«Io ti regalerò questo paio di
calze, Ferruccio, ma tu devi spiegarmi un mistero, cioè, come ha fatto il
signor Lorenzo a sposare la signora Arabella.»
Così prese a dire la zia Colomba,
una vecchietta forte e vivace, mentre scioglieva i gruppi di un grosso fagotto
che teneva sui ginocchi.
Ferruccio arrossì un poco e prima
ch'egli avesse tempo di rispondere, la zia Colomba riprese:
«Dimmi un po': non è essa la
figliuola di quel povero sor Cesarino, che si è ammazzato per debiti otto o
dieci anni fa? Devi ricordartene, perché fu uno di quei casi che fanno
impressione. La sua mamma sposò in seconde nozze un buon uomo di campagna, se
non mi sbaglio».
«È così.»
«I Pianelli abitavano in
Carrobbio, quando io servivo presso i Grissini e mi ricordo bene di quella cara
biondina, che aveva due occhi pieni di sentimento. Era una donnina fin d'allora.
L'ho ben riconosciuta l'altro dì al funerale della povera signora e ho visto
che è diventata una bell'asta di donna, con un faccino rosso e delicato. Come
ha fatto a sposare questo disutile dal faccione grasso di frate sbarbato?»
Ferruccio, alzando un dito
davanti alla bocca l'avvertì di parlar pianino. Il sor Tognino poteva entrare
da un momento all'altro.
«Quel suo patrigno» seguitò poi
sottovoce «fece delle cattive speculazioni, si trovò in gravi imbarazzi e
dovette cercare dei capitali al sor Tognino, capitali che non fu più in grado
di restituire. Il matrimonio, pare, accomodò molti interessi»
«Ho capito. Sempre così. Gli
uomini fanno i cattivi affari e tocca alle povere donne d'aggiustarli. Voi
stracciate e a noi tocca rattoppare, birboni...»
«Però» s'arrischiò a dire il
ragazzo «in casa le voglion bene e la trattano con tutti i riguardi.»
«È vero, sì o no, che questo
babbeo di suo marito ha sempre fatta una vita allegra coi denari del papà e che
fino a ieri ha mandato in lusso una cantante?»
Ferruccio tornò ad arrossire,
come se la zia Colomba gliene facesse carico a lui.
«Non è un uomo cattivo nemmeno
lui» disse dopo un istante. «Non nego che abbia fatte le sue: è ricco, ha buon
cuore.»
«Dàllo ai merli questo cuore!»
ripigliò con una certa furia la zia Colomba, agitando le cocche del bel
fazzoletto di seta, che aveva posato sulla testa contro i rigori del freddo.
«Tu sei un mezzo chierico e non conosci il mondo; ma dacché sei entrato in
questa casa, io non ho mai avuto il cuore tranquillo. Tutti i giorni faccio le
mie indagini e, dico la verità, vedrei volentieri che tu cercassi qualche cosa
di meglio. Tu non hai sposato nessuno, fortunatamente, e puoi spolverare le
scarpe quando vuoi e andartene. Non è il nostro genere. Gente senza legge e senza
fede, che per un quattrino venderebbero l'anima a berlicche! Di religione non
si parla; il padre peggiore del figlio e il figlio sulla strada di diventar
peggiore del padre. A me, ripeto, dispiace immensamente che tu sia venuto a
masticare questo pane; lo dicevo anche ieri alla zia Nunziadina. In questa tana
non hai nulla di buono da imparare.»
Ferruccio indicò col pollice un
uscio dietro di lui e si portò di nuovo l'indice alla bocca.
La zia Colomba alzò le spalle,
come se non gliene importasse nulla che la sentissero, tentennò un pezzo il
capo, e abbassando di nuovo la voce fin dove glielo permetteva il calore del
discorso, soggiunse:
«Sì, mi rincresce, e vedrei
volentieri che tu cercassi un altro sito, il mio bene».
Ferruccio, figlio di Pietro
Berretta, da un anno circa, dacché rinunciando alla vocazione era uscito dal
Seminario, andava cercando la sua strada, e solamente per non essere d'aggravio
ai suoi, s'era adattato a scrivere nello studio del sor Tognino.
Non avendo potuto trovar posto
nella portineria, era andato a convivere colla zia Colomba e colla zia
Nunziadina, sorelle di sua madre, in una casetta di via San Barnaba, posta tra
il convento dei barnabiti e l'ospedale, un luogo segreto tra molti giardini,
dove l'erba si fa strada in mezzo ai ciottoli, dove qualche macchia di vecchie
piante resiste ancora agli urti della civiltà.
