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Quando uscì dalla stanza provò il
senso di chi cammina al buio per anditi sconosciuti. Egli doveva fare qualche
cosa per mettere Arabella al sicuro; era pronto anche a perdonare a' suoi
nemici, se il perdonare poteva condurre più presto a una pacificazione: la
primavera non era lontana e il dottore prometteva che per la fine di febbraio
la malata avrebbe potuto senza pericolo intraprendere un viaggio. Como non è in
capo al mondo, e una volta sul lago, non si sente più di viaggiare.
Occorreva ch'egli facesse una
corsa a questa villa, di cui da un poco gli parlava il Botola, posta in una
bellissima posizione, in pieno mezzodì, già ammobiliata, con un giardino
ombroso fino al lago; e avrebbe potuto andarci quando Arabella cominciasse ad
uscir dal letto. Egli non voleva trovare una casa in disordine, esposta al
vento, a rischio di esporre sua nuora, già indebolita, a un colpo d'aria.
Scendeva le scale senza veder i
gradini, ravvolto come in una nuvola in questi pensieri, quando arrivato
sull'ultimo pianerottolo, s'incontrò faccia a faccia in Sidonia, l'amatissima
sorella cantante, che vestita come una Maria Stuarda, andava su.
«Si può vedere Arabella?» domandò
la buona zietta.
«Nossignora!» rispose il
fratello, sentendo ribollire il sangue.
«Non è mica più aggravata...»
«Niente affatto, ma non riceve
nessuno.»
«Neanche i parenti?»
«Non conosco per parente chi fa
lega coi miei nemici» scattò a dire il fratello, che nella sua guerra era
sempre in timore di lasciarsi prendere la mano.
Sidonia arrossì un poco sotto la
cipria e il belletto; ma non abituata a far scene fuori delle scene, recitò con
tono pacato:
«Credevo di far onore a tua
nuora: anch'io non conosco per fratello chi mi manca di rispetto».
«Ah! voi volete il rispetto...»
cominciava a strillare l'ometto sanguigno, agitando le sue mani magre sotto il
viso di Sidonia.
«Ti prego» disse costei,
arrestandosi con una solenne occhiata di Norma, sacerdotessa dei Druidi. «Io
non sono abituata ai pettegolezzi di Baltresca, e non mi lascio insultare dai
vagabondi. Se hai delle ragioni, c'è mio marito e sai dove sto di casa.»
«Ciò che voglio è che non mi si
venga tra i piedi.»
«Oh, s'immagini!»
«Non voglio spie in casa...»
«I ladri vedono spie
dappertutto...»
Con questi complimenti
pronunciati in modo da non dar scandalo, coll'intonazione quasi sorridente che
usano gli amanti in collera, arrivati alla porta, i due fratelli si fecero un
bell'inchino e si divisero, andando ciascuno per la sua strada, carichi tutti e
due di rabbia compressa, pronti a saltar in aria come due barili di polvere
alla minima scintilla. Giunta a casa, Sidonia, trovato il marito, gli dimostrò
tutta l'enormità dell'oltraggio ricevuto. Colei che l'imperatrice Eugenia aveva
ricevuta alle Tuileries come una sorella, che papà Rossini soleva chiamare sa
chère petite Malibran, era stata messa alla porta come una pezzente da un
indegno fratello.
Mauro Borrola gonfiò gli occhi,
bestemmiò mezz'ora in padovan, girando per la casa in pantofole e in veste da
camera: avrebbe voluto uscir subito a chiedere una soddisfazione d'onore a suo
cognato o a Lorenzo; ma il nuovo Rosetter inglese ha questo difetto, che
alle prime pennellate dà alla barba uno spiccato color violetto e la ricetta
consiglia qualche giorno di chez soi, finché i bulbi non gli abbiano
assorbito per capillarità il liquido ristoratore. Pensò di rimandare la cosa a
un altro momento e di rifarsi in qualche altra maniera. La sua prima visita fu
per l'avvocato Baruffa. Gli elementi della causa erano raccolti. Presto si
sarebbe tenuta un'adunanza di tutti gl'interessati per procedere d'accordo
contro il signor Tognino.
