La stanza dove il signor Tognino
introdusse i tre delegati non era che un altro ammezzato un po' meno buio
dell'anticamera, colla finestra verso la via pubblica, arredato di pochi e
vecchi mobili pieni di carte e di cartaccie alla rinfusa.
In questa stanza il principale
era solito ricevere i capimastri e i fornitori che lavoravano per conto suo
nelle fabbriche di Milano nuovo, ai quali anticipava capitali, garantendo il
credito con buone ipoteche.
Uno scrittoio, un libro mastro,
quattro sedie, uno scaffale, un ritratto affumicato di Cavour attaccato fuori
di simmetria formavano tutto l'arredo di quei quattro muri coperti di una carta
color cioccolata, che riceveva una luce di rimando e l'onda dei rumori e dei
gridi della viuzza vicina.
«Venite avanti, sedetevi se
trovate da sedere e cercate d'esser chiari e corti, perché il mio tempo è prezioso.»
Così disse con aria napoleonica,
mettendosi a sedere in una poltroncina lucida di pelle senza guardare in faccia
a nessuno, anzi mostrando di occuparsi interamente d'un fascio di carte che
aveva portato con sé.
«Chi siamo, è inutile ch'io lo
dica, perché il nostro parente mi conosce e questi sono altri parenti della
povera Carolina, per la quale...» disse Aquilino, indicando col cappello
Salvatore che si stringeva il naso colla berretta, e Angiolina che con un
faccino morbido e sorridente seguitava a far inchini e a fregarsi dolcemente i
palmi, come se affilasse due coltelli.
«Risparmiate pure le
presentazioni,» interruppe l'altro, tuffando rapidamente la penna nel calamaio
e scrivendo una fila di numeri sul rovescio d'una polizza, «io vi conosco e non
vi conosco e per me Aquilino, Andrea, Giosafatte, Tintimilia...»
«Angiolina, non Tintimilia,
Angiolina, Angiolina, Angiolina...»
L'ortolana ripeté tre volte il
suo nome armonioso con una cantilena sempre più piena di grazia e di
delicatezza, accompagnando ogni volta la musica con una bella riverenza, come
fanno le prime donne quando ringraziano il colto pubblico. Credeva così di
obbedire agli ordini del vice-ricevitore, che andava
raccomandando le belle maniere. Ma Tognino le rispose con una occhiata cattiva
saettata di sotto alla piccola tesa del cappello e tornò a scrivere i suoi
numeri.
«Insomma, che cosa volete?»
«Che cosa vogliamo?» riprese con
una intonazione più elevata Aquilino, facendo un passo avanti. «Il notaio
Baltresca ci ha data la comunicazione e ci ha detto di venire, perché non è
possibile che la buona Carolina, sapendo d'avere molti parenti poveri, abbia
voluto sobbarcarsi, dirò così, a un viaggio così lungo, lasciando a tutti in
mano una... con poco rispetto parlando, mentre don Giosuè Pianelli, mazzacronico
del Duomo...»
«Un bel prete sporco che il sor
Tognino conosce benissimo...» aggiunse Angiolina sempre con delicatezza.
«Ha le prove questo don Giosuè
riverito?» chiese l'affarista, alzando il viso, e fermandolo in faccia
all'Aquilino, colla penna sospesa e stretta nella mano. «Se questo vostro prete
ha della carta in mano la faccia cantare. Ci son fior di tribunali in Milano,
fior d'avvocati. Sapete dove sto di casa. Fatemi citare e soprattutto fuori le
prove, le prove, le prove. A ciarle siamo tutti milionari. Fate una causa. Se
avete bisogno di un avvocato, qui c'è la guida di Milano. Ce ne sono
cinquecento a Milano di avvocati, pei quali non è mai troppo il numero dei
minchioni.»
«Senti, senti...» scoppiò a dire
questa volta l'Angiolina, dando fuoco alla prima bomba.
