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Il signor Paolino Botta delle
Cascine Boazze aveva sposata la vedova di Cesarino Pianelli, madre di tre figliuoli,
colle più oneste e generose intenzioni del mondo; ma non andò molto che si
accorse di aver fatto uno sproposito. Ai figliuoli si aggiunsero altri
figliuoli, mentre i tempi si facevano più difficili pei poveri agricoltori.
Beatrice credette, nel suo placido
e incosciente egoismo, di poter godere lautamente dell'abbondanza in cui
l'aveva posta suo marito. E questi, d'altra parte, era troppo buono e troppo
innamorato, per non aggravare con un sistema di continue debolezze la
condizione già cattiva dei tempi e delle cose.
Paolino, non più giovane e poco
spiritoso, era in una continua preoccupazione di gelosia e di paura che il
Paolino d'oggi potesse, agli occhi della bella moglie, valer meno del Paolino
d'ieri: quindi un continuo sforzo in lui di sostenersi in dignità con spese
maggiori delle sue forze, con una continua e quasi febbrile ricerca di cose
nuove, di dolci sorprese, di tenere improvvisate, di troppo violenti trionfi
personali, che a lungo andare, per la legge naturale delle cose, finiscono col logorare
le ruote e il carro.
Fu quest'ambizione, mista
confusamente di scrupoli e di affezione, che lo persuase a collocare i tre
figliuoli della vedova in buoni collegi, i maschietti a Lodi presso i
barnabiti, Arabella presso le madri canossiane a Cremenno, un paesello di
montagna, che respira l'aria del lago, dove la ragazzina poté ricevere una
completa educazione, rifacendo nel clima dolce e salubre la sua costituzione
non molto ricca di sangue e alcun poco logorata da precoci patimenti.
Arabella rimase presso le suore
circa sei anni e imparò rapidamente e bene tutto ciò che le buone madri seppero
insegnarle, aggiungendo di suo quel che aveva patito, cioè un senso malinconico
delle cose e della vita che la portava a nascondersi in Dio. Il suo povero babbo
si era ucciso nel fior degli anni per sottrarsi alla vergogna d'un processo, e
l'idea di un'anima in pena, che espiava il suo male forse senza speranza di
perdono, aveva ancora la forza dopo cinque o sei anni di risvegliarla di sbalzo
in mezzo alla notte al minimo scricchiolìo, al minimo soffio di vento, che
paresse tra le fessure gemito o sospiro.
Suor Maria Benedetta, quando la
vedeva più pallida, indovinando il segreto dolore della poverina, la segnava
tre volte colla croce e la menava in disparte nel semi-oscuro
coretto, nel sacro tiepore che manda l'olio delle lampade, dove, inginocchiate
l'una dietro l'altra, la ragazzina davanti, ai piedi del Sacro Cuore pregavano,
pregavano, inebbriandosi insieme delle delizie dell'orazione mentale.
Intanto Arabella crebbe alta, con
un corpo flessibile ed elegante, più ricco di grazia che di forme, che sfuggiva
alle stesse pieghe larghe e goffe della divisa bigia del collegio. I suoi
capelli d'un biondo chiaro, l'ambizione del povero babbo, eran cresciuti e
cascavano in due lunghe treccie, che le buone madri cercavano d'allacciare e di
nascondere.
Alle Cascine Boazze la fanciulla
non passava che pochi giorni delle vacanze, in settembre, sforzandosi per un
sentimento di riconoscenza e di delicatezza di farseli piacere quei prati
lunghi e piani, quelle righe lunghe di salici smorti, che si accompagnano ai
fossati, quei casolari tozzi sepolti nel fango o nella polvere delle strade
calde. Il suo pensiero tornava sempre lassù a Cremenno, la sua patria spirituale.
Cremenno che suor Maria Cherubina chiamava l'anticamera del paradiso, lassù
dove l'occhio scende nei burroni e nelle valli fiorenti, e corre sugli specchi
azzurri del lago Maggiore, dove infine un'anima agile e pia ha meno strada per
toccare il cielo. A lei il secondo matrimonio della mamma non era piaciuto fin
dal principio. Ma poiché era dovere di accettare i fatti compiuti, si era
proposta fin dai primi tempi di fare in modo che la sua vita non andasse a
pesar troppo sulle spalle del patrigno. Già le pareva di aver troppo accettato;
e poiché le suore eran contente di lei e le facevano la corte, non tardò a
formulare il pensiero deciso della sua vocazione. Si sentiva naturalmente
attirata a entrare nella famiglia delle sue maestre, a consacrare la sua
esistenza all'istruzione nei collegi dell'ordine. Aiutava questa vocazione la
vista del disordine crescente che ritrovava alle Cascine, una casa che
reggevasi a forza di puntelli sopra un più nascosto e più profondo disordine
amministrativo.