La zia Nunziadina, una nanina che
reggevasi su due piccole gruccie, alta un braccio da terra, con un faccino
profilato e bianco, tutta cuor di Gesù, lavorava i pizzi da chiesa, mentre la
Colomba, che potevasi paragonare a un gruppo di rovere, andava intorno coi
fagotti, al Monte di Pietà a comperare e per le case a vendere.
La povera nanina non era meno
attaccata a Ferruccio di quel che fosse la sorella.
Anche lei, che viveva in un
guscio, aveva seguito il figlio della povera Marietta per tutti gli anni che il
chierico rimase in Seminario, mettendo in disparte i pizzi più belli e un
cassettone di refe per le gambe del futuro ministro di Dio.
Quel dì che per qualche contrasto
il ragazzo dichiarò di non voler andar avanti, la zia Nunziadina non gli tolse
il suo amore per questo. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventò
ancora più tenero, quando le due zitellone, conosciute nel quartiere col nome
di «due beate», ebbero la fortuna di tirarsi il giovane in casa e di covarlo
come si cova un uovo. La zia Nunziadina gli cedette subito il suo stanzino
pieno di quadretti e di rosari, che dava sul giardino di casa Merliani, e lei
si ridusse a dormire nella stanza vicina, insieme alla Colomba. In mezzo non
c'era che una cucina, che serviva anche di salotto, col telaio e il seggiolone
della sciancatella sotto la finestra vicino al ballatoio. Davanti apriva il suo
grandioso ombrello un vecchio castano amaro, dalle braccia robuste, che
d'estate sbatteva nelle chiare stanzette una fresca e tremolante luce
verdognola. Le «due beate» vivevano come in paradiso, al di sopra degli stenti,
colla chiesa sull'uscio, colla vista dei giardinetti, risparmiando ogni giorno
qualche soldo, che andava a ingrossare un libretto di risparmio, che la zia
Colomba consegnava per sicurezza al padre Barca, il dotto rosminiano, autore di
una «Cosmogonia mosaica» molto riputata.
Ferruccio, per non essere di
aggravio alle zie, procurava di tornar utile in casa, attingendo acqua,
portando legna e carbone, uscendo e tornando colla cesta della roba stirata,
aiutando la zia Nunziadina a increspare, a incannettare le cotte e i camici, a
riscaldare i ferri: o correva al Monte, durante la vendita, per aiutare la zia Colomba
a trasportare la mercanzia. Il suo sogno era di poter entrare presso un libraio
a far pratica, dove potesse adoperar meglio le cognizioni e l'ingegno, e per un
pezzo sperò colla raccomandazione del padre Barca di essere assunto da un
editore di operette religiose; ma sul più bello il libraio fece affari d'autore
e fallì. Seguirono giorni di grande malinconia per il povero ragazzo, che si
vedeva lungo e inutile. Egli non poteva passar la vita a contemplare la zia
Nunziadina, che lavorava le sue dodici ore senza far rumore, tra le tortorelle
che passeggiavano in cucina a beccare nelle screpolature dei mattoni. In questi
momenti tanta tristezza gl'invadeva il cuore, che se ne trovava il viso molle.
«Come si fa, zia? i posti non si
trovano mica sempre secondo i nostri desideri, e io sono stufo di vivere alle
vostre spalle, povera gente anche voi. Del resto, in cinque mesi che mi trovo a
lavorare col sor Tognino, non mi sono accorto ch'egli sia quel diavolo
d'usuraio che dite voi. È un uomo d'ingegno, lesto, che lavora come un
giovinotto. Ora mi dà sessanta lire e capite, zia, che nel mio caso non è
facile trovarle dappertutto sessanta lire.»
Questi discorsi avevano luogo in
un basso ammezzato che serviva di anticamera allo studio del sor Tognino.
Una larga finestra, che occupava
quasi tutta la parete, riceveva luce da una corte in cui l'aria colava con un
color scialbo d'aria vecchia. In giro eran molte finestre che si guardavano in
faccia.
La casa è un'alta e bella
costruzione recente, posta quasi nel cuore della città, con molte botteghe
verso la via Torino, con eleganti balconi al primo e secondo piano, con un
portone signorile, su cui domina l'iscrizione cubitale d'un dentista tra due
massicci denti molari. Sugli stipiti sono molti cartelli e lamine scritte, che
dànno all'edificio il carattere d'un gran magazzino.
