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Don Giosuè stava cenando tutto
solo in canonica con un boccone di merluzzo e un'unghia di formaggio, quando
entrarono a dirgli che il signor Tognino era in punto di morte e desiderava
parlargli.
«Parlare a me? in punto di morte?
il sor Tognino?»
Non volle credere, finché non gli
fu mostrato un biglietto d'Arabella, figlia di parenti che egli non aveva mai
voluto riconoscere, ma della quale il prevosto gli diceva un mondo di bene.
Lasciò il merluzzo, prese cappa e
cappello e uscì dietro all'uomo del biglietto, mentre già incominciava a
imbrunire.
Strada facendo, sentì che
trattavasi di un mezzo colpo apoplettico.
«Anche lui! ma non aveva fatto un
patto col diavolo?»
«La vita è una trappola» finì col
conchiudere, riassumendo in un'immagine chiara e succinta tutta l'essenza
antropologica della poca filosofia imparata in Seminario. Dio non paga il
sabato, ma il sor Tognino non aveva visto nemmeno il lunedì, se questo avviso
non era uno scherzo. La roba rubata gli era rimasta lì, al pomo di Adamo. E se
si doveva credere che aveva desiderato di vedere un prete, e tra i preti
proprio lui, don Giosuè, anche questo poteva essere un segno di resipiscenza,
effetto del dito di Dio, di quel tal dito lungo che arriva dappertutto...
Giunto in via Torino, fu
accompagnato di sopra, dove si trovò in mezzo ai parenti raccolti in una stanza
semibuia, in un sommesso complotto. C'erano i Borrola, c'era il notaio
Baltresca, c'erano delle signore, molta gente nell'ombra, su per le scale, in
anticamera. Il malato era stato per il momento collocato nel letto degli sposi,
perché il caso grave non permetteva di trasportarlo nelle sue stanze. A nome
dei parenti l'impresario cavalier Borrola tirò in disparte il prete e gli fece
capire che bisognava far fare al moribondo qualche dichiarazione: e per questo
i parenti desideravano che il malato fosse assistito da un sacerdote di
confidenza che sapesse le cose: e stava per dire il mestiere. Ma il momento era
troppo solenne perché il libero pensatore cavalier Mauro Borrola osasse fare
dell'intransigenza. Quando è in giuoco quasi un mezzo milione, c'è posto per la
bottega di tutti.
Il povero signor Tognino giaceva
nel letto degli sposi (chi gliel'avrebbe detto?) col capo fasciato di ghiaccio,
colla testa rossa e congestionata, colla pelle del viso tesa e lucida, l'occhio
spento, il respiro corto e pesante, il muso sporgente in una espressione di
dispetto.
Il canonico, abituato a
strologare sui malati, capì subito che il brav'uomo aveva bell'e goduta la sua
eredità. La farina del diavolo... Ma si affrettò a suscitare contro le
insidiose suggestioni dell'orgoglio e dell'interesse mondano un senso cristiano
di carità e di mansuetudine, che non mancava nell'animo del vecchio prete
burbero e arruffato, ma ci stava come un vecchio orologio guasto, che da
quarant'anni non segnava le ore.
Si accostò al letto, provò a
prendere e a stringere la mano dell'infermo: si chinò sul cuscino, e
ammorbidendo la voce a un tono di tenerezza, a un belato di vecchia pecora, che
a lui stesso parve una canzonatura, provò a chiamare: «Sor Tognino...»
Il malato aprì stentatamente gli
occhi, li tenne fissi un pezzo col barlume confuso del moribondo nella faccia
rugosa e intrigata del canonico, diè segno di ravvisare e di capire: e li
richiuse con una languida espressione di dolore e d'impotenza. La lingua
ingrossata non poté articolare sillaba.
Anche il prete nel mezzo minuto
che stette a guardare negli occhi il suo dannato avversario, sentì qualche cosa
d'insolito muoversi di dentro, sotto il peso dei giudizi fatti: e il
malinconico paragone della trappola tornò a balenargli nella fantasia. Il
vecchio orologio guasto mandò dei rantoli.
