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Mamma Beatrice accompagnò la
figliuola fino a casa e ricordandosi di avere qualche spesuccia da fare, la
lasciò promettendo di tornare più tardi a salutarla.
Arabella rimontò adagio le scale,
provando ad ogni gradino la fatica e la pena di chi sente crescere a poco a
poco un peso, che altri vada lentamente caricando sulle spalle. Non incontrò
nessuno, o non vide nessuno.
Spinto l'uscio, entrò in casa,
che ritrovò piena di sole e di allegria. Era la sua casa o la sua prigione? non
distingueva più, né aveva più bisogno di distinguere. La sua vita non aveva che
un significato: «Espiazione!»
Attraversò il salotto e si rifugiò
nella camera da letto.
Nel rivedere il letto liscio e
composto, una idea più chiara e più mobile delle altre venne avanti, ma ella
non vi si fermò. In quel letto due mesi prima avrebbe potuto morire.
Si tolse il mantello e il
berretto e si guardò nello specchio grande. Com'era pallida! i capelli parevano
una selva. Nel riporre le robe nell'armadio, le venne alle mani una piccola
babbuccia di lana rosa rimasta dimenticata sui ferri. La buttò via. Sentì il
pianto salire fino alla gola, ma con un crudele sforzo lo respinse e ricompose
l'animo a una tranquilla e marmorea indifferenza.
Mentre stava collocando in una
scatola alcuni pizzi, che avrebbero dovuto servire per un battesimo, si sentì
chiudere tra due braccia, e poi sentì un volto caldo e lagrimoso sul suo, che
la baciava teneramente sulle gote e sui capelli.
«Povera la mia siora!
credevo che facessero patire soltanto le povarete; ma vedo che siamo
dappertutto le stesse. Pazienza! Se si buttasse un pochettino sul letto?»
«Forse hai ragione. Sono stanca...»
«Venga con me, benedetta»
L'Augusta, che aveva bisogno di
abbracciare qualche cosa di caro, senza dir altro, si tolse in braccio la sua
povera padroncina, la collocò sul letto, le sciolse le scarpe, la coprì col
piumino, e dopo averla baciata ancora una volta sui capelli, chiuse le imposte.
Arabella si addormentò come una
bambina stanca.
Non fu che verso l'ora del pranzo
che il signor Tognino chiese di parlare a sua nuora.
Uscito dalla casa del Botola col
cuore avvelenato e rotto, si trascinò a casa, si rinchiuse un pezzo
nell'ammezzato a scrivere, consegnò alcune carte al notaio Baltresca, e mandò
due volte la portinaia a domandare a sua nuora se voleva riceverlo. La prima
volta l'Augusta fece rispondere che la sua signora dormiva: più tardi, circa
verso le quattro, raccolto lo spirito a idee più tranquille, il vecchio prese a
salire le scale, faticosamente, forse per la stanchezza, forse per una
soggezione nuova che intricavagli, per dir così, la volontà e le gambe.
Un reo di qualche enorme delitto
non avrebbe provata una impressione diversa sul punto di essere chiamato la
prima volta davanti al giudice. Non era rimorso, non era paura; non era nemmeno
vergogna o mortificazione per la cattiva condotta di Lorenzo; o forse in quel
suo sentimento di stanchezza e di avvilimento entrava un poco di tutto ciò,
misto a una tenerezza, a un desiderio di rivederla, di parlarle, di domandarle
perdono, d'ascoltare la sua voce, di trattare con lei un sistema nuovo di vita
per l'avvenire... prima che suo figlio lo mettesse alla porta.
«C'è?» chiese all'Augusta,
soltanto per provare la voce.
«Sissignore.»
«Dov'è?»
«In gabinetto. Ha riposato bene
tre ore.»
«C'è anche sua madre?»
«Nossignore, non è ancora
tornata.»
«E... il signore s'è visto?»
«Non si è visto.»
