Un modesto cartello sulla porta
della chiesa raccomandò alla misericordia di Dio l'anima d'un uomo «morto
beneficando nell'ancor verde età di anni 63».
Al funerale accorsero quasi tutti
i parenti e le persone che avevano avuto col defunto qualche rapporto di buona
o cattiva amicizia. Don Felice e don Giosuè persuasero gli animi più irritati a
deporre davanti a un cataletto i vecchi rancori e a sperare in un amichevole
aggiustamento, del quale fu per desiderio della signora Arabella incaricato lo
stesso avvocato Baruffa.
Prove positive che il defunto
avesse carpito un testamento nessuno le possedeva. Il continuare in una causa
senza fondamento pareva ai più una faccenda arrischiata. L'idea della
conciliazione e di un aggiustamento persuase di più. Si diceva che a Lorenzo il
vecchio padre sdegnato non avesse lasciata che la parte legittima della
sostanza Maccagno; e che il resto, comprese le case e i fondi di provenienza
Ratta, andasse tutto alla nuora.
Così il testatore, in alcune
carte consegnate negli ultimi momenti al notaio Baltresca, aveva creduto di
castigare un figlio ingrato ed irriverente e di dare un'ultima testimonianza
d'affetto a una creatura che avrebbe continuato a volergli bene.
Quando il feretro stava per
uscire dalla casa, arrivò un gran paniere di fiori. Il giardiniere della villa
di Tremezzo, obbedendo agli ordini, mandava le più belle rose di primavera.
Questi fiori, che un morto offriva alla sua infermiera, Arabella fece spargere
sulla cassa e sul carro.
Sfinita da una settimana di
veglie e di commozioni, mentre portavano il pover'uomo a seppellire, raccolse alcune
cosuccie e si preparò a partire per le Cascine. Papà Botta si offrì di
accompagnarla. Essa non aveva la testa per intendere altri discorsi e si limitò
a scrivere poche righe all'avvocato e al prevosto, pregandoli di avviare quelle
pratiche che potessero più facilmente affrettare una conciliazione.
Di Lorenzo non una parola.
Lasciò la casa in custodia delle
donne e venne via col sentimento di commiserazione, che ci accompagna
all'uscire dal teatro, dopo aver assistito a un dramma morale che ci ha fatto
piangere, e che al calar della tela non lascia dietro di sé che il senso delle
lagrime e la verità di un insegnamento.
Forse non sarebbe più tornata ad
abitare in quella casa funestata dalla morte; o se anche avesse dovuto riporvi
il piede, non vi sarebbe tornata più giovine. L'esperienza, figlia del tempo,
invecchia più presto di suo padre.
Ai piedi delle scale s'incontrò
in Ferruccio. Da due o tre giorni il giovine cominciava a uscir dal letto, e
ancor debole e abbattuto si era rannicchiato in portineria ad aspettare la
signora. Suo padre era stato messo in libertà ed egli doveva ringraziarla
dell'opera e della carità usata in questa circostanza. Voleva dimostrarle che
sapeva perdonare anche lui a chi gli aveva fatto del male e che non gli mancava
la buona volontà di cooperare a quel molto di bene che si poteva fare. Infine
voleva rivederla, salutarla...
Vestita di nero, coi capelli che
cascavano quasi stanchi anch'essi sul collo e sulle spalle, nel disordine che
segue alle notti mal dormite, cogli occhi abbruciati dalla veglia, la signora
gli parve ingrandita e rischiarata d'una bellezza più pura e ideale. L'apertura
del vestito lasciava scoperto un poco il collo d'una candidezza d'avorio, come
d'avorio in quel nero parevano le mani.
Rivedendo nella sua dolente
realtà colei che gli era apparsa trasfigurata e raggiante nella poesia del
delirio, sentì d'essere meno straniero verso la poverina. Avevano sofferto
insieme.
La zia Colomba lo aveva messo a
parte di tutti i particolari per cui la signora era venuta a chiedere
l'ospitalità in casa sua. Sul tavolino erano rimasti molti fogli di una
lettera, scritta da lei nel furore d'uno spasimo mortale, e da quei frammenti
il giovane aveva imparato a conoscere a quali gridi si abbandoni un'anima che
insorge e che ricade accasciata sotto il peso delle cose.
La storia di questi dolori era
scritta anche sul volto appassito, nella bellezza attenuata, nel disordine
della persona, nello sguardo intimidito e assente: e parlava nella voce, una
voce che avreste detto venire da una donna sopravissuta a una tremenda
catastrofe.
«O Ferruccio, come sta? meglio?»
«Sissignora, sto bene.»
«È pallidino ancora...»
«Sono venuto a ringraziarla.»
«Suo padre?»
«Son venuto anche a nome suo...»
«Dimentichiamo...»
«Oh! ne abbiamo bisogno...»
«Pensi a guarir bene e si lasci
veder presto alle Cascine.»
«Lei parte…»
«È necessario: ho troppo bisogno
di riposare. Venga e parleremo di questi interessi.»
«Verrò, sissignora.»
«Lei non ci abbandonerà...»
disse, stendendogli lentamente la mano.
«Oh no!... se lei comanda...»
«Dobbiamo far del bene insieme.»
Egli non poté più cucire due
sillabe.
«Saluti la buona zia Colomba:
verrò presto a ringraziarla.»
E serrando la mano del giovine
nella sua, seguì papà Paolino, che aspettava presso una vettura.
Ferruccio stette appoggiato al
muro, cogli occhi incantati sulla carrozza, che si allontanava e si
impiccioliva in mezzo al via vai e al frastuono della città. Sognava ancora a
occhi aperti.
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