Come avesse potuto il signor
Botta in pochi anni scendere e precipitare così basso, era un mistero per
tutti, che la crisi agraria e i tempi difficili non bastavano a spiegare. Certo
la scomparsa della buona sorella Carolina, che per molti anni aveva tenuto nelle
mani il governo dell'azienda, e l'entrare in casa d'un'altra donna, non così
pratica e avveduta, era stato il principio d'una decadenza, che una volta
avviata, non ebbe più ragione di fermarsi. A questa condizione generale si
aggiunsero alcune disgrazie.
Il signor Paolino, nel primo
entusiasmo della luna di miele, si lasciò prendere dalla febbre del fabbricare.
La vecchia cascina non gli pareva più sufficiente ai bisogni della cresciuta
famiglia e alle idee della bella moglie. Si mise nelle mani d'un capomastro e
cominciò a tirar su dei muri nuovi. Ma nel tracciare i nuovi edifizî non si
osservarono con abbastanza scrupolo i confini d'un canale di scarico, dov'era
anche una testa di fontana che dava un qualche dito d'acqua ai fondi del
vicino.
Queste quattro goccie d'acqua
tirarono addosso al signor Botta una causa, coll'ordine perentorio di
sospendere i lavori. La causa, come sempre, andò per le lunghe e costò un fiume
di denari. Finalmente, dopo quasi tre anni di rinvii, di ricorsi, di comparse,
di sopraluoghi, di perizie, il signor Botta fu condannato a pagare sotto forma
d'indennizzo una somma di lire quindici mila, una volta tanto, al signor
Tognino Maccagno, quale amministratore e rappresentante dei fondi di proprietà
Ratta. A queste quindici mila lire bisogna aggiungere le spese di processo, gli
avvocati, le carte bollate e i conti di fabbrica. La casa nuova rimase lì, né
ritta, né seduta, coi muri greggi che invocavano un tetto, ma non c'eran più
denari. Vi piovve e nevicò sopra fin che piacque al padrone dell'acqua e della
neve, fin che quei poveri muri pigliarono un aspetto di rovina prima ancora di
nascere. Di contraccolpo ne soffrì la casa vecchia e il padrone, che tra la
rabbia e il dolore, ammalò di mal di fegato con travaso d'itterizia.
Beatrice, con tutti i figliuoli
indosso (tre del primo letto, tre del secondo), si contentava della sua parte,
dava qualche comando alle persone, non badando che fosse eseguito, girava per
la casa mal pettinata, mal vestita, trascinando le fascie e la cesta del suo
poppante, sfogandosi con qualche vicina intorno ai suoi mali di stomaco, che le
facevano sonare gli orecchi e le riempivano il capo di campanelli.
Era naturale che Arabella, tutte
le volte che usciva dal suo collegio bianco e pulito, si trovasse male in quel
vecchio e sgangherato cascinale, tra quei pilastri di vecchio mattone, nel
lezzo acuto degli strami che fanno monte in mezzo alla corte.
Alle Cascine c'era sempre una
stanza riservata a lei, che durante la sua assenza serviva di deposito alle
patate ammonticchiate in un cantuccio. Dalla finestra l'occhio poteva scorrere
sulla verde distesa dei prati fino all'antica abbazia di Chiaravalle, che
usciva da un folto di pioppi e di salici cenericci con una severa e ardita
dignità; ma anche in quella stanza dalle pareti ruvide e ruvidamente intonacate
di calce, dai grossi travi del soffitto male spiallati, dai quadretti di vetro
verdognolo sulle impannate, dal permanente odor di rinchiuso, essa stentava
troppo a ritrovare la sua benevolenza, e l'energia di comparire, di operare, di
concorrere cogli altri al bene della sua famiglia. E mentre da una parte
contava i giorni di andarsene, non poteva sfuggire dall'altra parte a un senso
quasi di rimorso di non saper restituire nulla a sua madre e al suo benefattore,
in pagamento del bene che le avevano fatto, col darle una buona educazione e
col metterla in grado di apprezzare i beni superiori della coscienza e della
religione. Se non ci fosse stato un uomo tanto generoso da prendersi tutta una
famiglia sulle spalle, che cosa avrebbe potuto essere una povera vedova con tre
figliuoli piccini? Quale aiuto avrebbe dato il mondo alla figlia di un uomo che
si era ucciso per isfuggire all'infamia di un processo? Queste idee, cozzando
colle altre che venivano da Cremenno, facevano spesso un tal tumulto nel suo
piccolo cuore che spesso non poteva dormire la notte.
Una giovinetta di diciott'anni,
educata a tutte le delicatezze spirituali di un collegio di monache, che
chiamano peccato ogni filo di polvere dimenticato sui mobili, non poteva
adattarsi senza ripugnanza all'unto e al bisunto di cose e di abitudini
grossolane, alla materialità di una vita così rasente terra, agli schiamazzi,
al vociare continuo, al fumo che i camini rimandano negli occhi, all'untume delle
minestre di lardo, al puzzo delle stalle, al linguaggio nudo e mal vestito dei
villani, che parlano secondo natura vuole, andando alle cose per le parole più
corte.
