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Un giorno, poco prima dell'ora del
pranzo, il signor Tognino, entrando lentamente e cautamente nella camera della
malata, la trovò addormentata, più seduta che stesa sul letto, avvolta in parte
in uno scialle di lana, colla bella testa sprofondata nel candore del cuscino e
delle guarnizioni, la bocca dischiusa a un lieve respiro, avviluppata dal
candore niveo del letto, colle mani abbandonate sul libro delle preghiere.
Il suocero collocò delicatamente
sul tavolino un fiaschetto di vecchio Xeres, che aveva acquistato apposta, si
avvicinò pian piano al letto, posò leggermente la mano sulla fronte della
malata, la sentì umida e fresca, e si ritrasse leggermente, mettendosi a sedere
in un angolo oscuro, dietro la finestra, da dove poteva sorvegliarla senza
essere veduto.
Partita la mamma, era lui
l'infermiere e il padrone di casa. Per essere più pronto aveva portato da
scrivere nella stanza vicina e vi rimaneva tutte le ore che poteva rubare agli
affari. Su Lorenzo non c'era da fare un gran conto; si vedevan di rado; si
sarebbe detto che i due uomini da qualche tempo si sfuggissero.
Qualche cosa di forte e di duro
come un grosso martello da fabbro era caduto sul cuore del vecchio affarista,
che non batteva più col battito lento e sommesso d'un cuore in regola col
tempo, ma aveva degli scatti, delle corse affannose e precipitose, delle strane
immaginazioni, che riempivano la notte di fantasmi, quando voltandosi e
rivoltandosi nel letto, il padrone cercava invano di riattaccare il sonno.
E non da ieri, ma da un pezzo, se
cercava indietro, era cominciata questa sua palpitazione, che gli ultimi
avvenimenti, la rabbia e lo spavento, non avevano fatto che incrudelire. L'uomo
non era più l'uomo di prima fin dal giorno che s'era parlato di dar moglie a
Lorenzo, e che, andando verso le Cascine, s'era incontrato per caso, o per
destino, o per disgrazia — chi sa come si muove il mondo? — nella figliuola
adottiva del signor Paolino. Era quella stessa figura elegante, bionda e
delicata, che ora dormiva nel molle abbandono della stanchezza, che una
donnaccia aveva osato toccare, che una masnada di pezzenti voleva trascinare
nel fango, che lui però avrebbe difeso, ringhiando e mordendo, se ciò era
necessario.
Se il nostro affarista fosse
stato un filosofo, capace di frugare in mezzo ai ferravecchi della sua vecchia
e ingombra coscienza, forse avrebbe trovato che in questo accanito furore di
difesa era in giuoco anche un interesse nuovo e curioso, poco chiaro allo
stesso interessato, ma che dava alle sue ragioni una forza nuova e premurosa.
Salvare Arabella voleva anche
dire salvare quanto di meno disprezzabile era rimasto in lui e insieme quanto
di veramente prezioso sentiva ancora di possedere nell'affezione e
nell'opinione di questa sua figliuola. Il castigo non poteva essere che questo:
il resto... che cosa gl'importava del resto? Ecco perché sospirava l'ora e il
momento di vederla fuori dal letto, completamente ristabilita, non solo per
sottrarla alle congiure, alle pressioni, alle vessazioni di gente cattiva, ma
per collocarla in qualche luogo lontano e sicuro, dove non potessero arrivare
le voci dei volgari interessi, dove soffrisse meno con lei qualcheduno o
qualche cosa che viveva di lei. Più che vederla e intenderla questa necessità,
egli la sentiva con un sollevamento d'animo tutte le volte che poneva il piede
nella stanza della malata, tutte le notti che si avvicinava sommessamente al
suo letto e che procurava di consolarla, di rassicurarla, di fornirle delle
spiegazioni.
Curvo, rannuvolato in una oscura
commozione, in cui alla pietà mescolavasi un senso irritato d'odio e di
vergogna, sollevava di tempo in tempo lo sguardo sulla persona
dell'addormentata, che nella placida e lenta quiete pareva morta.
Era uno sguardo perplesso, che
non osava più, come una volta, penetrare e guardar fisso in faccia alle cose,
qualunque fossero, sicuro di sostenerle; ma ritraevasi dal letto colla
mortificata e lenta tristezza, con cui l'occhio dell'analfabeta si toglie da
uno scritto, che suscita in tutti gli altri una viva e potente commozione e non
dice nulla a chi non sa leggere.