«Va a dirle che son qui.»
Mentre l'Augusta eseguiva
l'ambasciata, il signor Tognino rimase mezzo minuto in piedi colle mani
appoggiate alla tavola da pranzo, col cuore stretto e angustiato, in preda a
dolorose vertigini che si sforzavano di tirarlo in terra. Vide un gran rosso
sulla tavola, che cercò di rimuovere: non era che l'orario delle corse rimasto
lì dalla sera prima.
«Se vuol passare...»
«Non si sente mica male...»
«No, ha riposato. Non me la
facciano più patire.»
Il vecchio non intese le ultime
parole della ragazza. Pose il cappello sopra una sedia e, sollevata la tenda
pesante che separava il salotto dal gabinetto, domandò ributtando con uno
sforzo supremo la sua puerile trepidazione:
«Permette?»
«Avanti» disse la voce di dentro,
che sembrò un'altra voce all'orecchio ottuso del vecchio malinconico.
Alla prima occhiata lo colpì la
pallidezza quasi spettrale in cui Arabella pareva dimagrita e quasi
invecchiata. Davanti alla pietosa apparizione sentì tutte le amarezze, tutti i
rancori, tutte le violenze, che da tre mesi andava accumulando in difesa del
cuore, precipitare in una rovina desolata. «Ecco che cosa avete fatto d'una
povera creatura!» avrebbe detto il cuore, se avesse potuto parlare o pensare.
Il signor Tognino socchiuse un
istante gli occhi.
Arabella stava seduta davanti al
tavolino da lavoro, sotto la finestra, nella luce attenuata dalle doppie
cortine di seta celeste, colle mani occupate in apparenza in un piccolo
merletto, che aveva cominciato con un delizioso pensiero nei primi giorni della
gravidanza. All'entrare di suo suocero non si mosse. Il suo contegno, senza
essere né sgarbato né umile, rimase d'una freddezza impassibile. Pareva dire
nel suo silenzio freddo e sdegnoso: «Ecco la vostra schiava, che ha creduto per
un momento di poter fuggire. Punitela». Arabella non disse, né pensò queste
cose; ma il vecchio suocero gliele lesse sul viso.
«La ringrazio d'essere tornata»
disse, appoggiandosi al tavolino colle braccia, per resistere a un tremito
nervoso che lo indeboliva, guardando dall'alto sui capelli di sua nuora
accuratamente ricomposti. E come si appoggiava al tavolino per non cadere, così
cercò colla voce di appoggiarsi sulle sillabe delle parole per non tradire la
debolezza della sua commozione. «È sempre una bella cosa aggiustare i nostri
guai in famiglia. Ha parlato colla sua buona mamma?»
Arabella accennò di sì col capo.
Rimase chiusa e raccolta intorno al suo dolore il tempo di vincere la
ripugnanza al parlare e dopo aver inghiottito qualche cosa di duro che minacciò
soffocarla, sollevò penosamente le palpebre, allargò gli occhi sereni, pieni di
una timida sommissione, in faccia a suo suocero e balbettò con un leggiero
movimento della bocca:
«Le domando scusa...»
Egli, che non si aspettava
quest'atto di eccessiva umiliazione, rimase ancora più sconcertato. Mosse un
poco una mano in aria e voltando la faccia verso la finestra, balbettò:
«Non tocca, veramente, non tocca
a lei chiedere scusa. Dicevo soltanto che non bisogna dar occasione di parlare
alla gente... La gente è cattiva.»
Arabella non disse nulla, ma si
raccolse con tutte le forza della sua vita sul lavoruccio che teneva nelle mani
come se vi si aggrappasse per non precipitare in un abisso senza fondo. La sua
testa prese una immobilità di pietra.
«L'avverto che fin da stamattina
ho ritirato la querela contro il Beretta. Il questore lo metterà in libertà
oggi o domani. Vede che ho tenuto conto della raccomandazione... Verrà a
ringraziarla…»
«A ringraziar me?»
