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Durante la corsa di Ferruccio in
mezzo alle strade di Milano, la Colomba, dopo aver fatto bere al Berretta una
scodella di brodo e un bicchiere di vino, disse alla Nunziadina:
«Recitiamo il rosario, perché la
Madonna addolorata abbia pietà dei nostri dolori».
Tirò di tasca la corona, memoria
della povera Marietta, e cominciò dal mistero che contempla Gesù nell'orto.
Il Berretta, seduto sulla pietra
del camino, e la Nunziadina immersa nell'ombra d'un paralume di cartone,
rispondevano con un leggiero bisbiglio, con sospiri affannosi in cui stentavano
a reggersi le avemarie. E avevan di grazia di poter tenere l'anima raccolta. A
ogni passo su per la scala, a ogni gemito e scricchiolìo dell'uscio, il
portinaio alzava la testa, aguzzava l'udito nell'aria, per paura che fossero le
guardie. La Nunziadina pareva ancora più rimpicciolita sulle gruccette.
La lucerna, col lucignolo
abbassato fin dove si può dire che la luce non guasta il buio, lasciava la
stanza in una mezza oscurità, dentro la quale le tre figure parevano
sprofondare.
Nessun rosario fu più distratto,
più scucito. Il Berretta rispondeva or sì or no, sia che i rumori e la paura lo
tenessero impennato, sia che la stanchezza e i patimenti d'una giornata di fuga
e senza cibo lo tirassero a reclinare il capo e a dormicchiare sopra i
pensieri.
Chi andava più lontana a battere
la campagna, fuori d'ogni devoto sentiero, era la Colomba. Come se dalla corona
si distaccassero, insieme alle avemarie, antiche reminiscenze, il suo cuore
tornò indietro a ricordare un'altra notte di spavento, quella in cui era morta
la madre di Ferruccio, un affare di vent'anni fa.
Delle tre sorelle la Marietta era
la più bella, la più viva, la più romantica com'erano tutte le sartine del suo
tempo. Aveva sposato il Berretta, non già perché il cuore le dicesse qualche
cosa per quel povero martoro di sarto, ma perché così avevan voluto, o perché
bisognava maritarla quella figliuola. Nel dare alla luce Ferruccio (un certo
nome che essa aveva trovato in uno dei suoi romanzi) tre giorni dopo fu
assalita da una maligna infezione e in ventiquattro ore moriva abbruciata dalla
febbre, col ventre gonfio, delirando come una pazza, confessando anche ciò che
avrebbe fatto bene a tacere, poverina.
«Hai sentito?» entrò a chiedere
la Nunziadina, rompendo il filo dei pensieri che s'attorcigliavano al rosario.
«Che cosa?»
«Mi par di sentire...»
«È quest'uomo qui.»
Il Berretta, puntellato ai
ginocchi, dondolando, e balzando in piccole scosse, mandava dal naso un soffio
pesante d'uomo che dorme.
Si entrò nel secondo mistero.
«Delirava la poverina, chiamando
per nome tutte le ragazze della scuola, e i giovinetti che accompagnano le
ragazze. A volte credeva di recitare sul teatro, faceva la tragedia e la
commedia, sempre in mezzo a una fornace di febbre, sempre con quel ventre alto
come una montagna, mentre il bimbo strillava di fame in un cesto. Il Berretta
per consiglio del dottore era corso, a piedi, fino a Niguarda in cerca d'una
balia.
«Che giornata, che notte di
purgatorio! Che cosa non usciva di bocca alla malata? a crederle c'era da
ritenere la povera tosa peggiore d'una donna perduta; o bisognava credere che
il demonio approfittasse del male per far ballare innanzi alla moribonda
solamente le immagini carnevalesche dei veglioni e delle festine da ballo,
apposta per perdere un'anima.
«A crederle, Ferruccio non
sarebbe stato figlio di quel pover'uomo, che col cuore in bocca correva a
Niguarda a cercare la balia. Per fortuna, o per misericordia, il delirio cessò
al tornare del Berretta colla contadina. La Marietta entrò in agonia, e non
parlò più... Storie di vent'anni fa, che uscivano ora a farsi vive, sotto la
scossa degli avvenimenti, mentre toccava al ragazzo di correre per salvare la
vita di suo padre...»
«Non ti pare ch'egli tardi
troppo?»
«Se tarda, è perché non ha
trovato subito. Non è mica un bimbo d'un anno» brontolò la Colomba.
«Siam sole, e se venissero le
guardie?»