Ma Aquilino entrò in mezzo e col
gesto d'un direttore d'orchestra che segna la battuta:
«Abbiate pazienza,» disse alla
donna «lasciate prima dire una parola a me e poi parlerete voi»
«Sì, è meglio, perché se parlo
io, è la rivoluzione» soggiunse l'ortolana, correndo come se volesse andarsene.
Quando fu sulla soglia, piombò
sopra una sedia ch'era lì e incrociò le due braccia solide e tonde sul petto,
per quanto permetteva di farlo quel che c'era sotto, e dondolando le gambe che
stentavano a toccar terra, comandò al vice-ricevitore di
parlare per il primo. Il Boffa, che un resto di flussione faceva più taciturno
del solito, alzò il mento e cominciò a grattarsi il collo.
Aquilino, col tono ragionevole
d'un uomo che ama discorrere e ragionare bene le cose, agitando il cappello e
raddolcendo le parole con un sorriso di celia, riprese a dire:
«Mi vien da ridere. So anch'io che
non è mai troppo il numero dei minchioni a questo mondo. Il mio buon parente
Tognino mi conosce da un pezzo e adesso è inutile rivangare il sangue. Ho fatto
il quarto a tarocco più di venti, più di cento volte e ho strappato l'ultimo
dente alla vecchia e venerata cugina. La povera Carolina era una Maccagno, che
ha sposato un Ratta, Gioacchino Ratta, che ha fatto i denari cogli appalti, per
cui, a rigore, se c'è gente che ha diritto all'eredità... cose da riderci su...
siamo noi Ratta, tutta gente rovinata come la finanza. Questa era la intenzione
della defunta».
«La qual defunta, caro il mio
Tognino...» venne a dire saltando dalla sedia e correndo verso la scrivania la
donna; ma Aquilino fu svelto, la prese al volo, la fece girare sulle gambe e la
ricondusse a sedere, gridando anche lui:
«Adesso parlo io, corpo di
Bismarck, dopo parlerete anche voi».
E tornando verso Tognino, che
continuava a scrivere come se non ci fosse nessuno, seguitò:
«Noi non abbiamo in mano, per
modo di dire, la prova palpabile, proprio il pezzo di carta che dice così e
così; ma abbiamo la testimonianza di molte persone, vero, Salvatore?»
Il Boffa alzò la barba, mosse un
braccio, come se tirasse un mantice per dar fiato all'organo, ma non mandò
fuori che un sordo mugolìo.
Toccò ancora all'Aquilino andare
innanzi:
«Farò un paragone. Non abbiamo in
mano la carta del salame, per dire che qualcuno ha mangiato il salame, ma ne
sentiamo l'odore. Il nostro buon cugino Tognino sa bene i suoi conti e può
insegnare, mi vien da ridere, il calcolo sublime a tutti noi; ma io ho visto il
mondo. Sono stato in Calabria, e so, corpo di Bismarck, che a questo mondo un
po' per uno fa male a nessuno. Un'occhiata anche a noi, dalla parte di Dio! Si
lavora come bestie, siamo carichi di figliuoli, e qualche cosa bisogna pur che
si mangi anche noi per poter stare in piedi...»
«Adesso ho capito. Prove non ne
avete che io ho rubato un testamento, come dite voi; ma siete in trenta, siete
in quaranta e credete di farmi paura. Non potendo portarmi via l'eredità, perché
la legge mi dà la forza e io sono nel mio diritto, vorreste colle vostre
prediche spillarmi dei quattrini, quasi in forma di tacitazione per poter dire
dopo: Vedete? Se ci ha dato questo, è perché sa d'avere la coscienza sporca.
Son più vecchio di voi e conosco le trappole. Il notaio Baltresca sa quel che
deve a ciascuno. Per conto mio non dò un quattrino a nessuno.»
Tognino parlò con voce secca,
gestendo con furia coll'indice magro magro, col tuono d'uomo irritato e offeso
nel suo diritto.
