Arabella era entrata nella sua
nuova casa accolta come una regina.
Il sor Tognino non badò a
spendere perché gli sposi avessero un bell'appartamento nella casa di via
Torino, sopra gli ammezzati, con l'ingresso dalla porta e dalla scala
principale e tenne per sé due o tre stanze vicine, uscio a uscio, sul medesimo
pianerottolo, per essere pronto a ogni bisogno come un buon cane di guardia.
Arabella gli ricuperava un
figliuolo ch'egli credeva perduto per sempre, e il sentimento della paternità,
trionfando sopra tutti gli altri interessi, in un momento di espansione
malinconica, aveva mutata la durezza in amore, dandogli una fresca e nuova
energia, che soverchiava in lui la potenza delle abitudini.
Ogni giorno si faceva un onore e
quasi un dovere di dividere cogli sposi il pranzo e un pezzetto di luna di
miele: e fu atto d'uomo savio e avveduto per non lasciare Lorenzo abbandonato
nei primi tempi alla forza delle abitudini.
Dove il figliuolo per ignoranza o
per materialità mancava di spirito e di delicatezza, suppliva il babbo con una
continua e gelosa vigilanza, usando tutti i riguardi perché la sposina, mezza
monaca e mezza bimba, non avesse a soffrire di nulla, si abituasse a capire, a
compatire, a contentarsi del meno male, in attesa del bene e dell'ottimo.
Lorenzo aveva veramente bisogno
di grande compatimento. Cresciuto a caso, nella compagnia di giovani allegri,
con un ingegno limitato, chiuso a tutte le sensazioni astratte e filosofiche,
portava in casa insieme al puzzo del sigaro e del cognac le mosse del
dilettante di cavalli, e le espressioni energiche, che rinforzano all'osteria le
cattive partite di scopa.
Eran vizi e modi esteriori, che
lasciavan vedere, per dir così, come attraverso gli strappi di una camicia, una
carnagione sana, un fondo non pervertito, un vecchio ragazzo male avvezzato,
non privo di buone intenzioni e di sentimento, un bel matto allegro, se anche
si vuole, che nella sua pecorile ignoranza spingeva l'ingenuità fino a
lasciarsi corbellare credendo di corbellare.
Capitato in mezzo a una compagnia
di capi scarichi, tra cui Max Baratti e il marchesino di Brienne, fondatori del
famoso Piccione club, si lasciò facilmente ubbriacare dalle adulazioni
con cui quei bravi signori avariati nel credito cercarono d'interessarlo in una
società per le corse di Senago, che non fece correre che cambiali. Lorenzo pagò
per sé e per gli altri, fin che piacque a papà Tognino di pagare; poi ricorse
al giuoco e al fido di suo zio Borrola; e infine si trovò immerso fino ai
capelli nei debiti.
Arabella gli ottenne il saldo: ma
quantunque avesse rinunciato ai cavalli, alle donne e agli amici, peggiori
delle donne e dei cavalli, il segretario del Piccione club non poteva di
punto in bianco trasformarsi in un santo padre, per quanto Arabella e papà
Tognino fossero egualmente interessati a salvare un'anima.
Nelle prime settimane del suo
matrimonio, quando si trovò nella piena balìa di quell'uomo giovane, robusto,
impetuoso, Arabella provò la paura dell'agnellino caduto nelle zampe dell'orso.
Man mano che imparava a conoscere suo marito e che scendeva a toccare la
materialità di quella scorza vuota, un senso di compassione indefinita si
mescolava ai suoi timori e fuggevolmente una voce del cuore domandava se essa
avrebbe mai saputo compiere la santa opera di redenzione a cui Dio l'aveva
chiamata. Nei momenti in cui era sicura di non esser vista, dal suo cuore
umiliato e gonfio si sprigionavano delle lagrime, che ella sentiva affacciarsi
alle palpebre non richieste, quasi non avvertite; ma poi un buon momento di
Lorenzo (che non mancava di brio naturale) o le buone parole di suo suocero,
che nutriva le stesse speranze, riconducevano giorni più sereni. Nelle sue
fervide preghiere alla Madonna essa poté illudersi di amare suo marito, verso
il quale slanciavasi qualche volta con impeti veramente generosi, che non
trovavano che una sola corrispondenza... sempre quella, la più semplice, quella
che l'avviliva di più.
Ma verso la metà di novembre
avvenne un caso che produsse nel suo cuore il miracolo. La luce dissipò il
freddo e le tenebre, e la vita che prima conduceva a caso, a balzelloni, per un
terreno rotto, seminato di sassi, si trovò aperta una bella strada maestra
davanti. Il dottor Taruzzi assicurò che c'era un erede. Essa era madre!
