Accesa la lucerna annerita dal
fumo e dagli sciami di mosche che vi si posano la sera, il Pirello, con un
ginocchio sulla pietra del camino e una mano stretta al paiolo, stava
rimestando una grossa polenta davanti a una fiamma spropositata. Mamma
Beatrice, vicina ai fornelli, sollecitava colla ventola un certo stufato del
giorno addietro a scaldarsi. Uomini e donne entravano e uscivano, urtandosi
sulla soglia, chi con un sacco di medica sulle spalle, chi con un cesto o con
due secchi d'acqua che lasciavano sull'ammattonato un pattume di fango.
La vasta cucina inondata da
quella gran fiamma d'oro, pareva ancor più disordinata del solito coi suoi
sacchi ammonticchiati alla parete, colle sedie scompagnate che perdevano la
paglia, cogli zoccoli, gli sgabelli, le scarpuccie dei bimbi seminate
dappertutto, che nessuno pensava di raccattare o almeno di portar via.
Era il sistema della casa,
aiutato dalla pigrizia di mamma Beatrice che la morte di Bertino aveva reso più
indifferente, dalla sfiducia di papà Paolino, che vedeva le cose andare a
rotoli, dall'abitudine che avevano tutti di comandare, nessuno di obbedire.
Naldo, il fratellino di Arabella,
un ragazzo sugli undici anni, vivo come il fuoco, pieno di fame, picchiava una
musica disperata sulla scodella vuota, seduto davanti alla tavola rustica, dove
diverse mani andavano preparando le forchette, i piatti e i cucchiai d'ottone
per la cena.
Arabella entrò con papà Paolino,
e sedette presso al fratellino per farlo tacere. Il diavoletto, che aveva
battuta la campagna tutto il giorno in caccia di uccelli e di rane, non aveva
un filo pulito. Le scarpe scalcagnate, sporche di fango, lasciavano uscir i
diti dei piedi, mostrando delle calze color di fango; e il fango saliva al
naso, agli orecchi, dappertutto, dando a quel caro monello l'aspetto d'un
pezzente pescato in una gora. Ove mancavano i bottoni, s'era aiutato da sé con
lacci di corda e con spini di robinia.
Arabella, che aveva il cuore
aperto, si sentì a un tratto molto colpevole di quel disordine, di
quell'abbandono. Naldo era suo fratello giusto, il ritratto in piccolo del suo
povero papà, gli stessi occhi neri, la stessa carnagione bianca e delicata. Se
cresceva un monello e se portava intorno i segni della pezzenteria, la colpa
non era soltanto della povera mamma, stanca, abbattuta sotto il peso di tante
cose e di tante disgrazie, ma ancora un poco di una certa monachella che colla
scusa di contemplare gli eterni misteri del paradiso, non si curava dei bottoni
e delle calze della sua gente.
Domani, come una fata benefica
delle leggende, essa avrebbe potuto con una parola trasformare quella rovina in
una casa ordinata, ricondurre la pace, la speranza, la volontà nel lavoro e nel
bene; prendere essa l'autorità, l'iniziativa, il comando, che viene dalla forza
e dai mezzi, cambiare il bianco in nero, impedire che la rovina menasse la
disperazione, e che i suoi fratelli andassero per il mondo come veri vagabondi,
«Senti, Ara,» disse Naldo,
parlando sottovoce alla sorella «c'è stato due ore fa il sor Tognino, che ha
lasciato un magnifico astuccio per te. Vedessi! è pieno di perle e di
diamanti.»
«Dov'è?»
«La mamma voleva che ti
chiamassi, ma papà Paolino non ha voluto, perché dice che tu non hai ancor
detto di sì. L'astuccio è di sopra nella tua stanza.»
«Sta zitto, vado a vedere.»
Arabella uscì senza dir altro. Il
Pirello rosso e scalmanato agitò tre volte la polenta nel paiolo, riempiendo la
cucina d'un buon fumo caldo. La famiglia era quasi tutta raccolta. La Pirella col
secchiello in mano e la tazza nell'altra, versava il latte spumoso nelle
scodelle di terra allineate sulla tavola. Gli uomini, che lavoravano in casa,
prendevan posto sui sacchi, dove s'era messo in guardia anche Brill, un cane
ricciuto che non si ricordava più di essere stato bianco. Mario, tornato da
pochi giorni dal collegio, entrò colle gabbie e colla civetta e cominciò a
litigar forte con Naldo, come al solito. Le donne che avevan fatto il bucato
sedevan sotto il portico, al piccolo chiaro del crepuscolo, ciascuna colla sua
scodella in grembo, e già tutti ormai avevano trovato il loro posto, il loro
piatto, il loro cucchiaio, e le bocche cominciavano a essere occupate, quando
l'uscio che mette sulla scala si spalancò e apparve Arabella, col lume in mano,
coperta il collo, i polsi, il petto, i capelli, di perle, di diamanti, di
braccialetti d'oro con grosse pietre di rubino e di smeraldo, una vera
apparizione miracolosa della Madonna santissima, che sulle prime incantò tutti
gli occhi, poi trasse un grido di meraviglia e di giubilo; tutti gridarono:
«Viva la sposa!»
Mamma Beatrice, a cui il marito
aveva sussurrata una parolina in disparte, tocca nella parte più sensibile del
suo orgoglio materno, corse verso la figliuola, se la prese nelle braccia, la baciò
a lungo sui capelli, la condusse nel mezzo della cucina, dove uomini e donne e
ragazzi, colla scodella in mano, si raccolsero ad ammirare quel non mai visto
splendore di gemme. Accorsero altre ragazze dal cortile, il portico si affollò
e Arabella dovette farsi vedere anche a quelli di fuori.
«O santa, se l'è mai bella!»
«L'è un splendor che scuriss
la vista.»
«Non se ne vede...»
«L'è la Madonna de la Salètta,
Delaida.»
«Con vun de quist» disse
il Pirello, indicando colla punta del cucchiaio un grosso brillante dello
spillone, «se pò mung la vacca anca al scur...»
Tutti vollero dire qualche cosa.
Le bambine scalze e spettinate a cui Arabella soleva far la dottrina in chiesa,
eccitate anch'esse da quell'apparizione, le baciavano il vestito e le mani.
Papà Paolino scivolò via e si
nascose nello stanzino della pesa al buio. Aveva bisogno di piangere forte e
che nessuno lo sentisse.
|