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Aveva detto bene la Colomba: «Gli
uomini fanno i cattivi affari e poi tocca alle donne d'aggiustarli!». Che lo
spirito d'interesse e l'abitudine di trovar in ogni cosa il lato solido avesse
spinto il sor Tognino ad accostarsi ai Botta delle Cascine sarebbe quasi un
fargli torto a negarlo. In procinto d'ereditare il grosso fondo di San Donato,
egli aveva trovato non inutile, nella sua perfetta ignoranza di cose agricole,
d'appoggiarsi al signor Paolino, un uomo onesto a tutta prova, già suo
avversario e ora suo debitore, alquanto avariato nel credito ma un praticone di
valore e da potervisi interamente fidare.
Si aggiunga che da un pezzo si
parlava di dar moglie a Lorenzo. Il più caldo di questo proposito era lo zio
Mauro, l'ex-impresario, che voleva ad ogni costo fargli
sposare una sua protetta; ma il babbo non si fidava troppo di suo cognato
impresario e della sorella cantante, che avevano sempre in giuoco qualche loro
misterioso interesse: e poiché Lorenzo pareva proprio disposto a prender
moglie, il vecchio sarebbe stato contento di trovarla lui la donna fatta
apposta per il suo balordo.
Lorenzo, un giovane colosso, sano
e rubicondo, dal volto roseo e liscio come quello d'un bamboccione, a
ventisette anni non aveva ancora trovata una strada che conducesse a divertirsi
senza far debiti. Questi erano in parte conseguenza della sua leggerezza, e in
parte conseguenza dell'avarizia paterna, che lesinava l'elemosina a un povero
figliuolo: al punto che il buon zio Borrola aveva dovuto in varie riprese
soccorrerlo del suo e aiutarlo a pagare i così detti debiti d'onore.
Ragazzo un po' fatuo, ma non
antipatico e non cattivo nel fondo, buon compagnone, largo di cuore e di mano,
sotto l'apparenza dell'uomo forte e prepotente c'era in Lorenzo la bonaria
spensieratezza del prodigo e l'incapacità morale di resistere alle tentazioni,
tanto a quelle che vengono dal diavolo come a quelle che vengono dall'angelo
custode. Una buona moglie poteva essere l'angelo custode, e poiché papà Tognino
sentiva di esercitare un forte dominio sul carattere fiacco del figliuolo,
pigliò l'idea come si piglia una mosca in aria, chiuse il pugno e non la lasciò
più scappare.
Fu nel corso di questi pensieri,
che frequentando per gli affari dell'amministrazione i dintorni di Chiaravalle,
e di San Donato, il vecchio Maccagno incontrò in varie riprese la figurina
simpatica e non comune di Arabella Pianelli, seppe chi era, indovinò nell'aria
modesta e seria della ragazza una donnina di valore e come se lo colpisse una
ispirazione poetica, esclamò nel suo cuore:
«Perché no? ci sarebbe anche
un'altra convenienza. Ho nell'idea che una ragazza così aggiusterebbe la testa
a quell'asino...»
Fu la natura primitiva che la
vinse sulle ragioni dell'interesse? Fu una seduzione misteriosa, a cui il
vecchio spirito dell'affarista cedette alla vigilia del suo trionfo? Fu il
desiderio che qualche cosa di bello e di gentile entrasse a popolare la casa di
un uomo vicino a ereditare quasi un mezzo milione? A non molto andare, in
seguito all'eredità Ratta, che non poteva tardare un pezzo e di cui teneva già
in mano i frutti e la caparra, egli veniva a coronare un grandioso edificio,
lavoro di vent'anni di pazienza, e in questo edificio bisognava collocare
qualche cosa.
Fu lo sgomento d'invecchiar solo,
dopo aver lavorato senza uno scopo tutta la vita e colla prospettiva di
mantenere e d'ingrassare i vizi d'un disutilaccio e l'avidità dei furbi che vi
speculavano addosso? Da qualche tempo, sebbene a sessantatré anni un uomo della
sua tempra non potesse dirsi vecchio, tuttavia non si sentiva più giovane e
l'idea d'aver una casa e una compagnia s'impossessò dell'animo suo con tanta
impazienza, che da quel momento non ebbe più requie.
Trovato il signor Botta sul
mercato di Melegnano, provò a buttar fuori una prima parola; poi scrisse; poi
tirò in disparte Lorenzo e cercò di farlo ragionare sul serio una mezz'ora; poi
interessò il curato e non ebbe più pace finché non condusse Lorenzo alle
Cascine a vedere e a innamorarsi. Gli fece tutte le prediche che si fanno in
questa circostanza, dimostrandogli che non basta essere al mondo, ma che
bisogna starci con giudizio, che tutti devono lavorare in proporzione del pane
che mangiano; che il tempo passa anche per i giovani, e molto più per i vecchi:
sicché egli poteva morire domani col dolore di lasciar la sua roba in mano ai
cani. Promise di pagargli i debiti, purché fossero gli ultimi e di trovargli
un'occupazione in Borsa, tanto che potesse imparare anche lui a distinguere il
diritto dal rovescio d'una carta da bollo e d'una obbligazione.
