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Dopo il vivo colloquio con suo
suocero, Arabella si trovò nel fitto d'una battaglia, prima ancora che avesse
risoluto di gettarvisi. Già quella stessa notte i gridi dell'Angiolina sotto la
finestra, risuonando nel silenzio dell'ora, ebbero la forza di farla trasalire
di spavento, come se ridestassero nelle sue viscere il terrore dell'altra
volta. Anche dopo molti giorni, anche a dispetto della ragione, i suoi nervi
non ragionavano più su questa impressione. Il grido d'un rivenditore, uno strepito
improvviso, lo sbattere improvviso d'una porta, il cadere d'una sedia bastava a
farle battere le vene del capo, e a riempirle il cuore d'un subito spavento;
impallidiva, sudava freddo, afferravasi all'Augusta, tremando come una colomba
scossa dal rimbombo d'un fucile...
La mattina seguente, quando
preparavasi a uscire coll'intenzione di parlare a don Felice in favore del
povero Berretta, s'incontrò sulle scale nella Colomba, più morta che viva, che
veniva a implorare misericordia. L'avevano arrestato e menato via quel povero
uomo come un cane rabbioso. Avevano disonorata una famiglia, maltrattato, quasi
ammazzato un giovine onesto. Ferruccio, ferito da un tremendo colpo alla testa,
dopo aver perduto un catino di sangue, era in letto con una febbre da cavallo,
in delirio, più di là che di qua.
Arabella allibì. Chiese di veder
suo suocero, ma la portinaia disse ch'era già uscito la mattina; e non fu
possibile trovarlo per tutto il giorno.
Andarono insieme dal prevosto, che
ascoltò il racconto con un senso di sincera pietà, crollando la testa, e
ripetendo:
«Quel benedetto don Giosuè colla
sua furia...»
Il buon vecchio era del parere
che colle dolci si sarebbe potuto evitare molti dispiaceri. Consolò la Colomba,
fece animo alla signora Arabella e promise di parlar lui al signor Tognino.
Trovandosi sulla via quasi
smarrita, un cattivo pensiero la persuase a fare una visita alla zia Sidonia e
vi andò collo spirito conturbato di chi corre a cercare aiuto e protezione non
tanto a un amico sincero, quanto a un fiero nemico del suo nemico.
Ritornò a casa convinta, risoluta
a cogliere la prima occasione o il primo pretesto per rompere la sua catena.
«Dove deve essere andata con
questo tempo?» domandò di nuovo il signor Tognino, volgendosi in tono di
rimprovero all'Augusta.
«Giusto! e non la g'à manco
l'ombrela.»
«Chi c'è in casa?»
«C'è la Gioconda.»
«S'eran bisticciati a tavola?»
«Chi?»
«Chi, chi...? i 'siori'.»
«Mi non so. Mi non stago a
scoltar...»
«A scoltar col naso»
rimbeccò il padrone, parlando anche lui in veneto per far dispetto alla
pettegola. «È forse possibile che una donna di servizio non stia a sentir ciò
che dicono i padroni?»
«Io non ho visto che si siano
bisticciati.»
«Avranno combinato d'andare
insieme a teatro.»
«Senza dir nulla?»
«C'è forse bisogno di dir tutto
alle illustrissime?»
Entrarono in casa. Egli buttò il
cappello su una sedia, passò nel salotto, rischiarato dalla lucerna posta sopra
la tavola, chiamò:
«Gioconda, Gioconda!»
La cuoca, che sonnecchiava in cucina,
venne fuori. Confermò anche lei che la signora, cinque minuti dopo che il
signore era uscito, fattasi portare il mantello, era uscita anche lei dicendo:
«Torno subito».
«A che ora torna a casa di solito
il signore, la sera?»
Le due donne si guardarono in
viso, come se l'una aspettasse che parlasse l'altra.
«Non ha ora precisa...» disse la
Gioconda.
«Portate un lume.»
E, senza aspettare che l'Augusta
tornasse colla candela, spinse i battenti, traversò il corridoio, cacciò la
testa nella camera da letto perfettamente buia.
