|
ARABELLA
PARTE
PRIMA
Milano, la grande città del
fracasso, dopo aver mandato a casa l'ultimo ubbriaco, si sprofondò nel silenzio
grave delle piccole ore di notte.
A San Lorenzo sonarono due tocchi
languidi, rotti dalla neve, che cadeva a fiocchi larghi.
Il Berretta, buttato l'ultimo
pezzo di legno nel caminetto, fregandosi in fretta i ginocchi, brontolò in
fondo alla gola:
«Basta, finirà anche questa».
Nella stanza vicina, dove
malamente ardeva una candeluccia benedetta, stava nel suo letto distesa la
povera signora Ratta, morta, vestita di una logora gonnella di cotone color
terra secca, con in capo la più sgangherata delle sue cuffie famose e sulle
gambe sottili un paio di calze di filugello bigio.
Il portinaio Berretta, che aveva
aiutato i becchini a collocare sul letto la povera cristiana, che le aveva
legate non senza fatica le mani colla corona del rosario, non poteva ora togliersi
dagli occhi il fantasma della morta benedetta, quantunque l'uscio della stanza
fosse chiuso con due bei giri di chiavetta, e lui, imbacuccato nella pistagna
d'un suo antico tabarro fin oltre gli orecchi, voltasse le spalle all'uscio, e
cacciasse la testa tutta quanta nel vano del caminetto.
Per non irrigidire nella paura,
che è la più gran cosa fatta di niente, il portinaio, che non aveva ereditata
da natura un'anima di drago, due o tre volte si sforzò di ragionare su cose
inconcludenti, di appassionarsi, di accalorarsi nei pensieri, di ripetere gli
avvenimenti della faticosa giornata suscitando in se stesso dei rancori e delle
smanie, per aver un motivo di brontolare e di rompere quel tremendo silenzio di
morte, destando degli stimoli d'egoismo colla prospettiva d'una grossa mancia,
o d'un lascito, o di qualche regalo. La vecchia Carolina Ratta nei dodici o
tredici anni dacché era venuta ad abitare in Carrobbio (prima stava in Borgo di
San Gottardo), si era sempre servita di un Berretta come una serva adopera,
parlando con poco rispetto, una scopa che ha sotto la mano. I portinai sono la
scopa degli inquilini: «Berretta, mi fate un piacere?» gli pareva di sentirla
negli orecchi la voce tremula e fessa della vecchia ottuagenaria. «Mi comprate
il tabacco, Berretta? Badate che sia albania.» E non dava mai un soldo,
l'avaraccia, salvo il rispetto ai morti. «Berretta, la mia gatta l'avete
vista?» Anche questa: gli era toccato qualche volta di girare mezza la casa dal
solaio alla cantina, in cerca della gatta. Per cui se la sora Carolina gli
avesse lasciato nel testamento cento, duecento, trecento lirette una volta per
sempre, proprio niente di male. Don Giosuè Pianelli, il confessore della povera
cristiana, gli aveva fatto capire che il suo nome era scritto su un foglio di
carta. Cento lirette le aveva guadagnate soltanto a correre quel dì. Quando la
Giuditta venne a dire che la sora Carolina pareva morta davvero nel suo
seggiolone colla solita calza in mano, in cui aveva litigato fino all'ultimo la
sua grande vitalità, bisognò subito correre ad avvertire il sor Tognino. Poi
bisognò correre al Municipio per le formalità e aspettare due ore che i signori
impiegati si degnassero di scrivere. Poi di nuovo bisognò correre alla Società
anonima a ordinare la carrozza da morto; poi correre, gambe in spalla, a San
Lorenzo, a combinare coi preti. E tira e tira, tra i preti che volevano la
polpetta grossa e il sor Tognino che odia i preti, fu quasi una commedia in
sagrestia. Poi correre ancora, auf! a recapitare una cinquantina di lettere
coll'orlo nero ai quattro punti di Milano... e quando, finalmente, pareva che
tutto fosse finito «Neh, Berretta» venne fuori a dire il sor Tognino fresco
come un sorbetto «bisognerà che tu rimanga stanotte a far la guardia alla
morta. Sul tardi verrò anch'io: ma intanto bada a non lasciar passare nessuno.
Se vengono i parenti con un pretesto o coll'altro, tu di' che hai l'ordine di
non lasciar passare nessuno, nes... suno, neh!...»
«Ho capito subito che cosa voleva
dire con quel dito in aria. Ci vuol poco a capire che il signor Tognino ha
paura dei parenti. La vecchia lascia un carro di denari, dei fondi, e un paio
di case in Milano e convien sempre mettersi a tavola pei primi. Eredi legittimi
non ne ha, ma c'è una nidiata di parenti pitocchi, e i corvi passano dove c'è
odor di morto. Staremo a vedere anche questo. Che sugo però di obbligare un
povero portinaio, stanco morto, a far la sentinella a un altro morto!»
Il Berretta si sforzò di ridere
sulla sua facezia; ma il piccolo nitrito che uscì di sotto al bavero di vecchio
pelo, risonando nella canna del camino, gli parve una tal voce che trasalì.
La stanchezza, la rottura degli
occhi lo tiravano a dormire. La paura lo tirava invece a immaginazioni stupide,
senza senso, che lo riducevano freddo e stecchito sulla sedia di paglia. Come
tra due pettini di ferro spasimava e invocava l'ora che codesto sor Tognino
benedetto si lasciasse vedere. Erano già le due; nevicava sempre.
«Che sugo,» ripigliò sbarrando le
pupille asciutte sulle braci, che gli ammiccavano dalla cenere «i morti non
scappano mica. Che se, per una supposizione, la sora Carolina avesse bisogno di
bere, io non sarei mai quel brav'uomo capace di portarle un bicchiere d'acqua.