«Sì, perché deve soltanto a lei,
se ho potuto dimenticare quel che ha fatto e quel che ha detto contro di me.»
«La ringrazio...» rispose
Arabella freddissimamente.
«E ora, mia cara, parliamo un
poco degli affari nostri mentre siamo soli...»
Tirò vicino una sedia e vi si
pose, sedendo sullo spigolo, mentre essa, ritraendo un poco la testa nelle
spalle, parve dire: «Sono qui».
Egli si tolse lentamente i
guanti, li distese sui ginocchi accomodandoli l'uno sull'altro come se cercasse
di farli combaciare, e, mentre andava così stirandoli e carezzandoli, seguitò
sottovoce, lentamente, parlando quasi a se stesso:
«Senta, cara Arabella, io non
sono qui per difendere Lorenzo; anzi... Non voglio nemmeno sapere quanto di
vero ci sia in ciò che la gente racconta della scena di ieri sera. Non andrò a
dare un titolo, il titolo che si merita, all'azione malvagia di certe persone
che hanno voluto sotto apparenza di zelo e di benevolenza avvelenare il suo
cuore. Lei sa se io soffro meno di lei di questo stato di cose; lei sa tutti
gli sforzi che ho fatto perché Lorenzo lasciasse le vecchie abitudini: anzi la
mia speranza nel dargli in moglie una donnina savia e giudiziosa fu appunto
d'avere in lei un aiuto... non è così? Sfortunatamente una fila di sciagurate
circostanze hanno guastato i nostri progetti. Un triste equivoco, un sinistro
accidente, una lunga malattia, una cara speranza perduta e più di tutto
l'invidia e la cattiveria della gente hanno concorso a sviare Lorenzo dalla sua
casa. So chi si è presa la bella parte di spia, so chi ha tutto l'interesse che
Lorenzo torni alla vita dissipata; io non lo difendo, tutt'altro; ma forse egli
non è il colpevole maggiore. Amen! non amareggiamoci per ciò che non si
è potuto ottenere, figliuola, e vediamo di riparare, di lavorare per
l'avvenire. Lei ha avuto la bontà di tornare in questa casa ed è già un bel
passo... In quanto a quella donna ho già pensato a porvi rimedio. Tolta
l'occasione, tolto il peccato...»
«E resta la nausea» scappò detto
alla poverina, che pure aveva promesso di non parlare.
«Sì, per un poco, è naturale, e io
non pretendo che lei abbia a dimenticare e a perdonare così subito. Il cuore è
cuore e quel signore deve capire che non si offende una donna onesta, savia,
amorosa, senza soffrirne le conseguenze. Io non sono venuto a parlare di
perdono. Il perdono se lo deve meritare monsú. Io sono venuto per
rimettere sul tappeto la questione della campagna. Tutto è già pronto. Domani
lei può venir via con me e ritirarsi in un bel sito quieto, che ho scelto
apposta, sul lago, dove potrà rimanere tutta l'estate, lontana dai pettegolezzi
e dall'insidie della gente, finché avrà trovata la forza di perdonare del
tutto. Conduca con sé l'Augusta, conduca pure la sua buona mamma se vuol
venire, e lasci fare a me tutto il resto. Sul lago troverà una bella casa, un
gran riposo, molti fiori: e, se mi permetterà, verrò a trovarla. O se non vorrà
veder nessuno, faremo tutto ciò che piacerà a lei. Se invece preferisce andare
qualche mese alle Cascine, disponga pure. Avevo pensato che, quando si
trattasse della salute dell'anima e del corpo, fin le sue buone suore di
Cremenno le darebbero ospizio per qualche tempo. Io non metto condizioni. Ciò
che importa è che lei lasci subito Milano, dove son troppo vive le impressioni,
dove c'è troppa gente interessata a turbare la sua pace e a farle del male. In
quanto a Lorenzo tra un mese, tra due deciderà lei quel che si merita.»