«Il caso è grave, senza
dubbio...» disse nell'uscire ai parenti che lo circondarono.
«È necessario ch'egli metta in
ordine i suoi interessi» tornò a insistere il cavalier Borrola.
«Sicuro, tutti più o meno ci
siamo implicati» entrò a dire il Botola, che, proprio quella mattina, facendo
uso della carta bianca concessagli dal Maccagno, aveva anticipato dei denari a
Olimpia.
«Don Giosuè,» riprese
l'impresario «coll'autorità morale del ministro di Dio veda di raccogliere
qualche preziosa confessione o dichiarazione o assentimento a proposito
dell'eredità Ratta.»
«Io non sono della parrocchia e
non posso ingerirmi. Si potrebbe avvertire subito don Felice, il prevosto, o
l'avvocato.»
«Allora non perdiamo tempo» disse
l'impresario: «lei vada a parlar coll'avvocato; io corro a chiamare il
confessore.»
Sulla porta era raccolto un
mucchietto di gente, che tempestavano di domande la portinaia. Vedendo uscir
don Giosuè, gli furono intorno come mosconi.
«Una trappola, una trappola»
seguitò un pezzo a ripetere in cuor suo il canonico, camminando tutto ricurvo,
nel suo vecchio mantello, senza veder la gente che gli veniva incontro. «Colla
morte non si scherza, figliuoli. È la gran ragioniera che accomoda i conti con
un bel colpo di falce, zac, trac, che non guarda in faccia a nessuno, né al
grasso né al magro, né al povero, né al ricco, né al lupo, né alla pecora, né
al cristiano, né all'ebreo. È la grande liquidazione, il gran ribasso, e per
molti il fallimento con bancarotta. Non si capisce come ci sia della gente
attaccata alla roba, alla vanità, alla carne, quando dietro l'uscio c'è sempre
la gran Secca che aspetta col falcetto in mano. Ma siam tutti così, l'orgoglio
ci inasinisce tutti a una maniera. Statue di fango su piedestalli di
superbia!...»
E come se una misteriosa mano
facesse scattare una sveglia, che da quarant'anni non suonava più nel vecchio
orologio, don Giosuè Pianelli, coll'immagine del sor Tognino sotto gli occhi,
stentò a dormire quella notte. «Una trappola!»
Il Botola, preoccupato anche lui
di piccoli affari mondani, non potendo far parlare il padre, andò in cerca del
figlio.
Lorenzo, dopo la brutta scena con
suo padre, avvilito, amareggiato, conturbato la prima volta in vita sua da un
dispetto vero e profondo, sentendosi debole e incapace di continuare in una
lotta disuguale contro un uomo più forte di lui, disgustato fortemente anche
per compassione di Arabella, ch'egli giudicava strumento e vittima in mano di
suo padre, non sapendo dove andare e che cosa fare della sua vita indebitata,
senza babbo e senza moglie, si lasciò trascinare dall'abitudine al Piccione
Club, dove trovò Max, che lo condusse a far colazione al Cova. Mangiarono
dell'orso, affogandolo nel medoc. Dal Cova, col di Brienne e con Max, fece una
visita alle attrici del teatro Pezzana, un baraccone di legno, impeciato e
spalmato di peccati mortali. Tornò al club, cacciò il capo nella sala di
scherma, soffermandosi prima dal Campari a ingoiare un assenzio; per antipasto
vinse una dozzina di lire a Max in una serie di piccole partite a scopa, finché
venne l'ora di andare a pranzo.
Noleggiata una vettura si fecero
trascinare alla Cagnola, dove il falso barolo e il falso marsala finirono
coll'affogare un'anatra che l'oste servì per selvatica.
Il Botola, dopo averlo cercato
inutilmente al club, al caffè, da Olimpia, dal Campari e perfino in Borsa, fu
abbastanza fortunato di trovarlo verso le dieci e mezzo solo, davanti a un
bicchierino di cognac, seduto a un tavolino del caffè Biffi, quasi nel mezzo
della Galleria, raccolto come un filosofo pessimista a meditare sulla caducità
delle cose umane.