Uno può avere il coraggio di cento leoni, per un'ipotesi, e non sentirsi quello
di litigare coi morti. Non è paura, è una... sollecitudine così. Mi contava un
maresciallo dei carabinieri a cavallo, il quale... col quale…»
Uno scricchiolio secco di un
vecchio mobile spezzò a questo punto le riflessioni del portinaio, che non
trasalì, perché ormai l'uomo e la sedia facevano un pezzo solo, ma la vita
precipitò sul cuore, come se si distaccasse a pezzi e a croste. Torcere il
collo non poteva più per una dolente rigidezza dell'osso che si attacca alla
spina dorsale, colla quale l'uomo sentivasi attaccato alla sedia, e colla sedia
e colle gambe attaccato alla pietra del caminetto.
Era un silenzio di tomba. Parevan
morti tutti a Milano, il freddo scendeva dalla canna del camino e infilava
l'uomo per i piedi e per la bocca dei calzoni. La candela di sego col lucignolo
che faceva il fungo nella fiamma, pareva anch'essa annoiata di far chiaro ai
mobili del salotto, che appoggiati colle spalle alle pareti, mandavano di tempo
in tempo dei gemiti di stanchezza dalle giunture.
«È ridicolo alla tua età aver
paura dei morti» seguitò il Berretta con un burbero rimorso di coscienza. «È
ridicolo: ma è pur vero che questo morire è una figura birbona. Oggi sei sano,
vispo come un pesciolino, ti piace il vino bianco e la buona compagnia e domani
flich, sei un brutto macaco non buono nemmeno per essere imbalsamato. Nemmeno
buono a far legna, sei: ma un essere che puzza, sei; e ti casca il naso, ti
cascano gli orecchi, Dio spaventato!»
La predica mentale fu interrotta
un'altra volta da un passo che veniva su per le scale, urtando coi piedi nei
gradini. Il passo si avvicinò all'uscio e andò oltre. Non era il sor Tognino.
Di sopra abitava il cuoco di casa Mainona, che tornava spesso a casa collo
spirito santo in corpo. Vi abitava anche una cantante, che da un pezzo non
cantava più, se pure aveva mai cantato qualche cosa la bella e incipriata sora
Olimpia. In certe ore vi andava un vecchio colonnello... Una volta ci andava
anche il sor Lorenzo, quel caro figliuolo del sor Tognino, detto il Bomba; e
così mentre da una parte il padre avaro sparagnava il centesimo, tirando la
pelle in capo agli operai, il Bomba gettava i marenghi in questo pozzo. A padre
avaro figliuolo prodigo, a padre furbo figliuolo bislacco. È una legge così, è
una tragedia così, la vita. Di sotto una vecchia di ottant'anni che fa la sua
ultima smorfia sull'assa, colle gambe in due calze lunghe di filugello, e di
sopra la bella Olimpia che canta e che non canta...
Un gran colpo di vento scosse le
imposte della finestra, la neve picchiò nei vetri, il turbine ululò in gola al
caminetto. La fiamma della candela posta sul caminetto, cedendo al filo d'aria,
allungò l'anima sullo stoppino. Il Berretta stava ancora brontolando: soffia,
scoppia... quando un altro urto di vento spalancò furiosamente le gelosie nella
camera della morta.
I becchini non avevano che
avvicinate le gelosie per lasciar corso all'aria, e ora la neve, portata dentro
da quel demonio di vento, fioccava quasi addosso al cadavere.
«Sacco rotto!» bestemmiò il
portinaio «anche questa! Ma se la sora Carolina ha freddo, non so proprio che
cosa dire. Vada lei a chiudere: per me non mi muovo. Fossi bestia! già, non
piglierà la tosse lo stesso.»
E preso al fascino di questa
nuova e strana fantasia, cominciò a dispetto della sua volontà, a immaginare
che la morta scendesse veramente dal suo letto di legno, si accostasse alla
finestra a chiudere: poi tornasse indietro a prendere la candela in terra,
aprisse l'uscio del salotto, cacciasse il capo nello spiraglio, agitando
l'enorme cuffia sfarfallata, colla bocca aperta e indurita a un oibò!... Era un
fascino maledetto, seducente, irresistibile e se lo creava lui quel tormento
birbone per una specie di voluttà poetica; ne soffriva orribilmente ma non
poteva sottrarsene.
«Sei qui?»
Il Berretta mandò fuori un ululo
d'uomo strozzato...
Era il signor Tognino.
«Pazienza, mi ha fatta una...» e
non ebbe la forza nemmeno di nominarla.
Il padrone era entrato così
repentinamente nel mezzo delle sue idee, che queste trabalzarono come i
bicchierini sopra un vassoio, a cui un matto appioppi un pugno di sotto.
A tutta prima il portinaio stentò
a riconoscere il suo padrone di casa. Invece del consueto paltò col bavero di
castoro e del solito cappello duro portava indosso in questa delicata escursione
notturna un mantello bigio a pieghe fitte e pesanti e in testa aveva un
cappello molle di campagna a tese larghe. Mantello e cappello erano pieni di
neve.
«Finalmente!» ripeté il
portinaio, levandosi col dolore d'uno che si schiodi da un'assa. «Credevo che
non venisse più stasera.»
«Fa del fuoco, fa del fuoco»
brontolò stizzito il padrone.
«Vado fuori a pigliare qualche
fascinetta...»
Il Berretta accese l'altra
candela che stava sul camino e uscì, mentre il signor Tognino, scrollata la
neve dalle spalle e sbattuto il cappello contro la schiena della sedia, buttava
la roba sul tavolo e andava a sedersi davanti al caminetto per riattizzare un
po' di fiamma.
Era un uomo di sessantatré anni,
con una testa piccola, quadra, intelligente, i capelli non bianchi del tutto,
il viso secco e colorito, d'una magrezza solida e risoluta che tradiva dai
lineamenti sciupati il giovane galante d'altri tempi. Gli occhi piccini di un
grigio freddo e duro guardavan sempre diritto, come quelli di un cocchiere che
ha nelle mani dei cavalli cattivi su per una strada cattiva. Due modesti baffi
quasi bianchi, d'un pelo duro e regolato, coprivano una bocca sottile senza
labbra.
Vestiva con la trascurata
proprietà d'un uomo d'affari, che può spendere e vestirsi bene, ma non ha tempo
di spazzolarsi e di star sull'etichetta.