«Il mio collegietto di Cremenno
mi è sempre nel cuore» scriveva a suor Maria Benedetta «e in questo basso mondo
stento ad abituarmi.
«Non può immaginare, mia buona
madre, quanta malinconia mi fa la vita dei pallidi astri e dei girasoli, che
fioriscono in questo nostro umido orticello, dove la notte vengono a cantare le
rane. Mi assale una specie di vertigine quando penso alle mille rose che
ornavano la nostra Madonna l'ultimo giorno del mese di maggio. Penso a loro
così liete nella santa opera dell'educare e mi spavento quasi della mia inerzia
di spirito. Anch'io ho un gran debito da pagare a Dio, e mi pare che ogni notte
la povera anima venga a bussare al mio uscio.
«A casa mi tornano tutte le
memorie del passato e mi par di soffrire per me e per conto di un assente che
aspetta tutto da me. Quel giorno che potrò consacrare il mio cuore e la mia
giovinezza all'esercizio del bene e alla preghiera perenne, soltanto allora mi
sembrerà di aver trovata la mia strada: soltanto allora potrò dormire tutta una
notte intera.»
L'ultima volta che venne alle
Cascine tornò a scrivere con più malinconia:
«A casa ho trovato nuove
tristezze. Questo mio secondo padre, al quale devo pure della gratitudine, mi
ha raccontato molte sue disgrazie, da cui non ho afferrato bene che un
pensiero, cioè che io son di peso. E veramente che posso fare io per sollevare
questo peso? Se è vero che gli affari dell'azienda vanno male, quale rimedio
posso io opporre se non è una fervida preghiera a Colui che può tutto? dove
potrei pregar meglio che in codesto luogo, dove ho imparato a conoscere il
tesoro dei beni spirituali? Ho fatto domandare a Lodi quel che ci vuole per
ottenere la patente di maestra e nel prossimo ottobre potrei dare gli esami.
Così, se non potrò, nella mia miseria, portare alla Congregazione una dote (e
lei sa che di mio non ho che dolorose memorie) cercherò di portarvi un titolo
utile e una bella volontà di lavorare.»
Questo malinconico desiderio di
rinchiudersi e di sottrarsi alla tristezza delle cose cresceva in lei fino al
patimento, nelle giornate bigie e in quelle piovose, quando il lungo cascinale
colle molte bocche dei fienili aperte nella corte, coi porticati tozzi,
ingombri di travi, di fascine, di attrezzi, coi tetti neri e lucenti,
sgocciolanti acqua nelle tinozze, pareva sprofondarsi nella nebbia e nella
mota.
In quella scolorita tetraggine
com'era triste il vociare delle oche che starnazzano nel pattume! e che
indefinita voglia di non essere metteva indosso il piagnucolare del fratellino
in fascie, che la mamma non sapeva consolare, un piagnucolare dolente, che
saliva dalla cucina insieme al rotto frastuono delle faccende!
Tratto tratto la giovinezza
voleva la sua parte. Al tornare, per esempio, d'una bella giornata pigliava con
sé qualche libro, l'album, il panierino di lavoro e correva colla furia d'una
passera spaventata verso una chiesuola detta la Colorina, isolata in mezzo al
verde dei prati, a mezza strada tra l'Abbazia e il Camposanto.
Più che una chiesa, si poteva
dire una vecchia cappelletta votiva restaurata e ingrandita al tempo della
peste, non arredata ora che da un povero altare di legno inverniciato con
quattro figure smorte su per le lesene sgretolate del muro. Serviva anche di
deposito e di magazzino al becchino che vi raccoglieva gli arnesi del mestiere.
Là dentro l'aria e il sole entravano liberamente per le finestre non difese che
da logore impannate coi piombi scassinati, con ragnatele al posto dei vetri.
Entravano nella chiesina le rondini, che avevano i nidi sotto le cornici di
gesso; entravano i bimbi e le galline per la porticina sempre aperta sui campi,
nella quale nei quieti meriggi di estate soffiava l'aria calda e profumata del
fieno agostano ch'essiccava sul prato.
Arabella, sfuggendo alla sua
malinconia, si rifugiava spesso alla Colorina, costeggiando un lungo canale
d'acqua corrente e lucida, chiuso tra due filari di salici. Entrava, e chiuso
col saliscendi interno la porta sconnessa, si trovava subito con Dio e colle
ultime rondini dell'anno a riflettere sulla sua vocazione, a meditare sui
dolori della terra e sulle immense cose che riempiono il cielo, a pregare per
l'anima bisognosa del povero papà. Più che leggere nel libro di devozione,
leggeva nella pagina azzurra del cielo, che dal suo banchetto vedeva attraverso
a una larga finestra ovale: ed era un assopimento leggero di tutti i sensi in
una visione senza contorni, nella quale sentiva diluire la sua piccola vita in
un mare di gaudio.
