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«Che c'è? una disgrazia?» chiese
al giovine.
«Sì, una disgrazia, una terribile
disgrazia» esclamò Ferruccio, aprendo le braccia e socchiudendo gli occhi: «una
cosa orribile, se lei non ci aiuta, buona signora.»
«Che cosa?» chiese Arabella,
conducendo il giovine verso il canapè e invitandolo con un gesto a sedere.
Ferruccio, con voce contristata e
riscaldata dal dolore, cominciò a raccontare il suo caso, senza mai alzare gli
occhi in viso alla signora, descrisse la disperazione del povero suo padre,
quando vide le guardie sull'uscio venute per arrestarlo, e fece sentire tutto
lo strazio di un cuore generoso ed onesto all'idea del disonore che sarebbe
pesato su tutta la sua vita.
«Pensi che disgrazia anche per
me, se il signor Tognino fa questa figura a quel povero uomo. Pensi, un vecchio
di sessant'anni! un vecchio di sessant'anni che viene condotto via come un
malfattore. O Dio, Dio, Dio...»
Ferruccio si coprì la faccia
colle due mani. L'animo intimidito e scontroso, eccitato e scosso dalla sferza
tagliente del dolore, snodavasi e usciva di mezzo ai piccoli impacci
dell'ignoranza e della soggezione, trovava la sua voce naturale, e colla voce
l'eloquenza che tocca e che persuade. Era forse la prima volta che l'anima
romantica della povera Marietta parlava con tanto fervore nella voce del
figliuolo; quasi se ne accorse egli stesso, soffermandosi una volta in mezzo
alla corsa sfrenata della sua disperazione ad ascoltare una voce, che parlava
forte e commovente al suo stesso orecchio.
«Lei che è tanto buona, lei che è
l'angelo di questa casa, lei, cara signora Arabella, non deve permettere questo
castigo. Pensi che è come condannare a morte un povero vecchio coi capelli
bianchi. È come dire a un povero giovine di vent'anni: va, sei disonorato per
sempre... No, no, per amor della mia povera mamma non ci facciano questa
tremenda figura. Io pagherò tutto, due volte, tre volte: servirò tutta la vita
per nulla, ma dica al signor Tognino che per così poco non si uccidono due
uomini. A lei vuol bene, a lei non dirà di no, e il Signore l'ha messa in
questa casa, buona signora, apposta per impedire molto male...»
«Quando è accaduto tutto ciò?...»
interruppe Arabella, commossa dalle parole e dalle ingenue dichiarazioni del
giovine.
«È cosa che risale a questo
inverno. Il signor Tognino aveva quasi perdonato, ma ora per un altro motivo
vuol dar corso alla denuncia.»
«Quale altro motivo?»
«Mio padre avrebbe detto a
qualcuno d'aver aiutato il signor Tognino a cercare una carta.»
«So ormai di che cosa si tratta e
ho promesso già ad altri di far sentire anche la mia voce in questa dolorosa
faccenda.»
«La zia Colomba mi ha dato questo
libretto di risparmio e mi ha raccomandato di consegnarlo a lei.»
«Non c'è bisogno di denaro...
anzi ce n'è anche troppo. Metta via il suo libretto e lo riporti alla sua buona
zia. Io cercherò di parlare domani mattina per tempo a mio suocero, e sarà la
volta che ci parleremo chiaro.»
«Se lei non ci salva, io non so
quel che farò nella mia disperazione... Sento che è meglio morire...»
Arabella, sentendo parlar di
morire, essa che era stata a un filo dalla morte, s'immedesimò nella tristezza
del giovine, e dimenticò per un istante, quasi affascinata dalla sua stessa
malinconia, le circostanze che lo avevano condotto a implorare il suo soccorso.
Vide che Ferruccio, lottando con se stesso per non piangere, divorava le sue
lagrime, e celava gli occhi per paura di incontrarne altri due che l'avrebbero
avvilito. Avevan fatta la prima comunione insieme e per il ragazzetto essa era
stata una specie di maestra, o di sorella maggiore.
«Capisco il suo dolore e il suo
spavento, povero Ferruccio, e la ringrazio di essere venuto a parlarmene. Ciò
mi persuaderà a uscire da un'inerzia morale della quale già mi sentivo
colpevole. Siamo impigliati un po' tutti in quest'intrighi, e lei vede che io
ne ho sofferto per la prima.»