Tognino era primo cugino della
defunta Carolina e da qualche tempo suo amministratore, suo factotum e suo
braccio destro nei mille affari d'una grossa azienda domestica.
La Ratta, vedova d'un
capo-mastro arricchitosi ai tempi dell'Austria con gli
appalti militari, possedeva una bella sostanza valutata sulle quattrocentomila
lire, parte in case, parte in titoli bancari, parte in fondi a San Donato
presso Chiaravalle.
La vecchia Carolina nei
quarant'anni di vedovanza aveva fatto dei risparmi, senza troppa fatica,
largheggiando in elemosine, sostenendo la causa del sommo Pontefice,
incoraggiando dei giovani sacerdoti, e favorendo colla sua pietà tutte quelle
istituzioni che mirano specialmente a far guerra ai framassoni. Negli ultimi
anni aveva finito col cadere in mano ai preti; ma furba la sua parte, cresciuta
com'era in mezzo agli affari, quando capì che i preti e il famoso avvocato
Baruffa, tutta roba dei preti anche lui, miravano a tirare troppo l'acqua al
loro molino, un bel dì mandò a chiamare il cugino e gli disse:
«Guarda un po', Tognino, io sono
vecchia ma non voglio morire minchiona. Non ti pare che l'avvocato abusi della
mia fiducia?»
Tognino non stentò a trovare capi
d'accusa, si fece autorizzare e a poco per volta tolse di mano al Baruffa tutta
l'amministrazione; non solo, ma gli fece capire che sarebbe stato utile alla
sua fama e alla sua dignità di non opporsi alla volontà dei parenti: lo mise,
insomma, delicatamente alla porta.
Poi, suscitando le speranze dei
Maccagno e dei Ratta, dimostrando alla vecchia cugina che frati e preti
minacciavano di mangiarla viva, ridestando in lei degli scrupoli per riguardo
ai parenti più bisognosi, ch'era ingiustizia abbandonare, riuscì ad avere in
mano una procura legale, che l'abile affarista adoperò come una solida spada.
Fece ai preti, a don Giosuè, a don Felice un'aria poco respirabile; mandò via
una certa Santina, una bigotta messa in casa a far la spia, e prese al servizio
una certa Giuditta di piena sua fiducia. Aprì la porta ai parenti più
miserabili, ch'egli presentò alla decrepita cugina con parole affettuose,
ottenendo da lei oggi un sussidio per una povera donna partoriente, domani una
limosina per un infermo, o dei prestiti o dei riscatti di pegno, guadagnando la
simpatia e la popolarità di tutti i Ratta più rosicchiati dalla miseria. Quando
il figlio d'un Giacomino Ratta celebrò la prima messa nell'oratorio degli
Angeli, Tognino volle assistere come padrino a nome della vecchia benefattrice,
quantunque da cinquant'anni non vedesse più un Cristo in croce, e seppe tanto
fare che passò per un mezzo santo.
Tre volte la settimana menava in
casa Aquilino Ratta, uno dei veterani del quarantotto e ora
vice-ricevitore in un banco del regio lotto, uomo pieno di
rispetto, e lasciava che il buon parente divertisse la vecchia ottuagenaria
colle storie dell'assedio di Venezia e delle varie combinazioni con cui si può
vincere un terno. Alla sera Aquilino e la Giuditta lo aiutavano a fare il
quartetto a tarocco, un gioco vecchio e sempre nuovo, in cui la Ratta,
quantunque le carte le svolazzassero di mano da tutte le parti, era una birbona
matricolata. E mentre si giocava, Tognino, ch'era stato uomo di mondo, contava
o ricordava molte storie del suo buon tempo, quand'era di moda portare i
calzoni bianchi e il panciotto di piqué, quando c'erano i bei veglioni alla
Scala e il risottino alla milanese, dopo il veglione, al famoso caffè della
Cecchina.
Attingendo agli aneddoti dei
«Cento Anni» del Rovani, il bravo cugino sapeva con brio suscitare nei morti
sensi della vecchia bigotta l'eco di reminiscenze che risalivano ai baccanali
della Cisalpina e della famigerata compagnia della «Teppa». L'aneddoto lesto,
raccontato con spirito, senza mai urtare la religione cattolica e il sommo
Pontefice, strappava alle volte dal petto della paralitica un cachinno asmatico
e strascicato, rotto da colpetti di tosse che davano il rimbombo d'un cembalino
scordato e lasciavano nelle profonde rughe della sua faccia accartocciata e
morta una sgocciolatura di lagrime contente.
Era in questi istanti di
serenità, specie dopo certi pranzetti, in cui la Ratta aveva fatto onore al
così detto latte dei vecchi, che Tognino le dava a firmare delle note, dei
conterelli, delle quietanze. E così andarono avanti benissimo le cose quasi più
di tre anni.
Solamente negli ultimi tempi
l'uomo aveva trascurato un poco la vecchia cugina e gli affari, grazie al
matrimonio del figliuolo e a cento altre faccende che assorbirono le sue
giornate; poi si dette il caso che verso la fine di dicembre dovette recarsi
come giurato a Lodi in un interminabile processo. Un gusto! Proprio in quei
giorni la vecchia Ratta ebbe il primo urto della morte. Chiamato in fretta il
canonico don Giosuè Pianelli, suo confessore, ricevette i santi sacramenti.
Sul punto di battere alla gran
porta dell'eternità, tocca e spaventata dalle parole del canonico, le parve di
aver diffidato troppo dei vecchi amici, di aver creduto troppo alle parole di
Tognino, di aver tradito le pie istituzioni di beneficenza. Lì per lì, sul
tamburo della morte, don Giosuè suggerì un codicillo che in nome della
santissima Trinità distruggeva quelle qualsiasi disposizioni che avesse potuto
dettare o sottoscrivere negli ultimi tre anni e richiamava in vigore un
testamento del 1878, già consegnato all'avvocato Baruffa. Don Giosuè scrisse la
rettifica sopra un foglio di carta comune e corse in cerca di un notaio. Ma nel
frattempo arrivò da Lodi tutto trafelato il cugino, a cui la Giuditta aveva
mandato tre telegrammi.