«Arabella» chiamò con voce
sommessa, che morì in un tremito pauroso.
Non c'era nessuno. Quando venne
l'Augusta col lume, entrarono, dettero un'occhiata intorno. Vista una lettera
aperta, quasi buttata là sulla tavoletta, egli la ghermì, vi gettò sopra
l'occhio, riconobbe la scrittura. Era firmata «S». Intascò la lettera e tornò
nel salotto da pranzo. E poiché le donne stavan lì in piedi, incantate, colle
mani in mano, perdette la pazienza e le mandò via:
«Andate a vedere e mandatemi Giuseppe».
Le donne non erano ancora uscite
che fattosi sotto la lampada, scorse le due righe del biglietto. Questo diceva:
«L'indirizzo è quello che ti ho
indicato. Stasera c'è ballo nuovo al Dal Verme. So che ci andranno. — S.»
«La vipera, la vipera!» e strinse
il profumato biglietto nel pugno come se spremesse una spugna.
Perdette un momento la vista
sotto il furore della rabbia.
«La vipera!»
Col pugno stretto, coi denti
irritati da una fiera convulsione, girò due volte intorno alla tavola, come un
leone in preda alla febbre della fame. Vedeva l'intrigo. La buona zietta, per
vendicarsi, dopo aver fatto il bel mestiere della spia, tirava a sé Arabella,
l'invitava a casa sua per condurla in teatro ad assistere allo spettacolo d'un
tradimento. Non potendo ferir lui capace di mordere, i Borrola allungavano la
mano a colpire la povera figliuola.
«Vipere, vipere!»
Una carrozza si fermò davanti
alla porta.
Il signor Tognino aprì, andò sul
balcone a vedere se mai fosse lei di ritorno.
Ai goccioloni era successo l'acquazzone
solito con l'accompagnamento di un tuono grave e noioso, che andava rotolando
nella volta oscura del cielo; e ora cadeva una pioggia minuta e spessa,
balestrata a capriccio dal vento.
L'ampia strada, per tutto il
tratto che si stende dalla rotonda di San Sebastiano fino alla piazza del
Duomo, luccicava di pozze livide e nere, in cui specchiavansi i lumi dei
lampioni.
La carrozza, che s'era fermata
davanti alla casa dirimpetto, partì subito a corsa mandando dalla vernice
bagnata smorti bagliori. Non un'anima viva sotto quel maledetto tempo.
Tornò a chiudere con impeto,
tornò a leggere le poche righe in cui Sidonia aveva stillato il suo veleno:
stette a sentir delle ore sonare. Eran le dieci e mezzo.
Perché uscir sola? Eran d'accordo
di sorprendere Lorenzo in teatro in compagnia di Olimpia? «La vipera!» Non gli
usciva altra parola dall'ugola soffocata da una emozione e da una rabbia, che
gli mordeva il cuore: e in questa parola concentrava, riassumendo, quasi tutto
il costrutto e il veleno dei discorsi e delle supposizioni che la sua mente
andava facendo senza ascoltarsi.
Che si fosse rifugiata presso i
suoi alle Cascine?
Cercò nel cassetto un orario e
riscontrò le corse del tram di Lodi, che passa rasentando le Cascine. L'ultima
corsa era alle sette. Si alzò, toccò il bottone d'un campanello, tenendovi
sopra il dito, finché ricomparve l'Augusta, col lume in mano, che entrò tutta
rossa e affannata per una corsa fatta sulle scale. («Birboni d'omeni, el ghe
pareva el dì del giudissio».)
«A che ora è uscita la siora?»
«Hanno pranzato alle sei, e ho
portato il caffè alle sette. Il sior è andato a far toeletta, ha acceso
il sigaro e ha detto alla siora che doveva andare alla Camera dei
deputati.»
«Alla Camera di commercio...»
«Che m'intendo io? già son tutte
bugie lo stesso.»
«E poi?»
«La siora è rimasta cinque
o sei minuti col giornale in mano; poi ha sonato, s'è fatta portare le robe e la
xe scapada fora come una luserta.»
«Alle sette e mezzo?»