Era la vigilia della Madonna di
settembre. Arabella verso sera affrettavasi a dare gli ultimi punti al bucato
della quindicina, di cui aveva davanti una cesta piena, sotto la finestra della
sua camera, quando vide entrare papà Paolino più triste e più malato del
solito. Si mise a sedere con l'aria stracca dell'uomo sfiduciato, finché in
mezzo a dei grandi sospiri uscì a dire:
«Puoi darmi ascolto due minuti,
Arabella?»
Perché non doveva ascoltarlo? il
disgraziato era solito sfogarsi con lei quando la passione gli mozzava il
respiro. Anche questa volta egli cominciò molto da lontano. Lo avevano tradito
perché si era fidato troppo degli uomini. Tutti rubavano, tutti mangiavano
addosso a lui, povero uomo, che aveva il sangue alla gola. Tornò a parlare di
una certa ipoteca... parola che alla monachella ignorante suscitava l'idea
d'una cosa antipatica e odiosa, ostinata a voler fare del male a papà
Paolino...
Un padre di famiglia, seguitava
lui, non può fuggire e rinchiudersi in un convento. Come un capitano di mare,
deve naufragare e abbruciare col suo bastimento. San Martino veniva avanti a
gran passi, egli avrebbe dovuto rinnovare l'affitto coll'Ospedale, pagare gli
interessi al sor Tognino e non aveva i mezzi abbastanza. La causa, i cattivi
raccolti, la concorrenza, le malattie, i figliuoli, le spese, l'avevano mezzo
rovinato. Bisognava ricorrere alle cambiali, cioè farsi strozzare o liquidare,
vale a dire rovinarsi prima del tempo, perché una liquidazione agricola
significa perdere le scorte, i foraggi e i frutti del capitale versato sulla
terra.
E poi dove andare? che cosa fare?
se si fosse lumache! ma quando un uomo ha perso il credito, è peggio d'un
cavallo che ha le gambe rotte...
E tante altre cose seguitò a
tirar fuori dal petto quel benedetto uomo, lasciando sgocciolate sulle gote
rese fonde e scialbe dal male quelle lagrime, che in presenza di mamma Beatrice
si sforzava d'inghiottire in stranguglioni grossi e duri come noci.
Arabella l'ascoltò con
attenzione, con pietà, con una commozione sincera e profonda, lontana le mille
miglia dall'immaginare dove sarebbe andato a finire un discorso così patetico,
che somigliava troppo a cento altri, perché ella vi potesse supporre qualche
cosa di nuovo. Cercò di mettere qua e là una di quelle parole che hanno bisogno
d'una gran fede nella Provvidenza per far bene; ma papà Botta pareva disperare
anche della Provvidenza. Da tre domeniche non si lasciava vedere a messa. La
sua vita e la sua morte erano nelle mani del sor Tognino.
Questo nome di sor Tognino,
insieme all'altro di ipoteca, più di cento volte era tornato nei discorsi di
papà Botta, come quello di un genio cattivo della sua casa.
«Mi dica, papà,» chiese con un
moto di lenta curiosità «questo sor Tognino non è quello stesso che ha fatto la
causa di turbato possesso?»
«Lui, precisamente. È un uomo
forte, pieno di denari, che mi può fare del male e anche del bene.»
«Come c'entra ancora?»
«C'entra perché io non l'ho
pagato... cioè l'ho pagato parte con delle cambiali, parte con delle ipoteche.»
«Se io potessi capire queste
benedette parole...»
«Bisogna però esser giusti anche
con lui e riconoscere che mi usò sempre della cortesia. Volle mostrarsi forte nel
suo diritto, ma non posso dire che abbia abusato della sua forza. La gente
vista da vicino alle volte è migliore di quel che sembra da lontano. Io l'ho
sempre trovato un uomo ragionevole. È appunto di lui che son venuto a parlarti,
la mia figliuola.»
«Se non lo conosco...»
«Egli conosce te.»
«Che vuole da me questo signore
delle ipoteche?»
«Ti ha incontrata due o tre volte
sulla strada della Colorina, è un signore che passa in una carrozza coperta,
con un cavallo grigio…»
«Un uomo vecchiotto...»
«Ma un vecchiotto in gambe.
Possiede San Donato, o se non lo possiede, lo amministra, che è quasi lo
stesso. L'ho trovato sabato quindici a Melegnano e venne ad offrirmi del
miglio. Poi mi domandò se quella signorina, così e così, che incontra spesso
sulla strada della Colorina, è mia figlia. Gli dissi: è mia figlia adottiva, ma
è più che mia figlia.»
Papà Botta si commosse all'idea
del bene che avrebbe voluto fare ai figli di Cesarino Pianelli, e che il
destino invece...
«Lo so, lo so» fu pronta a dire
Arabella, posando una mano sopra un ginocchio del suo benefattore.