Credeva di trovare la cugina
agonizzante e invece vide che stava meglio. Sicuro! la consolazione morale di
ricevere i sacramenti e di compiere un atto di riparazione aveva fatto tanto
bene alla malata, che il giorno del santo Natale poté ancora assaggiare la sua
fetta di panettone nel vin bianco. La Giuditta mise a parte il padrone della
manovra dei preti, ma non seppe dire se la vecchia avesse o non avesse firmata
la carta. La vigilia dell'Epifania, dopo un'agonia in cui la morte ebbe a
sudare tre camicie, la buona cristiana in compagnia dei tre Re Magi andò a
trovare il suo Ratta in paradiso, se pur ci vanno in paradiso gli appaltatori.
Il Berretta tornò con un fascetto
di legna, s'inginocchiò davanti al caminetto, e cominciò a soffiare nel fuoco,
gonfiando le ganasce. Presto la fiamma si risvegliò, riempì il camino e ravvivò
la stanza.
«C'è stato nessuno?»
«Nessuno.»
«Che cosa voleva Aquilino?»
«Che Aquilino?»
«Il
vice-ricevitore del lotto. L'ho visto sulla porta verso le
cinque.»
«Voleva vedere la morta.»
«E tu, asino, l'hai lasciato
passare?»
«Niente passare. Ho detto che non
avevo le chiavi.»
«Però c'è stato don Giosuè.»
«Quest'oggi non l'ho visto.»
Il signor Tognino, carezzando coll'ugna
del pollice l'orlo dei baffi (era un suo movimento naturale nei momenti di
riflessione), lasciò cadere lo sguardo sul portinaio, che gli stava davanti
inginocchiato nella luce viva della fiamma. Era un occhio abituato a pesare gli
uomini, che non sbagliava quasi mai, come non sbaglia l'occhio d'un vecchio
mediatore nel calcolare il peso di un fascio di legna.
«E l'avvocato Baruffa non è
venuto?»
«Mai...»
«Non c'è stato nemmeno un tale
dalle gambe lunghe, un giovinotto smorto, senza barba, con un occhio bianco,
più grosso dell'altro?...»
«Gamba lunga? Occhio bianco?»
ripeté lentamente il Berretta, crollando il capo.
«Pare anche lui un mezzo prete, o
un mezzo avvocato.»
«Uhm, non l'ho visto.»
«Un certo Mornigani; lo chiamano
precisamente el mèz avvocat...»
«Non lo conosco.»
«Aquilino che cosa ti ha detto?»
«Mi ha domandato l'ora dei
funerali. Gli ho detto: domani alle nove e mezza.»
«E la Santina che cosa è venuta a
fare?»
«Che uomo!» pensò in fretta prima
di rispondere il portinaio «che diavolo d'uomo!» Poi soggiunse a voce alta: «La
Santina voleva ritirare alcune sue robe. Dice che la padrona le aveva lasciato
un anello con un diamante.»
«E tu, bestia, l'hai lasciata
passare?»
«Ha fatto il diavolo sulle scale,
ma io son stato agli ordini. Nix per passare.»
Il padrone tornò a fissare gli
occhi acuti e fini sulla nuca del Berretta e sul rovescio delle sue larghe
orecchie trasparenti alla luce del fuoco. Vecchio strologo di uomini, credeva
di saper scoprire dai movimenti della collottola gli sforzi di una coscienza.
Tenne dietro un mezzo minuto di
silenzio, durante il quale i due uomini stettero ad ascoltare il muggito e il
crepitio della vampa, che riempì la bocca del caminetto. Quindi il padrone uscì
a dire:
«Chi va adesso da Olimpia?»
«Gente ne passa sempre. Cantanti,
impresari, gente da teatro.»
Il padrone fissò gli occhi nel
fuoco e lentamente, come se arrischiasse una parola, domandò:
«È vero che ci torna ancora
qualche volta il mio Lorenzo? «
«Io non l'ho visto più dopo che
ha fatto giudizio.»
«Guarda che se gli tieni mano…»
«Sor Tognino, che cosa dice?»
interruppe con fiera dignità il portinaio, facendo un mezzo giro sui ginocchi.
«Ben, ben... uomo avvisato!...
Adesso, metti un altro pezzo di legna sul fuoco e apri bene gli orecchi che ho
un'altra cosa a dirti.»
Il Berretta obbedì e pensò
intanto:
«Che cosa avrà ancora questo
demonio d'uomo?»
Il padrone, dopo essersi un poco
fregate le gambe, picchiò colla mano due colpetti brevi sulla spalla del
portinaio, e riprese a dire:
«Dalla cantina della mia povera
cugina sono scomparse dal settembre a questa parte circa trenta bottiglie di
vecchio barolo e mancano tre o quattro fasci di legna forte. Io ho le prove in
mano che questa roba fu rubata e che il ladro è in questa casa. Sentiamo un po'
che cosa ne sai tu, il mio galantuomo...»
«Io, io non so niente» balbettò
il Berretta, alzandosi, appoggiando una mano alla pietra del camino, grattando
coll'altra i pochi capelli ruvidi. E aggiunse mentalmente questa riflessione:
«Stavolta è la Giuditta che ha parlato».
«Allora» ripigliò l'altro,
soffiando sulle parole una specie di sorriso ironico «allora se tu non sai
nulla, io sono più fortunato di te, perché so dove bottiglie e legna sono
andate a finire. E siccome di ladri in casa mia non ne voglio, così domani farò
la mia brava deposizione alla Questura.»
«O caro signor Tognino, non mi
rovini, per carità» proruppe il Berretta, congiungendo le mani in atto di
supplica.
«Ah, tu non sai nulla…»
«Per i miei poveri morti, per
l'anima di quella povera donna, dirò tutto, pagherò tutto, ma non mi faccia,
per amor di Dio, questa brutta figura. Servo da trent'anni e non ho mai
toccato...»
«L'acqua piovana...»
«Posso quasi giurare...»
