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Arabella da quindici giorni aveva
lasciato il letto, ma la cattiva stagione non permetteva ancora di parlar di
campagna.
Molti fatti nuovi e imprevisti erano
intervenuti a mutare il suo sentimento, a scuoterla da uno stato di
abbattimento e d'inerzia morale, che non di rado è così comodo confondere
coll'umiltà e colla rassegnazione.
La lettera di don Felice (persona
degna d'ogni fede) era stata per lei come la chiave di molte cose misteriose,
che prima non sapeva spiegare, una fiaccola che, se non rischiara tutti gli
angoli di un brutto sotterraneo, è abbastanza per mostrare l'orrore del sito e
per non invogliare a rimanervi di più.
Man mano che le forze fisiche
tornavano e che essa ripigliava le sue abitudini nella bella casa fresca e
nuova, presa da un senso di abbandono, quasi di squilibrio nel corpo, cresceva
in lei il dubbio, se poteva rimanere senza rimorso e senza vergogna a godere
della sua agiatezza, acconciarsi, come scriveva don Felice, alla sua parte di
complice inerte e soddisfatta dell'ingiustizia, continuando a godere i frutti
d'una ricchezza, per la quale aveva perduto il frutto più caro del suo
sacrificio, per la quale aveva quasi bussato all'uscio della morte.
Se Dio non l'aveva voluta di là,
questo era un segno che il suo dovere non era ancora tutto compiuto. Ma il suo
dovere, oggi, non poteva più essere, come ieri, semplicemente d'obbedire e
tacere.
Il suo dovere era di combattere,
forse più per gli altri che per sé. Segretamente scrisse a don Felice chiedendo
qualche schiarimento e dei consigli. L'Augusta portava e riportava le lettere.
Non chiesta e non desiderata, arrivò anche una lettera della zia Sidonia, che
scusavasi di non venire ad abbracciare la nipote come avrebbe desiderato il suo
cuore. La compassionava mostrando di separare la causa di Arabella da quella di
suo suocero, uomo indegno del nome di fratello, che come aveva speculato sulla
bontà dei signori Botta, costringendo un povero angiolino a sposare un uomo
indegno del nome di marito, così sperava di speculare sulla dabbenaggine dei
parenti, confiscando un'eredità carpita colla frode e col tradimento.
E come se queste scosse non
bastassero, si aggiunsero altre noie da parte della mamma.
Questa benedetta donna si era
fissa in mente che Arabella avesse i sacchi dell'oro in casa e che il
matrimonio era stato fatto principalmente per aggiustare gli strappi, per
rabberciare i buchi, per provvedere a tutti i bisogni della famiglia. È vero
che il signor Tognino aveva dato di frego a un grosso debito, ma i bisogni
erano più grossi. All'avvicinarsi della Pasqua scadeva una rata d'affitto, e i
fieni erano in ribasso, le bestie valevan nulla e il povero papà Paolino, uomo
in croce, non sapeva a che santo votarsi.
La promessa che aveva fatto il
signor Tognino di interessarlo nell'azienda di San Donato non aveva ancora
portato a nulla, perché la guerra dei parenti e gli intrighi di una causa
imprevista tenevano le cose sospese. Arabella, a sentir la mamma, avrebbe
potuto o dovuto fare di più.
Suo suocero aveva della bontà per
lei, non le diceva mai di no, e se la ragazza avesse fatto presente lo stato
della famiglia che cosa erano due o tre mila lire per un uomo quasi milionario?
Una volta la buona donna disse
tanto, che persuase suo marito a venire a Milano a discorrere personalmente
colla figliuola. Papà Paolino venne, ma trovò Arabella così pallida, così
malinconica, con un'aria così poco felice, che dopo aver girato e rigirato un
pezzo di cappello nelle mani e masticato dei discorsi vaghi, se ne tornò via
senza dir nulla, con un velo sugli occhi.