L'Angiolina, prima ancora ch'egli
avesse finito il suo ragionamento, appoggiati i pugni ai fianchi robusti,
camminando con passi piccoli e strisciati come una ballerina, era venuta a
piantarsi davanti al tavolino, dondolando tutta in un pezzo, col capo inclinato
da una parte, l'occhio socchiuso, quasi semispento, come se dormisse in piedi.
«Dunque, niente a nessuno...»
declamò colla voce grave di chi intona un salmo.
Aquilino cercò col mettersele
davanti di far paravento, ma la donna scartò di fianco, e afferrato il volume
panciuto della Guida di Milano, se lo cacciò sotto il braccio e tornò a
cantare, ma con tono più rialzato:
«Niente a nessuno, sor ladrone
illustrissimo…»
«Piano colle parole, o chiamo le
guardie…» disse il signor Tognino, alzandosi di scatto e battendo quasi il suo
dito ossuto sul naso della donna.
«Dobbiamo andare adagio colle
guardie, sor Tognino riverito! lasciamole stare le guardie! c'è in Verziere
della gente che non ha paura delle guardie...»
La donna, sbarrando gli occhi
pieni di quarantotto, pareva un cagnaccio in atto di scagliarsi su un gatto, e
a lei rispose l'uomo con un occhio da vero gatto, un occhio quasi verde,
avvelenato, mentre colla mano irritata faceva saltare sul legno un tagliacarte
di bronzo massiccio che mandò un suono forte e squillante.
«Noi non abbiamo prove tu dici,
brutta faccia di mezzo impiccato!» gridò colla sua bella voce spiegata
l'ortolana. «Dunque noi non siamo parenti come gli altri... Quel che dice don
Giosuè è falso; quel che dice l'avvocato Baruffa è falso; quel che la vecchia
aveva detto ad Aquilino è falso. È la carta che tu vuoi, Maccagno. Tu hai
bisogno della carta, o furfantaccio. Non contento d'aver raggirata la vecchia
balorda, di aver cacciata via la sua cameriera, di aver chiusa la porta in
faccia ai parenti, di aver mangiato la casa e i fondi di quella bigotta che ti
manteneva, tu vuoi anche della carta, o schifoso...»
Ferruccio, che stava a sentire
nell'altra stanza, si lasciò cadere sopra una sedia.
«Questo non è parlare...» gridò
Aquilino, volgendosi irritato al Boffa, che mosse una gamba.
«Questo è parlar chiaro, il mio
regio impiegato; questa è la messa cantata. E non hai schifo del pane che
mangi, o Gattagno, fatto col sangue della povera gente? Non hai schifo di
mantenere le tue sgualdrine e quelle del tuo Bomba coi quattrini dei poveri
padri di famiglia? Ci vuol altro che mandare in lusso la nuora smorfiosa...»
Ferruccio, che ascoltava di
fuori, si coprì gli orecchi colle mani.
Tognino fece un certo segno ad
Aquilino, strizzando l'occhio con un moto particolare e parlante, che persuase
il vice-ricevitore a discorrere col Boffa. Costui entrò
perfettamente nell'idea, e come se gli scoppiasse a un tratto una bomba nel
ventre, saltò addosso alla donna, la ghermì per un braccio e cominciò a tirarla
nella stessa maniera che si tira un mobile pesante o una bestia riottosa.
La donna, non potendo resistere a
quella forza di ferro, si lasciò trascinare: ma volle gettare in faccia a
Tognino tutti i titoli cavallereschi che si usano in verziere in queste
occasioni. Vociò in anticamera, vociò sulle scale e non si persuase a smettere
nemmeno quando fu in corte. Strillavano in lei diecimila ortolane.
«Le donne non sono responsabili e
io mi asciugo le mani di quest'acqua sporca» disse Aquilino con tono
amichevole, fregando la mano che aveva libera sulla manica dell'altro braccio
come se l'asciugasse davvero. «Nemmeno quando si giuoca a tarocco mi piace di
gridare, vero, caro cugino? perché chi ingiuria, punto primo, ha sempre torto,
e a me piace discorrere.»
«Dunque avete delle prove?»
riprese il caro cugino con piglio bonario, ripigliando la penna.