Forse era già troppo tardi per
mettersi da capo a imparare a leggere quel che vi può essere di bello e di
santo nel cuore d'una buona creatura. Forse non gli avevano mai insegnato a
decifrare questo alfabeto: e se nella prima giovinezza aveva sentito a
parlarne, troppo tempo, troppe cose eran cadute in mezzo. Peggio per lui! ma
peggio ancora se Arabella avesse letto nel suo, di cuore!
Ogni suo sforzo, ogni sua
ambizione doveva mirare a una cosa sola: impedire che Arabella diventasse il
ludibrio di Milano. Qualche avvertimento in questo senso gliel'aveva dato anche
il notaio Baltresca, che considerava la questione coll'occhio pratico del
mestiere. Un processo è sempre uno scandalo; si sa dove si comincia, non dove
si finisce. Preti, monache e avvocati vi potevano pescar dentro il loro
interesse. E anche supposto che l'ortolana venisse condannata a qualche mese di
prigione, chi poteva impedire, per esempio, che Arabella fosse chiamata in
Tribunale a deporre in qualità di testimonio, in mezzo a quella marmaglia, tra
uscieri, sbirri, scribi e farisei, per sentirsi ripetere sul viso infamie di
ogni colore?... Se ciò fosse accaduto — e la sola idea gli mozzava il respiro —
da qual parte sarebbe stato il reo? e da qual parte il giudice più terribile?
Chi avrebbe impedito all'avvocato Baruffa di rifare a modo suo la storia? E
Arabella avrebbe dovuto assistere a una bega di questa sorta, bersaglio a Dio
sa quali infamità? no, no.
Questi pensieri, solamente col
passare, gli facevano corrugare la fronte e gli tiravano il capo all'ingiù.
Temeva quasi che avessero a turbare e a funestare il riposo dell'addormentata.
La bega era grossa e bisognava
uscirne al più presto, nel miglior modo possibile.
Di cosa in cosa si ricordò d'aver
ricevuta una lettera nella quale il Botola gli parlava di avvocati, di
processo, di Lorenzo.
Col Botola i Maccagno erano
legati da un'amicizia che risaliva fino al quarantotto, fino ai tempi che il
padre di Tognino, detto il Valsassina, cominciava a guadagnare i primi
quattrini in una botteguccia di liquori fuori di porta. Venute le grosse brighe
della rivoluzione, mentre gli «italianoni» facevano alle barricate, Botola e
Valsassina introducevano in città molte brente di spirito di contrabbando,
mettendo in questo modo la base alla fortuna.
Nell'agosto tornarono i
castigamatti, ma la gente aveva tutt'altro per la testa che di verificare le
bollette di dazio. Poi eran passate molte altre cose. Chi andò sulla forca, chi
emigrò, chi tornò a portare il baldacchino. Annegò chi non seppe nuotare. E per
poco non annegò anche il Botola, troppo corto d'ingegno e d'istruzione, per
saper resistere ai tempi nuovi, bianchi, rossi e verdi. Fallito un paio di
volte, il vecchio disgraziato vivacchiava meschinamente, facendo il
pignoratario su piccoli prestiti.
Che cosa gli scriveva il vecchio
amico? Cercando nelle tasche, trovò in mezzo a una manata di cartacce un cencio
con su disegnati certi scarabocchi grossi e sgangherati, che volevan dire
parole, quantunque somigliassero più ai pali di una vigna battuta dalla
tempesta, che non ai segni inventati da Cadmo. Il pignoratario riferiva d'aver
saputo che i parenti Ratta, Maccagno, Borrola, con altri diseredati,
intendevano infirmare il testamento e intentare una causa, perché fosse tenuto
valido il testamento anteriore del '78.
«Faccian pure la causa!»
rispondeva mentalmente colla solita asprezza il signor Tognino, come se
qualcuno fosse lì a sentirlo. «In quanto ai signori Borrola, che vantano delle
pretensioni, son curioso di sapere su che cosa appoggiano le loro speranze. È
tutta rabbia, è tutto veleno, perché ho scoperto il loro giochetto e ho
strappato Lorenzo ai loro intrighi. Faccian pure, ma non si lascin trovare da
me in un momento cattivo.»