La mamma pensò allora di
ricorrere a qualche ambasciatore più coraggioso e più eloquente. Che cosa non
avrebbe fatto la povera donna per il bene della sua famiglia?
La malata cominciava a uscir dal
letto. Suo suocero, sempre attento e premuroso, aveva pensato a farle regalare
da Lorenzo una ricca vestaglia di lana, tutta bianca, con dei risvolti di seta
celeste e badava attentamente che le stanze fossero ben riscaldate e che quello
zoticone non portasse in casa il puzzo del tabacco e del cognac.
Più volte, combattuta tra il sì e
il no, essa fu sul punto d'approfittare di queste buone disposizioni di suo
suocero per consegnargli la lettera di don Felice; ma ebbe paura sempre di far
peggio, d'irritare il vecchio, di chiudersi la via a comprendere il resto.
Un giorno, in principio di
quaresima, sedeva nella sua poltrona davanti al caminetto, ancor debole e
svogliata, quando l'Augusta venne ad annunciare la visita di un uomo di
campagna e d'un ragazzetto.
Entrò il Pirello della Cascine,
con un cesto sul braccio, in compagnia di Naldo, che aveva una lettera della
mamma. Erano i soliti rimproveri. Nel suo stile blando e lagrimoso, la mamma
finiva coll'accusarla d'ingratitudine e di cattivo cuore. Se non voleva
procurare le due mila lire, consegnasse almeno duecento lire subito in mano del
Pirello: o preferiva esporre sua madre e il suo benefattore al disonore di un
sequestro?
Le facce contrite del vecchio contadino
e del ragazzetto facevano un muto commento alla lettera.
Arabella, colta in un momento di
malinconia nervosa, contrastata, offesa nelle sue intenzioni e ne' suoi
pensieri, accasciata da un rancore che non trovava in nessuna parte
compatimento, invece di interrogare quei muti ambasciatori di tristezza,
cominciò a piangere come forse non piangeva da un pezzo, come forse non
piangeva più dai giorni della sua fanciullezza; era un pianto che da tre o
quattro mesi andava via via addensandosi nel suo cuore.
Naldo, ammaestrato dalla mamma,
si accostò alla sorella, e carezzandola, le disse con una vocina di
pitocchetto:
«Fallo in memoria del nostro
povero papà, Ara...»
Il Pirello, spremendo anche lui
due lagrime di compassione colla cantilena propria dei villani furbi, che
cercano d'intenerire un padrone in buona fede, entrò a dire:
«Fa proprio pietà ai sassi,
povero sor padrone! Domani deve pagare una bestia, e il mediatore ha detto che
se non ha i denari sequestra il latte e il formaggio cosa che, oltre il dispiacere,
è una malora in questa stagione. Se ci fosse il fieno alto, pazienza, ma la Merica
seguita a mandar giù roba, che oggi come oggi, vale di più, con poco rispetto
parlando, quel che si mette sul prato, che non quel che si raccoglie. Povero
padrone! con quel cuore che darebbe via anche la camicia, è proprio tribolato.»
Naldo, vestito di pochi panni mal
lavati, col peggior paio delle sue scarpe sui piedi, andava ripetendo colla
nenia imparata:
«Fallo per il nostro povero papà,
Ara.»
Arabella con una piccola scossa
di donna irritata lo fece tacere; ma pentita del suo mal garbo se lo strinse
subito al cuore, lo baciò sulla fronte, gli accomodò il colletto e la cravatta,
mentre contemplava nei lineamenti delicati e signorili del povero ragazzo una
sembianza che si allontanava sempre più dalla sua memoria, quasi ottenebrata da
una nebbia di nuovi dolori.
«Darò quel che potrò» disse
alzandosi, e passò nella camera da letto.
Essa non aveva denari, perché suo
suocero amava tener lui i conti della casa; ma pensò che avrebbe potuto
disporre liberamente, senza rimorso, di una bella fornitura di corallo, unico
avanzo salvato e ricuperato dallo zio Demetrio dal naufragio di casa Pianelli.