Dalla parte degli ammezzati
invece una porta secondaria viene quasi ad addossarsi alle logore costruzioni
della vecchia Milano, e serve di sfogo ai retrobottega e agli appartamenti, a
cui si accede per via d'una scaluccia sempre sporca e bagnata. Qui era lo
studio del padrone di casa, ossia di colui che i casigliani riconoscevano per
il padrone di casa, perché a lui pagavano due volte l'anno la pigione; ma in
realtà il signor Maccagno non era che rappresentante o subaffittario
interessato d'una Compagnia di assicurazione che aveva fatto poco buoni affari.
Dopo un po' di silenzio la
Colomba, che per la prima volta poneva il piede in quella tana, prese a dire:
«Io non voglio, il mio bene,
importi la mia volontà. Tu hai raggiunta l'età del giudizio e sai distinguere
da te quel che va fatto. Hai studiato anche il latino, sicché, figuriamoci! Ciò
che importa a questo mondo è di non perdere il timor di Dio. Anche di camicie
stai male, ma spero rilevarne una mezza dozzina al Monte al prezzo di quattro
lire l'una, se quel della tromba manterrà la parola. Son belle camicie nuove,
di tela forestiera, che forse hanno appartenuto a qualche conte sbagliato. Son
forse, un po' larghe, ma tu pensa a ingrassare, anima mia... E quella chi è?»
L'improvvisa domanda fu
accompagnata da un gesto verso una ragazza che scendeva la scala (di cui
vedevasi un gomito dalla finestra) facendo cantare un secchiello di rame.
«È la cameriera della signora.»
«Come si chiama?»
«Augusta.»
«È un bel nome, ma ha certi
occhi! Non sarebbe meglio che tu voltassi le spalle alla finestra, quando
scrivi?»
«Non ci si vede, cara zia»
rispose Ferruccio, ridendo con sicurezza, come chi ha l'animo tranquillo.
«Tu che hai studiato il latino
sai come si dice: Oculos porta peccatorum.»
La vecchietta allegra e rubizza
rideva ancora a sentirsi in bocca il latino, quando l'uscio si aprì bel bello
ed entrarono Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del lotto, Salvatore
Boffa il fonditore di caratteri e l'Angiolina l'ortolana, venuti in deputazione
per parlare al sor Tognino, loro mezzo parente, sull'argomento del testamento
Ratta.
Era il consiglio che aveva dato
loro l'avvocato Baruffa.
«Non c'è,» disse Ferruccio «ma
tornerà verso mezzodì. Se possono aspettare cinque minuti...»
«A me pare che dal momento che
siamo venuti possiamo anche aspettare...» osservò il
vice-ricevitore col tono di chi fa una proposta
ragionevole.
«Aspettiamo pure» gorgheggiò con
una cantilena tutta sua particolare l'ortolana, che, riconosciuta la Colomba,
riprese a dire: «Come? anche la Colomba nella casa dei ladri?»
La donna, che stava stringendo i
gruppi di due grossi involti, l'uno di panno verde l'altro in un fazzoletto
rosso di cotone, raccontò d'esser venuta a parlare a quel suo ragazzo, che era
figlio della povera sua sorella Marietta. Toccava a lei a fargli da mamma e a
rattoppargli i quattro stracci, perché il figliuolo, dacché era uscito dal
Seminario, si trovava come perso nel mondo. A trovare un onesto boccone di
pane, spavento! in giornata è diventato un affar serio.
«In giornata la fortuna è dei
ladri e dei Tognini» declamò l'Angiolina colla voce fresca, che usava in
verziere al tempo delle prime fragole.
«Io direi, punto primo, di non
guastare la torta» osservò colla naturale prudenza il
vice-ricevitore, che amava in ogni questione star sempre
dalla parte della ragione.
Prima di fare degli scandali era
bene parlare amichevolmente col loro parente, sentir le due campane e
ragionare. A ragionare ci s'intende, e per ragionare non è necessario
gridare...
Salvatore Boffa, quel piccolotto
nero che aveva ancora la faccia rifasciata nel fazzoletto, alzò il capo,
socchiuse gli occhi, dimenò le mani forse per dire: «Le donne, falle tacere le
donne...» Ma non uscì che un sordo mugolìo.
«Torto o torta, qualche cosa
dovremo rompere del sicuro» seguitò colla sua indomabile ostinazione la donna,
facendo scorrere le mani sulle maniche, come se si preparasse a lavare. «La
Colomba sa bene anche lei di che cosa si tratta.»
«Io non so nulla, caro il mio
bene. Io sto laggiù a San Barnaba, fuori del mondo.»