Arabella mormorò qualche parolina
dolente e mosse leggermente la mano sul libro aperto abbandonato sul letto.
Il vecchio si scosse da' suoi
pensieri, come se quelle voci rispondessero in qualche modo a ragionamenti che
egli faceva dentro di sé e sentì che, se gli bastava il cuore di sfidare mezzo
mondo, pure di fronte a sua nuora avrebbe avuto tutte le paure. E come se
istintivamente si mettesse sulle difese, socchiuse un poco una imposta e si
tirò meglio nell'angolo oscuro.
La stanza s'immerse ancor di più
nella penombra, il fascio di luce che entrava dalla finestra socchiusa andava a
stento fino a rischiarare il guanciale e una parte del letto, dove Arabella, di
sogno in sogno, di imagine in imagine, percorreva la storia della sua vita.
Nei sogni le impressioni tornano
spesso sfigurate, sconnesse, più grandi o più piccole della verità; ma non
perdono mai il significato che le fa nascere. Avviene non di rado che
nell'ingrandimento grottesco ed esagerato o nella riduzione che sopportano, si
manifesti a chi sogna, analizzato o riassunto, il significato che inutilmente
aveva cercato ad occhi aperti. Il senso è più libero a percepire ciò che la
ragione o non osa o non sa, o non vuole intendere: e dai sogni qualche volta
s'intende la vita come dal commento il poema.
Arabella, ritornando sulle sue memorie,
ritornava a soffrire e a godere più vivamente d'impressioni non bene afferrate
la prima volta, come se in sogno germogliassero i piccoli semi caduti nei
luoghi più oscuri dello spirito.
Di cosa in cosa le parve di
tornare ai primi giorni del suo matrimonio e precisamente al suo primo entrare
nella casa nuova. Suo suocero aveva fatto degli inviti. La casa era come quella
sera piena di gente nuova e sconosciuta che la salutavano, si congratulavano,
la soffocavano di parole e di baci non chiesti e non desiderati. Una specie di
nausea dallo stomaco saliva al capo, effetto forse d'un forte vin «brulé», che
alcuni servitori in guanti bianchi portavano intorno sui vassoi.
Parevale che tutta quella gente
fosse lì per saziarsi in qualche maniera di lei, coi baci, cogli occhi, coi
commenti, come fanno i bimbi, che trovato un pezzo di zucchero in un cantuccio,
se lo succiano un po' per uno.
La zia Sidonia, in un vestito di
raso rosso color brace, scollata in una foggia indecente, se la stringeva sul
seno morbido e caldo, chiamandola il suo bell'angiolino, mentre lo zio Mauro,
seduto al pianoforte, tempestava sopra una canzonetta veneziana di sua
invenzione, che faceva ridere tutte le bocche. Sì, ridevano tutte quelle faccie
sconosciute di parenti, di mezzi parenti, di agenti di cambio, di amici di suo
marito, di cui sentiva ripetere i nomi senza afferrarli in mezzo al frastuono.
Solamente papà Paolino colla schiena appoggiata allo stipite dell'uscio
guardava in su per non farsi vedere a piangere. C'era la mamma, la più bella
donna in mezzo a molte signore brutte, magre, dal tipo volgare, che ripetevano
il colore terreo e le mandibole pronunciate della famiglia, che seguitavano a
guardarla come se dicessero in cuor loro:
«Povera diavola, dove sei
capitata!»
E stava in mezzo alla folla
coll'animo addolorato, quando vide entrare con un passo lesto senza suono, in
abito nero anche lui, rigido e smorto come tutti i morti che camminano, il suo
povero papà.
Come fosse vivo, come venisse
alla festa, che cosa le dicesse sottovoce non riusciva a capire. La
rimproverava d'essere venuta meno al suo voto? era malcontento anche lui di
vederla in questa casa? L'immagine dell'infelice rimasta impressa negli anni in
cui la memoria è più viva, mantenuta viva e presente per tutti gli anni
successivi da un generoso desiderio di riparazione morale, era troppo
famigliare ai pensieri della figliuola perché essa si sgomentasse di rivederla
in mezzo a gente viva; anzi se lo strinse sul cuore, forte, teneramente, e
cominciò a parlargli con calore per dimostrargli che tutto era proceduto
secondo la volontà di Dio, che l'aveva fatto per amore e per compassione della
sua mamma; e nell'abbracciarlo sentiva una così profonda compassione, che
cominciò a singhiozzare davvero...