Questo astuccio era la sola ricchezza che aveva ereditata da suo padre, la sola
dote che aveva portato andando sposa.
Di questo piccolo tesoro, che per
la sua antichità e per il lavoro artistico poteva valere un prezzo, come si
dice, di capriccio, essa poteva liberarsene senza correre il pericolo di dar
via roba non sua, e poiché l'accusavano d'ingratitudine e di cattivo cuore
voleva dimostrare a' suoi che dava quanto aveva di più caro e di più geloso.
Aprì il cassetto dove teneva le
sue robe più fine, e tra i pizzi e le garze cercò il vecchio astuccio verde
dagli orli consumati; ma non ve lo trovò più.
Turbata da quel senso di penosa
meraviglia che ci assale in questi casi, quando non si osa sospettare della
gente che ne sta intorno e non ci si rassegna a credere agli occhi propri, rimandò
le sue ricerche a più tardi, raccolse invece due o tre anelli d'oro in uno
scatolino, anche questi memorie del passato, vi aggiunse la medaglia d'argento
degli esami, e consegnò tutto a Naldo, con un biglietto per la mamma.
«Credo che questi oggetti
basteranno per ora a impedire un sequestro» disse al Pirello. «Domani manderò
altre cose, se sarà necessario...»
E, quando furono partiti, tornò
col batticuore a cercare il suo vecchio astuccio verde; aprì tutti i cassetti,
buttò in aria ogni cosa.
L'Augusta, una buona ragazzona
friulana, che nei pochi mesi del suo servizio aveva imparato a voler bene alla
padrona, la sorprese nel momento che, affaticata, cogli occhi riarsi dalle
lagrime non asciugate, tentava inutilmente di rimettere i cassetti a posto.
Arabella non poté nascondere il
motivo delle sue lagrime.
Oltre il bene che la padroncina
sapeva acquistarsi colla sua bontà, c'era per l'Augusta un'altra ragione
fondamentale che la spingeva a proteggere la sua siora: ed era l'odio
accanito che quel pezzo di friulana portava ai siori omeni. Questi
dovevano avergliene fatta una grossa al suo paese, da dove era quasi fuggita,
una grossa a cui non accennava che con frasi e con pugni in aria, ma che non
avrebbe dimenticato più, come non si dimentica più un male irreparabile. Nei
pochi mesi che serviva in casa Maccagno aveva avuto campo d'osservare che gli omini
sono malignazi, birboni, egoisti anche a Milano come al suo paese, forse
come dappertutto, tranne forse quel povero putelo che scriveva nel mezà,
con quegli ocioni neri e grandi come parioli e con quei
riccioloni che facevan vogia a vederli.
L'Augusta non avrebbe voluto fare
la spia, perché non era nata per questo mestiere; ma la siora poteva
sospettare di lei e la verità è sacrosanta come la messa cantata. Dopo aver
tentennato un pezzo la testa, come se pesasse il pro e il contro, incrociate le
braccia al petto, disse inchinandosi verso la padrona, che non cessava mai dal
rimestare nei cassetti:
«So mi dove che 'l xe sto
astucio».
«Parla, dunque.»
«L'ho visto in te la camera
del sior.»
Avvertita da un pronto consiglio
di prudenza e messa in guardia contro le insidie, Arabella ebbe la virtù di
reprimere un senso di stupore e d'irritazione, mostrando di prendere la cosa naturalmente.
Mandò l'Augusta fuori di casa con un pretesto, e corse a far nuove ricerche
nella stanza di Lorenzo.
Era la prima volta, dopo la grave
malattia, che osava porre il piede nello studio del signor agente di cambio,
trasformato in poco tempo in una specie d'antro o di covile, tanto era il
disordine e lo scompiglio della roba.