«Che guardie d'Egitto! non farmi
la stupida anche te…»
A queste parole ruvide, pronunciate
con forti scosse di testa, la Nunziadina oscillò sulle gruccette e raggrinzò il
bianco faccino a un greppio duro di bimba che vuol piangere.
Il portinaio, appoggiata la mano
alla tempia sinistra, cominciò a russare raggirando un piccolo rantolo in fondo
alla gola.
«Verso la mattina la povera
Marietta, carbonizzata dal male, con due occhi spiritati e gonfi, cacciò le
gambe dal letto per scappare, e cominciò a gridare: 'Il prete, il prete; voglio
confessarmi, portatelo via'. Non si fu svelti abbastanza, stramazzò e la
riposero morta sul letto.»
«O Gesù, Giuseppe e Maria...»
aspirò la Colomba, e con un sospiro mise giù la corona per non mescolare il
bene col male.
Le reminiscenze del passato erano
quasi più forti dei bisogni del presente. Il Signore solo sa leggere i segreti
della coscienza, e se il male non ha fatto mentire una moribonda, Dio doveva
averla giudicata e compatita nella sua misericordia. E da vent'anni ormai la
stessa Colomba s'era abituata a considerare le cose come oneste e naturali, allontanando
sempre dal pensiero il sospetto, tutte le volte che le varie e le piccole
circostanze della vita e l'indole di Ferruccio venivano a ridestarlo. Ma a
certe scosse di terremoto che fanno crepar la terra, escono spaventati i più
vecchi sorci: e Dio, che non paga al sabato, può benissimo far scontare a un
figliuolo il peccato della mamma.
«È qui, è il suo passo» disse la
Nunziadina.
La zia Colomba alzò lo stoppino
della lampada, tolse il paralume, e alla luce diffusa e bianca credette vedere
entrare dall'uscio la faccia profilata della povera sorella, com'era rimasta
sul cuscino dopo l'ultimo respiro.
«Mi ha cacciato come un cane, non
mi ha lasciato parlare, mi ha coperto di vituperi...»
Ferruccio gettò il cappello sulla
sedia e fece un giro intorno al tavolo.
«O povero me, io mi butto nel
Naviglietto...» riprese a dire piagnucolando colla voce d'uomo che dorme il
vecchio portinaio.
«Ah, ti ha cacciato via...»
domandò la Colomba senza levar gli occhi d'addosso al figliuolo.
«Come un cane; non mi ha lasciato
parlare.»
«E la signora Arabella?»
«Io mi butto nel Naviglietto.»
«Voi fatevi coraggio,» disse il
ragazzo a suo padre «la signora Arabella ha promesso di occuparsi della vostra
causa e domani mattina manderà una risposta. Per fortuna c'è questa buona signora...»
«Dio la benedica...» esclamarono
insieme le donne, congiungendo le mani.
«Essa ha detto che ne avrebbe
parlato al signor Tognino, il quale alle volte esagera apposta... Se non avessi
ancora questa speranza, io non so quel che farei di me.»
Stringendo nei pugni i folti
capelli, come se volesse strapparseli, girando inquieto per la stanza, esclamò:
«Che cosa ho fatto io di male a
Dio e alla gente, perché debba soffrire a questo modo? e quella donna lassù non
guarda, non ha un poco di compassione del suo Ferruccio?»
La zia Colomba corse verso il
figliuolo e, abbracciandolo, cercò di soffocare contro il suo petto le parole
che invocavano così fuor di proposito i poveri morti.
Tutta la notte il Berretta rimase
in cucina seduto in terra coi gomiti nella cenere del camino. Fu il solo che
bene o male trovasse la maniera di dormire. Le donne provarono a mettersi a
letto, ma di dormire non ci fu verso. Finché Arabella non avesse mandata una
risposta era come voler dormire sopra un letto di brace. I quattro poveri
martiri respirarono in questa speranza che la cara e buona signora finisse col
commuovere il sor Tognino e facesse ritirare la denunzia. Ci sarebbe riuscita?
a tutti pareva impossibile che si potesse negare una grazia a quella santa
interceditrice.
Verso il mattino la Colomba,
pisolando, se la vide comparire a braccetto della povera Marietta, che
mostravasi tutt'allegra e contenta; ma fu più l'ombra del suo pensiero che non
un sogno vero.
Ferruccio non si levò manco le
scarpe, ma quasi tutta la notte passeggiò sulla ringhiera, nel raggio chiaro
della luna, che s'imbianchiva sul muro e versava dalla gronda un'ombra lunga e
quieta.
