Arabella non aveva ancora detto
di sì. Essa aspettava che parlasse in lei qualche altra ragione, dopo quella
degli altri. Lorenzo non era un giovane antipatico, il partito era bello,
magnifico, il dir di no sarebbe stato per parte sua una crudele ostinazione; ma
quando l'anima è abituata a trovare ne' suoi abbandoni spirituali i teneri
calori della carità e della fede e la pia corrispondenza d'un amore senza
confini, è naturale che titubi paurosa davanti a un bel matrimonio di
convenienza. Avrebbe essa potuto amare suo marito? Ora provava qualche cosa di
duro e d'irritato nel cuore che la metteva in sospetto. Anche nel matrimonio si
possono commettere dei sacrilegi, si può perder l'anima, quando manca la
perfetta comunione degli spiriti; e ancora non sentiva di voler bene abbastanza
allo sconosciuto, a cui doveva cedere tutta se stessa.
Alle Cascine essa non aveva
compagne della sua età e della sua condizione, alle quali potesse chiedere un
consiglio, e delle sue amiche di collegio poche erano in grado di fornirle
degli schiarimenti. Solamente Maria Arundelli era andata a stabilirsi a Milano,
moglie a un professore di ginnasio, ma durante le vacanze non stava mai in
città.
La mamma, povera donna, mezza
disfatta per la morte del suo Bertino, non vedeva e non ripeteva che una sola
idea, anzi quasi non la ripeteva più, come se non ce ne fosse più bisogno.
Badava invece a persuadere Arabella a smettere i vestiti del collegio, che la
facevano comparire goffa e senza corpo. L'unica persona a cui la ragazza soleva
chiedere qualche soccorso spirituale e qualche morale consolazione era la
povera Angelica, una giovane contadina di ventitré anni costretta a letto da
una paralisi alle gambe e alla spina dorsale.
Abitava un cascinale poco
distante dalla Colorina, cara alla sua povera gente, quantunque così malata, o
forse perché così malata, per quel sentimento di simpatia che stringe i forti
ai deboli bisognosi, sentimento che la bontà, la rassegnazione dell'inferma e
la continuità delle cure rendevano ogni giorno sempre più profondo e raffinato.
I Malgascia erano persuasi che le
orazioni e i patimenti rassegnati della loro Angelica facevano bene alla casa,
come se il Signore avesse incaricato lei di soffrire per tutti. Se la gragnuola
non batteva il loro campo, se il loro fieno era meno bruciato, se il fuoco non
aveva mai toccata la loro paglia, se le bestie stavan bene, il merito era di
quella povera anima del purgatorio che, bella come un angelo, non si lamentava
mai, non si lamentava mai.
Il male, il letto, il vivere
sempre rinchiusa avevano non solo educata la coscienza, ma ingentiliti anche i
lineamenti della ragazza, che dal suo guanciale sorrideva dolcemente con un
raggio di pia rassegnazione a chi entrava a salutarla e a portarle qualche
regaluccio. Le sue mani delicate e scarne lavoravano tutto il giorno nella
biancheria della casa e in qualche cuffietta o babbuccia di bambini; e spesso,
quando il sole batteva vivo sulle impannate di carta, come se si movesse in lei
più forte il senso della vita, lasciavasi condurre a intonare le litanie con
una voce che la sentivano dal mezzo della campagna.
La domenica accorrevano le
ragazze dei dintorni a trovarla. Sedute intorno al letto messo pulito, in
bianco, come quello di una sposa, ciascuna contava la sua, o invocava
un'orazione speciale per i suoi malati. Tutte poi se ne andavano coll'animo
edificato, come quando si vede un castigo immeritato santificare un'anima.
Anche Arabella veniva spesso a
tener compagnia all'inferma. Povera, illetterata, chiusa nel breve circolo
delle sue sensazioni casalinghe, Angelica s'incontrava coll'anima viva e
penetrante di Arabella in un terreno fuori del mondo, dove le anime parlano
tutte lo stesso linguaggio, dove la scienza non è che una illusione perduta,
per chi ha perduto il suo tempo ad acquistarla, dove i dolori e i patimenti di
quaggiù hanno una ragione, anzi la sola ragion d'essere.