«Come? non sapete che Tognino
Gattagno» (e accompagnò il nome col gesto di chi gratta l'aria) «ha fatto scomparire
un testamento di quattrocento mila lire?» «Scomparire...» osservò sorridendo
Aquilino, che non amava le asserzioni avventate. «Punto primo...»
«Sissignori! un testamento, in
cui, dire a dire, è impegnato il sangue di tanta povera gente.»
«Noi non sappiamo se l'ha fatto
sparire o se non l'ha fatto...»
«Caro il mio regio impiegato, si
vede proprio che il cilindro vi scalda la testa.»
Angiolina volle alludere al
cappello che Aquilino aveva preso per la circostanza, perché Tognino non
dicesse in nessun modo che i parenti gli avevano mancato dei debiti riguardi.
«Non sappiamo? è vero o non è
vero che quella vecchia ha lasciato una sostanza di quattrocento mila lire? non
l'ha detto il notaio? non l'ha detto l'avvocato? non l'ha detto don Giosuè? è
vero o non è vero che questo birbone s'è pappato tutto?»
«Noi siamo venuti per discorrere,
e per discorrere bisogna, punto primo, discorrere, è vero?»
Aquilino, che non si curava mai
del punto secondo dei suoi ragionamenti, si volse verso Ferruccio per avere una
testimonianza in un giovinotto serio, che sapeva scrivere.
Anche il
vice-ricevitore, per dir la verità, lusingato un po' troppo
nelle sue speranze, dopo aver lasciato vincere alla vecchia parente delle
partite a tarocco, ch'era un peccato a strapazzarle a quel modo, anche lui era
rimasto scosso e mortificato quando il notaio assicurò che Tognino aveva
ereditato tutto. Un uomo, per quanto prudente e ragionevole, non è di legno.
Alla povera Carolina, Aquilino aveva fin strappato un dente, ed è sempre una
cosa ingrata dover sputar fuori una buona speranza.
Il testamento faceva obbligo
all'erede universale di assegnare ai parenti di secondo e terzo grado un
regalo, una mancia una volta tanto: ma Aquilino Ratta aveva dignitosamente
rifiutato l'elemosina. Un Aquilino che si è battuto a Mestre e ha fatto il
quarantotto non riceve elemosine. Con tutto questo non poteva approvare il
sistema di violenza con cui i diseredati credevano di farsi rendere giustizia,
punto primo, perché la violenza ha sempre torto...
«Non conoscevo questa storia del
testamento» disse la Colomba, cercando cogli occhi il figliuolo, che stava lì
come incantato anche lui a sentire. «Possibile? una sostanza di quattrocento
mila lire?»
«Tutta lui!» ripigliò
l'Angiolina, agitando i dieci diti raccolti in due pugnetti sotto il naso della
Colomba. «E questo cilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno della
galera... E dire a dire che siamo una masnada di bisognosi, senza contare i
morti di fame, corpo d'una biscia! che stentano a star diritti se tira vento.
Infame, tutto per lui e per le sue sgualdrine!»
La donna eccitata e sferzata
dalla sua passione parlava cogli occhi infiammati, colla faccia in su, coi
pugni chiusi e puntellati sul grosso dei fianchi, assorbendo in sé tutta
l'anima della Colomba e dei tre uomini che le stavano intorno.
«Quattro...cento...mila lire!»
sillabò ancora una volta, parlando quasi coi denti, verso la Colomba, che
infilati i due fagotti, congiunse le mani in un atto di pietosa commiserazione.
E l'ortolana, postandosi sul
piede destro, avanzato l'altro come se si preparasse a ballare il minuetto,
colle due braccia piegate sulle anche, come due solide anse d'un'olla di
bronzo, stava per aggiungere una lunga frangia, quando, proprio in quel punto,
l'uscio di scala si schiuse, spinto da una mano dolce, e Arabella entrò col suo
passo leggiero, dicendo:
«Scusi, signor Ferruccio...» e
vista dell'altra gente, fece un inchino colla testa, ripetendo: «Scusino...»
Era vestita d'un lungo soprabito di
velluto con orli e risvolti di pelliccia, con un cappello di mezzo lutto
guarnito di nastri violetti, che scendevano a fasciarle le fattezze delicate
del volto. Teneva le mani in un piccolo manicotto d'un pelo lungo e floscio,
che premeva sul grembo. Entrò col respiro un po' affaticato (essa era già sui
due mesi) portando in quell'aria ottenebrata e pregna dell'acre odore della
muffa e dell'inchiostro un delicato profumo di ireos...
Porse un foglio a Ferruccio,
dicendo:
«Le ho portato il promemoria
della povera Teresa Stella. Sono stata ieri a vederla e fa veramente
compassione. Ha il marito malato all'Ospedale e tre figliuoletti senza pane. La
stanza non può pagarla assolutamente; non è mica un pretesto. Lo dica a mio
suocero».