«È una bella e simpatica
ragazza», seguitò il sor Tognino, e ha l'aria d'una donnina di talento. Come
sarei contento (ripeto le sue parole) come sarei contento se mio figlio
sposasse una ragazza così! E io: la nostra Arabella ha tutt'altre idee e non
pensa a maritarsi.»
«Infatti...» si affrettò a dire
la fanciulla, sorridendo e arrossendo un poco.
«E ci lasciammo, e amen: non se
ne parlò più. Comprai il miglio e questo discorso m'era già uscito dalla mente,
quando stamattina ricevo, guarda, ricevo una lettera, to'...» e trasse di tasca
un foglio «una lettera sorprendente, che non ho osato far vedere a tua madre,
perché le donne si scaldano facilmente la fantasia e a me piacciono le cose
misurate e ponderate. Sicuro! tu hai già fatto il tuo pensiero, e il tuo
pensiero dev'essere per noi inviolabile come il Santissimo sopra l'altare.
Prima di tutto la voce del cuore, e per quel che c'è di bello nel mondo, vorrei
poter anch'io dare un bell'addio e ritirarmi sopra una montagna. Ma un padre di
famiglia è come un capitano di mare. Quando ho sposato tua madre, Arabella,
speravo bene di fare la vostra fortuna e Gesù è testimonio che se si fosse
trattato del sangue, avrei dato il sangue. Le cose sono andate a male,
pazienza! ma crepi io sotto la mia casa prima che domandi il sacrificio di
nessuno. Questa lettera nessuno l'ha vista, si può leggere e si può abbruciare.
Non te l'avrei nemmeno fatta vedere, se non mi si dicesse d'interrogarti; né io
posso rispondere, se non t'interrogo. Leggi e per tutta risposta dimmi un no,
un sì, una parola che io scriverò tal e quale al sor Tognino, senza...»
Un piccolo singhiozzo ruppe a
questo punto un discorso, che il pover'uomo non aveva più la forza di
sostenere.
Arabella, fattasi più presso alla
finestra, lesse nella corta luce del tramonto le seguenti parole:
«Mio caro signor Botta, vuol
interrogare la buona Arabella in proposito del discorso di sabato? Mio figlio
non cerca dote e quando scegliesse una moglie di suo gusto, sono disposto a far
qualunque sacrificio. È libero il cuore della popòla? potrei dire per
esempio, al mio Lorenzo di passare qualche volta a caccia da queste parti? La
cosa resti tra noi; ma fin d'adesso assicuro il signor Botta che se combiniamo
l'affare io giro a mia nuora tutti i diritti ipotecari che posso vantare sulle
Cascine. Tra buoni parenti non si guarderà al centesimo; anzi spero di fare un
buon acquisto nell'esperienza del mio vicino per il buon andamento dei fondi,
di cui sono un meschino e incapace amministratore. Mi mandi una risposta presto
e buona».
Arabella lesse due volte
lentamente fin che le parole regolari e nette della lettera scomparvero
nell'ombra della sera. Sebbene còlta all'improvviso, coll'animo caldo d'altri
pensieri e a tutta prima l'idea del maritar le sembrasse un'assurdità da
riderci su, tuttavia, nel punto di aprir bocca, sentì correre sul cuore qualche
cosa come un dubbio, o come un rimorso, che arrestò la deliberazione e la
trattenne in una penosa sospensione d'animo.
Nel voltarsi a rendere la
lettera, scorse il suo patrigno e benefattore raggomitolato sulla sedia, quasi
nascosto dal buio, coi gomiti puntellati ai ginocchi, colla testa chiusa tra le
mani come in due morse, nell'attitudine stanca e paurosa di chi aspetta una
sentenza fatale. A quella vista non ebbe coraggio di togliergli tutte le
speranze.
La campanella della Colorina
prese a suonare i segni del rosario. Pareva una voce che parlasse da lontano,
un avvertimento che uscisse dalla tristezza infinita dell'ombra e della
pianura.
Dal portico saliva il piangere
del piccolo Bertino malato, accompagnato da una cantilena della «Bassa», in cui
urtavano i ruvidi colpi della culla sballottata fuor di tempo.
Al piangere del piccino
mescolavansi altre voci di ragazze e di donne, insieme al cigolìo dei secchi,
al rotolare delle carriole che rientravano cariche d'erba, nell'ombra sempre
crescente del casolare, in cui serpeggiava quasi un senso di paura.
Rimasero tutt'e due un lungo
tratto in silenzio, occupati, smarriti nella grande quantità di pensieri, che
passarono in mezzo tra l'uno e l'altra, che se avessero avuto figura, si
sarebbero visti intrecciarsi, cercarsi e sfuggirsi agitati da una stessa
passione.