«Io non devo né posso avere una
volontà» riprese a dire malinconicamente Arabella; «andiamo pure in campagna o
restiamo qua, per me è lo stesso. Rientrando in questa casa, io ho lasciato
alla porta ogni mia volontà. Dia pure gli ordini che crede...»
E chinando il capo e accostando
sempre più il ricamo agli occhi, come se con quel movimento volesse opporre un
argine a un torrente di lagrime che, suo malgrado, le gonfiava gli occhi, si
chiuse di nuovo nel suo doloroso silenzio.
«Non sono ordini…» sillabò
timidamente il suocero, guardandosi la punta della mano, reagendo anche lui a
un piccolo singhiozzo, che urtava lo stomaco.
«Del resto...» essa riprese senza
alzare gli occhi «sento che non potrà durar molto.»
Queste parole, dette senza
rancore e senza amarezza, avvilirono del tutto il suocero affezionato, che
osservando la pallidezza mortale di lei, il profilo assottigliato, l'occhio
languido e pauroso, la respirazione affannosa, il tremito della persona che
pareva in preda a una febbre nervosa, non seppe respingere un lugubre
presentimento. Sentì ingrossare la passione, alzò una mano lentamente, con un
tremito: la posò sulla testa di lei, ne carezzò leggermente i capelli, come se
mostrasse di raccomodarli sulla fronte, e, vincendo una mortale debolezza,
mormorò con voce d'uomo che parla in sogno:
«Lei non deve parlare così,
Arabella; noi le vogliamo bene.»
Arabella mosse il capo con due
piccole scosse di ribellione, che parvero dire: «Grazie del vostro bene...»
Il vecchio intese il significato
di quella mossa, e scendendo colla stessa mano a stringere una mano di lei,
gliela posò sul tavolino, tenendola sepolta e stretta nella sua, mentre la sua
testa piccina e espressiva s'infiammava d'una vampa improvvisa.
«Sì, le vogliamo bene... È forse
una brutta maniera di voler bene, e lei meritava meglio; ma può dire che
abbiamo operato con cattive intenzioni? Io non difendo Lorenzo, e anch'io mi
sento molto colpevole; ma si guardi intorno e dica se chi pensò a prepararle
questa casa merita veramente il titolo di avaro, di affarista, di speculatore,
di ladro, di svergognato che tutti gli dànno. Ne' miei affari la prima regola è
l'aritmetica: è naturale. Ma può mia nuora, scusi, può la famiglia Botta
dimostrare che io ho fatto i conti sempre a mio vantaggio? Se io fossi proprio
quell'usuraio che dicono, il signor Paolino non avrebbe scritto otto giorni fa
una lettera in cui mi pregava di un soccorso: e l'ho fatto volentieri. Anzi
voglio che essa abbia la prova che non invento...» Così dicendo levò il grosso
portafoglio da cui trasse alcune carte.
«Lo so, lo so» si affrettò a dire
Arabella, socchiudendo gli occhi.
«No, no, lei deve vedere e
toccare con mano» insistette lui, mettendo sul tavolino delle lettere e delle
cambiali. «Ho diritto di essere giudicato sulla base dei fatti, poiché lei ha
creduto alle voci della gente e alle calunnie dei miei parenti. Chi mandava in
prigione per poche bottiglie di vino il Berretta, rinnovava al signor Botta dei
titoli che rappresentano un valore di venticinquemila lire. Mi sarebbe stato
così facile passare per un tiranno col signor Botta; ma non l'ho fatto perché
ripeto, il mio abaco non è soltanto pieno di numeri.»
«Scusi» disse Arabella alzandosi.
«Non so perché lei mi fa questo discorso ch'io non sono in grado di capire. Me
ne ha dette abbastanza la mamma e vede che sono tornata.»