Contò le ore fino alle tre e
mezzo, sbattuto dalle sue agitazioni come un pezzo di legno in preda alle onde di
un mare in burrasca. Cercò inutilmente nella serenità poetica della notte,
nella pallida luce delle stelle, nell'aria frizzante che gli giocava nei
capelli, un sollievo, una distrazione a quel senso doloroso e cocente, che gli
pesava come una brace ardente sul cuore.
A che pro' vivere onesti e buoni,
credere alle cose sante, mortificare la propria giovinezza, chiedere all'ideale
la virtù che ti porta in alto al di sopra di tutti gli altri, se ogni monello
della via avrà il diritto di chiamarti figlio di ladri? come affrontare lo
sguardo delle persone oneste, se puoi temere che ti si legga in viso la tua
vergogna? Molti ti compatiranno e diranno:
«Vedete quel povero giovane? ha
il padre in prigione. Avrebbe potuto fare una buona carriera, è un giovane che ha
studiato, ma non si può raccomandare, naturalmente, una persona che ha il padre
al cellulare».
E come, allora, presentarsi a
cercare un impiego con questa terribile paura che ti leggano negli occhi il
disonore? e poiché di un pane maledetto egli non ne voleva più mangiare, ecco,
insieme al disonore, la miseria e la fame.
Per poche bottiglie di vino un
uomo ricco e potente cacciava un vecchio in carcere e un giovane nella
necessità di dover stendere la mano. E un delitto di questa natura si osava
compiere in nome della giustizia. Giustizia questa? «Ma, Signore, se è
giustizia questa, io preferisco credere all'iniquità del ladro che ti assalta
sulla strada. Allora, forza per forza, giustizia per giustizia, vendetta per
vendetta, io stringerò il manico di un coltello, mi presenterò a quell'uomo che
mi assassina l'anima, la fede, le speranze, tutto, e scriverò anch'io la mia
sentenza nel sangue di quest'uomo.»
«O povero me!» sospirava davanti
a questi pensieri, passeggiando su e giù per la ringhiera.
Tacevano i giardini e gli orti
nella luce smorta. Solo il vento usciva ogni tanto con un bisbiglio tra i rami
in fiore e fra le tenere foglie del castagno. L'ora scoccava in quel silenzio
chiaro dal vicino campanile, preceduta dal rantolo delle ruote e dei pesi, che
scorrono dentro la torre.
Al disopra delle case chiuse e
addormentate, al disopra degli orticelli e dei muricciuoli, al disopra delle
ombre e di tutte le cieche sensazioni che l'aria, l'ora, la luce, le ombre e le
tristezze della notte versavano nell'animo travagliato del giovane, s'innalzava
un pensiero che a volte pigliava i contorni d'una figura umana, a volte mandava
i bagliori di una fonte, da cui stillasse a' suoi tormenti un soave refrigerio.
Una dolcezza mistica, che usciva di mezzo ai patimenti, quale soltanto era dato
ai martiri cristiani di provare nei deliri cocenti del supplizio, lo invitava a
benedire la mano che percote. La sua disgrazia l'aveva avvicinato a quella
donna, s'era inginocchiato davanti a lei, aveva pianto nelle sue mani; l'aveva
fatta piangere ed essa gli aveva posta una delle sue manine d'angelo addosso.
Queste immagini avevano la forza
di eccitar l'entusiasmo della sventura. Non si poteva a un tempo soffrir di più
e inebbriarsi di più del proprio martirio. Da lei sola stava per dipendere ora
la libertà, l'onore, la vita di suo padre, la vita e l'onore di un povero
giovane; e in questa totale dipendenza da lei, Ferruccio provava la spinta che
ci trae ad abbandonarci nei momenti della disperazione nelle braccia aperte di
una mamma.
Verso la mattina piegò la testa
anche lui sul letto e si addormentò di un sonno chiuso e senza sogni, quale
prende un uomo sfinito dal lungo cammino.
La Colomba raccomandò a
Nunziadina di star quieta in letto, cacciò le gambe, si vestì in fretta e guidata
dalla luce bianca del cielo, si preparava ad uscir di casa per parlare al padre
Barca, uomo influente e giudizioso. Volle prima dare un'occhiata al vecchio e
al ragazzo: dormivano tutti e due, l'uno colla schiena appoggiata al muro,
l'altro raggomitolato sul letto. Fece il segno della croce e uscì dalla porta a
vetri che mette sulla ringhiera. Ma si tirò indietro spaventata. Nel cortile
c'erano due guardie di questura.