Ferruccio rivedeva la signora per
la prima volta dopo il triste accidente, e, alzando gli occhi per commiserarla,
gli parve di rivedere una bellezza più radiante e più consacrata. Il viso
attenuato dalla malattia, la bianchezza quasi di marmo, gli occhi grandi e
splendidi, i capelli che fluivano in un certo disordine sui pizzi della
vestaglia bianca, la voce che lo incoraggiava e lo avviliva nello stesso tempo,
tutto ciò ebbe la virtù di portare anche lui un istante al di fuori o al di
sopra del suo stesso patimento.
«Vada a casa a consolare la sua
gente e dica pure che prendo la cosa sopra di me. Lasci all'Augusta il suo
indirizzo e domani mattina manderò a portare io stessa la risposta. Ne farò una
questione mia personale. Un giorno o l'altro avrei dovuto cercare un pretesto
per dichiarare anch'io la mia guerra. È necessario uscirne, e al più presto.
Vada e non dica più che gli manca la forza di vivere: è negar la Provvidenza,
Ferruccio.»
«O signora Arabella!...»
singhiozzò il giovine.
Assalito, quasi travolto dalla
violenza morale di quel dolce rimprovero, il romantico figlio della povera
Marietta piegò un ginocchio sopra uno sgabello ch'era ai loro piedi, e in atto
di compunzione e di supplica baciò con riverenza e con umiltà popolana la mano
della signora, mormorando:
«Mi scusi, grazie, mi scusi».
In quel punto l'uscio s'aprì con
furia, ed entrò il signor Tognino in persona. Da un mese era in sospetto di
tutti e di tutto. Proprio in quel giorno il Botola gli aveva dato per certo che
don Felice aveva scritto segretamente alla nuora e che questa aveva già avuto
dei segreti colloqui col prevosto.
Tutto ciò il Botola aveva saputo
dal Mornigani che da qualche tempo gli faceva la corte. Per questa stessa via
era stato informato del tradimento del Berretta. Avvertito dalla portinaia che
c'era di sopra Ferruccio e sentito dall'Augusta che il giovine pareva un morto
in piedi, entrò nel salotto coll'ansietà di chi s'affretta a scongiurare
qualche altro pericolo. Ma nell'entrare si arrestò di botto, come se urtasse
contro una spranga di ferro.
«Eccolo, proprio a tempo!...»
esclamò Arabella, alzandosi repentinamente. La sua voce era ferma e tranquilla,
ma soffrì di sentire una vampa di rossore scaldarle il viso. «Questo povero
giovine è venuto ad implorare grazia per suo padre. Mi si raccomandava in
ginocchio colle lagrime agli occhi.»
«Quel signor povero giovine
favorirà a prender l'uscio e dopo l'uscio le scale e non metterà più piede in
casa mia.»
Il signor Tognino recitò queste
parole con tono aspro e risoluto, indicando col braccio teso l'uscio
semiaperto. E in quella voce sinistra, che Arabella non conosceva ancora,
scaturì per un istante il vecchio Valsassina del Borgo. Ritto nel mezzo della
stanza, rimase un bel pezzo in quella posizione, come se stentasse a uscire da
una eccitazione malvagia che gl'induriva i muscoli.
«Senta, sor Tognino...» provò a
dire il ragazzo, congiungendo le mani.
«Va via!» gridò l'altro, piegando
una volta il braccio e stendendolo di nuovo a indicare la porta. «Non ho
nessuna compassione di chi fa lega coi birbanti e di chi mi insulta in casa
mia.»
E volgendosi ad Arabella, che
stava come impassibile a contemplare la scena, soggiunse con un risentimento
che mirava ad ingrossare le cose:
«Al padre di questo povero
giovine ho già perdonato una volta; ma ora vedo che mi paga coll'ingratitudine
e lo tratto da ladro».
«Mi ha mandato la zia Colomba...»
provò a dire Ferruccio, mostrando il libretto di risparmio.
«T'avesse mandato Cristo, la
denuncia è fatta. Volete la guerra e io ve la faccio. E tu, ripeto, piglia
quest'uscio o ti, ti...»