Il benefattore non voleva
sacrifici, ma perché aveva aperta la questione? La speranza è sempre in ciò che
non si ha, e molte volte in ciò che non si vuole. Questo buon uomo, che
aspettava una parola di vita o di morte, aveva strappata una povera vedova con
tre figliuoli dalla disperazione e dalla miseria e aveva procurato a una
fanciulla, senza padre e senza protezione, i mezzi d'educarsi, d'essere qualche
cosa, togliendola ai cento pericoli che circondano un'orfanella povera e
abbandonata.
Quel Dio, a cui Arabella era
disposta a sacrificare la sua giovinezza e la sua vita in espiazione, chi sa?,
parlava forse per la bocca medesima di un uomo onesto e virtuoso, del quale
s'era servito per operare i prodigi della sua bontà e della sua carità.
Arabella sentì subito in quel
primo e improvviso conflitto di sensazioni e di pensieri che non basta essere
santi a questo mondo, cioè comprese che è impossibile diventarlo, se non si
comincia coll'essere pietosi e buoni. Non volendo mostrarsi arida e
intollerante, si accostò al pover'uomo, che non osava alzare il capo, e gli
disse:
«Questa lettera, veramente, io me
l'aspettavo così poco, che non so che cosa rispondere. Bisogna a ogni modo che
io rifletta, che interroghi me stessa. Ne parleremo anche colla mamma. Io non
conosco questa gente: e son così lontana dall'idea di maritarmi… Ma intanto si
faccia coraggio, papà, non si avvilisca in questa maniera. Ha visto che Dio ci
ha sempre aiutati in cento altre circostanze...»
Paolino, soffocato dalle lagrime
e dalla commozione che suscitava in lui la voce tenera e pietosa della
figliuola, alzò un poco la testa, prese la mano della ragazza, se la strinse
nelle sue, e voleva dire ancora ch'egli non cercava il sacrificio di nessuno,
che aveva parlato solo per iscrupolo di coscienza, che qualunque fosse la
risposta, il suo cuore non si sarebbe mutato per rispetto alla sua cara
Arabella; ma di tutto ciò non poté dir nulla. Si sentiva un uomo strozzato.
La voce della mamma in fondo
della scala chiamò a cena, e come se quel grido disturbasse due innamorati, papà
Botta scappò via. Arabella raccolse il bucato e chiuse la finestra.
Peccato! camminava così serena e
sicura nella strada della sua vocazione ed era già così vicina a toccare il
porto della sua pace, che la monachella si irritò non senza qualche ragione
contro questo improvviso ostacolo e si meravigliò di non trovare in sé il
vigore e il rigore delle vere sante, che non odono che una voce.
Il dir di no e seguitare la sua
via sarebbe stato più naturale e più semplice per lei e anche per la gente che
si occupa dei fatti altrui, perché, infine, nulla di più ridicolo d'una mezza
monachella che sulla soglia del convento si volta a sposare il primo che
capita. Con tutto ciò al di sotto delle prime ragioni andava formandosi e
crescendo un'altra convinzione, fatta più di coscienza che di ragioni, una
coscienza mista a uno sgomento indeterminato delle conseguenze, che il suo
decidersi, qualunque fosse, avrebbe trascinato con sé.
Scese anche lei in cucina, come
al solito, a cena. In casa Botta, seguitando gli usi antichi, ognuno pigliava
un posto a una gran tavola, dov'erano distribuite molte scodelle in disordine,
servite senza lusso di tovaglie e di tovaglioli. Un pentolone solo bagnava le
zuppe dei padroni e dei castaldi, che tolta la ciotola in mano, sedevano in
giro sui sacchi e sui barili a sbrodolarsi lo stomaco. Un'unica lucerna a
petrolio rischiarava il vasto camerone, ingombro più che arredato di vecchie
tavole, di sedie spagliate e zoppe, di botticelle, di sacchi pendenti dal
soffitto, di molta roba usata, inutile o dimenticata, che la pigrizia lasciava
lì e il disordine pigliava a calci.
Bertino quella sera non fece che
piangere tutto il tempo. Era arrivato anche l'attestato scolastico di Maria con
delle note scadenti e una lettera scoraggiante del padre rettore. Mario, il
maggiore dei due fratelli di Arabella, avrebbe dovuto corrispondere con più
riconoscenza agli sforzi e ai sacrifici di papà Botta. La mamma ne aveva gli
occhi rossi, ma ordinò alla figliuola di non dir nulla a quel povero uomo. In
quella casa si giocava a chi sapeva più bene nascondere: e un male, che si
poteva guarire a tempo, si copriva di cenci finché fosse incancrenito.
Arabella, vestita d'una divisa
scura di collegio, che davale già l'aspetto di monaca, cogli occhi fissi in una
scodella d'orzo bollito, sentì tutta la tristezza di quella gran casa in
decadenza, una barca sdruscita, troppo piena di roba e di gente, che faceva
acqua da tutte le parti, dove ogni sera venivano a radunarsi i rancori, le
delusioni, le tristezze di giornate lunghe, piene di fatiche inutili.