«Non hai mai rubato un pilastro,
tu: ma il vino ti piace e se è buono meglio.»
«Se mi lascia dire confesserò
tutto. Sono un uomo onesto.»
«Quando non hai sete...»
insistette il padrone colla crudeltà di chi piglia a tormentare con una lesina
un topo preso vivo nella trappola.
«I casigliani possono far fede
che non ho mai toccato un soldo a nessuno.»
«Un soldo no, ma trenta bottiglie
di vin vecchio a tre lire la bottiglia, fanno quanti soldi? E la legna è venuta
da sé a farsi bruciare?»
«Allora dica che vuol la mia
morte e addio!» esclamò il Berretta, asciugandosi la fronte madida d'un sudor
freddo. «Non sa che mi ammazzo, se mi fa questa figura? Io giuro, presente
cadavere, mi ammazzo.»
«Non hai pensato, o gola lunga,
che quel vino poteva farti male? non hai pensato che devi il buon esempio a tuo
figlio?»
«Sor padrone, sor padrone, mi
senta; io son qui in ginocchio» e il Berretta s'inginocchiò un'altra volta e
alzò le due mani in atto di santo martire. «Servirò per nulla fin che campo,
fin che non avrò pagato tre volte il mio debito: ma per carità, non dica nulla
al mio Ferruccio. Non mi faccia questa tremenda figura davanti a quel bravo
ragazzo.»
«Capisco che ti deve dispiacere
che Ferruccio sappia queste tue prodezze. È un buon giovinotto che ha bisogno
di farsi una posizione e non è certamente una raccomandazione l'avere il papà
al cellulare.»
«O Madonna santissima, non lo
dica nemmeno...» singhiozzò il povero Berretta.
«Io potrei far del bene a questo
tuo ragazzo. A Natale gli ho dato sessanta lire e potrò dargliene di più, ma
non per merito tuo, birbaccione.»
«Sono stato così malato
st'inverno e la povera anima, a nominarla come viva, non dava mai niente.»
«E hai voluto pagarti da
mugnaio.»
«Ho fatto male, non dico, ma per
un po' di vino non si ammazza mica un uomo, angeli custodi!»
«Basta, non voglio altro. Se tu
mi darai una prova sicura...»
«Non vede che piango come un
ragazzo?»
«Le tue lagrime non valgono il
mio vino: ma se potrai darmi una prova seria, con giuramento...»
«Son pronto a giurare sull'anima
mia.»
«Allora, va, chiudi bene l'uscio
della scala, tira innanzi una sedia, e ascoltami.»
Il Berretta, rianimato dal tono
più dolce con cui gli parlava quell'uomo tremendo, corse e girò la chiave
dell'uscio, accostò una sedia al camino, sedette, appoggiò le mani sui ginocchi
e ancor tutto tremante stette a sentire.
Il padrone con voce fredda e
precisa, senza distaccar gli occhi dal fuoco, cominciò:
«Ora io vado di là a cercare una
carta che mi interessa, ma tu devi giurarmi prima che non dirai a nessuno ch'io
sono stato qui stanotte. Vedi questo foglio di carta?» e glielo mise sotto il
naso. «Qui è scritta la denuncia del furto delle bottiglie, eccetera. Un
avvocato mi ha detto che, trattandosi di un furto qualificato di un valore
superiore a cento lire, con uso di chiave falsa, il reo non potrebbe cavarsela
con meno di due anni di reclusione. Vedi, Berretta? io posso buttare questo
foglio sul fuoco...»
«Lo butti, in nome della
benedetta Madonna!» pregò l'altro, alzando le mani.
«No, questa sarà la mia garanzia.
Se tu ti lasci scappare una parola di quel che vedi e senti stanotte, sai quel
che ti spetta.»
E intascò la carta.
«Faccia conto che io sia un uomo
morto.»
«Per quante domande ti possa fare
don Giosuè, l'avvocato Baruffa, Aquilino Ratta, la Giuditta, il mio Lorenzo, il
tuo Ferruccio, o il mezzo avvocato... tu, tu non sai niente, non hai visto
niente.»
«Niente, niente» ripeté il
Berretta, chiudendo gli occhi e spazzando l'aria colle mani davanti a sé.
«Ci sarà della gente che ti
offrirà del denaro per farti cantare: ma tu sarai muto come questo sasso...»
Il signor Tognino toccò tre volte
col dito il marmo del caminetto.
«Come questo sasso, lo giuro: ma
non mi faccia una brutta figura. O poveri morti, due anni di reclusione!»
«Ben, sta zitto e tien vivo il
fuoco. Ora vo di là.»
Il signor Tognino prese uno dei
lumi, e girata la chiavetta nella toppa, entrò nella camera della morta,
lasciando solo il portinaio davanti al fuoco.
L'ombra sconnessa di quest'uomo
rannicchiato sulla sedia, sbattuta dalla fiamma sul soffitto, e ballonzolante
alle scosse del fuoco sui marmi e sui mobili, poteva dare un'idea dello stato
d'animo e dell'agitazione di tutti i suoi pensieri, che guizzavano senza ordine
e senza contorno nel suo povero cervello. Egli conosceva il sor Tognino, e
sapeva che con quel carattere non c'era da scherzare. Aizzato negli interessi,
il vecchio signore diventava una tigre. L'aveva visto sulle furie il giorno che
colse la povera Santina in atto di far la spia dietro l'uscio; misericordia! se
non la pigliò a colpi di piede, fu merito della donna, che seppe infilar
l'uscio e le scale. Ma dovette far fagotto e andarsene col salario in mano,
dopo quasi quindici anni di servizio. Che cosa arresta l'uomo aizzato nel suo
interesse? che cosa arresta il toro quando vede rosso? Come, quando, aveva
scoperta questa faccenda delle trenta bottiglie? e dire che egli non s'era
manco accorto di berne tante... Lo bevevano tutti quel vino, lo beveva anche la
Giuditta: e veramente la vecchia Ratta non poteva portarselo via nella cassa: e
quando un pover'uomo è malato, e passa la sua vita in una tana scura e umida,
se cede a una tentazione, Dio spaventato, non si dovrebbe parlare di furto
qualificato e di cellulare!... E ora che cosa andava a fare, lui, nella stanza
della morta?
