria, dalla comunità cristiana sono sorte persone carismatiche che hanno affrontato le piaghe sociali più diffuse con opportune iniziative. Insieme riuscirono ad accudire quasi tutte le categorie di poveri proprie del loro tempo: indigenti, illetterati, abbandonati, ridotti a servitù, carcerati.

Non pochi di essi hanno fondato comunità attrezzate sul versante spirituale ed operativo per venire incontro al bisogno dei poveri con progetti di vasta portata. Sono passati alla storia come grandi testimoni del Vangelo e tra i suoi più eloquenti annunciatori.

All’emergere della questione sociale, una visione più critica della società mise in luce i meccanismi generatori di miseria. La Chiesa denunciò allora i modelli di organizzazione economica, sociale e politica che sottovalutano il valore della persona, la spogliano del diritto ai beni necessari per una vita pienamente umana ed espandono la miseria e l’emarginazione.

Il magistero sociale si rese più costante dopo il Concilio, non solo per le dimensioni che andava prendendo la povertà e per una percezione ormai indiscussa delle sue cause, ma anche per la nuova consapevolezza che maturava nella Chiesa riguardo alla sua testimonianza e missione.

Nel contesto di questa sensibilizzazione generale è venuta guadagnando terreno l’espressione "scelta preferenziale" dei poveri. Non è tanto una raccomandazione di carità individuale, ma un criterio per impostare la presenza della Chiesa nel nostro mondo.

Viene particolarmente raccomandata ai religiosi. Essi infatti, per la radicalità della sequela, rappresentano in maniera più immediata, l'amore della Chiesa e del Cristo per i poveri e hanno in merito una tradizione ricca di iniziative: "L'opzione per i poveri è insita nella dinamica stessa dell’amore vissuto secondo Cristo. Ciò comporta per ogni istituto, secondo lo specifico carisma, l’adozione di uno stile di vita sia personale che comunitario, umile ed austero. Forti di questa testimonianza vissuta, le persone consacrate potranno, nel modo consono alla loro scelta di vita e rimanendo liberi nei confronti delle ideologie politiche, denunciare le ingiustizie che vengono compiute verso tanti figli e figlie di Dio, ed impegnarsi per la promozione della giustizia nell’ambiente sociale in cui operano".

All'aprirsi della fase della nuova evangelizzazione, l’opzione per gli ultimi venne ribadita con molteplici modulazioni. Si è sottolineato che essa apre la strada all'annuncio, ne concretizza il senso e da esso viene illuminata.

Il cuore della nuova evangelizzazione è il Vangelo della carità che assume i problemi e le situazioni umane che hanno bisogno della forza trasformante dell’amore. E una carità che si esprime nell’immediato, ma soprattutto si impegna in un progetto sociale e culturale di vasta e lunga portata in cui la persona è sempre considerata secondo la sua vocazione e dignità, alla luce di quanto ci è stato rivelato in Cristo.

Anche a rischio di sovrabbondare, non voglio tralasciare di ricordare come l'opzione per i poveri integra il programma ecclesiale per il giubileo del 2000. "In questa prospettiva, ricordando che Gesù è venuto ad evangelizzare i poveri (MT 11, 5; Lc 7, 22), come non sottolineare più decisamente l'opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati? Si deve anzi dire che l'impegno per la giustizia e per la pace in un mondo come il nostro segnato da tanti conflitti e da intollerabili disuguaglianze sociali ed economiche, è un aspetto qualificante della preparazione e della celebrazione del Giubileo. Così, nello spirito del Libro del Levitico (Lv 25, 8-28) i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo".

Il lungo processo di riflessione ha avuto anche l'effetto di chiarificare il senso dell'opzione preferenziale per i poveri. Essa non comporta esclusione alcuna, né disattenzione verso chiunque, ma esprime il coinvolgimento di tutta la Chiesa nel momento storico per il quale sta passando il mondo. Non è parallela né giustapposta all'evangelizzazione, che sarà sempre il primo e più originale compito della Chiesa; ma la si intende all'interno dell'annuncio di Cristo conforme alla delucidazione di Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Non consiste soltanto nei "servizi" immediati, ma nell'evangelizzazione della cultura e nel cambio delle strutture e dei modelli di vita.

Non appartiene soltanto ad alcuni, ma è assunta dalla Chiesa nella comunione e portata avanti attraverso la complementarità di doni, prestazioni e progetti. È da auspicare dunque che tutti i religiosi siano per i poveri, molti di essi siano tra e con i poveri e quelli che si sentono vivano come i più poveri.