Quel povero Bertino non cessò mai
dal piangere. Era malato, si vedeva, d'un male che nessuno credeva necessario
di curare e al quale ognuno dava un nome diverso. Sentendosi anche lei un gran
peso alla testa, colse un pretesto e si ritirò prima del solito nella sua
stanza, dove si chiuse al buio, per bisogno di raccogliere i suoi pensieri.
Perché avrebbe dovuto maritarsi?
Quando aveva ella pensato mai che ci fossero degli uomini al mondo e che ad uno
di questi uomini avrebbe dovuto legare la vita e l'anima? La sua vita, più
ricca di pensieri che di passioni, trattenuta anche dagli spontanei rigori di
una natura tenera e delicatissima, più irrigidita che scaldata dall'educazione
sistematica della scuola e della chiesa, intimidita dalle apprensioni provate
fin da bambina, non conosceva nessuno di quei ciechi fenomeni dell'istinto, che
turbano la giovinezza di altre fanciulle. Dell'amore ne sapeva quel poco che
una collegiale può capire dai «Promessi Sposi» e dai proverbi della gente
onesta, e andava, tutt'al più, a immaginare una tenera e affettuosa benevolenza
tra uomo e donna, che ha per misteriosa conseguenza un certo numero di
figliuoli. E con questi scarsi elementi della vita essa era chiamata a decidere
della sua vita. Chi era questo bravo uomo a cui avrebbe dovuto consacrare la
sua benevolenza? L'aveva mai incontrato una volta sulla sua strada? Credeva
anche lui in Dio e nel bene? Come poteva dunque esitare a rispondere una parola
che la salvasse subito e per sempre da una terribile responsabilità?
Presa dalla voglia d'uscire al
più presto da un'incertezza così penosa, accese un lume, levò dal cassetto un
foglio e cominciò a scrivere a papà Botta i motivi morali che non le
permettevano d'accettare l'offerta del signor Tognino. La sua vita, scriveva,
era già consacrata allo sposo celeste, e non era la vocazione d'un giorno, ma
il pensiero dominante di tutta la sua giovinezza. Per questo voto aveva già
ricevuti replicati affidamenti di grazia, talché il venir meno alla promessa
sarebbe stato per lei un tradire, un abbandonare sopra l'abisso un'anima
bisognosa, l'anima del suo povero papà.
In questa convinzione, che le
maestre e i confessori avevano più volte ribadita nel suo tenero cuore, la
fanciulla si sentì così dotta e agguerrita, che non le mancarono le parole
calde e affettuose per convincere sé e gli altri; e dopo tre pagine la sua mano
leggera scriveva ancora, come se un angelo guidasse la penna, provando essa
stessa una soave emozione nel rileggere parole e frasi scaturite quasi
miracolosamente dalla ricchezza del cuore, e che le inondavano il viso di
lagrime.
Sonavano le nove nel gran
silenzio. Alle Cascine eran scomparsi i lumi e parevan già tutti addormentati.
Dalla campagna non veniva che il rotolar sordo dei carri che battono la strada
grossa, qualche abbaiare lontano di cani, due o tre volte il fischio del vapore
della vicina stazione di Rogoredo. La notte era serena e scura, con un cielo
gremito di stelle; per tutto un silenzio raccolto, entro il quale bisbigliava lo
zampillo d'una bocca d'acqua che dava a bere ai prati. Arabella stava per
chiudere la lettera, quando risonò improvvisamente un grido, che fece trasalire
il cuore già gonfio e commosso.
Pareva la voce della mamma. No,
era ancora il piangere dolente di Bertino. Sente uno sbattere d'usci e gente
che corre. Poi subito la voce di papà Botta che chiama:
«Arabella!»
Salta in piedi:
«Che c'è?»
«Vieni, io corro a cercare il
dottore.»
E sente di nuovo il passo di papà
Botta scendere la scala e correre attraverso i campi.
«Che cosa c'è mamma?»
Corse, entrò nella stanza della
mamma e la trovò col bambino in braccio che si dibatteva in feroci convulsioni.
La voce del piccino, dopo quel gran grido, usciva soffocata come un rantolo
dalla gola e le manine annaspavano con violenza nell'aria, come se si
sforzassero di togliere un laccio, lì alla gola.
La povera mamma si era accorta da
poco tempo che il suo Bertino moriva. Mezza svestita, coi capelli in disordine,
bianca come la neve, non sapeva dir altro che:
«Gesù, Gesù!»
Arabella prese lei il bambino in
braccio, spalancò la finestra e ve lo portò in maniera che la respirazione fu
subito meno affannosa. Cercò coi diti di schiudere la piccola bocca inchiavata
dalla convulsione; ma non poté. Finalmente venne il dottore, che giudicò un
caso gravissimo di angina difterica.
Bertino, un grassottello roseo,
coi riccioli biondi, era il coccolo di tutti alle Cascine, e papà e mamma gli
volevano bene anche per quest'ambizione. Ora papà pareva la morte in piedi, e
la mamma, dopo aver brancolato un pezzo per la stanza senza conchiudere nulla,
finì col cadere svenuta in mezzo alle donne.