«Più tardi sior: poco
prima che cominciasse a tuonare.»
«Hai trovato Giuseppe?»
«Adesso ha detto che viene.»
Dunque Arabella non poteva essere
partita col tram. Né era presumibile che avesse presa la strada ferrata fino a
Rogoredo, perché da questa stazione alle Cascine, corrono quasi due miglia in
mezzo ai campi. Forse aveva cercato un rifugio dalla sua amica.
«Come si chiama quella signora,
moglie d'un professore?»
«La signora Arundelli.»
«Sai dove sta di casa?»
«Sior sì.»
«Allora manda Giuseppe a prendere
una carrozza e fatti accompagnare fino alla casa di questa signora. Se non la
trovi, colla stessa carrozza vai nei Fiori Chiari, da mia sorella Sidonia. Non
dire che t'ho mandato io. Parla in segretezza colla donna di servizio e procura
di sapere se la tua signora c'è stata oggi e se c'è ancora.»
«Va bene, vado subito…»
Egli andò dietro alla ragazza fin
sull'uscio. Qui rimase in forse se uscire anche lui, se dare una capatina in
teatro, se mandare un telegramma ai Botta. Ma rifletté che nel frattempo poteva
tornare o lei o lui, e non conveniva spaventare senza una ragione plausibile i
parenti delle Cascine, tirarsi in casa una mezza rivoluzione. Era evidente che
Arabella, messa in sospetto e guidata da Sidonia, aveva spiato suo marito. Ma
poi? perché non tornava? Che sorpresa dal temporale si fosse ricoverata in un
caffè? in un caffè, una donna sola, in ora così tarda, con un tempo simile?
«Certo s'è rifugiata presso gli
Arundelli che stanno anch'essi da quelle parti. L'Augusta mi porterà presto
qualche notizia. In quanto a lui, a quell'animale, aggiusterà i conti con me...
Il peggio sarebbe che avesse cercato asilo presso la signora Sidonia. Dio,
dovessi portarla via col revolver in mano, ma in quella casa non deve rimanere.
Le vipere! penseremo anche alle vipere. Penseremo anche alla sora Olimpia. Ma
resta a vedersi se Arabella dopo questa scena vorrà tornare in casa. Mi si
parlerà di separazione. Questi caratterini delicati messi al cimento son più
forti degli altri. È buona e religiosa, ha paura degli scandali, ma se tutti
pigliano a tormentarla, a irritarla, a pungerla, a spaventarla, prima
l'Angiolina, poi la sora Sidonia, poi l'Olimpia poi questo... poi quello...» e
si ricordò d'averla maltrattata anche lui per causa di quel povero vecchio e di
quel povero giovane.
Per fuggire alla persecuzione di
questi pensieri, tirò innanzi carta, penna e calamaio e gli parve ch'egli
potesse e dovesse scrivere a qualcheduno. Scrivere a chi? non a lei, non a
Sidonia, non all'avvocato... Era tanto conturbato, che per quanto fissasse gli
occhi sul bianco dell'orologio, non gli riuscì di decifrar l'ora.
La luce viva d'un lampo riempì la
stanza, e poco dopo s'intese il rumore lontano del tuono, accompagnato da nuovi
scrosci d'acqua.
Eran già le undici.
L'Augusta tardava a tornare. Gli
sembrò d'essere abbandonato da tutti, e che il tuono, il lampo, la pioggia
congiurassero con tutti gli uomini per fargli la guerra.
Riprendendo il filo delle
supposizioni, provò di nuovo a immaginare che Arabella avesse veramente
sorpresi gli amanti o in un caffè, o in un teatro, o per via, che fosse nata
una scena, che Lorenzo l'avesse maltrattata, cacciata via, che le fosse venuto
male — era così debole ancora! — che la gente si fosse impadronita di lei, per
buttarla domani in bocca alla cronaca delle gazzette.
«Ah se l'ha maltrattata! guai se
l'ha toccata!» e tutto contorto nei muscoli, coi pugni stretti, fino a
conficcar l'unghie nelle carni, colse se stesso in un atteggiamento quasi
feroce, in atto di scagliarsi contro qualcuno... Contro suo figlio!