I diversi livelli, in cui si può esprimere la scelta preferenziale, richiedono un rinnovamento della mentalità nel modo di affrontarla; ma consentono modalità molteplici di presenza: assistenza immediata che non va svalutata, influsso sulle strutture e meccanismi generatori, creazione di una cultura di solidarietà.

Una seconda prospettiva conforme alla quale ridisegnare le presenze è la domanda alla sete di spiritualità, l’appoggio alla esperienza religiosa, il sostegno alla ricerca di Dio, l’evangelizzazione prima e ulteriore dei nuovi spazi geografici o umani (areopaghi), la ricerca di senso per la vita.

Viene sovente ripresa in Vita Consecrata come compito specifico dei religiosi in qualsiasi ambito si svolga il loro servizio.

La spiritualità non è solo scelta personale, ma anche obiettivo, contenuto della loro missione. Essi sono invitati a diventare guide ed a moltiplicare iniziative che abbiano come finalità "suscitare in ogni fedele un vero anelito alla santità, un desiderio forte di conversione e di rinnovamento personale in un clima di sempre più intensa preghiera e di solidale accoglienza del prossimo, specialmente quello più povero".

Si tratta non di un impegno individuale, ma di un progetto comunitario e di una finalità istituzionale: "Ogni Istituto e ogni comunità si presentino come scuole di vera spiritualità evangelica".

Il servizio alla dimensione spirituale va oltre i confini della comunità cristiana e si colloca come accompagnamento ed appoggio per tutti coloro che sono alla ricerca di orientamento. "Quanti abbracciano la Vita Consacrata, uomini e donne, si pongono per la natura stessa della propria scelta come interlocutori privilegiati di quella ricerca di Dio che da sempre agita il cuore dell'uomo e lo conduce a molteplici forme di ascesi e spiritualità".

Il diffondersi dell’ateismo pratico, il secolarismo, la religiosità diffusa e vaga, il desiderio di approfondimento dell’identità cristiana da parte dei credenti, il momento ecclesiale di tensione verso una maggiore autenticità evangelica, gli spazi aperti all’evangelizzazione spingono a farsi carico della dimensione trascendente della vita che interroga molte persone.

È una delle scommesse più serie, se non la più seria di questi anni. Siamo consapevoli di aver compiuto un cammino di rinnovamento della mentalità, di aver ripensato contenuti e metodi del lavoro pastorale, di aver aggiornato le strutture di vita comunitaria e di governo. In questo momento appare urgente riuscire a parlare alla vita e al cuore dell’uomo su quello che costituisce la crisi della cultura: il senso e il fondamento dei valori e delle speranze a cui ci si affida.

Siccome in un cammino di questo tipo si viene iniziati da qualcuno che ne ha fatto l'esperienza e da un gruppo con capacità di coinvolgimento, dai religiosi si chiede la personale esperienza di Dio, resa cosciente, cercata e approfondita e la competenza nell'iniziarvi altri, adulti e giovani. Le iniziative, le strutture, i soggetti, i percorsi sono molteplici e offrono spazio ad una grande varietà di carismi.

Una terza prospettiva per ridisegnare le presenze è la missione di comunione che viene affidata ai consacrati non solo attraverso la testimonianza silenziosa, ma attraverso un’azione mirata.

Comprende la comunione nella Chiesa, l’unione tra i cristiani (movimento ecumenico), il dialogo interreligioso, la riconciliazione - concordia e pace tra gli uomini, il superamento delle discriminazioni, la convivenza e capacità di accoglienza vicendevole nel territorio.

Forti di una esperienza personale di fraternità che è dono di Dio, i consacrati, come singoli e comunità, sono chiamati a espandere, rafforzare o ricreare la comunione: diventano "esperti di comunione", lievito di unità, operatori di riconciliazione.

Sorvoliamo per troppo conosciuto il ruolo di comunione a cui i religiosi sono chiamati nella Chiesa universale e in quelle particolari che può avere nuove espressioni in un inserimento più visibile in queste mediante servizi specializzati e nell'accentuare il senso di universalità che è congeniale agli istituti religiosi.

La missione di comunione riguarda i rapporti tra i consacrati. "Memori dell'amicizia spirituale che spesso ha legato sulla terra i diversi Fondatori e Fondatrici, essi, restando fedeli all'indole del proprio Istituto, sono chiamati ad esprimere una esemplare fraternità, che sia di stimolo alle altre componenti ecclesiali nel quotidiano impegno di testimonianza al Vangelo".