L'avvenimento produsse un vivo
piacere anche a Lorenzo che da qualche tempo, dominato senza avvedersene dalla
dolcezza di Arabella, sforzavasi di far l'uomo serio. Ma chi toccò il cielo col
dito fu il nonnetto.
Quel sentimento di paternità che
l'aveva condotto alle Cascine a cercare una moglie per il figliuolo, provò una
scossa elettrica alla notizia che sua nuora gli preparava un erede.
I preti e gli avvocati non gli
avevano ancora giocato dei tiri birboni, e gli affari da qualche tempo eran
passati in seconda linea. Era per il vecchio affarista un momento di tregua,
quasi di luna di miele, che preludiava serenamente ai giorni del suo riposo. A
ragione gli amici del caffè Martini, dove passava verso sera a leggere i
telegrammi di Borsa, vedendolo così alacre, così ringalluzzito e contento, gli
domandavano se l'aveva presa lui la sposa.
Quanto v'era in lui di meno
vecchio, di meno logoro, di meno stanco e di meno ostinato, conveniva come a un
banchetto a questa nuova festa della paternità, in cui insieme al sentimento
naturale di famiglia, così vivo negli uomini sani, si confondevano, in un
misterioso amplesso di indulgenza, il rispetto, la riverenza, la compassione,
la tenerezza per le due tenere creature, che eran venute da poco tempo a
popolare la sua casa.
In attesa che una di queste si
rivelasse, concentrava i suoi riguardi verso quella che ne aveva più bisogno.
Siccome la gravidanza si
presentava con qualche malinconia, come capita spesso alle creature un po'
delicate, il nonno fu tutto occhi e tutto orecchi perché alla nuora non avesse
a mancar nulla. Tolse in casa una cuoca, fece collocare una stufa americana in
modo che nell'appartamento il caldo fosse diffuso uguale e mite in tutte le
stanze; e al venire delle prime nebbie, quando Lorenzo usciva la sera a fumare
una pipa (il vecchio non aveva mai fumato in vita sua), veniva a tener
compagnia alla sposina, attizzava il fuoco sul caminetto; e mentre Arabella
sedeva presso la lampada a lavorare all'uncinetto in una babbuccietta di lana
rosa, il nonno dava un'occhiata al Corriere della Sera, si faceva
contare i casi della giornata, contava egli i suoi, qualche volta pregava sua
nuora di mettersi al piano...
Una volta, prima dei
quarant'anni, anche lui aveva frequentato la Scala con passione. Allora non era
ancora inventata la musica difficile. Da orecchiante il suo Verdi lo gustava
ancora. Arabella preferiva invece sonar della musica da collegio, del Mozart,
del Beethoven, cosette graziose, in cui il vecchio abbonato della Scala sentiva
un gusto nuovo, con in mezzo alle note quasi dei ragionamenti che lo facevano
pensare. Stava a sentire in silenzio, poi andava a dormire col capo pieno di
quella musica, che ragionava a lungo, con dolcezza, in mezzo ai sogni; e gli
capitava di risvegliarsi di soprassalto, meravigliato egli stesso, come chi si
desta a un tratto e vede la camera rischiarata dall'insolito chiarore di una
festa che si celebra di fuori. Di interessi e di affari non parlava mai colla
nuora. A che pro? gli affari son maschi e le donne son femmine. Arabella non
sapeva nemmeno che ci fosse uno studio Maccagno nella casa: non ci avrebbe
capito nulla lo stesso. Era contenta che il matrimonio avesse accomodate molte
partite, ma sforzavasi a tenersi fuori dagli affari, anche per resistere alle
insistenze della mamma, che faceva i conti sopra una figliuola maritata come
sopra una miniera.
In quanto al vecchio affarista
sentiva istintivamente che una cosa sono gli affaracci della strada e un'altra
cosa è l'affezione di famiglia: proponevasi di tener nettamente separate le due
amministrazioni, se si può dire così, quella dei numeri e quella del cuore.
Quando la cugina Ratta avesse
chiusi gli occhi per sempre, era sua intenzione di realizzare il patrimonio, di
dare un calcio a tutte le brighe che aveva in Milano, di semplificare la vita,
di ritirarsi a sorvegliare i suoi fondi, e a fare il nonnetto di campagna,
beato come un papa; e non immaginava che gli affari son come le donne brutte.
Si attaccano di più quando temono d'essere abbandonate.
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