Lorenzo, un po' per necessità, un
po' per la sua debolezza di carattere, che non sapeva resistere alla mano di
ferro dell'adirato padre, un po' per un confuso sentimento che il vecchio
avesse ragione, o anche per un desiderio di finirla con una vita noiosa, messo
tra i debiti e la moglie, si lasciò trascinare a conoscere questa fittavolina,
che il babbo aveva scoperto tra i salici e gl'incastri delle Cascine Boazze.
S'immaginava di vedere una delle
solite ragazzone dalle ganasce tonde, dalle spalle larghe, dalle mani
grassoccie e cortine, e si confuse nel trovarsi davanti a una figurina inglese,
d'un biondo fino e delicato, con due occhi intelligenti, una specie di
contessina troppo di soggezione per lui. Ma il babbo non gli lasciò tempo di
riflettere e nemmeno quello di dubitare, Superbo di averla scoperta lui questa
figurina inglese, appuntandogli un dito sullo stomaco, gli disse:
«Tu, tu non sarai così asino da
lasciarmela scappare. Bisogna meritarsela, zuccone, far giudizio, essere un
uomo, non una giraffa, pensare che io non ho più vent'anni e che posso morire
domattina.»
L'idea di questo matrimonio, una
volta saltatagli in corpo, dominò il nostro affarista, non gli lasciò più
tregua, come quando sentivasi invasato dallo spirito della speculazione. Dove e
quale fosse il guadagno, non sapeva discernere bene nella confusione delle
prime impressioni, perché, con tutte le arie signorili della sua bella figurina
inglese, la figliuola di Cesarino Pianelli non aveva di suo un quattrino di
dote; ma con tutto ciò, vicino a tirar i remi in barca, sentiva che nel suo
riposo sarebbe stato per lui un guadagno immenso, incalcolabile, d'aver un filo
d'amore e di benevolenza nella vita. La pratica degli uomini (dalla quale non
erano escluse le donne) gli fece sentire che Arabella sarebbe stata capace di
creargli d'attorno un'aria sana e un ambiente simpatico. E quando non fossero
che illusioni, era difficile che il vecchio ostinato rinunciasse a una sua idea
prima di vederne il fondo.
Questo spiega in qual modo la sua
lettera cadesse sulle Cascine e nel cuore di quella buona gente come un fulmine
a ciel sereno; in qual modo facesse strabiliare non solamente Arabella, ma
coloro stessi che ricevevano quel fulmine sul collo come una benedizione del
cielo. Si spiega come alla lettera seguissero le visite, alle visite i
discorsi, e coi discorsi una smania quasi irragionevole di conchiudere e di far
presto.
Arabella si trovò presa in mezzo
a una sottilissima rete di fili di seta tra i quali erano intrecciati degli
invisibili fili di ferro. Prese tempo qualche giorno prima di rispondere, e
quantunque il suo patrigno non osasse chiederle un sacrificio, essa vedeva
benissimo che il povero uomo viveva attaccato a questa sola speranza. La mamma
non dubitava nemmeno che ella non avesse a dir di sì. Sarebbe stata non solo
una ingrata ostinata, ma una sciocca. Il giovine era bello, allegro, e col
tempo avrebbe ereditato qualche cosa come un mezzo milione. Era il Signore che
voleva compensarla della morte del povero Bertino: la vita è una bastonata e
una carezza, una carezza e una bastonata
Arabella, dubitando di fare un
sogno strano, sperava sempre di risvegliarsi a Cremenno. Stentava a persuadersi
che Dio volesse chieder tanto da lei, servirsi di lei per operare tanti
prodigi, strapparla di punto in bianco al suo nulla per buttarla anima e corpo
in mezzo agli uomini e alle cose: le mancava il cuore, le tremavano i
ginocchi...
Il signor Tognino non poteva
mostrarsi verso di lei più cavaliere, più remissivo. Lontano dal far sentire la
superiorità del suo beneficio, era in lui continuo lo sforzo per rimovere le
ultime paure e le ultime diffidenze della fanciulla.
«Sappiamo che lei rinuncia alla
sua vocazione» le diceva «cioè alla mano dello sposo celeste per sposare questo
bel mobile; ma il Signore non è geloso. E noi siamo tutti interessati a farla
star bene, come se andasse in paradiso.»
E qualche volta, tirandola in
disparte, mentre le carezzava la mano, le sussurrava con tono paterno:
«Lei deve fare da mammina a
questo figliuolo e vedrà che a poco a poco me lo ridurrà come un agnello.
Lorenzo non è mica cattivo; se ha un difetto, è di essere troppo di pasta
dolce; si lascia menar via dalle occasioni. Non ha quasi mai avuto una mamma si
può dire, ed è cresciuto un po' come le piante; ma lei deve ragionare anche la
sua parte. Non per nulla sono venuto alle Cascine a cercare una nuora a
dispetto di chi mi offre le duecento e le trecento mila lire. Che importa a me
il denaro? quel che voglio è una donnina savia, giudiziosa, con del criterio,
che metta casa anche a me, che son vecchio, e mi dia presto dei nipotini.»