«Io volevo dimostrarle che non è
soltanto l'interesse che ci fa parlare...» soggiunse sottovoce il vecchio
suocero. «Non voglio nemmeno che lei si consideri come una nostra schiava...
Guardi. Consegno a lei questo mio credito, queste mie carte. Le faccia vedere a
una persona pratica, di sua fiducia: ne discorra col suo padrino, colla sua
mamma, con chi vuol lei, e faccia di queste carte quel che vuol lei, le
stracci, le abbruci...»
Arabella rifiutò di ricevere le
tre o quattro cambiali, che il suocero ad ogni costo voleva farle accettare, e
ciò finì coll'irritarlo. In preda a un tremito convulso, il vecchio aprì il
cassetto del tavolino da lavoro, vi cacciò le carte dentro, richiuse con furia,
rosso in viso, si alzò, cercò il cappello e, inchinandosi in atto di
licenziarsi, balbettò, mozzicando le parole:
«Faccia come crede, signora, e
perdoni se non abbiamo saputo renderla felice.»
«Senta, signore...» interruppe
Arabella, raccogliendosi da quello stato di neghittosa rassegnazione, in cui si
era ridotta per sua difesa.
«Lei è libera. Se crede, può
andare oggi stesso con sua madre.»
«Io son tornata…» provò a
soggiungere la giovane.
«Lei è tornata come torna una
schiava, e io voglio dimostrarle che a questi patti non accetto il suo
sacrificio. Vada e dica pure che l'abbiamo trattata male, dica pure che in casa
nostra non ha mangiato che pane e veleno, dica pure che siamo egoisti legati
all'interesse, ma non ci obblighi a mantenerla come una schiava.»
«Senta, signore...» interruppe
Arabella, raccogliendo il fascetto delle cambiali e avvicinandosi al vecchio
offeso con un contegno tra il rispettoso e il mortificato, non perché avesse qualche
cosa da opporre, ma per una nuova paura che ne derivassero più gravi e più
oscure complicazioni. Un malato non teme tanto i mali che ha, quanto quelli che
ne possono derivare.
In fondo al suo risentimento, la
coscienza onesta e chiara non rifuggiva dal riconoscere che, per quanti torti
avesse ricevuto in casa Maccagno, suo suocero s'era mostrato verso di lei
generoso e buono, e che l'offenderlo e il licenziarsi da lui con una dura
parola, oltre al non riparare nulla, metteva lei nella condizione di negare la
giustizia.
Per questo si mosse a
trattenerlo, e fu questo stesso senso di giustizia che la persuase a mostrarsi
più indulgente:
«Senta, papà... abbia compassione
di me. Vede che io non so quasi parlare...»
«Tu mi domandi della compassione;
ma, cara figliuola mia, sei tu che devi avere un po' di compassione di questo
povero vecchio che tutti prendono a perseguitare…» Così proruppe con un
improvviso mutamento di voce il signor Tognino, tornando in mezzo al salotto,
passando in fretta le mani sugli occhi per dissipare una nebbia, umida di
lagrime, segno di debolezza e di stanchezza morale, curvando il capo e la
persona alla presenza di una donna che egli collocava molto in alto ne' suoi
pensieri. E stretta la mano di Arabella, condusse questa a sedere sul piccolo
canapè, dove cercò di continuare un discorso difficile e pesante, dal quale gli
sfuggivano idee e parole. Lottò un pezzo colla sua incapacità, chiudendo la
bocca al singhiozzo, premendo il fazzoletto sulle pupille oscure e dense,
crollando rapido la testa come se compatisse sé stesso.
Finalmente, dopo aver portata due
volte la mano delicata di Arabella alle labbra, mormorò:
«Abbi pazienza...»
«Si sente male?»
«Oh sì, molto, qui...» disse,
battendo colla mano il petto.
«Se io ho potuto dire qualche
cosa di spiacevole...» balbettò Arabella, fissando lo sguardo sul viso pallido
del vecchio.
«No, no, povera figliuola.»
