Il giorno dopo, con un tempo
umido e freddo, il portico, l'andito, la portineria, la scala furono fin dalle
prime ore pieni di gente accorsa a far onore alla povera signora Carolina.
Il signor Tognino, per mettere un
argine ai pitocchi veri e falsi, che accorrono ai grossi morti come i mosconi
sullo zucchero, ordinò che si chiudesse un battente della porta e vi piantò due
belle guardie di Questura.
La vecchia benefattrice era
troppo conosciuta da quelle parti, perché la notizia della sua morte non avesse
a tirar gente dalle più lontane case del Borgo. Verso le dieci in Carrobbio si
stentava a passare tanta era la folla.
Dei parenti non ne mancava uno,
così dei Ratta come dei Maccagno, oltre i parenti dei parenti, gli amici, i
curiosi, venuti chi per interesse, chi per pietà, chi per dovere, chi per
vedere.
I Maccagno, gente benestante,
vestivano in nero e affettavano una certa preminenza, perché la morta era una
Maccagno. Pareva quasi che se ne vantassero. I Ratta invece si comportavano più
dimessamente. Ce n'era d'ogni colore, portinai, stampatori, mastri di muro
(Gioacchino Ratta aveva cominciato anche lui col portar la secchia della
calce), piccoli bottegai, venditori girovaghi, quasi tutti con qualche segno
del mestiere e della miseria indosso, chi male infagottato nei panni d'inverno,
chi livido e fresco nei pochi vestiti della festa.
Un piccolotto nero colla faccia
fasciata in un fazzoletto pretendeva di cacciar indietro Giovan dell'Orghen, un
poveraccio quasi senza scarpe, col pretesto che non era un parente, ma Aquilino
Ratta dimostrò che i pitocchi son tutti fra loro fratelli nella santa miseria.
Il sor Tognino, bello e sbarbato,
in abito nero, col cilindro fasciato a lutto, faceva gli onori di casa, tra
l'anticamera, l'uscio e il pianerottolo, stringendo la mano ai parenti di
riguardo, salutando colla mano in aria i più poveri, alzando le spalle,
ritraendo il capo, socchiudendo gli occhi a quell'espressione politica e
filosofica, che tradotta in parole verrebbe a dire: «Che dobbiamo farci?» La
Sidonia Maccagno, sorella di Tognino, maritata all'impresario Mauro Borrola,
sotto un gran cappello alla don Carlos, richiamava ancora gli occhi della gente
colla sua bellezza teatrale, che né i quarant'anni sonati, né le ciprie del
palcoscenico avevano potuto cancellare dalla sua faccia larga e matronale di
Norma. Il cavaliere suo marito, glorioso avanzo d'una mezza dozzina di
fallimenti, dominava anche lui colle spalle e colla voce baritonale, d'un
sonoro accento padovano, con cui in nome dell'ostia seguitava a brontolar contro
la folla dei pitocchi, come se avesse pagato il posto e il diritto di
brontolare.
Vedendo che una nuvola di questa
marmaglia sforzavasi d'invadere la scala, alzata una canna con grosso pomo
d'argento, sempre in nome dell'ostia, minacciò quella canaglia di far chiamare
le guardie.
Il povero Berretta, livido come
un panereccio e non ancora rimesso dallo spavento della notte, movevasi col
passo legato d'un sonnambulo in mezzo alla gente, sollevando ora una mano ora
l'altra, senza impedir nulla, sotto la persecuzione continua del cavalier
Borrola, che gonfiando le ganasce, soffiando l'anima, lo minacciava dai primi
scalini col bianco degli occhi. E il bello è che il portinaio né conosceva quel
grasso signore dai baffi tirati in punta, dipinto come una tavolozza, né capiva
quel che volesse da lui col suo bastone in aria e col suo fiol d'on can.
Arrivò a tempo Ferruccio con un
fascio di candele che consegnò a suo padre perché fossero distribuite.