Come avvisaglia di guerra,
qualche giorno dopo, la Augusta consegnava in gran segretezza alla sua padrona
la seguente lettera:
«Illustrissima Signora,
«Le molte pie persone che mi
parlano bene del suo cuore e della sua pietà mi fanno animo a rivolgermi a Lei,
illustrissima signora, per una questione in cui son persuaso Ella vorrà
prendere la parte dei deboli e dei sacrificati. Per quanto sia difficile
giudicare sulle apparenze intorno alle umane cose, pure voglio ritenere che il
signor Tognino suo suocero sia veramente nel suo pieno diritto quando trattiene
tutta per sé un'eredità di quattrocentomila lire, che ogni segno faceva sperare
sarebbe andata ripartita non solo in pie istituzioni di carità, ma a sollievo
eziandio di molti e bisognosi parenti che ne avevano ugual diritto.
«Ma il sommo diritto bene spesso
si riduce a ingiuria, a ingiustizia, e ciò accade tutte le volte che al bene di
un solo si sacrificano i bisogni di cento e cento poverelli sofferenti, tutte
le volte che si suscitano ire, odii, male passioni, querele che amareggiano la
stessa ricchezza, turbano le coscienze, e caricano la responsabilità nostra di
gravissimi conti.
«Allo scrivere queste parole mi
muove la persuasione che nulla è noto ancora alla S. V. Illustrissima di tutto
ciò che si dice intorno alla eredità Ratta; ma poiché mi risulta da varie parti
che nelle querele e nelle amare recriminazioni dei diseredati è ripetuto spesso
anche il suo nome come quello di una complice dell'ingiustizia, a nome di
antiche sue maestranze venerabilissime, vengo, sebbene a malincuore, a
interessarla in una questione, in cui la sua non può essere che una parola di
giustizia e di carità.
«Io non so vedere quel che Ella
potrà fare e dire a vantaggio dei poveri: ma fin d'ora mi lusingo di trovare in
Lei una di quelle anime zelanti del bene, che non si acquietano nel dubbio e
nell'incertezza. Parlando col suo signor marito e col suo signor suocero, Ella
potrà mettersi in grado di ben giudicare se convenga per un eccessivo zelo del
proprio diritto affrontare le conseguenze dell'odio e della vendetta, turbare
le coscienze dei buoni cristiani, crearsi un fasto che riposa sui dolori
altrui. Io non posso giudicare quanto vi sia di vero nelle voci che corrono, le
quali accuserebbero il signor Maccagno di aver carpito quasi colla violenza un
testamento che avrebbe dovuto sonare ben diverso. Solo l'occhio di Dio può
scendere nell'oscurità e illuminarla. Ma posso quasi esser certo che la buona e
pia allieva delle madri canossiane non vorrebbe accettare un soldo che non
fosse consacrato dalle ragioni della giustizia e che nella contingenza in cui
si trova, vorrà prestare l'opera e l'autorità della sua posizione di consorte e
di figlia per avviare delle trattative, le quali conducano a una più giusta
soluzione e ripartizione dei beni.
«Posso fin d'ora comunicarle che
a quest'atto di conciliazione è vivamente interessato anche Sua Eminenza
l'arcivescovo di Milano, quale supremo tutore di tutte le pie Case che da una
siffatta eredità credono d'essere state, non che danneggiate, ingiustamente
lese nei loro diritti: e l'autorità di un tal nome dev'essere per l'animo suo
pio e cristiano arra di giustizia e quasi uno stimolo di più a zelare l'opera
della giustizia e della conciliazione, dalla quale essa non può ritrarre che
benedizioni e frutti di santa edificazione.
«Tosto che la sua preziosa salute
glielo permetta, io riceverò di buon grado una sua visita al mio domicilio, ove
potrò fornirle quegli altri schiarimenti che sarebbe troppo lungo esprimere per
lettera. Intanto le raccomando la massima discrezione su questa mia ingerenza
in una questione che non mi tocca, se non in quanto mi toccano tutte le questioni
in cui è in giuoco il bene dei poveri e quello delle anime.
«Col più profondo rispetto mi
sottoscrivo
pr. Felice Vittuone, pr. parr.».
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