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Il colpo fu così improvviso, così
impreveduto, che il signor Tognino non ebbe il tempo di impedire una dolorosa
sventura. I suoi nemici nell'assalir lui erano passati sul corpo della sua
nuora. Il colpo era dato, perdita irreparabile. E qual perdita! A farlo apposta
non avrebbero potuto ferirlo in una parte più viva e più sensibile. In questa
prima speranza di casa Maccagno il vecchio cuore era balzato e risorto a una
vita nuova: nuovi e grandi progetti eran stati fondati su questa speranza; a un
tratto tutto cadde e sparì. E la perdita fu ancor poco in paragone dello
spavento, perché Arabella per cinque o sei giorni stette a un filo di voltar
via anche lei, abbruciata da una febbre di quaranta gradi; e rimase al di qua
per miracolo, estenuata, senza sangue, cogli occhi ancora pieni di spavento,
come se si vedesse sempre le mani della strega addosso, come se una folla di
gente intorno al letto seguitasse a urlare: ladra, figlia di ladri, metti giù
quel cappellino!...
La febbre di quei giorni
pericolosi non fu per lei senza fantasmi e senza visioni torbide e spaventose.
Che il suo povero babbo si fosse ucciso per debiti e per isfuggire al disonore
di un processo, era la storia, si può dire, di tutta la sua vita; sperava di
averla espiata, e dopo otto anni lusingavasi quasi che la gente l'avesse
dimenticata: ma la gente ha buona memoria. Vedendola passare in gran lusso, col
bel cappellino, questa gente aveva voluto mortificarla. Glielo diceva in mezzo
agli spauracchi del suo delirio una voce fioca, che ragionava di sotto al
tumulto delle altre voci, come se la rimproverasse di non aver saputo
proseguire fino alla fine l'opera d'espiazione, facendosi monaca, dando a Dio
anima per anima...
Eppure era stata così contenta di
sentirsi madre! nel possesso di una creatura erale sembrato di trovare la
ragione e il compenso di molte tribolazioni. Una dolce pacificazione di spirito
l'aveva invasa e dominata in questi due mesi. La tenerezza materna, che aveva
scoperta presso il lettuccio del fratellino agonizzante, s'era risvegliata di
soprassalto al dolce mistero della maternità vera, le aveva inondate le vene
della gioia più pura e più completa che sia dato godere a una donna.
All'uscire dalla febbre e dal
pericolo si ritrovò come isolata, con un senso di paura e di stanchezza
nell'anima, colla disperazione che prova il navigante, che da uno scoglio arido
e deserto vede affondare il legno che l'ha portato e non ha davanti che un mare
senza sponde.
Mamma Beatrice rimase a Milano
sei o sette giorni, finché ci fu maggior bisogno e non la richiamarono alle
Cascine. Nel suo buon senso beato e rassegnato cercò di dimostrare alla
figliuola che, morto un papa, se ne fa un altro, che son cose che càpitano a
tutte, che a lei era capitato di peggio la prima volta per colpa d'un cane
grosso che l'aveva assaltata in istrada.
«Non sono i figliuoli che mancano
a questo mondo, cara miseria! fan tutte così le sposine: prima piangono per
averne, poi piangono perché ne hanno troppi.»
E la buona donna, rifiorente e
bella ancora nel suo piccolo lutto, sfogavasi a raccontare le sue miserie e
quelle del povero uomo rimasto a casa. Il matrimonio aveva accomodate molte
cose, ma non le aveva accomodate tutte. C'eran altre scadenze, c'eran dei
livelli, e c'eran quei benedetti figliuoli, a cui bisognava provvedere tutti i
santi giorni.
«I morti, alla fine, non hanno
bisogno di nulla, ma i figliuoli bisogna vestirli, calzarli, mantenerli,
istruirli, e papà Paolino ne aveva fatto dei sacrifici pei figliuoli degli
altri. Era giusto che pensasse anche ai suoi: e poiché il Signore aveva mandato
la fortuna, Arabella doveva cercare nella sua posizione di aiutare la barca.
Quasi collo scarto della roba di suo marito c'era da vestire Mario e Naldo. Se
avesse risparmiato ogni mese qualche cosuccia sull'andamento della casa, si
metteva in grado di pagare per la Pasqua quel benedetto livello. Non parlava
per sé, che ormai sentivasi vecchia e stufa, quantunque fosse una malinconia
anche per lei l'aver dovuto contentarsi di un vestito di lana, mezzo
rosicchiato dalle tarme, che la sarta non aveva voluto aggiustare, un vestito
che a Milano non porterebbero le donne di servizio.»
Con questi discorsi, mamma
Beatrice cercava di richiamare Arabella alle cose di questo mondo. La poesia è
come i bombons: è buona per chi ha mangiato il resto. E non volle
andarsene a mani vuote. Dopo aver fatta la corte un pezzo a un bel scialletto
di seta, se lo fece dare insieme a un paio di buccolette di mosaico, che lo zio
Demetrio aveva mandato dalla Toscana in regalo alla sposa. Arabella
l'accompagnò con un sorriso e con uno sguardo di compatimento. Nel suo
sfinimento fisico e morale non aveva nemmeno la forza di contraddire.
Avendo la malata bisogno di
quiete, Lorenzo trasportò i suoi lari nella stanza che serviva di studio al
signor agente di cambio, dove a nessuno faceva male l'odore della pipa; e per
tutto il tempo che Arabella stette in letto, cioè fino ai primi di febbraio,
non gli dispiacque di ricuperare la libertà dei movimenti, che il matrimonio,
la soggezione paterna e un senso d'obbligazione morale gli avevano tolta. Gli
dispiacque il brutto caso, che papà Tognino raccontò e spiegò alla sua maniera:
cercò di consolare anche lui, alla sua maniera, la povera «Ara bell'Ara»,
ripetendo la storiella che, morto un papa, se ne fa un altro. Entrava la
mattina, sedeva il tempo di rotolare una sigaretta, dava qualche ordine
superficiale all'Augusta, e dopo aver ballato un poco sulle gambe, se ne andava
colla furia di chi si sente mancar l'aria respirabile.