Il caminetto, il tavolino, il
letto, erano più che ingombri, sepolti dalle cose più disparate, messe là,
buttate là, e dimenticate; stivali, bottiglie di liquori, scatolette,
cartuccie, pistole, morsi di cavallo, pipe e giornali illustrati e il tutto
condito di quell'acredine speciale che manda il tabacco trinciato di seconda
qualità, delizia e ristoro dei cacciatori di forza.
Arabella, superata l'afa e la
ripugnanza, cominciò a cercare con febbrile impazienza il suo astuccio verde.
Che cosa l'aveva persuasa a credere così subito alle indicazioni di una donna
di servizio? Non era in istato di rispondere, ma sentiva quasi che la
spiegazione data dall'Augusta non poteva essere più vera e più naturale.
Cominciò a cercare cogli occhi
intorno, sui tavolini e sulle sedie, e non trovando quel che le stava a cuore
di trovare, provò ad aprire qualche cassetto della scrivania, colla mano
tremante di una doppia emozione, tra il desiderio di ritrovare un oggetto caro
e il timore di scoprire qualche cosa di più triste e di più penoso.
Durante la lunga malattia di sua
moglie, Lorenzo, abbandonato a se stesso, precipitò nelle vecchie abitudini, da
cui non era uscito se non come un soldato ubriaco, che fa degli sforzi enormi
per star diritto innanzi al caporale.
Ogni cosa intorno a lui parlava
di un uomo incapace di un pensiero d'ordine e di un'elevata aspirazione.
Arabella si arrestò un minuto a contemplare quel gran disordine con un senso di
scoraggiamento. La vista di un vecchio mazzo di carte, abbandonato sul camino,
richiamò ciò che più volte si era presentato al suo pensiero, vale a dire la
possibilità che Lorenzo fosse tornato al vizio di prima. Il giuoco è una
passione terribile, che non perdona, secondo essa aveva udito dire: e forse la
sua bella fornitura di vecchio corallo era andata a pagare un nuovo debito...
La mente correva ancora dietro a
questi presentimenti quando, in un cassettino a destra, la mano, frugando,
cadde sull'astuccio. Fu un attimo di gioia; un attimo. L'astuccio era vuoto.
Vuoto! — Questa parola rimbombò
nella testa per un istante e rese ottusi i suoi sensi.
La prima idea fu di parlarne a
suo suocero, che rappresentava il giudice della casa; ma un secondo riflesso fece
presente quel che la gente diceva e scriveva anche di lui. Qual giudice? Essa
era in mano ai ladri...
Questa volgarità di parola
scattò, quasi con dispetto, dal fondo amareggiato della sua coscienza,
l'avvilì, come se per la prima volta sentisse e vedesse la volgarità della sua
casa insudiciare la dignità di una donna onesta.
Era una casa di ladri! Come
pretendere che questi ladri restituissero la roba sua? che cosa scrivere allo
zio Demetrio, che a riscattare quel tesoro di famiglia aveva consacrato tutti i
risparmi di una vita sobria e solitaria? E un vagabondo gliel'aveva carpito,
approfittando d'un istante di delirio o di debolezza, forse penetrando di
notte, come un ladro volgare, nella sua camera... C'era ben motivo di piangere;
ma con suo stupore gli occhi non davan lagrime: qualche cosa di forte e di
ribelle vi si opponeva.
Dai cassettini uscirono dei
vecchi ritratti di donne. Eran le antiche simpatie di suo marito, il suo
genere, come soleva esprimersi egli stesso, parlando delle avventure galanti
degli amici. Eran forse le memorie non distrutte di un passato allegro, forse
non dimenticato, forse rimpianto... chi sa? forse ricercato. Anche quelle care
creature dalle gonnelle corte, dalle pose arrischiate avevano preso col tempo
una forte tinta di tabacco. Le buttò via con schifo. Essa non poteva essere
gelosa di questo passato, per quanto ripugni a una donna onesta di vedere
attraverso a quali viottoli suo marito è arrivato fino a lei.