In questi discorsi il vecchio
affarista stava a sentire la sua voce meno irritata del solito, e preso da una strana
commozione, si lasciava spesso intenerire e trascinare a confidenze e ad
arguzie, che scoprivano il fondo d'una giovinezza sprofondata da un pezzo, ma
non scomparsa, sotto il mucchio degli anni e delle vicende. I preti non gli
avevano ancora giocato dei tiri birboni: e senza accorgersi, era vittima anche
lui di quel fascino, che piglia l'animo stracco dell'uomo al volgere
dell'ultima giornata, quando sazio e seccato delle cose che si conoscono, il
pensiero, per un ritorno dello spirito, ricomincia da capo a carezzare delle
illusioni.
Arabella esitò ancora un poco a
dir di sì, quantunque vedesse che i giorni non passavano inutilmente anche sul
suo silenzio. In un momento di calda ispirazione e quasi di visione celeste
essa aveva fatto voto della sua vita a pacificazione dell'anima inquieta del
suo povero babbo, che in tutti i passi della sua giovinezza aveva sentito come
presente e che dal suo sacrificio perpetuo doveva ritrarre un infinito
beneficio di pace e di espiazione. «Ma i vivi hanno più bisogno dei morti» le
diceva il vecchio curato, dissipando i suoi scrupoli «e tu non devi credere,
figliuola, che Dio non sappia tener conto delle intenzioni e delle necessità.
Bada che sotto il nome di vocazione non si nasconda un falso desiderio di
riposo e di tranquillità, perché alle volte il nostro egoismo si veste anche da
frate e da monaca. Questo matrimonio è una benedizione per la tua famiglia e le
benedizioni, da qualunque parte vengano, fanno sempre bene ai vivi e ai morti.
Me ne parlava anche ieri il povero sor Paolino, che vede venir innanzi con
spavento San Martino, e che senza questa combinazione non saprebbe più dove
dare del capo. Pensa alla tua povera mamma, carica di figliuoli; pensa a' tuoi
fratelli che restano di peso a un uomo che non ha l'obbligo di mantenerli. È
subito detto: mi faccio monaca... Ma quando tu andrai a pranzo a suon di
campanello, non potrai, la mia figliuola, pensare senza rimorso a questi tuoi
parenti che non avranno forse da mangiare. Credi alla mia esperienza: quando
una casa comincia a barcollare o la si rifà o ci si resta sotto... E puoi
credere di placare una povera anima tribolata, che è sotto la misericordia di
Dio, col procurare il danno e la disperazione di molte anime, verso le quali tu
hai dei doveri maggiori? Tu dici di non conoscere questa nuova gente che ti
cerca. In primo luogo, è gente conosciuta dai tuoi e devi anche fidarti di chi
ti vuol bene; poi, conosco anch'io il sor Tognino da un pezzo, e ho qualche
prova in mano che è un uomo non solo d'ingegno, ma di buoni propositi. Ti
citerò un caso. Per molti anni aiutò a pagare la pensione d'un povero
figliuolo, che studiava in Seminario, per puro spirito di carità, e lo fece
segretamente per mezzo mio, che ne parlo a te per la prima volta. Sicuro che
gli uomini sono uomini e bisogna pigliarli coi loro difetti: ma Dio ha creato
apposta le donne per tirarli al bene. Procurino le donne di andare esse in
paradiso e gli uomini andranno dietro. Del resto, che cosa di più santo, di più
bello, di più spirituale che il mettere il fondamento a una buona famiglia di
cristiani? che il fondare, per dir così, il suo proprio convento nella regola
delle affezioni domestiche? che il veder crescere dei figliuoli nel santo timor
di Dio? che il dar insomma delle anime a Dio?»
Qualche altra volta, tornando
dalla chiesa in compagnia delle donne delle Cascine, era costretta a ricevere
le congratulazioni di quella gente come se fosse già sposina. A nessuna veniva
in mente che essa potesse avere dei dubbi o delle ripugnanze.
«Questo era ben meglio che il
farsi monaca, che il rinchiudersi in quattro muri a dir dei rosari. Questo era
un dar la vita ai morti e nello stesso tempo un andare in paradiso in carrozza.
E che bel giovane! e che partito! si calcolava che solamente San Donato valesse
duecento mila lire e che il fittabile pagasse l'affitto col solo reddito del
latte. E San Donato era a due passi dalle Cascine, sicché poteva dire di
maritarsi in casa, quasi sui ginocchi della mamma...»
Queste cose le donne gliele
dicevano cogli occhi lagrimosi, e Arabella le confermava tacendo, piangendo
anch'essa, curvandosi sempre più al suo destino di ragazza fortunata.
Anche i muri delle Cascine pareva
che si riavessero di sotto al peso delle ipoteche. I vecchi massai, che
conoscevano lo stato segreto delle cose, e che si vedevano sull'orlo di perdere
da un giorno all'altro il padrone e di sfrattare il paese, mostravano cogli
occhi la loro contentezza, dicendo a onor del sor Paolino, che chi fa bene
trova bene.
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