Entrò a tempo anche la carrozza
funebre, che, descritto un bell'ovale nella neve fresca della corte, venne a
collocarsi sotto il portico, tagliando in due parti la folla, i signori verso
la scala, la poveraglia verso la cantina. Sui berretti molli, sui cappelli a
cencio, sui fazzoletti delle povere donne svolazzava il tricorno di don Giosuè
Pianelli, un vecchio prete sepolto nel bavero d'un gran tabarro allacciato con
una grossa catena di ferro sotto il mento.
Accanto gli stava cogli occhi
velati dai neri sopracigli l'avvocato Baruffa, di cui la testa lucida e nuda
splendeva in mezzo ai colori scuri come un grosso uovo di struzzo.
Aquilino Ratta, il
vice-ricevitore del regio lotto, cercò d'accostare il prete
e d'interrogarlo pulitamente, col dovuto rispetto alla circostanza, su quelle
che dicevano le probabilità d'un testamento, mediante il quale... per il
quale... Don Giosuè, scrollando il tabarro in furia, brontolò qualche cosa in
fondo al bavero, e cambiò posto. Fu avvicinato da questa parte da Salvatore
Boffa, il fonditore di caratteri di stampa (l'uomo dalla ganascia fasciata),
che, soffiando le parole come gli permetteva la flussione, toccò ancora il
tasto del testamento. Don Giosuè alzò gli occhi al cielo e parve sprofondare
nel bavero come in una botola.
Nell'angusto passo della
portineria la Santina, la donna di servizio che il sor Tognino aveva messo
rabbiosamente alla porta, si profondeva in lagrime avvolta in uno scialle nero
che le dava l'aspetto di una sanguisuga.
Con tanta ressa di gente che
ingombrava la scala e il portico la povera vecchia Ratta stentò a farsi strada,
quando la portarono abbasso nel suo ultimo vestito di legno bianco. Intanto la
processione dei preti e dei chierici colla croce, preso in mezzo Lorenzo
Maccagno, lo trascinò, rimorchiandolo fin presso le ruote del carro, tenendolo
imprigionato in un cerchio di candele accese. I preti cominciarono a brontolare
orazioni. Lorenzo, chiuso in mezzo dalle cotte, cercò di salvare il cappello
nuovo dalle sgocciolature, e se ne servì come di scudo per difendersi dagli
occhi maliziosi della zia Sidonia, che rideva dietro le spalle massiccie del
cavalier marito. Nell'andar via cogli occhi da quella tentazione, ne incontrò
un'altra, a una finestra del secondo piano, dove la bella Olimpia, ancora
spettinata, stava spiando nello spiraglio tra due gelosie.
Il brontolamento dei preti
rimescolò subito le viscere del cavalier Borrola, libero pensatore e framasson
padovan, che non poté trattener anche lui il suo rosario contro il botteghin e
il bottegon, contro una razza di mangiapan, che vivono alle spalle dei
credenzoni...
Il bravo fallito, gonfiando gli
occhi, esprimeva questi suoi sentimenti con una voce di moscone irritato,
movendo la punta dei baffi come gli indici d'un grosso orologio. Un poco di più
avrebbe fatto nascere uno scandalo, se a un tratto la voce stizzosa e chiara
del sor Tognino in cima alla scala e lo scalpitare dei cavalli, che menavan via
la morta, non avessero sviata l'attenzione dei dolenti per così chiamarli.
Una donna, certa Angiolina,
ortolana di professione, parente anche lei della defunta, essendo venuta in
cognizione che la vecchia Ratta aveva lasciato delle disposizioni a favore dei
parenti poveri, sgusciando tra la folla in coda ai becchini, aveva colto il
bravo sor Tognino sulla soglia dell'appartamento e pretendeva avere da lui
qualche notizia positiva. Il sor Tognino la fermò sull'uscio e cercò mostrarle
che non era proprio il momento più opportuno di parlar di affari, per bacco! Le
carte erano nelle mani del notaio Baltresca...