«Sissignora, glielo dirò.»
«Se no, pagherò io per lei.»
«Sissignora...» rispose di nuovo
Ferruccio, movendo il capo come un arlecchino snodato.
«Se le può perdonare il semestre,
fa un'opera di carità.»
«Sissignora.»
Ferruccio rosso più del fuoco
corse ad aprir l'uscio, come se avesse bisogno di mandarla via subito. Tremava
tutto.
«La permette, la mia bella
signora, che io la riverisca?» disse la zia Colomba, facendosi avanti con una
riverenza e co' suoi due fagotti infilati sulle braccia. E mentre Arabella le
fissava gli occhi in faccia: «Son la Colomba, che servivo i Grissini, la zia di
questo figliuolo, si ricorda?»
«Molto bene: e vi trovo tal e
quale. Come state, Colomba?»
«Si resiste. E la sua bella
mammina sta bene? Come s'è fatta grande e bella, angeli custodi. Non è più
quella magrina bionda che trovavo sulle scale, si ricorda? Ho dovuto domandare
a Ferruccio...»
«Brava! venite a trovarmi qualche
volta.»
«Certo, volentieri: mi farà una
grazia.»
«Lei si ricorda...» riprese a
dire Arabella rivolta verso il giovane. «una carità...»
«Sissignora...»
Ferruccio aprì di nuovo l'uscio e
si affrettò a chiuderglielo dietro le spalle, come se cercasse di tenerla fuori
per sempre.
«Ci vuol altro che vestirsi di
velluto, brutta smorfiosa» entrò a dire l'Angiolina subito dopo. «Ci vuol altro
che i cappellini e che il fare la carità col sangue della povera gente,
sgualdrinetta.»
«Che colpa ne ha lei?...» osservò
la Colomba.
«Le solite esagerazioni...»
soggiunse Aquilino, crollando il capo in aria di compatimento.
Ferruccio, pallido e irritato, stava
cercando anche lui una parola di difesa, quando la voce chiara e nervosa del
sor Tognino, che risonò sul pianerottolo, diede una scossa ai pensieri dei tre
delegati e agitò la zia Colomba, che avrebbe voluto essere già lontana tre
miglia.
«Non voglio assolutamente che lei
passi di qui» diceva il vecchio suocero ad Arabella. «Sta bene, sta bene, ma
può parlare con me senza bisogno di tanti avvocati.»
E ancora infiammato in viso aprì
l'uscio e con gli occhi semichiusi, come fanno oltre ai corti di vista coloro
che non vogliono vedere, adocchiò gli illustri personaggi che stavano
aspettando l'udienza.
Aquilino, volendo prendere una
rispettosa iniziativa, dondolò un poco sulle gambe a guisa di canna, e agitando
il suo cilindro prese a dire:
«Sono io, caro sor Tognino, io
Aquilino Ratta, sicuro: e questi son due nostri buoni parenti, coi quali, per i
quali siamo venuti, se lei ha tempo un piccolo momentino, perché vorressimo,
punto primo, discorrere un poco in intuito di quel testamento di quella povera
Carolina nostra parente, per la quale...»
«Aaah!» cantarellò in tono nasale
il vecchio affarista, come se cascasse dalle nuvole. «Passate di qui…» ed entrò
per primo nello studio.
Aquilino si rivolse all'Angiolina
e alzato un dito diritto come una lancia, le raccomandò ancora una volta la
prudenza. «Parlo io!» disse con quel dito in aria, e andò avanti. Il Boffa lo
seguì. Ultima fu l'Angiolina che, data una scossa tremenda alla Colomba, volle
tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:
«O vediamo i soldi, Colomba, o si
fa il quarantotto!»
E trottolò dietro gli uomini.
«O zia Colomba!» proruppe
Ferruccio, pallido in viso, correndo presso la donna. «Che storia è questa?
avete sentito che brutte parole? e che c'entra la signora Arabella?»
«Io non so niente, il mio bene, io
sto a San Barnaba; ma non mi meraviglio di niente. Il denaro è peggiore del
diavolo che l'ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi farò contare la
storia di questo testamento. Io ho detto subito che quella povera creatura era
in bocca ai cani...»
«Saranno le solite
esagerazioni...»
«Non mi meraviglio di nulla, e
torno a dire, vedrei volentieri che tu cercassi un pane migliore. Vieni a casa
presto stasera e ne parleremo anche colla zia Nunziadina.»
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