Non fu troppo agevole per il
vecchio pignoratario di fargli intendere la brutta notizia. Il medico, il
marsala il cognac, l'orso e l'anatra della Cagnola combattevano una strana
battaglia contro lo stomaco, mandando aliti e fumi e vertigini al povero
cervello.
Pieno e indurito come una botte,
della gran lotta della vita non gli restava che un senso o per dir meglio una
reminiscenza dolorosa in fondo a quel resto di memoria che sornotava al vino e
al cognac, simile al dolore d'un dente strappato male, che lascia in bocca
l'impressione di un'immensa caverna.
Attraversando con rapide
vertigini le scene della sera prima, della notte in casa del pignoratario, del
suo incontro con papà, delle male parole dette e udite, uscivano come da un
miscuglio oscuro di sensazioni le immagini più vive e chiare di Olimpia e di
Arabella, le vedeva cozzar tra loro, alzava una mano per separarle, mormorando parole
che arrestavano i passanti, finché crollando il capo, rideva anche lui, facendo
ridere la gente col ritornello dell' «Ara, bell'Ara discesa Cornara...»
una fanfaluca fanciullesca, che gli tornava sulla bocca per un travaso di
sensazioni lontane e recondite.
«Sono due ore che ti cerco per
mare e per terra,» disse il Botola «vieni, tuo padre sta male a morire.»
«Il padrone sono io...» declamò
tragicamente l'ubbriaco, tirando un filo delle sue scompigliate reminiscenze.
«Fossi almeno padrone delle tue gambe.
È una disgrazia che tu non intenda la ragione in questo momento. Tuo padre è
agonizzante, muore, hai capito? vieni a casa.»
Il vecchio cercò con forti
scrolli di fargli entrare quest'idea, che come un lume attraverso le fessure
d'una porta chiusa, mentre metteva l'ubbriaco in sospetto e in pensiero di
qualche cosa di strano al di fuori, non bastava a dargli l'idea della cosa e la
forza d'aprire.
«Il padrone sono...»
«Sì, sì, domani sarai padrone di
tutto. Adesso vieni a casa.»
E cercò di sollevarlo e di
condurlo via. Lorenzo non fece resistenza, e continuando a ripetere la gran
ragione che il padrone era lui, si lasciò tirare fino a una vettura e
trasportare a casa. Ai piedi delle scale parve al Botola di scorgere negli
occhi molli dello schiamazzone un barlume di malinconia, quasi una tristezza
paurosa e scontrosa e colse il momento per dirgli di nuovo che suo padre era in
punto di morte. E vide allora da quegli occhi annebbiati sgorgare lentamente e
scorrere sulla pelle infocata due piccole lagrime, anch'esse del colore del
cognac.
Dal pianerottolo per un breve
ballatoio aperto si passava alle scale di servizio. Il Botola condusse al buio
Lorenzo per di lì, lo attaccò colle mani alla inferriata e gli disse:
«Non muoverti».
E lo lasciò a meditare al fresco,
al lume delle stelle. Quando gli parve il momento, lo menò nella stanza del
moribondo. Era quasi mezzanotte. Una piccola lucerna nascosta da un paravento
rompeva a mala pena le tenebre. Nella stretta, accoccolata sul tappeto, stava
Arabella. L'infermo respirava affannosamente con frequenti urti di rantoli.
Aggrappato alla sponda del letto,
Lorenzo, a cui l'aria della notte aveva dissipato alquanto i fumi del vino e
dell'indigestione, con un supremo sforzo di volontà, cercò di farsi un concetto
della verità, che gli si presentava coi torbidi contorni di un sogno grave e
fastidioso; e come se a poco a poco si accostasse a toccare la triste realtà,
assalito da un violentissimo colpo di disperazione, di rimorso e di sgomento,
cominciò a gemere, a singhiozzare, risvegliando Arabella, che s'era abbandonata
un istante a un lento torpore.