L'altro, rinchiuso colle spalle
l'antiporto, si fermò sulla soglia un momento, sollevò il lume, cercò la sua
morta.
La vecchia Ratta giaceva supina
sul letto, col volto sprofondato nelle crespe della cuffia, colla povera
gonnella indosso, da cui uscivano le gambe sottili, colle mani legate sul
ventre, ferma, fissa in quella rigidità quasi violenta che pigliano i corpi nei
momenti che presentono l'ultima distruzione.
Il signor Tognino, abituato a
veder la vecchia cugina raggomitolata nella sua poltrona in preda a una
tremolante convulsione, non poté sottrarsi a un senso di stupore, rivedendola a
un tratto tanto ingrandita sul suo letto di morte; e suo malgrado fu tratto a
riflettere qualche cosa su questa stupida commedia della vita, senza però
sprofondarsi troppo nella filosofia, ciò che non era nella sua natura, anzi
sforzandosi d'infuriare dentro di sé contro gli imbecilli che non avevano ben
chiuso e lasciavano che la neve entrasse dalla finestra.
La neve, fioccando nello spazio
aperto, aveva già coperto il pavimento presso il candeliere in cui la candela
benedetta, ridotta agli estremi, sbrodolava da tutte le parti. Collocato il
lume sopra uno stipo, andò a chiudere in fretta i vetri e accostò con una certa
furia le due imposte di legno, non osservando nel venir via che una di queste,
respinta dal contraccolpo e dall'elasticità stessa del legno, tornò a poco a
poco a lasciare un vetro scoperto, in modo che un curioso avrebbe potuto,
supponiamo il caso, da una finestra del cortile spiare comodamente nella
stanza.
Evitando, per un senso di
rispetto, di guardare in faccia alla morta, trasse di tasca un mazzo di piccole
chiavi e cominciò ad aprire il vecchio scrigno di mogano, di un bello stile
napoleonico, ornato di massiccie borchie di bronzo dorato, nel quale la cugina
custodiva gelosamente le gioie della sua giovinezza e le sue carte più
preziose. Egli conosceva il mobile più che l'anima sua. Aprì, fece scattare i
segreti, cavò fuori i tiretti, correndo presto coll'occhio prima ancora che
arrivasse la luce della candela. Da un cassetto levò un grosso astuccio di cui
seppe far saltare la molla, afferrò colla sinistra tutto il barbaglio d'oro e
di brillanti che riempiva il logoro damasco, intascò tutta sta bella roba come
avrebbe fatto con un moccichino; mormorando mentalmente:
«A buon conto».
Posto il lume nel mezzo del
mobile, la mano continuò ad aprire e chiudere. L'occhio entrava dappertutto,
scivolando, inventariando, seguito da un pensiero non meno svelto dell'occhio
che, infilando roba su roba, sommava, computava, registrava tutto in un certo
libro. Ma non era venuto per la roba stasera. Era venuto per la carta, se
veramente la vecchia aveva sottoscritta una carta, come dubitava la Giuditta.
Visto e accertato che nello scrigno non c'era nulla d'importante, chiuse
dappertutto, tolse un'altra chiavetta e cominciò ad aprire i tiretti d'un
canterale pure di mogano, del medesimo stile dello stipo.
Nel primo tiretto trovò una
sterminata quantità di calze, ripiegate, sciolte, irrigidite dal bucato,
rattoppate, da rattoppare. Entrò colle due mani in quel caos di calze, smosse,
palpò, ghermì quella che dette un tintinnìo, la rovesciò sul marmo del
mobile... Con un rumorio squillante di gioia cento o centocinquanta vecchie
doppie di Genova, d'un bell'oro giallo, uscirono dal pedule e si schierarono in
fila, irritando Tognino, che cercava la carta, che, stizzito, votò tutto quel
giallo nel tiretto, chiuse respirando forte a denti stretti: aprì l'altro
tiretto... Che gl'importava delle doppie e dei marenghi? per lui era più una
questione di puntiglio.
La carta voleva!... E siccome
aveva in testa che una carta ci doveva essere, secondo ciò che aveva riferito
la Giuditta, così cominciava a irritarsi di non trovarla subito. Aprì un altro
cassetto, dove la padrona teneva la biancheria. Entrò con le due mani in questa
roba coll'avidità, colla nervosità di un gatto che graffia un canestro chiuso
pieno di pesci.
Anche in mezzo alle camicie e ai
corsetti non c'eran carte. Aprì allora il terzo cassetto, l'ultimo, che depose
sul pavimento, quindi piegato il ginocchio, mentre colla sinistra faceva
chiaro, coll'altra mano toccò, palpò, agitò, sconvolse la roba: giubboncini di
lana, cuffie di renza e di tulle, gonnelle di varie stoffe, sottovesti, una
quantità di vecchi guanti, borsette, manichette, scapolari, boccette d'acque
odorose, mozziconi di candela benedetta... tutta roba che la mano eccitata
dalla passione scrollò nell'aria, ributtò con rabbia, per tornare di nuovo a
toccare, a palpare, a premere. Non c'era uno straccio di carta a pagarlo un
milione. Si fermò a riflettere. Che i preti avessero ritirata la carta per
farla saltar fuori a tempo opportuno? ciò era in contraddizione con quanto
aveva riferito la Giuditta, alla quale pareva di aver visto a firmare una
carta, ma da quel momento nessuno aveva accostato la vecchia padrona, tranne
lei e il sor Tognino. O la Giuditta aveva fatto un sogno o la carta doveva
essere in casa.
Intanto il Berretta, cogli occhi
addolorati dalle lagrime, sempre fisso nel fuoco non poteva a suo dispetto non sentire
il rimestare e il tabussare che faceva il padrone nella stanza della morta.
Parlando al fuoco con l'aria di canzonatura, disse (tra sé, s'intende): «Ecco
il galantuomo che vuol mandar me al cellulare per una dozzina di bottiglie...
ah!» e allungò un muso che non seppe più disfare.