Arabella si raccolse in una
penosa concentrazione davanti all'improvviso trasfigurarsi di un uomo che due minuti
prima aveva visto nel pieno vigore del suo carattere ardente e tenace. Una di
quelle voci improvvise, che nel cuore dei buoni sono annunci di ignote verità,
sorse a domandarle, suscitando nell'animo suo un senso quasi di stupore, da
qual parte fosse il maggior dolore e a chi tra lor due toccasse d'aver più
carità e più compassione. Un occhio malato stenta a vedere il male degli altri.
La ragione umana, che per
giustificare i nostri patimenti ha bisogno di cercare un tiranno ed è quasi
sempre fortunata di trovarne o d'inventarne uno che basta, si turba e non osa
credere quando vede le vittime farsi male tra loro.
Arabella, innanzi alle sofferenze
e alle lagrime di un uomo che la fortuna aveva abituato a vincere, si domandò,
confusamente e rapidamente (come sono tutti i colloqui che facciamo con noi
stessi), se per caso essa non aveva abusato della sua debolezza. La puntura
velenosa d'un'ape moribonda può uccidere un leone. Forse aveva detto delle
inutili asprezze a suo suocero, che verso di lei si era mostrato sempre buono e
amoroso. Forse aveva ragione la povera mamma. Essa non vedeva che sé...
Al venir meno dell'orgoglio, che
l'aveva sostenuta in questa fiera battaglia, si spaventò a un tratto come un
assalito che nel furore della mischia si trova di aver oltrepassato i limiti
della difesa e d'aver infierito crudelmente e inutilmente su degli innocenti.
Sentì che ora toccava a lei dir qualche cosa di meno amaro, di condurre il
discorso a una buona conclusione. Dal momento che aveva accettato di tornare in
casa, non doveva starvi rinchiusa come una fiera irritata, oh Dio!... essa non
aveva il cuore di una fiera. Chi l'aveva resa superba e cattiva?
«Se le pare che la campagna possa
far bene a tutti» prese a dire sottovoce «dal momento che ho accettato di rientrare
in questa casa... gli obblighi di riconoscenza che ho verso di lei, mio
benefattore... Se c'è speranza ch'io possa fare ancora del bene a qualcuno...
insomma io non mi oppongo, disponga lei come crede meglio.»
«Che tu sia benedetta!» ripigliò
con più calore il vecchio, facendosi più acceso in volto. «So che tu sei buona,
Arabella, e se non fosse per la tua bontà, io non vorrei soffrire quel che
soffro. Tutti son cattivi con me, tutti! È una congiura di tutti contro uno
solo. E anche lui s'è unito a' miei nemici, anche lui mette alla porta suo
padre. M'ha ferito, qui, con un coltello. E domani mi trascineranno davanti ai
tribunali, mostrandomi come una belva feroce dentro una gabbia. È un intrigo
mostruoso di preti, di avvocati, di lazzaroni, di parenti, di amici, di nemici,
di donnaccie, tutti contro un povero vecchio... e anche lui ci sarà a gridare:
dàlli, dàlli al ladro!»
Un cupo e profondo sospiro
interruppe la violenza di questo discorso, che Arabella cominciava ad ascoltare
con mesta attenzione.
«Non ha egli alzata la mano sopra
suo padre?» continuò il vecchio parlando con foga accorata. «Andate via tutti,
lasciatemi qui solo a vivere come un cane, solo contro tutta la canaglia di
Milano, e così avrò lavorato tutta la mia vita per non raccogliere che odio,
improperi, maledizioni, ingratitudine, e per essere messo alla porta da quelli
che amo...»
«Papà...» interruppe Arabella con
un moto di terrore, vedendo il volto del vecchio infiammarsi di nuovo; ma come
se egli parlasse a una turba ch'egli solo vedeva:
«Andate, stampate sui muri che io
sono un ladro, che ho rubato, che ho avvelenato, che ho bevuto il sangue dei
poveri, aizzatemi contro i cani di Milano, fatemi maledire dai miei figli».