Da tre giorni anch'essa viveva,
si può dire, di un sogno torbido e senza fine. Nei brevi intervalli, in cui le
era concesso di ritrovare se stessa, come perduta e rimpicciolita in una gran
scena d'uomini e di cose, un sentimento nuovo, vago, indefinito, l'assaliva, un
sentimento che non sapeva trovare la forma d'un dolore o di una paura positiva,
ma che produceva anche in lei l'effetto di una ubbriachezza strana.
Suo suocero nelle poche righe
scritte coll'agonia e colla morte alle spalle, senza confessare esplicitamente
i suoi torti, pregava la nuora a trovare coi parenti e coll'avvocato un
componimento amichevole: e ciò per la pace dei vivi e dei morti.
Ogni cosa che vien dai morenti è
uno stimolo di carità specialmente se chi muore ci lascia nelle mani il suo
pentimento. Nulla fa tanto bene a chi va al di là come una buona speranza. E
perciò Arabella spiava e aspettava il momento che il moribondo si risvegliasse
dal suo torpore per dargli un affidamento che la pace sarebbe stata fatta. La
raccomandazione, che il vecchio peccatore aveva scritto e affidato alla sua
clemenza, se la sentiva quasi ardere nel cuore. In quest'attesa, in questo zelo
pio e disinteressato di un bene supremo e urgente, ogni altra questione, ogni
altro male più remoto diventava oscuro e secondario. Essa dimenticava se
stessa, il suo stato di donna avvilita e tradita, quel che era stato ieri, quel
che avrebbe dovuto essere domani.
Sei giorni durò l'agonia, durante
la quale la fibra forte e resistente contrastò a oncia a oncia il terreno alla
morte.
L'infermo non risvegliavasi che a
brevi e rapidi intervalli di conoscenza: e allora l'occhio estinto girava
lentamente intorno in cerca di qualche cosa, soffrendo di non trovarla; e
solamente quando incontravasi nel volto pallido di Arabella, quell'occhio
pareva rischiararsi di una luce più serena, approfondirsi in un pensiero,
parlare, sorridere...
Durante quei lunghi giorni e
quell'eterne notti, Arabella non si tolse i vestiti d'addosso. Quando il corpo
rotto e indolenzito dalle fatiche invocava il riposo, andava a buttarsi sul
divanetto del salottino e subito il sonno la sottraeva alle pene della realtà.
Era un sonno senza visioni, chiuso, dal quale usciva ristorata per dare il
cambio all'Augusta, che con lei vegliava l'infermo.
Lorenzo si moveva intorno a lei,
la rasentava, arrestavasi dietro di lei in un silenzio quasi supplichevole; ma
essa sforzavasi di non vederlo; o non ascoltava le sue parole, se non come si
ascolta uno sconosciuto mal vestito, che ci siede vicino durante un viaggio
noioso.
Gente andava e veniva per la casa
ad ogni ora, di giorno e di notte. Mamma Beatrice rimase colla figliuola. La
zia Sidonia, messo in disparte il risentimento, trovò modo di collocarsi nello
studio di Lorenzo, e rimase anche lei in attesa d'una catastrofe, che
scompigliava le ire, le furie, i progetti, le speranze, i propositi nel cuore
di molta gente interessata e già legata in un'azione comune. Un treno in moto e
spinto a grande velocità non urta contro un muro senza dare una scossa a chi
viaggia. Così avviene delle idee che urtano in una contraddizione.
L'avvocato, don Giosuè, i
Borrola, i Ratta, e gli altri tutti, che avevano un interesse nella causa
contro un uomo vivo, non sapevano rifare sopra un uomo morto una procedura e
un'azione che contentasse tutti i gusti; al punto che, se molti risero e
trionfarono di vedere un ladro e un birbone punito dalla mano di Dio, molti
altri, e tra questi l'Angiolina, rimasero sulle prime scornati e dispiacenti,
quasi che Tognino, col morire tutto a un tratto, avesse voluto giocare un
ultimo tiro da furbo ai diseredati.