Arabella, anche quando ricuperò
la forza di comprendere e di parlare, non faceva nulla per trattenerlo.
Nelle lunghe ore in cui rimaneva
sola, cogli occhi fissi alle tende di pizzo, il suo pensiero, quasi infossato
in una ruga della fronte, si proponeva ancora la paurosa questione che l'aveva
resa timida e titubante a dir di sì. Qualche cosa era venuta meno in lei colla
perdita della sua prima speranza. Essa sentiva (ah! lo sentiva troppo ora nella
languidezza del suo stato) che non avrebbe mai potuto amare un uomo senza idee
e senz'anima. Ora non aveva più altro bene a cui rivolgere il suo pensiero; la
paura, il mistero, lo scoraggiamento morale la circondavano da tutte le parti.
Non poteva sperare nella sua mamma: egoisti tutti, egoisti tutti... E piangeva,
avvolgendosi nelle coltri, quasi più di rimorso che di dolore, mentre la nebbia
del lungo inverno scendeva a riempire il triste cortile e a togliere la poca
vista del cielo.
Qualche volta, nella languida
dolcezza della convalescenza, l'occhio velavasi in un sonno leggiero e
ristoratore, durante il quale la mente seguiva in sogno più agili le memorie
della fanciullezza, in modo speciale quelle verdi e ridenti portate via da
Cremenno, memorie in cui entravano viottoli, prati, torrenti luccicanti,
chiesine coperte d'edera, popolate di rondini, litanie e melodie d'armonium
preludianti a visioni che suscitavano nel suo giovane cuore palpiti di amorose
trepidazioni. Era la poesia della sua anima, che nell'abbandono delle forze e
della coscienza, usciva a carezzarla. Ma la prosa, cioè la verità, l'aspettava
al suo risvegliarsi. Sentiva che non l'avevano maritata perché fosse felice; ma
perché col suo sacrificio placasse un cattivo destino che pesava da un pezzo
sulla sua famiglia. Monaca o maritata, vestita di sacco o di velluto, essa era
sempre la vittima dell'espiazione, la figlia del suicida raccattata per carità,
maritata per interesse, girata di mano in mano come una cambiale. Che ore di
tristezza passavano sul suo capo, mentre il sole di febbraio riposava languido
sui vetri, o la pioggerella mormorava monotona nel canale sopra il rumore
indistinto che veniva dalla strada!
Rimasta sola nelle mani delle
persone di servizio, ebbe troppo tempo di pensare a' casi suoi e di riflettere
su una quantità di piccole cose, che i forti e i fortunati calpestano come si
calpestano le formiche passando, ma che nell'inerzia forzata e nell'impotenza
morale vi assalgono da tutte le parti, irritandovi il cervello e il cuore.
Dov'era caduta? perché l'avevano
maritata? che colpe era chiamata a scontare? e questa gente, ignota ieri, che
oggi essa doveva amare e rispettare, da dove veniva, che pretendeva da lei, chi
era e perché tanto odio contro di lei, un odio che sollevava un tumulto di
gente irritata?
Suo suocero, volendo in qualche maniera
giustificare il disgraziato accidente di cui era rimasta vittima, aggiustò una
favola, che spiegò con molte parole, come se l'Angiolina avesse voluto
vendicarsi di essere cacciata via. Ora egli aveva accomodata ogni cosa: tutto
era finito colla pace di tutti. Pensasse dunque a guarire e a rimettersi in
forza, per poter andare insieme a passare la primavera in campagna, in qualche
bel sito quieto…
Queste cose veniva spesso a
raccontare alla malata colla preoccupazione nervosa che nasce, oltre che dall'affezione,
dal desiderio di far dimenticare il male. Ma una volta fuori di stanza, il
vecchio irascibile tornava a' suoi pensieri di vendetta, a' suoi progetti di
difesa contro una ciurmaglia, che credeva d'impaurirlo coi gridi e cogli
scandali. Se riusciva a mettere in salvo Arabella in qualche luogo sicuro (e a
questo scopo stava combinando col Botola di prendere in affitto una casa sul
lago di Como), se otteneva d'aver le mani libere per lo spazio di un mese,
avrebbe dato ai prepotenti una lezione in piena regola, tale da levare a
chicchessia il gusto di litigare con lui.
Arabella credette o finse di
credere a tutto ciò che le davano a intendere. Nella sua estenuazione fisica e
morale non aveva la forza di volere, né quella di non volere, e accettava tutte
le ragioni colla stessa malinconica rassegnazione con cui trangugiava i decotti
e i beveroni che ordinava il dottor Taruzzi senza chiedere che roba fosse.
Che ne sapeva essa della vita,
degli uomini, delle cose? Che gente era questa che essa doveva rispettare ed
amare? Suo marito entrava sempre più di rado a salutarla, e pareva sulle spine
quei pochi cinque minuti; ciò era triste, doloroso; ma più triste e più
doloroso era il sentimento quasi di tedio, che essa provava alle sue
consolazioni e alle sue pesanti carezze.
La Madonna, che la guardava dal
capo del letto, non doveva permettere che il suo cuore s'intiepidisse nel bene.
Richiamando tutte le voci dell'anima sua devota e fervente, cercava nella
preghiera lunga e ripetuta la speranza e la forza che l'avevano sostenuta in
altre tristezze, soprattutto la fede nella vita e la buona fede negli uomini, o
almeno la fede della povera Angelica.
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