«Ma no...» tornò a esclamare
Arabella con un sincero abbandono di pietà, cercando di sviare il povero
vecchio da una corrente che lo trascinava alla disperazione; ma l'orgasmo fu
più forte:
«So che mi avete maledetto» egli
disse «so che non mi volete più; furono i preti che v'istigarono a odiarmi.
Pigliatevi i miei denari, buttatemi su una strada. Alla gente io rido in
faccia, ma non posso far senza della benevolenza de' miei figliuoli... Questa
mi è necessaria più del pane...»
E il vecchio affarista,
trascinato ormai dalla sua stessa energia, non seppe più opporsi al torrente
dei mali che da tre mesi andava urtando contro la sua vita, battendone e
scassinandone gli argini di granito. Come per una breccia aperta, l'onda si
riversò, travolgendo le sponde, e si dilagò in un mare di dolore.
Arabella non aveva mai visto un
bambino piangere e contorcersi nel suo dolore come vide a un tratto un vecchio
di sessantatré anni, curvo, quasi rannicchiato sopra se stesso, colle mani nei
pochi capelli bianchi e il volto nascosto contro lo schienale del divano. Tale
fu la sorpresa, per non dire la paura, che non seppe resistere, si mosse, si
chinò verso il povero afflitto, cercò nel fondo più buono della sua natura una
parola buona.
«Non dica, papà, che noi le
vogliamo male. Tutti possiamo sbagliare nella nostra vita: e non credo che
Lorenzo abbia potuto dire col cuore una parola cattiva. In quanto a me, se le
pare che abbia giudicato troppo severamente, son pronta a farne ammenda. Siamo
giovani, ci manca l'esperienza... Ma ella troverà sempre ne' suoi figliuoli
amore e indulgenza.»
Che cosa disse di più? parlava
come per incanto, cedendo a una misteriosa suggestione di benevolenza, non
accorgendosi (ed è anche questo un vantaggio dei buoni) che nella sua carità
abbracciava nel vecchio addolorato anche la causa che lo faceva soffrire.
«So che tu sei buona, figliuola,
e che non hai coraggio di maledire un povero vecchio. S'io fossi anche cento
volte più colpevole, troverei sempre un po' di compatimento nella mia buona
Arabella. Sento che fu Dio che ti ha mandata sulla mia strada. Me ne sono
accorto fin dalle prime volte che ti ho incontrata sulla strada delle Cascine.
Una voce qua dentro mi disse subito che tu saresti stata la luce della mia vita
e della mia casa. Mi parve d'allora di aver trovata per la prima volta la
ragione della mia esistenza. Soltanto d'allora cominciai a vivere per
qualcheduno, per qualche cosa. Tu hai visto che a questa ragione ho sacrificato
molti interessi e molti diritti. Io non fui più io. E ieri sera, quando sono
tornato e che non ti ho trovata più, sentendomi quasi giudicato ed esecrato da
te, ho provato un tal dolore al cuore che ho creduto di morire. Il pensiero che
la gente possa farti del male per cagion mia non mi lascia più dormire la
notte: è una vita troppo di tormento che mi farà morire. E pazienza! ma non
dirmi che mi vuoi male, che mi disprezzi...»
«Io?» uscì fuori a dire con voce
esaltata Arabella, ritraendosi un poco colla persona.
Egli afferrò le mani di lei e
tenendola così prigioniera:
«Tutto si spezza nelle mie mani»,
continuò «tutto si spezza dentro di me. Son più che un uomo malato, sono un
uomo che si sfascia. Senti, ho la febbre. Non ho più forza. Vedo oscuro, son
vecchio, son stanco, son cattivo... Ho paura di morir solo, come un cane...»