E il figlio del Valsassina,
piegando i diti ad artiglio fece due passi contro il giovine, con un moto
minaccioso di belva ferita, che il contegno modesto e umile del povero
figliuolo non aveva provocato.
Arabella entrò in mezzo e disse
freddamente a Ferruccio:
«Vada, obbedisca, non insista.
Piglio la cosa sopra di me…»
E lo accompagnò ella stessa fin
all'uscio, che richiuse. Quindi si voltò per cercare la sua bestia feroce.
Il signor Tognino gettò sul
canapè il cappello — quel medesimo cappello molle a larghe tese, che il
Berretta gli aveva visto in testa la notte famosa — e cominciò a camminare con
passo adirato tra il caminetto e la parete opposta.
«Mi fanno la guerra e io mi
difendo. Quell'asino va a dire ai preti che io ho rubata una carta e io
dimostro al questore, perbacco! ch'egli mi ha rubato cinquanta bottiglie di vin
vecchio e mezzo carro di legna. Son nel diritto, sì o no, risponda?»
La domanda era rivolta in modo da
far intendere che esigeva una risposta.
Arabella, in piedi presso il caminetto,
colle mani appoggiate alla pietra, finse di non aver capito.
Nel bagliore della lucerna, i
suoi capelli irraggiavano una specie di aureola fosforescente intorno al volto
delicato e colorito dall'animazione della battaglia interiore.
Il vecchio fissò l'occhio
semichiuso su quella splendida visione di donna, e, inteso a farsi dare ragione
per forza e ad offuscare colla violenza delle parole l'impressione che le
parole di Ferruccio avevano potuto lasciare nell'animo di lei, seguitò:
«Non le pare nemmeno che le mie
parole meritino una risposta?» e si arrestò su due piedi, incrociando le
braccia sullo stomaco, fissando lo sguardo sopra la sua bella nuora, che aveva
un contegno quasi provocante questa sera.
«Scusi, signore,» prese a dire
Arabella freddamente «io non posso giudicare di fatti che non conosco. Ma so
che i torti si fabbricano anche a furia di ragioni.»
«Lei però dice di non conoscere i
fatti...»
«Non li conosco e non desidero
nemmeno di conoscerli...» rispose con accento più risentito, fissando i suoi
occhi lucenti in faccia al vecchio, che un poco li sostenne, ma poi abbassò i
suoi e ritornò a passeggiare, il capo avanti, le mani dietro la vita, colle
quali seguitava ad agitare con stizza nervosa un paio di guanti sciupati.
«Io dico soltanto questo, signor
Maccagno, che non è segno di forza il mostrare di aver paura di un povero
vecchio.»
«Sa lei quel che si dice?»
interrogò di nuovo il suocero, fermandosi su due piedi e fissando negli occhi
la nuora quasi per leggervi quel che vi era d'entro.
Già non trovava più la dolce
pecorella di prima. I preti già l'avevano guastata. Gli occhi del vecchio
Maccagno schizzavano fuoco.
«Forse non sono ancora istupidita
del tutto» continuò Arabella, ridendo con un piglio ironico, che non era
nell'indole sua.
Nello sforzo della passione, la
sua bellezza alquanto claustrale si rischiarò e prese in alcuni tratti il
vigore di una donna forte che accetta una sfida.
«Lei non conosce i fatti, dice,
ma si permette di giudicarli...»
«Nossignore.»
«Sissignora!» gridò il vecchio,
battendo la mano secca e nodosa sulla tavola. E colla furia di chi corre a
difendere qualche cosa di prezioso, seguitò: «Io non ho studiato sui libri come
lei, ma so leggere più in fondo di lei. Non solo lei non conosce i fatti, ma li
conosce male, il che è peggio, e li giudica come li conosce. Avrei molto
piacere che lei si tenesse fuori dagli affari che non la riguardano. Scusi...
Avrei voluto dirglielo prima, ma spero di dirglielo a tempo.»
«Non mi sono messa da me in
questi affari che lei dice.»
«Lo so, lo so, ma ha fatto male a
credere a ciò che dei maligni interessati le hanno scritto...»
«Ora è lei che giudica male...»
«Maligni interessati, che io
chiamerò ad uno ad uno davanti al giudice...»