«Benedetto! non si vuol mica
portar via il testamento, ma se nel tagliare il panettone, per un esempio,
cascano delle briciole...»
«Il notaio Baltresca sa quel che
deve fare.»
«Darà cento lire a testa per
elemosina. Cento lire, caro Tognino, sono in queste condizioni un insulto.»
«E allora fate una causa.»
«Lei dice così perché sa che non
siamo in grado di fare una causa.»
«E allora lasciate stare...» seguitava
a ripetere pazientemente l'altro, bagnando spesso la penna e scrivendo,
scrivendo e bagnando.
«Tanto fa come dire: affogatevi,
strozzatevi, ungetevi di lucelina e datevi il fuoco.»
«Oh insomma...! io non vi chiedo
che una cosa sola...» proruppe questa volta con un gesto d'impazienza l'abile
affarista, aprendo le due mani come due ventagli.
«Quale?» ebbe ancora l'ingenuità
di chiedere il vice-ricevitore.
«Le prove!»
Aquilino capì che non istava più
nella sua dignità d'insistere. Il diavolo fa i birboni e poi li acceca. Si mise
il cappello in testa, e si cacciò le due mani nelle tasche sotto le falde del
suo stiffelio della festa, lasciando cadere uno sguardo di compatimento sopra
un infelice che, per l'avidità dell'oro, commetteva delle abbiette
vigliaccherie. Aquilino aveva combattuto a Mestre con Poerio e poteva bene
dall'alto della sua povera, ma onesta dignità, commiserare un meschino che si
avviliva nel fango. Queste cose disse o credette di esprimere colla lunga
occhiata con cui salutò il cugino, mentre avviavasi verso la porta. Sulla
soglia si fermò, si voltò, sollevò un dito all'altezza del cilindro e declamò
la sentenza del Metastasio:
Se a ciascun l'interno affanno
si leggesse in fronte scritto...
E uscì tutto d'un pezzo, non
degnandosi nemmeno di finire.
Ci pensò l'Angiolina a finire.
Trascinata sulla strada dal Boffa, che tirava come un argano, si appoggiò al
muro, tra la porta dell'osteria e il tabaccaio, in faccia alla finestra
dell'ammezzato, e cominciò, o per dir meglio, seguitò a gridare:
«Maccagno birbone! Maccagnaccio
ladro! fatti vedere, faccia d'impiccato».
C'erano abbasso molti altri
parenti interessati a far nascere scandali, che aizzavano l'ortolana a gridare
più forte, che suggerivano le parole delle litanie. La donna, coi pugni
appoggiati alle anche, il viso in una fiamma, l'occhio grosso e lucente, tirava
un mezzo fiato, commentava alla gente, che prese subito a radunarsi, chi era il
Maccagnaccio ladro, che cosa aveva fatto, che cosa aveva rubato: poi subito
tornava da capo:
«Gattone, Battista Scorlino,
Boggia della povera gente!»
Ferruccio sentivasi venir male,
gli tremavano le gambe.
A questi insulti, che salivano
dalla pubblica strada, il signor Maccagno non seppe più star fermo. Saltò in
piedi, venne a dare un'occhiata breve e tagliente attraverso i vetri polverosi,
stringendo ancora il tagliacarte di bronzo come un coltello, masticò senza
inghiottirle delle parole amare e avvelenate, trovando nell'irritazione
dell'oltraggio la forza che non gli veniva data dalla buona coscienza.
Nel livore dell'odio e della
reazione selvaggia, l'egoismo, ingannando se stesso, confondeva il legittimo
diritto della difesa col diritto del più forte, che non è sempre il migliore,
come pare al lupo della favola. L'uomo arido e sprezzante ritrovava nella
necessità della battaglia quasi un senso di orgoglio, che si accompagna sempre
al valore, qualunque sia la causa per la quale si combatte. E come si sa,
l'orgoglio si confonde spesso coll'onorabilità e aiuta con questa a confondere
le idee, o almeno quelle che non desiderano troppo d'essere chiarite.