C'era anche un libro in quel
tritume di carta che rappresentava gli affari del signor agente di cambio, un
logoro romanzo tradotto, dalla copertina gialla, che portava scritto in un
angolo un nome di donna.
E dal libro uscì un ritratto,
lucido e fresco, che pareva fatto ieri. Era una donna non molto giovine ma di una
bellezza maestosa e teatrale.
Mentre la moglie onesta
sforzavasi di trovare dei sensi logici nella torbida violenza da cui fu
assalita, il suono di un passo, e uno sbattere di usci nella stanza vicina, la
strappò repentinamente al suo dolore. Richiuse i cassetti, dopo avere deposto
il libro, ma nascose l'astuccio e il ritratto nell'ampia manica della
vestaglia. Si sforzò di alzarsi, ma non poté, come se a un tratto le venisse
meno la forza nelle gambe.
Coi gomiti appoggiati alla
scrivania, strinse nelle mani la testa che mandava vampe di fuoco, mentre un
brivido le corse per tutto il corpo, le parve che tornasse la febbre terribile
dei primi giorni.
Lasciò passare una lunga visione
di mali, come un ingenuo che giunto alla riva di un gran fiume si ferma ad
aspettare che l'acqua passi tutta, prima di tentare il guado. Quando la prima
tempesta fu alquanto sedata, trovò che in fondo al suo cuore non c'era soltanto
del dolore...
Non avrebbe osato sperare di
trovarci tanto orgoglio!
Ed era un orgoglio amaro ed aspro,
che dava un vigore insolito alla sua natura, come certe medicine ripugnanti al
palato che rinforzano la fibra.
Se non le fosse sembrato un
assurdo, avrebbe osato dire che dal mezzo di questo suo dolore scaturiva una
vena di acre piacere, o, se piacere è dir troppo, di soddisfazione selvaggia,
qualche cosa insomma di ancora indecifrabile, che si sarebbe potuto paragonare
al sentimento che prova una schiava affranta dalle verghe quando vede il furore
del suo padrone scagliarsi su un altro corpo ignudo.
Quando aveva essa amato codesto
suo padrone, perché dovesse fargli l'onore d'essere gelosa?
E perché avrebbe odiata a morte
la donna che, frammettendosi, qualche poco glielo contrastava?
Era sorpresa di sentirsi così
calma e così ragionevole davanti al testimonio della sua umiliazione; ma capì
ben presto che da quell'uomo non poteva venire a lei nessuna umiliazione, che
quella donna poteva aver nome anche liberazione.
L'enorme mare di ribrezzo, che
l'anima e il corpo avevano assaporato a goccia a goccia in quattro mesi di
matrimonio, soverchiava già i limiti della sua pazienza e del suo dovere.
Qualcuno finalmente gettava una fune alla vittima vicina ad affogare.
Prese con sé il ritratto di
Olimpia come un documento, e pensò di chiedere alla zia Sidonia, già così
disposta a compatirla, delle spiegazioni che la buona zia era smaniosa di dare
colla speranza di avere nella nipotina una forte alleata nella gran guerra che
i parenti e gli offesi facevano ai Maccagno.
Per alcuni giorni non si mostrò
diversa in casa; anzi cercò di essere lieta e disinvolta. Guardandosi nello
specchio si trovò per la prima volta meno pallida. Anche la voce, se doveva
giudicare da ciò che ne sentiva, aveva acquistato un tono più vibrato e sicuro.
Qualche cosa di forte e
d'individuale nasceva in lei. Forse la monachella di Cremenno aveva finito di
patire... Dio, la ragione, la giustizia, l'opinione pubblica erano con lei e
per lei. Ecco perché, quando l'Augusta venne ad annunciare in ora così insolita
che Ferruccio desiderava parlarle, corse in sala, col passo ardito di chi si
muove al primo segnale della battaglia.
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