Il vecchio Maccagno, a sentire la
malata singhiozzare, uscì dal buio e dalla tempesta de' suoi pensieri, si
accostò al letto.
Arabella, agitata da un piccolo
fremito, corrugava la fronte collo sforzo di chi mira a liberarsi da una
dolorosa oppressione. Egli allora, quasi per liberarla dall'incubo, le prese
dolcemente la mano e se la tirò a sé, dolcemente, chinandosi sopra di lei per
dimandarle che cosa si sentisse: e in quella Arabella aprì gli occhi pieni di
lagrime, li fissò, come chi stenta a orientarsi, in faccia al suo premuroso
infermiere.
Lo sforzo che essa fece di
sorridere al di sotto del velo di lagrime che le copriva gli occhi e
l'abbandono inerte della sua persona non abbastanza ridesta suscitarono nel
vecchio uomo una violenza di affetti, di tenerezza, di sgomento e di selvaggi
rancori, una tremenda paura di sé, una così oscura oppressione, che per un
istante non vide innanzi a sé che un gran bianco, un gran bianco...
«Perché piange?»
«Non so, un brutto sogno.»
«Non si sente mica più male?»
«Non mi pare.»
«Devo aprire le imposte?»
«Sì: ho dormito un pezzo?»
«Forse un'ora.»
«Lorenzo, dov'è?»
«È stato qui: ha visto che
dormiva...»
«Povero papà!» uscì a dire
Arabella, non ancora ben uscita dalla sua dolorosa visione, continuando, per un
meccanismo nervoso, il discorso accalorato, che stava facendo in sogno al suo
papà morto.
Il suocero attribuì a sé la
tenera espressione di un nome così affettuoso, che egli non aveva mai osato
chiedere per sé e che sua nuora non era mai stata animata a concedere. Colto in
un momento di debolezza, s'intenerì ancor di più, e mettendosi con moti
frequenti a carezzare i capelli della malata, si abbandonò anche lui, per la
prima volta, a darle del tu:
«Guarisci, guarisci presto, e
andremo in campagna. Vedrai che bel sito! Non sei mai stata in Tremezzina? In
primavera è il paese delle rose. Rose dappertutto... Anch'io ho bisogno d'andar
fuori dei piedi della gente, sono un poco stanco e malato anch'io e non vedo
l'ora di collocarmi in campagna a coltivare le rape e le verze...»
E cercò di ridere per combattere
la molle malinconia che l'assaliva da tutte le parti. Questa malinconia montava
come un'acqua che scaturisce improvvisamente da una vena sconosciuta al
rompersi di una roccia. Da dove derivano queste acque fredde e limpide che il
passeggero incontra sulla sua strada polverosa in mezzo a un paese brullo,
riarso dal sole? La natura ha i suoi misteriosi serbatoi che mandano rigagnoli
ai più lontani strati e non di rado spiccia l'acqua pura anche al disotto del
fango. Sentendo che insieme all'onda refrigerante saliva qualche cosa di amaro,
messo in paura o in sospetto d'una mestizia che lo conduceva a cantare delle
arie di gioventù col falsetto del vecchio, spaventato all'idea che egli potesse
dire una sciocchezza od una meschinità, accomodò con una certa furia distratta
le pieghe del letto e soggiunse, mutando tono:
«Ho trovato un vin vecchio
sincero che le farà bene: lei ne deve bere un bicchierino. Il dottore
raccomanda il vin vecchio. Lo assaggi. Questo è sangue.»
Versò il vino nel calice e si accostò
di nuovo, tenendo il bicchiere colle due mani, per resistere a un tremito
convulso che faceva vibrare tutto il corpo.
Arabella si sollevò un poco,
colla sinistra mandò indietro i capelli folti che scendevano scomposti, e coll'altra
mano aggradì il calice, in cui brillava un vino secco color dell'ambra.
«Beva, questo è sangue...» ripeté
il suocero con un tono monotono d'uomo distratto, socchiudendo gli occhi.
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