Erano nell'affarista quasi due
creature in cozzo tra loro. L'una, la primitiva, capace di idee buone e
generose; e una seconda, quella del mestiere, che non intendeva che una ragione
sola, l'interesse. Queste due nature s'erano fatte quasi due abitazioni nella
sua coscienza, e come due vicine in discordia, cercavano sempre di non
incontrarsi e di non farsi vedere insieme; si può dire che invecchiassero nella
stessa casa, quasi senza conoscersi, odiandosi, respingendosi a vicenda, in una
paurosa attesa, quale di loro due sarebbe morta prima, e quale sarebbe rimasta
padrona assoluta della casa.
«Grida, squàrciati, strega!»
brontolò, pensando che tutti i cenci di quei pidocchiosi miserabili non
avrebbero mai potuto mettere insieme il piccolo cencio di carta che le fiamme
del caminetto avevano divorato insieme alla malizia dei preti e degli avvocati.
«Sgòlati, crepa! Una carta abbruciata non c'è Dio che la risusciti.»
Da questa parte potevano
assalirlo in cinquecento, ma la prova che la vecchia avesse fatta una carta non
l'aveva che lui, e nemmeno lui era più in grado di presentarla. Le ingiurie e
le insolenze pubbliche non facevano che dargli qualche ragione di più, se non
si vuol dire che le sue ragioni cominciassero da queste. Un cagnolino debole ha
bisogno d'essere aizzato per risolversi a mordere. Bene! le ingiurie e le
insolenze aiutavano a farlo comparire vittima perseguitata. Si aggiunga che un
torto fin che dorme (e in fondo sentiva d'aver torto in questa guerra) è come
un lupo addormentato che si lascia ammazzare stupidamente a colpi di bastone.
Queste punture obbligavano la bestia a dormire con un occhio aperto e a mandare
di tanto in tanto un sordo ruggito d'avvertimento ai ragazzacci e ai villani
della contrada.
«Piglierò le mie note, stupida
creatura.»
Tornò al tavolino, e tolto un
foglio di carta, notò il giorno e l'ora, come se pigliasse gli appunti per un
processo verbale.
«Tognino, ladro di testamenti»
urlò la donna.
«Benissimo» e scrisse anche
queste parole sulla carta.
«Assassino della povera gente!»
«Brava, dinne un'altra, brutta
cagna.»
«Schifoso!»
«C'è abbastanza per cacciarti in
galera. Aspetta.»
Si mosse ancora dal suo posto e buttata
nella viuzza un'altra rapida occhiata, notò molta gente sulle botteghe,
riconobbe l'albergatore, il tabaccaio, il lattivendolo, qualche altro, dei
quali volle scrivere i nomi nel verbale, per chiamarli tutti come testimoni
d'accusa nel terribile processo d'ingiuria, oltraggio e diffamazione ch'egli
avrebbe domani intentato all'ortolana e a' suoi compari. Oh se li avrebbe fatti
ballare!
«Ferruccio!» chiamò a mezza voce,
aprendo un poco l'uscio verso la scala.
Il giovinetto, colle convulsioni
nelle gambe, era disceso in corte e andava cercando cogli occhi qualche
sorvegliante o una guardia di questura che facesse smettere la spiritata. Non
pareva più Milano. La strada in poco tempo fu piena di curiosi e di sfaccendati
e anche di gente che aveva qualche cosa di meglio da fare, ma che il caso nuovo
e stuzzicante teneva lì, fermi a guardare e a pestar la premura coi piedi.
Chi rideva, chi canzonava, chi
eccitava la donna, credendola ubriaca, a dirne sempre delle più grosse. Intorno
a lei si parlava (come si può parlare tra gente male informata) della vecchia
Ratta, che aveva lasciato un milione: del canonico Pianelli che aveva,
d'accordo col Maccagno, rubato il testamento e s'eran diviso mezzo milione
ciascuno: dell'avvocato Baruffa, il quale aveva le prove in mano che la vecchia
era stata avvelenata: e altre siffatte fanfaluche, che parevan vere a chi le
diceva, in proporzione del gusto che ci pigliava a dirle.