Arabella, col volto afflitto da
una penosa incertezza, cercò una parola d'incoraggiamento; ma le parve di
capire che il viso poco prima così infocato del vecchio si coprisse d'un
pallore livido, in cui i lineamenti s'indurivano in una rigidezza quasi
mortale.
«Son cattivo, so che son
cattivo...» seguitò con lenti sospiri, parlando quasi nelle mani di sua nuora.
«Ma tu sei buona e potrai insegnarmi come si fa a vivere bene. Farò tutto ciò
che mi dirai di fare. Andremo via, in campagna, lontani dal mondo, la mia
volontà sarà la tua volontà. Se dirai: 'Cediamo tutto' io cederò tutto,
contento di dividere con te un boccone di pane...»
Arabella non afferrava ancor bene
il valore di queste strane parole, che somigliavano a una confessione.
Sentendone le mani ardenti, vedendo il pallore mortale, andava a pensare che il
vecchio delirasse.
Quel non so che di religioso e di
materno, ch'era nel fondo dell'indole sua, fu tuttavia profondamente toccato
dal pianto e dai sospiri del povero vecchio, che invocava pietà e misericordia.
È vero: tutti lo respingevano; tutti si ergevano suoi giudici e suoi
persecutori. Lo vedeva ora così malato, così abbattuto...
«Via, si faccia animo, papà, e
disponga pure di me fin dove posso essere utile. Non c'è male per quanto
grande, a cui Dio non trovi un rimedio ancor più grande. Lei è proprio malato,
vedo bene. Ha bisogno di riposo, di tranquillità d'animo. Ha la febbre, sento.
Anche il suo aspetto mi dice che non si sente bene. Devo chiamare l'Augusta?»
Il vecchio fece segno di no.
«Lei si sente male...»
Arabella cominciò a tremare, e cercò
svincolarsi per correre a chiamar gente; ma lui la trattenne forte per un lembo
del vestito: e mormorando parole grosse e confuse, le fece capire che voleva
scrivere.
«Scrivere» e indicò col dito un
calamaio sul tavolino da lavoro.
Arabella accostò il tavolino,
aprì il calamaio, stese un foglio, mise la penna in mano al vecchio, obbedendo
in preda a una convulsa agitazione ai cenni di quel povero uomo, che la
tratteneva sempre per il lembo del vestito.
«Passa, passa...» mormorò con
voce di fiera malinconia il vecchio come se si riavesse da una momentanea
vertigine.
Appoggiò la testa alla mano
sinistra, strappando con l'altra il vestito della giovane, che s'inginocchiò,
cedendo quasi all'invito d'un comando interiore.
«Ho da chiamare qualcuno?»
«No, sto bene. Sta qui.»
E dopo aver arzigogolato un poco
colla penna, il vecchio malato cominciò a scrivere in righe oblique mostrando
nella contrazione dolorosa del viso duro e pallidissimo lo sforzo della
fuggente volontà
Arabella, che sentivasi molle il
viso di lagrime, vide che a un certo punto la mano del vecchio s'irrigidì. Fu
per gettare un grido di avviso; ma egli se ne accorse. Svegliandosi, la guardò
teneramente, mosse le labbra a un sorriso morto, e allungando la mano a
riprendere quella di Arabella, dopo un lungo sforzo per formulare la parola,
disse:
«Prega...»
Arabella aprì le braccia e
sorresse il corpo cadente, mentre cogli occhi pareva chiedere soccorso intorno
a sé. Quando si accorse che il malato veniva meno, non trovando in se stessa la
forza né di gridare, né di sollevarsi, allungò la mano fino a toccare il
bottone del campanello elettrico, e riempì la casa d'uno squillo lungo e
spaventato. Sentì correre gente. Entrò l'Augusta, che visto il viso irrigidito
del vecchio e gli occhi spaventati della signora corse fuori a chiamar la
Gioconda.
Le due donne prestarono i primi
soccorsi: finché qualche vicino avvertì il portinaio e si mandò per il dottore.
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