Il rumore d'una carrozza, che
risalendo dal Carrobbio venne per tutta la via Torino ad arrestarsi sotto la
casa, lo strappò all'aspra battaglia ch'egli combatteva colle ombre e con se
stesso.
Forse era lei; o forse l'Augusta
tornava con qualche notizia.
Andò incontro alla donna fino
sulla scale.
L'Augusta e il portinaio venivan
su cicalando, ed egli cercò d'indovinare dal tono delle loro voci se portavano
qualche buona notizia. A un certo punto provò un tal senso di paura, che si
nascose nel vestibolo dell'uscio.
«Dalla siora Arundelli non
c'è» disse l'Augusta con voce rotta da una mesta compassione «e non c'è nemmeno
dai siori Borrola.»
«Con chi hai parlato?»
«Ho parlato con la signora
Sidonia che venne ad aprir la porta. Non l'ha vista né oggi né ieri. Rimase
incantata anche lei a sentire che non la si trovava più. Non fidandomi del
tutto, ho fatto chiamare in portineria la Carmela che non ha segreti per me.
Siamo dello stesso paese. E anche la cameriera mi ha giurato che non s'è mai
vista. In quanto alla signora Arundelli è cascata dalle nuvole. E intanto la
vien che Dio la manda.»
L'Augusta non seppe trattenere
due piccole lagrime, che fece scomparire coll'angolo del grembialetto bianco.
Essa voleva bene alla sua siora
e vedeva troppo da vicino come la facevano soffrire. Ma non era più un mistero
per lei che gli omeni sono tutti traditori, che non si contentano di
una, ma le voglion tutte. In qualche altra maniera era passata anche lei
attraverso a questi tradimenti, e non le mancava il cor de compatir e de
maledir.
Il vecchio Maccagno si ritirò
nelle sue stanze, vi si chiuse dentro, ma non si spogliò, non toccò il letto.
Una tremenda inquietudine, una
convulsa irritazione di tutti i nervi, un dolore nuovo e acuto che gli forava
il cuore, un avvilimento di tutte forze che lo trascinava verso la
disperazione, non che permettergli di dormire, non gli lasciarono nemmeno la
quiete e la facoltà di esaminare e di ragionare sugli avvenimenti.
Cento pensieri, cozzando tra
loro, finiscono col rompere il filo del raziocinio.
Stanco e come fiaccato nella
testa e nelle gambe, cadde sopra una sedia, e rimase tutta la notte, così
appoggiato, coll'occhio aperto e fermo nel buio, in agguato se mai sentisse
venir su un passo. Essa non tornò più. Non tornò nemmeno lui, nemmeno lui,
l'assassino.
I tristi avevano avvelenata
l'unica fonte non amara della sua vita. I tristi…
Arabella li aveva giudicati
tutti.
E cogli occhi spalancati nel
buio, quanto fu lunga quell'eterna notte, il vecchio affarista, mezzo febbricitante,
percorse a galoppo la storia della sua vita, parlando affrettato con se stesso,
come chi vuole persuadere un ostinato o ingannare un diffidente, attonito,
intimorito davanti a una coscienza nuova, che sorgeva a rimproverarlo e ch'egli
cercava di spaventare come si caccia via un uccellaccio notturno.
E finalmente il giorno, colla sua
luce chiara e, se si può dir così, ragionevole, venne a por fine a un tormento
inutile.
Si mosse più risoluto, e, uscito
sul pianerottolo, trovò l'uscio ancora aperto, l'appartamento vuoto,
silenzioso, morto. La lampada del salotto mandava gli ultimi guizzi contro i
raggi d'oro del sole che battevano sulla finestra. Il temporale della notte
lasciava dietro una giornata splendida.
Si mosse per le stanze deserte,
spinse le portine della stanza da letto, vi entrò, come se sperasse di
ritrovarla a una più diligente ricerca. Il letto nella sua fresca copertura di
drappo era intatto. Egli vi posò una mano e coll'altra si fregò fortemente gli
occhi per rimuoverne la nebbia della notte e ne portò via un umor pungente.