E siccome questo gusto è sempre
un po' meno di quello che prova chi le ripete, in poco tempo la storia del
testamento e del veleno si sparpagliò in tutto il quartiere, e a furia d'esser
data per vera, divenne verosimile. Chi rideva come alla commedia, chi, più
interessato e quindi meno ragionevole, parlava d'impiccare, di bastonare, di
cavare il denaro dalle budella. E come di fuori, così nel vano del cortile
sporgevano teste di donne, berretti di cuochi e di lavoranti, correvano voci da
muro a muro, da scala a scala, mentre dai retrobottega uscivano i commessi e i
facchini di studio a domandare, a sentire, a vedere, a mettere il naso.
Ferruccio, impaurito dal
crescente bisbiglio, vistosi quasi preso di mira dai curiosi, chiamato dalla
voce dell'Augusta che strepitava in cima alle scale, risalì le quattro scalette
a corsa, e stava per entrare nell'ammezzato, quando nell'arco della porta
risonò un grido acutissimo, un grido terribile di donna spaventata o ferita, un
grido che fece balzare Tognino Maccagno dalla scranna, e suscitò un immenso
susurro di voci adirate e scandalizzate. Tognino Maccagno, stringendo sempre
quel tagliacarte acuto e lucente come un coltello, uscì, afferrò Ferruccio che
vacillava sul pianerottolo, se lo tirò dietro per un braccio, scese a
precipizio, passando, urtando, tra la gente, livido in faccia, e arrivò nel
momento appunto che Arabella stramazzava mezza morta ai piedi della scala.
Tornava dall'aver fatto una
visita a Maria Arundelli che abitava verso le parti di Porta Genova. Giunta in
via Torino, invece d'entrare in casa per la porta principale, svoltò ancora
nella viuzza, per ripetere e per aggiungere una nuova raccomandazione a
Ferruccio in favore della povera Stella, e per incaricarlo di qualche sussidio.
Svoltato appena l'angolo, era
stata ravvisata dall'Angiolina, che a vederla, fu presa da una nuova idea.
Lasciato il posto, dove sbraitava all'aria, l'ortolana andò incontro alla
moglie di Lorenzo Maccagno, che veniva rallentando il passo, coll'animo sospeso
allo spettacolo della folla insolita che ingombrava la strada, le piombò
subitamente addosso come un'aquila che ghermisce una tortora, e presala per un
lembo del vestito cominciò a chiamarla ladra, moglie di ladri, nuora di ladri,
manutengola...
Arabella, còlta all'improvviso,
trasalì, stentò a capire, e per l'istinto prese a correre verso la porta. E
l'altra dietro:
«Mettilo giù quel cappellino,
smorfiosa, figlia di ladri...»
Arabella vide come una gran
fiamma rossa, un fuoco agli occhi, affrettò di nuovo il passo, mentre sentiva
il sangue precipitare. E l'altra sempre dietro, a incalzarla, a tormentarla fin
sotto la porta, dove allungò la mano al collo della giovine, che inorridita
gettò un grido, quel terribile grido, si rivoltò, vacillò, si resse colle mani
al muro, poi vide scendere il buio, sentì la morte venire... e cadde sugli
ultimi scalini.
Molti uomini, disgustati a quella
scena, presa in mezzo l'ortolana, la cacciarono via, bistrattandola e
battendola. Essa corse e sparì come una grossa talpa, tirandosi dietro un
nugolo di ragazzi.
«È niente. State lontano, non
toccatela... È niente, Arabella. Un po' d'acqua. È meglio portarla di sopra.
Fate stare indietro la gente, per bacco! Arabella, è nulla, mi creda; è uno
sbaglio. Pigliala, Ferruccio, che la portiamo su.»