Arabella, prima di dire l'ultima
parola, volle consultare come un oracolo l'inferma, che molte volte le aveva
parlato con una chiaroveggenza meravigliosa. Dio si manifesta nelle anime che
soffrono, più che nella luce del sole.
Per il viale dei salici giunse al
cascinale un dopo pranzo, mentre la gente era sparsa sui lavori della campagna.
Entrò, come soleva, salì la scaluccia di legno, spinse l'uscio della camera.
Angelica, rivedendola, batté le
due mani e gridò:
«Viva la sposa!...»
Allargò le braccia, nelle quali
Arabella si gettò coll'abbandono di una bambina smarrita che trova la mamma. E
cominciò a piangere.
«Perché, perché?» chiese
Angelica, carezzandola.
«Lasciami piangere. A casa non
posso mai… Ho bisogno di sollevarmi il cuore. Tu mi compatisci, non è vero?
Ecco, mi sento già meglio» soggiunse, asciugandosi gli occhi e accostando la
sedia al letto.
«Sento dire che questo matrimonio
è una fortuna per tutti.»
«Sì, è una fortuna: ma anche le
fortune fan paura e io ero così lontana da quest'idea, tu lo sai. Io avevo
promesso alla Madonna che le avrei regalato questi capelli per la pace del mio
povero papà. Non si rinuncia senza dolore alla vocazione di tutta la sua
giovinezza, e tu devi aiutarmi, Angelica, a vincere questa ripugnanza, perché
sento che ho torto e che devo restituire a' miei parenti il bene che mi hanno
fatto. Anche il signor curato mi ha rimproverata e me ne ha fatto uno scrupolo.
Guai se io dicessi di no! Sarebbe come se io volessi rovinare la casa sulla
testa della mia gente. Ma qui, qui...» e colla mano segnava il cuore «qui c'è
qualche cosa di morto, di troppo freddo, di troppo duro, che non risponde alla
chiamata, che rabbrividisce all'idea delle responsabilità che mi aspettano a
Milano. Bisogna che tu preghi per me, Angelica, e interponga presso il Signore
i meriti della tua pazienza, perché io possa amare l'uomo che devo sposare e
che domani sarà padrone di me. Ah Dio! Dio...!»
Arabella, respirando
profondamente, si coprì il volto colle mani presa da un brivido quasi di
terrore che le traversò tutto il corpo; e cadde in ginocchio nella stretta del
letto, appoggiando la testa sulle mani della contadina.
Dalle impannate socchiuse
entrava, insieme al riverbero verde e al tremolio delle foglie del vicino
pioppo, il soffio caldo dell'aria che scorreva sui prati. Nell'aia deserta
chiocciavano le gallinette. La gran pace dei caldi meriggi di settembre cadeva
sul casolare isolato nel verde e penetrava nella rustica stanza dell'inferma
non addobbata che da piccoli quadri, da corone e da immaginette attaccate
all'uscio.
Angelica, che per un'intuizione
delicata del suo organismo sentiva più in là di quel che dicessero le parole, commossa
da un senso di mistica pietà capì e compatì la ripugnanza della vergine,
apprezzò il suo sacrificio, e parlando come soleva nei momenti d'ispirazione,
col tono elevato e profetico di chi espone più una dottrina che dei pensieri
propri, prese a dire senza levar la mano dalla testa della sua compagna:
«Comprendo che tu abbia a
rimpiangere la tua vocazione, povero giglio del giardino della Madonna. Che
cosa di più bello della santa castità? essa ci accosta agli angeli. Che cosa di
più caro della nostra verginità, che ci fa tutte figlie di Maria? Essere così
vicine al sacro tabernacolo e sentirsi strappare via è un gran dolore. E tu
avevi consacrata a un'anima bisognosa questa tua vita di pensieri puri e
immacolati, ma Dio non vuole, cioè Dio vuole da te qualche cosa di più grande,
di più bello. Non tocca a noi scegliere la nostra strada nel mondo. Oh, se così
fosse, chi vorrebbe essere ammalato, chi vorrebbe veder morire i suoi
figliuoli, chi stentare tutta la vita per morire povero e solo in un ospedale?
Se la strada del tuo dovere è diversa da quella che tu avevi scelta, cara
figlia della Madonna, non devi dire che Dio s'inganna o che vuol troppo da te.