«Ella si irrita inutilmente con
me...»
«Non inutilmente con chi prende
le parti de' miei nemici...» soggiunge il vecchio, agitando furiosamente il suo
paio di guanti.
«Di ciò parleremo un'altra volta,
se le piacerà. Ora si tratta di quel povero vecchio...»
«Di quel povero vecchio...»
ripeté con grossa ironia, ridendo sulle sue parole. «Già, già: di quel povero
vecchio... e anche un po' di quel povero giovine...» e nel sorriso sarcastico
guizzò una passione oscura, che, o egli chiamò a difesa de' suoi interessi, o
essa tirò lui a dir di più del giusto. Mal chiamata o mal trattenuta, questa
passione, quasi ignota al suo stesso padrone, entrò in mezzo a spaventarli
entrambi.
Arabella scattò dal suo posto e
venne a piantarsi davanti al suo accusatore. Che voleva dire il signor
Maccagno? era a lei, o a una delle solite donne di sua conoscenza, che il
vecchio Maccagno osava rivolgere una frase, che nella sua ironia lasciava
trasparire un pensiero vile, un'accusa villana?
Credette di poter rispondere
anche lei un mare di aspre parole: ma non poté dirne una. Il viso divenne duro,
quasi superbo. Gli occhi si impicciolirono in una luce fuggente di supremo
disprezzo, portò la mano alla bocca per chiudere la via a una volgarità che la
sua dignità non le permise di dire. Non la disse, ma la fece vedere con un moto
altero della testa, che riassumeva tacitamente tutta la ripugnanza che
suscitava in lei l'oltraggio dell'umana vigliaccheria. Quando finalmente quel
tumulto di sensazioni fu alquanto sedato, volgendosi per uscire, giunta sulla
soglia si fermò, e come se parlasse a due persone, che sentiva associate nel
disprezzo, alzata la testa, disse con voce lenta e irritata: «Ebbene,
sissignore, anche quel povero giovine mi preme...»
E uscì, chiudendo dietro di sé i
battenti.
Il vecchio le corse dietro un
tratto, gridando:
«No, no, figliuola, mi
ascolti...» e rimase lì, atterrito davanti all'uscio che Arabella gli chiuse
sul viso.
Atterrito, è la parola vera. Il
suo demonio, per chiamare con un vecchio nome una passionaccia oscura e ingannatrice,
l'aveva trascinato a dire una brutta parola all'unica creatura ch'egli stimava
e amava sulla terra.
Perché l'aveva dunque
pronunciata? aveva bisogno di prove per credere che Arabella era un angelo di
onestà, di sacrificio, di virtù, un essere capace di sopportare le battaglie
della vita per sé e per gli altri? tutto ciò sapeva benissimo anche prima, lui,
che da sei mesi viveva, si può dire, giorno per giorno, ora per ora, della vita
e dei respiri di quella figliuola. Era lui che da sei mesi lottava da leone
contro le maligne influenze dell'ambiente per mantenere intorno ad Arabella
quasi un'oasi di purezza, per fare che una stilla di fango non cadesse a
contaminare un lembo del suo vestito. Ed ora il suo demonio l'aveva condotto a
gettarle una manata di quel fango in viso...
«Scusi, Arabella; senti,
figliuola...»
E istintivamente pose la mano
alla serratura e cercò di sforzare i battenti.
Ma poiché Arabella non
rispondeva, gli mancò la forza d'insistere. Si mosse come un uomo che ha
smarrita la sua strada e ritorna sui passi, più per la paura di perdersi
maggiormente, che non per la speranza di trovare la strada buona. Uscì
coll'intenzione di cercare Lorenzo, ma, giunto dabbasso, passò nell'altra
corte, salì le scale dell'ammezzato, tolse la chiavetta ed entrò nello studio.
Uh! il grand'uomo che avrebbe
voluto far processi d'ingiuria a mezzo mondo, eccolo qui, peggio degli altri, a
supporre subito quasi una tresca tra la nuora e quel ragazzo... Perché questo
era stato il suo primo pensiero contro cui urtò nell'entrare, quando li vide
così vicini. Per questo pensiero aveva cacciato il ragazzo come si caccia un
cane. Ebbene, aveva torto, non solo di immaginare certe cose, ma
d'ingerirsene... lui... vecchio...