Si attaccò colle mani alle
imposte per reggersi, e sentì cinque o sei colpi tremendi nello stomaco, come
se glielo picchiassero col martello. Chiuse la finestra e colle due mani sulle
orecchie corse nello stanzino dove dormiva il ragazzo. Stette ancora un minuto
sospesa, come se tardasse apposta, per carità, a dargli il terribile colpo; ma quando
sentì che picchiavano all'uscio della scala, pose una mano sulle mani del
nipote, lo scosse e disse:
«Ferruccio...»
«Che c'è? che c'è?»
«Ci son le guardie.»
«Dove?»
«In corte... Senti che
picchiano.»
Ferruccio sollevò la testa e
stette col viso stravolto, forse senza capire.
«Che cosa si fa? O cari angeli,
che cosa si fa?»
Di fuori picchiarono più forte,
finché anche il vecchio si scosse dal suo letargo.
Ferruccio saltò dal letto, si
abbottonò la giacca, ficcò le mani nella folta selva dei capelli e disse:
«Non aprite, ci penso io».
Andò in cucina intanto che suo
padre, irrigidito dal freddo e intorpidito dal sonno e dalla cattiva posizione,
cominciava a brancolare sul suolo per tirarsi su.
Ferruccio ripeté:
«Ci penso io...»
E aprì il cassetto del tavolo di
cucina per trarne un comune coltello.
La zia Colomba che gli teneva
dietro, lo afferrò ai polsi e mettendogli il viso quasi sul viso, con
un'espressione risoluta gli disse tre volte di no, con tre rapide scosse della
testa:
«No, figliuolo, il coltello no:
no».
Ferruccio si lasciò dolcemente
disarmare.
In quel punto una delle guardie,
che pareva il capo, comparve sulla ringhiera, sforzò senza molta fatica le
vecchie e tarlate imposte della finestra lunga che metteva sul ballatoio, entrò,
e disse con tono d'uomo ragionevole che sa di parlare a persone ragionevoli:
«Stiano zitti, buona gente, che è
il meglio che si possa fare. Siamo venuti di buon'ora apposta per non dare
troppo disturbo. Siete voi il Pietro Berretta?»
«Sono innocente, o misericordia!
No, Ferruccio, salvami, fammi scappare...» pregò il vecchio portinaio,
aggrappandosi alle braccia del figliuolo. E senza aspettare che gli mettessero
le mani addosso, corse a rifugiarsi nello stanzino, affrettandosi a chiudere
l'antiporto dietro di sé.
La guardia ch'era nella stanza,
vista la mossa, corse per tagliargli la strada; ma Ferruccio, acciecato da un
fiotto di sangue che gli montò al capo, urtò con tutta la forza nel tavolo di
cucina e lo rovesciò contro lo sbirro, che sospinto da quella strana macchina,
barcollò sulle gambe e cadde mettendo i gomiti nei vetri della finestra.
All'urto, al crepitìo dei vetri
sull'ammattonato, la Colomba mandò un grido e corse a rifugiarsi nella stanza
di Nunziadina, che alzò dal cuscino la piccola testa imbacuccata, per chiedere
il motivo di quel diavolo in casa.
Intanto il Berretta ebbe tempo di
chiudere l'uscio per di dentro contro gli sforzi di una seconda guardia, che,
entrata dalla porta principale, cominciava un lavoro di leva. L'uscio nella sua
fragile costituzione non avrebbe resistito a lungo, se Ferruccio, inferocito
dalla guerra, visto che il maggior pericolo era da questa parte, non avesse
lasciato il primo sbirro intrigato nelle gambe del tavolo per scagliarsi
sull'altro.
Lo afferrò colle mani alla vita,
e puntando un piede al muro collo slancio e col vigore elastico de' suoi
vent'anni, riuscì a strappare la guardia dall'uscio, innanzi al quale si piantò
lui, pallido come un cadavere, ansante, ruggente, non armato che della sua
generosa sventatezza.
La lotta stava per cominciare da
capo, se la prima guardia, uscita tra la finestra e il tavolo, col viso e colle
mani tagliuzzate dal vetro, per spirito brutale di vendetta non l'avesse
assalito colla spada sguainata, correndo a colpirlo col pomo di questa sul viso
e sulla testa, assalendolo di fianco e mandandolo ruzzolone col capo in sangue
in un canto della stanza.
Le due guardie non ebbero
difficoltà a levar dai gangheri l'uscio e a metter le mani sul vecchio
imprudente.
Ma intanto al diavolo si erano
risvegliati i pochi casigliani e la gente cominciò a radunarsi sulla porta
delle «due beate». Da un piccolo male Ferruccio ne aveva fatto nascere dieci
grossi, oltre ai pettegolezzi e al disonore e allo spavento delle donne. Ma a
vent'anni non si sa ancora scegliere con giudizio in mezzo ai mali.
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