La notte, cessato quasi subito il
vento, ricadde nel freddo silenzio di prima.
Unico rumore era il rimestare,
l'aprire, il chiudere che faceva quel diavolo d'uomo, con nessun rispetto al
cadavere, accecato dalla cupidigia della roba, più ladro lui cento volte in
quel momento che non possa esserlo in cento anni un poveraccio di portinaio che
patisce la sete. Ma così va il mondo. O non bisogna rubare o bisogna rubar
bene. La discrezione è l'asinità dei ladri.
Rimesso a posto non senza qualche
stento il cassetto, l'altro si alzò col corpo indolenzito, girò gli occhi per
la stanza, li fissò sul letto, sul corpo della cugina, che giaceva colle mani
legate nella sua impetuosa immobilità, sentì il freddo della notte cadergli addosso
e col freddo un risentimento d'indignazione, che aveva bisogno di scatenarsi
sopra qualcuno. Si mosse, tornò in salotto, e stette un momento in mezzo alla
stanza come perduto e sconcertato ne' suoi pensieri.
«Tu hai ricevuto del denaro» uscì
un tratto a dire con furia irragionevole, correndo sopra il Berretta, che
trasalì, vedendolo comparire così livido e stravolto. «Tu sai che c'è stato don
Giosuè uno di questi giorni, ma ti hanno pagato a tacere. Giura un po' che non
ci fu don Giosuè stasera.»
«Caro sor Tognino,» rispose il
Berretta colla voce del fanciullo che piange «lei può dire che ho ammazzato
quella povera donna.»
«Andiamo, non farmi delle
commedie» soggiunse il padrone più rabbonito. «Non sai che mia cugina abbia
sottoscritta una carta?»
«Gesù, come posso saper io...»
«Vuoi guadagnare qualche cosa
subito? devi aiutarmi a cercare una carta che mi preme. Si tratta forse di un
intrigo e di un tradimento a danno della povera gente e dei parenti, capisci?
Vieni di là, immagino dove è la carta, ma non posso cercarla da solo. Fammi
chiaro.»
Alle scosse violente il Berretta
trascinato da quella forza che s'impadronì della sua volontà, dopo aver girato
gli occhi trasognati, barcollando come un ubbriaco, mosse i piedi, prese il
lume dalla mano del padrone, andò dietro a quel demonio incarnato che lo tirava
per la camicia, che gli parlava quasi senza voce col fiato, cogli occhi, si
fermò sull'uscio, mentre gli orecchi fischiavano come il vapore. Una volta
ancora si sentì tirato innanzi, spalancò gli occhi per veder fuori e scorse il
padrone in ginocchio nella stretta del letto, che cacciava la mano tra i
materassi, dando certe scosse alla donna... Chiuse gli occhi. Era... era
un'infamia, un sacrilegio, per la roba, manomettere i poveri morti. No, Gesù
non si può, non si deve in coscienza benedetta!
«O Signor, Signor...» sospirò
stillando ad una ad una le sillabe con un brivido di raccapriccio.
L'altro gli rispose con un soffio
di noia.
Nel cacciare le mani sotto il
materasso aveva sentito qualche cosa di nascosto.
Bisognava mandar via il
portinaio, che scrollando la candela con scosse di paralitico buttava sego
dappertutto e pareva sul punto di cadere in terra sfasciato.
«Non c'è nulla, tanto meglio
così... Avevo sospettato un tiro. A ogni modo non dire a nessuno che son venuto
a cercare. Va a prender dell'aria, Berretta, e in quanto alla denuncia sia per
non detto, ma guarda che io so tutto, che a me non la si fa. Va a dormire
adesso. Resto io fino a domani. Ho piacere che non ci sia nulla; ma avevo
motivo di dubitare. Su, su, non hai ammazzato nessuno, perbacco! Non dirò nulla
della faccenda delle bottiglie al tuo Ferruccio; ma segreto per segreto va
bene? E se mai vedessi che il mio Lorenzo ripiglia a passare di qui, metto
sulla tua coscienza l'obbligo d'avvertirmene, ve'... O che ora non conosci
nemmeno l'uscio?»
Il sor Tognino rise un poco
freddamente, mentre apriva l'uscio di scala e spingeva fuori con una certa
furia amorosa il più spaventato degli uomini. Gli mise nelle mani il
candeliere, chiuse l'antiporto colla chiave e venne di nuovo a sedersi al
caminetto, aprendo le mani al fuoco, coi tratti del volto induriti e
contraffatti a un amaro sogghigno, fisso a una cosa sola, che nella rigidezza
della mente non sapeva esprimere che con una sola parola con penosa e irritante
monotonia: «la carta la carta la carta...» Questa non poteva essere che là, tra
un materasso e l'altro.
Rimasto a tu per tu colla morta,
non avendo ora da fare che con lei, con lei sola, si accorse che anche i morti
hanno della forza. In certi casi ne hanno forse più dei vivi. Un vivo lo puoi
battere e ammazzare: ma un morto no. Questo nella sua rassegnata impassibilità
ti si stende davanti e ti sfida. Forse siamo noi che gli diamo la forza e che
lo armiamo delle nostre paure; o è lui che ci disarma là dove la natura è più
forte, nell'orgoglio. Non era filosofo abbastanza per risolvere, e neanche per
proporsi delle questioni di questo genere: ma se le sentiva addosso, sotto la
forma di un malessere che non si sa da dove viene, ma che tiene il corpo in
brividi. Si pentì d'aver mandato via il Berretta, che colle smorfie irritava
gli spiriti e rendeva almeno grottesca la paura.
Palpando nei materassi gli era
capitato di sentire sotto la mano il grosso e il liscio d'una certa borsa di
seta, che la povera Carolina era solita portare sul braccio e recare tutte le
sere in letto, con dentro, insieme al manuale di Filotea, le più care e gelose
memorie, in mezzo ai gomitoli e alla calza. Gliel'aveva vista sul braccio fino
agli ultimi momenti, e là dentro, senza dubbio, bisognava cercare il documento,
se Giuditta non aveva visto male. La curiosità non ammetteva indugio e
titubanze.