Non sapeva piangere e se ne
sentiva un acre bisogno.
Si ricordò che fanciulletto di
cinque o sei anni si era buttato sul cadavere di una sorellina a piangere e a
strillare perché non gliela portassero via.
Se avesse potuto far lo stesso!
Arabella nel correr dietro a suo
marito non aveva che un'idea, raccogliere una prova di più, vedere, toccare con
mano fin dove era tradita e avvilita, di questo documento farsene una forza per
uscire con diritto, giustificata e compatita, da un'abbietta schiavitù legale;
romperla insomma con una gente a cui l'ignoranza e l'egoismo incosciente de'
suoi l'avevano venduta e che faceva scontare al suo corpo e all'anima sua le
conseguenze di colpe e d'abitudini irrimediabili.
Aveva bisogno di vedere e
d'essere veduta per poter dire domani: basta! qui comincia la mia dignità...
S'illudeva della sua stessa forza
come tutte le anime semplici, che non ne hanno che una, quella del dolore.
Riguardo a suo marito inutilmente
esso aveva eccitate le più scapigliate furie che la gelosia manda fuori e mette
nel cuore delle povere donne tradite e ingannate: il cuore non le diceva nulla
contro di lui. Il cuore, anche lui, non cercava che un documento di più per la
sua liberazione.
Gli avvenimenti si erano
inseguiti e incalzati con tanta rapidità, che essa non ebbe quasi il tempo di
riflettere sulle conseguenze del suo passo. Sentiva in un modo duro e violento
che in qualunque maniera l'opera sua in quella casa era finita, che non avrebbe
potuto più mangiarne il pane senza rimorso e senza nausea; che il bene non può
in nessuna maniera derivare dal male, come la luce non può derivare dalle
tenebre. A codesta gente essa aveva ormai sacrificato più di quel che avesse
ricevuto o potuto ricevere. I denari si possono trovare e restituire, ma
nessuno ti renderà mai la fede che t'ha rubata e messa sotto i piedi.
Dio solo onniveggente e
misericordioso avrebbe potuto dire a qual prezzo essa aveva pagata la
beneficenza fatta da questa gente alla sua famiglia; la coppa della pazienza
era esaurita o non dava che fiele.
Uscì dunque non tanto per
respirare l'oltraggio, quanto per sentire fin dove una donna può essere
oltraggiata, come il malato desidera che gli portino uno specchio per la
curiosità di vedersi livido e consumato dal suo male.
Era la prima volta che usciva
sola di sera: e al primo trovarsi in mezzo alla gente, sotto le luci vive delle
botteghe, si sentì come travolta da un vortice pauroso. Nell'esaltazione del
suo sentimento essa non capiva se avesse ceduto all'impeto d'una passione o
all'insidia di una tentazione.
Due volte una voce interna le
comandò di tornare indietro e di provvedere in altro modo alla sua difesa; ma
una folla di oscure smanie, di cieche furie, di non so quali forze maligne
seguitava a incalzarla in una direzione, ed essa vi cedeva come a un istinto.
Voleva vedere, solamente
vedere... Dopo sarebbe tornata a casa più convinta e più rassegnata: non osava
dire più soddisfatta, ma il cuore sperava anche questo. Anche il cuore ha il
suo egoismo. Per quanto ci possa recare dolore e disgusto sorprendere chi ci
ruba, con la roba rubata in mano, l'orgoglio vuol la sua parte, e gode quando
il ladro colto in flagrante è un nostro acerbo creditore, un nostro persecutore
e nemico.
Ecco perché voleva vedere. Oh!
non avrebbe fatto scene... no, no: né tragedie, né commedie. Le bastava d'aver
tanto in mano per poter dire a' suoi padroni: il conto è pagato: me ne vado:
non abbiamo più nulla in comune tra noi: datemi la mia libertà e io vi lascio
la vostra responsabilità innanzi a Dio e innanzi agli uomini. I vostri peccati
vi hanno tradito: i vostri peccati vi puniranno. Vi perdono il male e la nausea
che mi avete fatto.