Il dottore non poté contare che
sull'aiuto intelligente di Arabella, che tenne fermo il bimbo, mentre gli
bruciavano in gola, soffocando nelle sue braccia i guizzi tremendi del povero
angelo, resa forte del coraggio che la donna attinge alla pietà, fatta avveduta
e intelligente da quella buona maestra, la natura, che mette nel cuore della
donna ciò che la scienza non fa che confondere nei libri.
Finita la crudele operazione, la
sorella sedette accanto al lettuccio, dette delle ordinazioni, mandò via la
gente, comandò che il bimbo fosse suo, notò i consigli del dottore e non si
mosse più per ventiquattro ore da quel suo posto, finché durò la tremenda agonia,
finché il piccino non ebbe dato
l'ultimo respiro.
Era la prima volta ch'essa vedeva
soffrire a quel modo un'innocente creatura ed era il primo morto a cui chiudeva
gli occhi; e le parve, attraverso i patimenti, di veder al di là, nel vasto
mistero delle cose.
Nella lunga veglia, nel faticoso
sforzo dell'animo non sapeva a volte distinguere tra sé e la povera mamma, che
andava e veniva come un fantasma. Era un patimento solo che stringeva due
cuori; se non che la giovinezza e la baldanza delle forze facevano sentire alla
figlia anche una superiorità morale, che la piegava a un senso di protezione
verso la povera donna. Senza volerlo si sentì l'anima della casa. Si meravigliò
di non aver conosciuto prima quel grande amore che la legava al fratellino, e
contemplandolo spirato, provò lo strazio di chi si sente portar via il cuore.
Qualche cosa d'irrigidito scioglievasi in lei. Non mai aveva abbracciato con
tanta effusione d'affetto e di lagrime la sua povera mamma, che le ricordò nel
suo sfasciamento la Madonna addolorata ai piedi della croce. E anche questa
stessa pia tradizione di dolori sacri e adorati prese nel suo cuore un
significato novissimo di verità, di umanità, di grandiosa comprensione, come se
l'umanità saltasse fuori dalle venerate immaginette simboliche della via
crucis.
Nel dolore immenso conobbe
l'amore, si sentì madre anche lei in qualche maniera dei piccini e dei grandi,
e quando, dopo un sonno profondo di alcune ore, si risvegliò nella sua stanza e
ritornò col pensiero alle cose di qua, le parve di aver fatto un lunghissimo
viaggio.
Rileggendo la lettera che aveva
preparato per il suo patrigno, la trovò fredda e artificiale, e soffrì di non
sentirla più come prima. Forse vi sono al mondo per una donna due sorta di vocazioni,
di cui essa non aveva finora conosciuta che la più semplice. Nascose la lettera
e rimandò la risoluzione del delicato problema a un altro momento.
Continuamente ora avevano bisogno
di lei. La mamma non faceva che piangere sul cadaverino e in quanto a papà
Paolino metteva paura a vederlo. Lungo, scarno, col viso giallo, l'occhio
itterico, i capelli irti come setole faceva e rifaceva quelle maledette scale,
rispondendo a caso alle domande dei famigliari, alle consolazioni del curato,
dimentico degli altri grossi dispiaceri, che per riguardo a questo si
rassegnavano a tirarsi indietro. Arabella per mettere una nota di consolazione
volle che il funerale del piccino fosse bello e gaio, come si usa in campagna
cogli angioletti. Fece sonare a festa e mandò a raccogliere quanti fiori trovò.
Preparò essa stessa la bara con molto verde e ordinò alle donne di condurre i
bambini, di cui non c'è mai penuria, a ciascuno dei quali mise in mano un
ramoscello di mirto. Tutti sentirono la seduzione di quei conforti, e quando il
corteo si mosse sotto il sole d'una bella giornata di settembre e cominciò a
sfilare lungo il canale pel viale dei salici che mena alla chiesa, tutti avevan
gli occhi sopra la monachella, a cui dovevano l'edificazione commovente di
quello spettacolo.
Il funerale, al ponte, s'incontrò
in una carrozza, che si tirò in disparte. Un vecchio signore e un elegante
giovinotto saltarono dal legno e stettero col cappello in mano a veder sfilare
la processione. Arabella, che veniva in coda alle bambine, credette di
riconoscere il cavallo e il legno del signor Tognino e immaginò chi poteva
essere il giovane robusto che era con lui.
Il cuore, che aveva interamente
dimenticato, balzò come al tocco d'uno spillo. Un profondo turbamento scosse il
sangue. Il volto pallidissimo, stanco e sbattuto dalle lagrime, si accese
improvvisamente d'una fiamma, che parve a chi la guardava dar fuoco ai sottili
capelli biondi.
Fu, quella la prima volta che
Lorenzo Maccagno vide la figlia di Cesarino Pianelli.
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