Era il signor Tognino Maccagno
che parlava così, che ordinava, che teneva lontano la gente, sorreggendo il
corpo della giovane svenuta, trascinandola con uno sforzo verso la scala,
mentre Ferruccio, cogli occhi velati da un fiume di lagrime, la prendeva
fasciandole modestamente i piedi nel vestito, e aiutava a portarla su per le
quattro scalette fino all'ammezzato. Pareva che portassero una morta.
Aquilino si collocò ai piedi
della scala e col tono irritato di chi non ama le vigliaccherie, persuase i
parenti a non far scene, ch'era una vergogna. Pigliarsela colle donne è più che
una vigliaccheria, è una sporchezza. Il veterano, fremendo, cominciò egli
stesso colle mani e col fazzoletto rosso di cotone a mandar via la ragazzaglia,
che si caccia dappertutto come le mosche.
Quando fu tutto finito,
arrivarono le guardie.
Arabella, posta a sedere sopra la
poltroncina di pelle, cominciò leggermente a sospirare. Il suocero le sorresse
colle mani la testa cadente, premendosela sul petto, mentre due o tre buone
donne accorrevano con dell'acqua, con dell'aceto, con del rum. Essa riaprì gli
occhi, li girò mollemente intorno con aria trasognata, sospirò, si ricordò,
strinse la mano del parente per ringraziarlo, e dopo aver mormorato delle
parole chiuse, uscì a dire:
«Non c'è più quella donna?»
«Nossignora, non c'è più» disse
in fretta Ferruccio, che tremava sempre come una foglia.
«Non c'è più nessuno. È stato un
equivoco... Ha creduto che fosse chi sa chi... Come si sente? vuol andare di
sopra, Arabella?»
Il vecchio Maccagno parlava con
una voce così alterata, che egli stentò a riconoscerla per sua.
«Se queste buone vicine mi
accompagnano...»
Entrano l'Augusta e la Gioconda,
che si strinsero amorosamente intorno alla padroncina. Arabella si sforzò di
alzarsi, ma non poté reggersi. Sentiva la testa in fiamme e la vita fuggire. Le
due donne presero la poltrona e la sollevarono così, mentre Ferruccio correva
innanzi a spalancar gli usci. Il giovine gemeva senz'avvedersene, come quando
si soffre in sogno. Fu portata su e messa subito a letto.
Una delle vicine, la moglie del
mercante, capì che bisognava il dottore e ne avvertì subito il signor Tognino.
«Perché, perché?» domandò il
vecchio sbarrando gli occhi.
«Ho paura che perdiamo le belle
speranze.»
Tognin Maccagno si portò i pugni
stretti e angolosi alla bocca; ma non volendo mostrarsi avvilito, voltò le spalle
e uscì. In anticamera trovò Ferruccio, fermo in mezzo, come un mobile
dimenticato.
«Hai visto Lorenzo?»
Il ragazzo disse di no colla
testa.
«Sai dove sta il dottor Taruzzi?»
«Sì, lo so.»
«Va a chiamarlo.»
Il giovane s'avviava già per
uscire, quando il principale lo richiamò di nuovo:
«Se vedi Lorenzo, non dirgli
nulla com'è stato. Chiama il dottore e poi to'... son dieci lire...» Tognin
Maccagno trasse con mano tremante il portamonete e dette il denaro. «Vai a
Porta Romana, pigli il tram di Lodi, e se non c'è, pigli una carrozza e avverti
la sua mamma, sai? alle Cascine...»
«Sì, sì» disse il ragazzo, non
accorgendosi che per la prima volta il principale gli dava del tu. E tornò a
discendere le scale correndo.
«Il soggetto è per natura
delicato,» osservò il dottor Taruzzi sul pianerottolo, dopo aver visitata la
malata, «però, dopo l'accidente, il fenomeno è regolare e non presenta
pericolo. C'è bisogno di un'assoluta quiete per una ventina di giorni e
raccomando una continua vigilanza. Poi farebbe bene l'aria di campagna. Del
resto, gli sposi son giovani e non sono i figliuoli che mancano a questo mondo.
In quanto al nonno, caro signor Tognino, abbia pazienza anche lui per questa
volta.»
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