In questi pensieri che
luccicavano, dirò così, nel suo cervello rabbuiato come i frantumi sparsi d'uno
specchio rotto a colpi di sassi, si rintanò nella piccola stanza, dove entrò
senza lume, guidato dalla scarsa luce che dalla viuzza sottoposta sbattevano i
fanali sulle finestre polverose dell'ammezzato.
Rannicchiato nelle braccia della
sdruscita poltrona di pelle, tra le grandi ombre delle scansie, appoggiò i
gomiti ai cartocci che ingombravano la scrivania, strinse la fronte nelle mani,
tentò di mettere un poco d'ordine nella confusione delle molte sensazioni che
cozzavano per la prima volta a rompere l'armonia del suo cervello sano e
pratico.
Ormai non c'era più dubbio: anche
Arabella era contro di lui. Ferruccio doveva averle raccontato cose tremende,
ingrandendo apposta parole e fatti per destare più compassione, per tirare
Arabella dalla sua parte. I preti sulla testimonianza del Berretta sostenevano
e credevano di poter dimostrare ch'egli aveva trafugata una carta. Ora i
Borrola, secondo ciò che gli aveva detto il Botola, erano andati a scovare
delle nuove testimonianze. Intrighi sopra intrighi, intrighi d'avvocato,
intrighi di sagrestia, mentre l'ortolana, il Boffa e gli altri malandrini gli
minacciavano guerra di coltello. E Arabella osava parlare di pietà e di
misericordia!...
Eran riusciti ad aizzarla contro
di lui, mentre egli stava già per metterla in salvo. E mentre da una parte
l'odio e il rancore eccitavano le solite furie, sentiva in fondo all'animo, in
un luogo buio dove non arrivavano le voci dell'orgoglio, che questa benedetta figliuola
gli faceva paura. Essere male giudicato da lei parevagli un castigo troppo
duro, che non poteva sopportare.
Mosso dalla forza di questa
paura, desideroso di gettare quasi un ponte tra lui e sua nuora, accese una
candela, tolse via alcune carte, tirò avanti un foglio bianco e prese a
scrivere lesto sotto la dettatura d'uno spirito che comandava:
«Mia cara nuora,
«Mi perdoni quel che ho detto in
un momento di cattivo umore. Nella foga del discorso la parola ha detto ciò che
non era nel mio pensiero, glielo giuro. E come potrei pensare cose meno che
oneste e meno che buone di lei, cara mia figliuola, la più onesta e la più
buona creatura ch'io conosco? mi perdoni e non mi tolga il suo affetto e la sua
benevolenza.
«In questo momento ho bisogno di
un'amica che mi voglia bene e che mi assista. Il mondo mi giudica male, se pur
non ho abusato anch'io nel giudicare degli uomini. A ogni modo se qualche cosa
di bene posso fare anch'io, non può essere che coll'aiuto e colla stima delle
persone care e coraggiose come lei.
«A provarle che in me è sincero
il pentimento, le prometto che domani andrò io stesso dal signor questore a
ritirare la querela contro il Berretta, quantunque preveda di trasformare un
ladro confesso in un pericoloso nemico. La guerra che mi fanno i parenti è
senza fondamento. Può essere dispiaciuto a qualcuno di loro che la povera mia
cugina abbia favorito me solo nelle sue disposizioni e ciò spiega il loro odio
accanito contro di me e contro la mia famiglia; ma...»
A questo «ma» la penna si
arrestò, provando una resistenza a proseguire, come se nel meccanismo del
ragionamento fosse caduto un corpo estraneo a incagliarne il movimento. Non
s'era mai fermato davanti a siffatti sassolini. L'uomo che corre non può
arrestarsi a raccattarli. Nel caso suo aveva saltato ben altri muriccioli... Se
si fermò, bisogna ritenere che sentisse in sé il bisogno di rifare la storia
dei fatti per evitare delle inutili contraddizioni.
«..ma non tocca a noi giudicare
le intenzioni di chi non è più. Nella mia fortuna avrei potuto fare del bene a
tutti, specialmente ai Ratta poveri e bisognosi, se non che per invogliarmi a
far del bene, il peggiore sistema è la guerra sorda e palese che mi minacciano.