Le probabilità eran molte: o
aveva fatto testamento o non aveva fatto testamento; o aveva nominato Lorenzo
erede universale, o aveva lasciato delle disposizioni capricciose, chiamando a
parte della sostanza Ratta qualche pia istituzione, per esempio, la
Congregazione di carità; e in questo caso invece di un avversario avrebbero
dovuto lottare con due, con tre, forse con dieci, più grandi e più formidabili.
Né don Giosuè, né don Felice avevan potuto cavare da quella bocca chiusa,
inchiodata dal male una parola, un segno di ravvedimento, una buona
disposizione a favore dei parenti poveri. Finalmente si seppe che Arabella
aveva in mano una carta e che, parlando in segreto con don Felice, aveva dato a
capire che si sarebbe venuti a una conciliazione; insomma ci sarebbe stato
qualche cosa per tutti...
La notizia uscita di bocca a don
Giosuè, mentre da una parte gonfiò le speranze dei parenti più prossimi (cioè
di quelli più vicini al morto) mise in sospetto e in paura e in diffidenza
tutti gli altri, che fiutarono un nuovo intrigo dei Borrola e dei Maccagno
contro i poveri Ratta.
Se questa circostanza d'una nuova
carta aveva un valore, c'era a temere che i parenti ricchi e forti facessero la
parte del leone a scapito dei parenti più poveri. Aquilino fu preso in mezzo e
incaricato dai Ratta di parlarne pulitamente colla buona signora, per
interessarla a impedire qualche nuovo ladroneggio. E in mezzo a questi oscuri e
sommessi intrighi, per tutto il tempo che Tognin Maccagno litigò colla morte,
fu un continuo correre di gente presso il notaio, presso l'avvocato, presso i
preti, un gran discorrere nelle osterie, nelle anticamere, sui pianerottoli, un
segreto congiurare di furbi che facevan gli ingenui e di ingenui che si
lusingavano d'essere più avveduti dei furbi.
Arabella assistette con fredda
mestizia e con amaro disprezzo a questa nuova contraddanza di interessi intorno
a un letto di morte: e mentre veniva meno nel suo cuore la stima verso gli
uomini, parevale che, in mezzo a tante maschere, il morente fosse il più
semplice e il più naturale. La morte, se non altro, è sincera.
L'ultima notte l'infermo dormiva
di quel sonno chiuso e pesante, che non è ancora la morte, ma già non è più il
patimento, quando a un tratto parve ad Arabella, che vegliava sola accanto al
letto, imbacuccata in un suo scialle, nell'ombra densa dei mobili, che il
malato alzasse una mano e chiamasse.
Si mosse, si accostò, abbassò la
testa e nominando Gesù e Maria, pronunciò qualche frase di consolazione. Egli
mosse con un supremo sforzo la testa, e afferrata la mano della nuora, la
strinse con un fuggevole vigore, mandando fuori delle parole sconnesse che
parevano gemiti.
Cercando d'interpretare i
monosillabi di quel confuso discorso, essa suggerì delle questioni, a ciascuna
delle quali l'infermo rispose con una leggiera stretta di mano. «Voleva che i
parenti gli perdonassero? era pentito? era rassegnato alla volontà di Dio?» e
altre di quelle frasi che si prestano volentieri ai morenti negli estremi
dibattiti, quando la nostra ragione è chiamata a pensare per una ragione che
fugge.
Il signor Tognino rispose sempre
di sì; ma una parola più forte delle altre insisteva a ritornare e a sornotare
in quel suo sconnesso monologo, che Arabella non sapeva ricomporre e
interpretare. Una volta uscì il nome di Ferruccio.
«Me lo raccomanda? non lo
abbandoneremo...»
L'occhio dell'infermo rispose con
un lungo raggio di benevolenza. Poi a un tratto la fronte si oscurò come sotto
a un nuvolo di tristezza. Con un ultimo sforzo nominò la Marietta... Ma
Arabella non afferrò il senso di quelle ultime voci fioche e singhiozzanti. Era
l'agonia.
Il signor Tognino Maccagno morì
tranquillamente nelle prime ore d'una bella mattina d'aprile.
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