Non è mai troppo il bene che si fa. Difficilmente il nostro dovere va d'accordo
col piacer nostro. La croce è dappertutto e per tutti; e dappertutto tu sarai
obbligata ad avere della pazienza. Tutti ne dobbiamo avere: tu che stai per
entrare nel mondo, io che da quindici anni non esco da questo letto, tuo padre
e tua madre che lavorano pei loro figliuoli, colui che semina, colui che
raccoglie, chi ha il campo bello, chi lo vede battuto dalla tempesta. Dalla
pazienza viene il coraggio e dal coraggio viene l'amore che fa piacere i nostri
dolori. Gesù sulla croce non sentiva i chiodi, perché il suo dolore era immerso
nell'amore: e tu non sentirai le spine del tuo sacrificio, perché nell'amore
per tuo marito, per tuo padre, per tua madre, per i tuoi figliuoli, troverai il
pagamento di ciò che perdi. E l'anima tormentata a cui volevi consacrare la tua
vita ne guadagnerà, perché ciò che solleva le anime è il sacrificio. Apri il
cuore, cara figlia della Madonna,» continuò l'inferma alzando le due mani come
se celebrasse un rito «e pensa che ciò che tu soffri in questo momento è ben
poco in paragone della disperazione e dell'abbattimento dei tuoi parenti, se tu
rifiutassi l'offerta della Provvidenza.»
Un freddo fremito di venerazione
scosse Arabella nell'intendere parole che parevano venire da un mondo remoto.
L'occhio di Angelica era splendente e sereno, la sua voce calda,
misteriosamente eccitata ed eloquente, come se veramente parlasse in lei uno
spirito superiore. Forse era vero quel che dicevano i suoi, che in certi
momenti essa aveva l'ispirazione divina.
Arabella alzò la testa e lasciò
che Angelica accomodasse un poco i suoi capelli scomposti dall'agitazione e per
la prima volta vide la possibilità di considerare se stessa e le cose della sua
vita sotto un lato meno ristretto e meno personale. Mentre prima essa
sforzavasi a collocare se stessa in un piccolo dovere scelto da lei e
accomodato ai suoi istinti, ora sentì quel che vi può essere di nobile e di
santo nella rinuncia della volontà.
La monachella lasciavasi
trascinare dall'ordine delle cose a compiere il dovere scelto da Dio.
Stringendo le mani di Angelica,
contemplando la miseria e la nudità di quella povera stanza, dove l'infelice
compieva pregando, sorridendo e cantando, il suo lento sacrificio, l'anima viva
e impressionabile della giovinetta provò un principio di quell'entusiasmo, che
faceva così felici gli altri all'idea del suo matrimonio.
Rimase in compagnia
dell'ammalata, in intimi e caldi discorsi, finché il sole non cominciò a
nascondersi dietro i pioppi, e se ne venne via col cuore cambiato. Scese la
scaluccia, e attraversata l'aia, infilò il viale, sentendosi un gran calore al
viso, come se avesse attraversato una fiamma. Sul crocicchio delle due
stradette s'incontrò in papà Paolino e gli si mise al fianco.
Il buon uomo, dal dì che aveva
posta sul tappeto la questione del matrimonio, non più osava guardar in viso la
figliuola adottiva, per paura che il suo sguardo avesse a pesar troppo
nell'anima della fanciulla.
Da dieci o dodici giorni egli
viveva col cuore sospeso in croce. Il suo destino dipendeva da una parola di
lei.
Camminarono un tratto in silenzio
lungo il canale, rasentando la chiesuola di mattoni, che si crogiolava nel
raggio rubicondo del tramonto, quando Arabella a un tratto si arrestò:
«Papà,» disse con un leggiero
tremito di voce «potrò rivedere ancora una volta le mie buone suore di
Cremenno?»
«Quando?» egli disse con uno
sforzo di voce.
«Prima di andar laggiù, a Milano»
soggiunse sorridendo e indicando la punta del Duomo, che usciva di tra le
piante lontane.
Papà Paolino, non potendo
resistere alla commozione, cercò la mano della figliuola, se la portò alla
bocca, la baciò, bagnandola delle sue grosse lagrime, crollando il capo, come
se cercasse inutilmente di contraddire: e continuarono in silenzio la strada
fino a casa.
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