«Baltresca o Baltrosca...»
ribatté la donna, che dalle voci era indotta a creder poco al bravo parente,
«vuol dire che ci saremo anche noi.» E usando la metafora che in verziere è
come un manico d'avorio infilato sopra una lama ordinaria, seguitò, alzando la
voce: «Badiamo a non fare il gatto, perché noi ai gatti che allungano troppo lo
zampino tagliamo la coda e se non basta la coda tagliamo anche gli orecchi...»
Il sor Tognino colse un buon
momento e chiuse l'uscio sul muso alla pettegola.
Il corteo, infilato l'androne
della porta piegò a sinistra e si distese come una vera biscia lungo il corso
di Porta Ticinese, verso la parrocchiale di San Lorenzo. Ai cordoni si
trovarono, un po' per caso, un po' per accordi presi, Sidonia Maccagno maritata
al cavalier Borrola, Celestina maritata a Michele Ratta lattivendolo, Paolina
Bianconi maritata a un Maccagno, orefice all'insegna dell'àncora, e Arabella
Pianelli, da tre mesi sposa a Lorenzo Maccagno. Casa Maccagno su tutta la
linea.
Nel via vai delle vetture, dei
carri, dei tram, della folla che brulica in quel popoloso quartiere, il
funerale si allungò nel piacicchiccio sudicio della strada, dove il fango
affogava la neve, passando a sinistra delle antiche colonne romane, che sfidano
nella loro marmorea indifferenza l'indifferenza più che marmorea che i cinquemila
bottegai della parrocchia dimostrano per la loro classica antichità.
La gente si arrestava a guardare
un poco, sbadatamente, a questo fatto così comune del morto che passa, che
nelle grandi città non suscita più in chi vede se non il fastidio di aspettare
che passi. Quindi la folla si rimescola e seguita a scorrere nel declivio dolce
e potente della vita.
Il sor Tognino aspettò che tutti
fossero usciti e, chiuso l'appartamento, tenne dietro al funerale col suo
passetto corto e strisciato, mentre andava infilando un paio di guanti di
pelle. Raggiunto il corteo si accostò a Lorenzo e gli disse:
«Perché hai permesso ad Arabella
d'uscire con questo tempo? Non avete proprio nessun giudizio».
«Se tu sai persuadere le donne quando
si fissano un'idea...» osservò sorridendo il giovine.
«Nel suo stato è giusto prudenza
uscir di casa e il cacciarsi nella folla!»
«Bravo, diglielo...»
Il vecchio Maccagno aspettò il
momento che la morta stava per entrare in chiesa, chiamò in disparte la nuora,
e le disse:
«Non voglio che lei resti a
prender altro freddo. Dia ascolto a me, torni a casa...»
«Mi sento bene...»
«Oggi si sente bene e domani
potrebbe sentirsi male. Venga con me, abbia pazienza. Passa il tram, torni a
casa, e si faccia dare una bell'acqua calda dall'Augusta. E cambi subito le
scarpe. Nel suo stato non deve esporsi agli strapazzi.»
«Obbedirò...» disse Arabella con
un leggiero sorriso.
«Brava, venga con me.»
Il suocero tornò dieci passi
indietro, fece arrestare un tram, accompagnò la nuora fino al carrozzone, ne
pagò il posto, osservando che non fosse sulla corrente dell'aria, e tornò a
dire:
«Faccia fermare davanti alla
porta». E rivoltosi al conduttore, soggiunse: «Fermati in via Torino, alla
porta del dentista...»
«Lo so» disse il conduttore,
salutando il signor Maccagno come persona conosciuta.
Il vecchietto seguitò cogli occhi
un pezzo la carrozza, e indicando colla mano le scarpe, raccomandò ancora una
volta all'Arabella di cambiare le sue appena a casa. Quindi tornò in chiesa,
mentre i preti intonavano il «Beati mortui», e andò a collocarsi vicino al
Botola, un suo vecchio amico d'infanzia, col quale cominciò un discorso molto
vivo. Tre passi dietro di lui l'ortolana, alzando la voce come se fosse in
verziere, ripeteva al Boffa e ad Aquilino Ratta:
«Per me, se non vedo le cose
chiare, l'ho dichiarato a questo impostore: faccio un altro quarantotto».
|