Saltò in piedi di scatto, prese
di nuovo il lume, traversò la stanza, pose il ginocchio in terra, ficcò la mano
sotto, dove aveva sentito prima il grosso, tirò...
Il corpo oscillò sul suo duro
giaciglio e mentre Tognino si alzava colla candela in una mano, la preda
nell'altra, l'ombra grande della cuffia che il lume prima proiettava sul
soffitto, svolazzò abbassandosi sulla parete, si sciolse e lasciò vedere un
enorme profilo umano, un fantasma che balzò al capo dell'uomo e l'avviluppò
come l'ombra d'un uccellaccio. Fu un colpo di pietra al cuore: ma subito il
vivo riprese vantaggio. Alzò il lume, sprofondò l'ombra sfigurata, si volse
dall'altra parte, buttò la borsa sul cassettone, ne sciolse i cordoni, la
sventrò di tutte le anticaglie che conteneva e vide uscire santini, corone,
occhiali, gomitoli; e finalmente una carta ancor fresca, piegata in quattro,
che Tognino ghermì, svolse, portò sotto la fiamma.
Era una scrittura grossa,
sconnessa, traballante che cominciava precisamente nel nome della santissima
Trinità e sotto, dove corse l'occhio saltando il testo, uno scarabocchio di
firma, il solito «Carolina Ratta», che visto da lontano dava l'idea d'uno
scorpione schiacciato, colla sua bella data fresca vicina, tutto in
perfettissima regola. E lo scritto, forse copiato da un modello, diceva… Provò
a leggere qualche cosa di quelle cinquanta righe, ma alle prime parole gli
occhi si fecero pieni di sangue, le lettere balzarono fuori dalla carta, un
gruppo di biscie lo morsero alla gola, mentre due piccole lagrime di veleno
uscivano a irritare le pupille. Con un secondo sforzo afferrò il senso, e il
primo atto fu di voltarsi verso la morta, e la guardò con occhi cattivi come se
la provocasse. Che parole gli venissero alla bocca non si può dire perché più
che parole erano frantumi d'immagini e di sensi, impastati tutti insieme sotto
il peso d'una collera terribile. Finì col sorridere e ciò lo sollevò.
Quando Tognin Maccagno tornò il
solito Tognin Maccagno, ripiegò lentamente la carta in quattro, se la cacciò in
tasca accanto alla denuncia che doveva mandare il Berretta al cellulare.
Raccolse con calma, fin con precisione i gomitoli, gli occhiali, i santini, ne
riempì di nuovo il ventre della borsa, tirò i cordoni, l'attaccò alla maniglia
dell'uscio e uscì mormorando in fondo dell'anima una frase scomposta e
indecisa, qualche cosa che mirava ad augurare la buona sera... e tornò nel salotto.
«Svelti i pretoccoli!» fu la
prima espressione che dal guazzabuglio di tante sensazioni uscì con una formula
logica.
Buttò un'altra fascinetta sulla
brace, e nel crepitìo allegro della fiamma colorita, rallegrò, riscaldò gli
spiriti, dissipò le ombre e il ribrezzo.
«Svelti i pretonzoli!» tornò a
dire mentalmente, corrugando nella piccola fronte un fascio di rughe.
E dunque un uomo furbo come lui
aveva lavorato tre anni a salvare la sostanza Ratta dalle mani degli
intriganti: un uomo abile come lui aveva ristaurato una ricchezza che dilagava
come un vino prezioso da una vecchia botte fessa; per tre anni egli aveva
sopportato le più strambe fantasie d'una vecchia bisbetica, diviso con lei i
suoi pranzi di magro e i due soldi delle eterne partite a tarocco; si era fatto
odiare e maledire per venire a questo bel costrutto, che un pezzo di carta,
richiamando in vigore il testamento del '78, la dava vinta all'avvocato Baruffa
e lasciava il sor Tognin Maccagno con tanto di naso. Oltre il danno, si vide
davanti la bocca larga di don Giosuè Pianelli, e a questa idea della
canzonatura, lo spirito selvatico si arruffò... Ma il più dannato era il
pensiero di dover rendere dei conti a questa gente, di dover forse restituire
ciò che non si poteva più restituire... Carta per carta, valevan di più quelle
che da sei mesi egli aveva consegnate al notaio Baltresca.
La fiamma, dopo aver avviluppato
il grosso della fascinetta, scoppiò in una vampa rossastra che vibrò e ruggì
nella piccola gola, riempiendo il salotto di vita e di calore, ammaliando colle
sue lingue serpentine il vecchio affarista, che data un'occhiata intorno,
cacciò la mano nella tasca di sotto. Le due carte uscirono insieme: confrontò
alla luce del fuoco, ne scelse una, e obbedendo a uno scatto nervoso, vide il bianco
nel fuoco prima che avesse deliberato di buttarvela. Le fiamme mordevano il
cartoccio, destando nell'uomo quasi un senso di meraviglia. il cuore d'acciaio
picchiò cinque o sei colpi, la bocca si storse a un sogghigno senza gioia, le
mani si apersero irrigidite e si aggrapparono alle due gambe anteriori della
sedia, come se cercassero un appoggio. La carta ripiegata in quattro resistette
più che poté alle lame taglienti, si accartocciò sugli angoli, mostrò nella
brace purpurea i graffi della scrittura, ma la santissima Trinità non poté
impedire che una sostanza di quasi quattrocento mila lire, scritta in quel
foglio, diventasse per chi l'aveva scritta un pizzico di carbone.
Tognino Maccagno rimase a contemplare
indurito in un senso di stupore quel pugnetto di carta nera, che si ostinava a
star compatta in bocca al fuoco, mostrando i segni rossastri della scrittura.
Era un acre piacere che lo inchiodava a contemplare gli avanzi di un
tradimento. Tradimento di chi? non andò a cercare. Prese le molle e con un
colpo violento sfondò sparpagliò, confuse, scombuiando nella cenere e nel fuoco
la carta che mandò molte piccole anime nere su per la canna.
|