Camminando colla fretta di chi
vuol sfuggire agli occhi dei curiosi, sotto la sferza di questi pensieri,
raggiunse in pochi minuti Lorenzo, poco più in là di San Giorgio, mentre egli
stava per entrare a comperar delle sigarette in una bottega.
Sempre cedendo a quella forza
d'istinto che la guidava, essa traversò tutta la strada per non mettersi sopra
i suoi passi e si fermò in attesa, davanti alla vetrina di un piccolo orefice,
la quale servì di specchio. Dietro i gioielli e gli orologi disseminati nella
bacheca, la via grande e popolosa coi lumi e colle botteghe aperte disegnavasi
nello sfondo, come un'altra città, non mai vista, dove andava vagando una
signora coperta d'un dolman bigio con in testa un tòcco d'astrakan, una signora
pallida e smarrita... Quando Lorenzo uscì dalla bottega coll'elegante astuccio
delle sigarette, la signora dal dolman bigio stette un poco a osservare i suoi
passi. Egli traversò il crocicchio del Carrobbio e scomparve precisamente nella
porta indicata. Il cuore di Arabella dette tre colpi duri e dolorosi. Aveva
visto abbastanza. Poteva tornar indietro...
Era una casa maledetta, dove il
suo povero papà aveva cercata la morte. C'è una mano cattiva che conduce e
rimescola le cose. In quella casa, suo marito, dopo aver cicalato una mezz'ora
in una poltrona, accanto a sua moglie, nell'obesità della digestione, veniva a distrarsi
con un'altra donna.
Voltò per tornare indietro, con
un velo di lagrime steso sugli occhi, nell'umiliazione; ma poi le parve che al
suo interesse non bastasse il vedere, bisognava essere veduta, e carpire una
prova di più contro i sofismi della bugia. Sciocca e indegna del nome di
creatura umana, se non osava rivendicare i diritti della sua dignità di donna
onesta! La natura, la legge, l'opinione pubblica, la religione erano dalla sua
parte. Dove manca uno scopo al martirio, non può essere santo il prosternarsi
nel fango e il permettere che altri ti passi coi piedi sul corpo...
Di questi concetti non rilevava
che le ombre gettate rapidamente sul fondo dell'anima, come le immagini
sfigurate d'una lanterna magica, in mano a un ragazzo inquieto, balzano sul
muro.
I piedi obbedirono all'istinto e
la portarono alla casa. Entrò, e, prima che avesse tempo di pentirsene, si
trovò nel bugigattolo del portinaio.
Il Berretta non c'era. Il signor
Tognino gli aveva trovato un altro posto.
Sul tavolo fumigava in mezzo ai
frastagli alle pezze e alle filaccie una meschina lampadina a petrolio, che
riempiva del suo puzzo e della sua luce rossastra il piccolo covo disabitato.
La fiamma non bastava a
rischiarare che una porzione del portico e i primi gradini della scala. Nel
resto il buio fitto involgeva la corte e gli anditi segreti di quella vecchia
casa, dove Lorenzo veniva a cercare un compenso all'ineffabile noia della sua
casa fresca, pulita, illuminata e impregnata d'una soverchia quantità di virtù
casalinghe.
Arabella, aspirando con fremito
nervoso l'odore acuto del petrolio, non sentì paura di trovarsi sola, in
quell'ora, in quel luogo, in quell'avventura, come se le tenebre e il triste
silenzio della tana suscitassero in lei delle seduzioni meno buone, delle vertigini
dall'alto in giù; ma la voce di Lorenzo e il suo passo pesante che tornava
indietro l'invasero di un subito spavento. Non potendo fuggire, si ritirò
dietro un pezzo di paravento logoro, che nascondeva la cucina del portinaio.
Lorenzo scese di corsa,
soffiando. Chiamò due o tre volte:
«Carlino!»
Ma non vedendo uscir nessuno,
andò nella strada brontolando.
«C'è 'sta carrozza?» domandò dal
mezzo della scala una bella voce di contralto, che fece scattare Arabella dallo
sgabello su cui s'era accovacciata.
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