Non mancano nuove insistenze pratiche in merito. Alla partecipazione attiva negli organismi di animazione, comunicazione e coordinamento, "per capire il disegno di Dio nell'attuale travaglio della storia e rispondervi con iniziative apostoliche adeguate", si aggiunge la possibilità di stabilire collaborazioni sistematiche e stabili tra diversi istituti per determinate iniziative che richiedono convergenza di competenze e risorse. Lo si è provato già con i centri di studio. La complessità del contesto attuale e le nuove esigenze dell'evangelizzazione portano non solo a concordare le impostazioni e linee, ma anche a pensare ad alcune iniziative in collaborazione.

Dentro ancora della comunione ecclesiale, ma anche oltre, i religiosi sono invitati a dare origine a vasti "movimenti", "aggregazioni" o "famiglie" di e con laici. Il fattore aggregante può essere il desiderio di partecipare nello spirito e missione dell’Istituto nel caso dei "vicini e associati", un interesse culturale o sociale comune (pace, ecologia, diritti umani, volontariati….), un'iniziativa concreta in cui si opera insieme. In tali aggregazioni, i religiosi prendono parte sinceramente nell'azione in favore di cause giuste e danno un contributo specifico di riflessione ed una testimonianza di solidarietà.

Nella comunità umana o territorio, considerata a raggio immediato e ampio - quartiere, città, nazione, mondo - emerge il bisogno di rifare i rapporti sociali contro l'anonimato e lo spirito di ghetto, l’aspirazione alla pace, il desiderio di riconciliazione e di convivenza degna e rassicurante. Alle vecchie conflittualità presenti in nuove forme, familiari, sociali e politiche, si aggiungono altre tipiche del nostro tempo come l'estraneità culturale, l'emarginazione, i fondamentalismi vari, le pluralità contrapposte, le manifestazioni di razzismo. Sovente finiscono in steccati reali o psicologici, rigetto, disattenzione. Tendenze simili attraversano il mondo e si concentrano in alcuni luoghi.

Disegnare la presenza come artefici ed esperti di comunione vuol dire saper creare momenti e motivi di aggregazione, mediare nelle conflittualità quotidiane, infondere volontà di incontro e convivenza, favorire strutture e spazi umanizzanti, essere pacifici nel senso forte della parola, puntare sulla qualità dei rapporti, lavorare per distruggere pregiudizi sociali o etnici, diventare sempre più capaci di dialogare con mentalità diverse, favorire iniziative in tal senso anche a raggio ampio.

Da alcuni si auspica per questo, la costituzione di comunità internazionali ed interculturali che, facendone esperienza, diventino laboratori di accoglienza e valorizzazione delle diversità.

L'Esortazione Apostolica Vita Consecrata ha visto poi la vita religiosa come spazio privilegiato per il dialogo tra le grandi religioni, perché alla sua origine c’è una opzione che, in termini generali, è condivisa da tutte le persone profondamente religiose. Questa diventa dunque una mentalità da acquisire, una pratica da mettere in atto in tutte le presenze ed uno spazio dove collocare comunità con finalità specifiche.

Da ultimo mettiamo come prospettiva la presenza attiva nell'elaborazione della cultura. Ci sono in merito altre parole che possono esplicitarne il senso: educazione della coscienza, umanizzazione, qualità della vita. Alla radice di molte piaghe ci stanno correnti o caratteristiche della cultura del nostro tempo, in particolare quella portata dai mezzi della comunicazione sociale e dalle nuove ideologie. Le recenti encicliche denunciano uno scollamento tra coscienza e senso etico, tra concezione della vita e verità, tra possesso di beni e solidarietà. Si tratta di pensare e realizzare la vita e la civiltà dalla prospettiva del senso ultimo e del vangelo, agendo sui processi storici.

Diverse indicazioni portano in questa direzione: il problema della verità e dell'etica toccato da tre Lettere di Giovanni Paolo II (Evangelium vitae, Veritatis Splendor, Ratio ed Fides), gli areopaghi indicati in Vita Consecrata (educazione, comunicazione sociale), gli accenni frequenti ad una cultura della pace, della vita, della natura, della solidarietà, della complementarietà maschile e femminile.

Penso sia eloquente il richiamo di Vita Consecrata ad un sostenuto impegno culturale da parte dei religiosi non soltanto da specialisti qualificati ad alto livello, ma come osservatori evangelici del costume e della mentalità, disposti e preparati ad entrare in dialogo, "educatori" della persona. Ciò può essere una costante nel disegnare ogni nuova presenza e anche offrire spazio per iniziative specializzate.





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