È il calunniare, l'insolentire pubblicamente, l'inveire contro me e contro la
mia famiglia, il comperare false testimonianze, il corrompere i miei servitori,
il fare insomma intorno al mio nome un osceno can-can, che
mi fa comparire come la bestia feroce di Milano. Ella ha già più d'una prova se
io sono una bestia così feroce. A questa guerra io son risoluto di opporre
un'altra guerra; agli scandali altri scandali, a processi altri processi per
tirar sul terreno della legalità una ciurma di affamati avvezzi a schiamazzare
pel loro mestiere.
«Non è dunque la paura di un
povero vecchio che mi ha fatto comparire duro e intransigente questa sera: è,
come vede, il dovere naturale che ho verso di me e verso la società di
difendermi colle armi stesse che mi offrono i miei nemici.
«Con tutto questo, cara Arabella,
per dimostrarle che sopra il mio stesso diritto apprezzo il suo affetto e la
sua stima, le prometto che ritirerò la querela, anzi autorizzo lei a mandare
questa notizia a Ferruccio, per dimostrarle come io stimi e voglia bene anche a
questo buon giovane. E se tutto ciò non basta, mi dica e mi suggerisca quel che
posso fare per dimostrarle il mio pentimento e per riacquistarmi
quell'affezione che spero d'aver meritato…»
Come se dalla fiamma della
candela scoppiasse un piccolo razzo, a questo punto vide guizzare, tra le righe
del suo nero inchiostro, una fila di minute scintille, e le parole farsi livide
e confuse. Passò la mano sugli occhi e cominciò a rileggere il suo foglio,
meravigliandosi d'aver scritto tanto in così poco tempo.
Dalla parte degli ammezzati la
viuzza era già quietissima, quantunque non fosse ancora molto tardi. Di tanto
in tanto sonava un passo sul lastricato e svoltava all'angolo; poi tutto
ricadeva nel silenzio.
Fin dove può un uomo ingannare se
stesso? Rileggendo la difesa ch'egli aveva scritto di sé, il vecchio affarista
era indotto a credere alle sue stesse parole da una strana e assorbente
commozione, che gli faceva gli occhi gonfi.
Quasi si compiaceva come una
vittima dell'avarizia e dell'egoismo altrui. E mentre da un lato non
riconosceva più se stesso, provava dall'altro un desiderio senza fine di
umiliarsi al cospetto della nuora, di mettersi incatenato in mano sua, di
lasciarsi guidare in quante opere di carità, d'indulgenza, di misericordia ella
credesse utile di suggerire.
E stava per chiudere la lettera,
quando nel silenzio del vicolo e nella profondità delle case risonò
sguaiatamente una voce, che fece trasalire nella sua poltrona il vecchio
malinconico. Era la solita voce:
«Maccagno birbone! non dormi? quando
ti farai impiccare?»
Soffiò spaventato sulla candela e
si rannicchiò nel buio. Era la prima volta che l'Angiolina osava farsi sentire
di notte. Aveva aspettato che Tognino la facesse arrestare; quando si accorse
che coi processi l'ometto non osava venire avanti, prese coraggio e volle
cantargli una serenata.
«Non ti tira pei piedi la vecchia
Ratta? corbaccio mercante di carne umana...»
La voce stridula e sguaiata,
rimbombando nella stretta fessura della viuzza, fece aprire qualche finestra e
arrestò qualche passo. Non era possibile che, passando nell'arco della porta,
quelle maledizioni non salissero fino ad Arabella, a rinnovare i brividi e lo
spavento dell'altra volta. Tognino, se avesse avuto un coltello, se avesse
potuto... Sepolto nelle tenebre, alle ingiurie così gridate nell'aria
rispondeva con grugniti di bestia ferita, aggrappandosi colle mani irritate
alle gambe della scrivania. Che pace, che perdono, che benevolenza! questo era
veleno, peste, abbominio. Il lupo scosse la febbre, arruffò le setole, e
bestemmiando i sette sacramenti, lacerò in cento pezzi la lettera, in cui
parlava di indulgenza e di perdono, e giurò di andar dritto per la sua strada,
che, al punto in cui era arrivato, non poteva essere che una sola.
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