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Se ad Arabella il denaro avesse
potuto portare una consolazione, c'era da ringraziarne la Provvidenza; ma
questa sovrabbondanza di fortuna e di ricchezza la rendeva annoiata, stanca, disgustata,
e solamente per non parer cattiva rassegnavasi a leggere e a passare dei mucchi
di carte, e a stendere coll'aiuto di papà Paolino dei prospetti e dei bilanci
meravigliosi. Quanti denari aveva lasciato dietro di sé il vecchio! che se
avessero potuto parlare... ma Arabella, socchiudendo gli occhi, cercava di
cacciare questi pensieri come si caccia lontano una tentazione. A che pro'
indagare l'origine delle cose che non cangiano? a che pro' logorarsi la
coscienza in una filosofia che non serve a nulla? non erano tutti contenti e
soddisfatti?
La prima volta che Ferruccio
venne alle Cascine, essa lo tirò in disparte, e, consegnatogli un biglietto di
cento lire, gli disse:
«Provveda ai primi bisogni di suo
padre, e mi porti un prospetto di quel che posso fare per i poveri della
parrocchia, per la povera Stella, e in suffragio del defunto. Poiché abbiamo
sofferto tanto per colpa di questo denaro non tardiamo a cavarne quel bene che
si può. Lei pure avrà avuto delle spese in questi giorni. Ho bisogno d'essere
istruita e di nessuno mi fido più che di lei. Se può stendermi un minuto
rapporto di tutta l'azienda col reddito e cogli obblighi relativi, cercherò di
entrare anch'io in questa selva di numeri, per quel poco di bene che posso
fare. Ne parli anche con mio marito. Spero che lei vorrà restare con noi,
finché ne avremo bisogno, o almeno finché non abbia trovato da collocarsi
meglio...»
«Non so, vedremo...» balbettò il
giovane facendosi rosso in viso.
«Non si cacciano via i
galantuomini» soggiunse la signora sorridendo.
E dopo un momento di riflessione
riprese a dire:
«Noi abbiamo patito insieme...»
«Oh sì, e devo a lei se non ho
commesso del male...» continuò Ferruccio con sincero entusiasmo.
«Il male non fa mai bene, come ha
visto. Ne abbiamo sofferto tutti, colpevoli e innocenti, e chi sa se avremo
finito! Il male è un numero sbagliato, che rende falsi tutti gli altri numeri e
falsa la somma totale. Uso un paragone d'aritmetica per farle vedere che
comincio anch'io a far pratica coi numeri e cogli affari.»
Ferruccio se ne partiva sempre,
dopo questi discorsi, colla mente turbata, ansioso di tornare a Milano come
chi, sognando una colpevole compiacenza, è tratto dal naturale rimorso a
svegliarsi e a cercare la luce. Ma una volta a Milano, i ciottoli della città
diventavano per lui carboni accesi, gli pareva di vivere colla testa, ma senza
cuore. Il cuore era là, alle Cascine, che sanguinava, che lo chiamava.
Non gli era mai sembrata così
serenamente bella, così in colore, così calma e padrona di sé, così forte, di
una fortezza dolce e terribile. I pretesti per tornare alle Cascine non gli
mancavano. E nell'attesa lusingava e faceva tacere la morbosa inquietudine,
lavorando faticosamente a redigere il rapporto della situazione finanziaria
della casa, un'azienda che, se era ordinata e scritta nella testa del signor
Tognino come in un libro, offriva molte lacune e molti gruppi non facili a
essere sciolti. Nella selva del bilancio e delle cifre, Ferruccio penetrò con
una specie di voluttà, come chi sfonda arbusti spinosi e ortiche per arrivare a
cogliere un mesto ciclamino sull'orlo di una roccia.
A questo turbamento doloroso non
osava più dare un nome. Ha la lingua umana le parole per questi misteri così
profondi? vi può essere una definizione dell'infinito? Possono gli occhi
leggere ciò che una mano misteriosa scrive nel buio?
Qualche volta usciva di casa la
mattina per portare delle carte all'avvocato, o per recarsi allo studio; e
mentre il pensiero seguiva l'oggetto o la pratica, come si suol dire nel gergo
del mestiere, il tram di Lodi lo trasportava alle Cascine, come una forza che
lo sottraesse e lo rapisse a un còmpito noioso, per avvicinarlo a un dolce
spettacolo.
Capiva però che questo giuoco non
poteva durar molto. Era necessario ch'egli se ne ritraesse prima che diventasse
crudele, come ogni bel giuoco tirato in lungo. E siccome sentiva parlare del Corpus
Domini come di un giorno stabilito per mettere una gran pietra sul passato,
stabilì anche lui e si abituò a considerare quel giorno come l'estremo termine
di una gioconda «ferie» giovanile, come la chiusa d'un fantastico poema ch'egli
aveva scritto solamente per sé. Che cosa sarebbe stato di lui dopo quel giorno
non andava a cercare. A che pro? Chi può essere indovino del domani? Ma ad ogni
modo egli doveva ritrarsi da una strada erta e pericolosa, dove molti più forti
e più temerari di lui lasciano spesso la vita e l'onore. Non osava guardare in
faccia ai pazzi pensieri che gli passavano pel capo. C'era da farsi compatire,
da farsi fischiare da tutto Milano. C'era da morir dalla vergogna, se lei
avesse potuto leggergli nel cuore.
Il ragazzo che non aveva saputo
trovar la sua strada nel mondo, il figlio del portinaio, il mezzo chierico, il
commesso a sessanta lire, in certi sogni esaltati correva a immaginare ch'egli
potesse salvare o almeno difendere la buona signora dagli oltraggi della gente,
rapirla, fuggire con lei in un paese lontano, al di là dei mari, contrastarla
alla violenza e all'egoismo, come gli antichi cavalieri dell'Ariosto, che
contro cento mostri combattevano da soli, vestiti d'armi lucenti e incantate.
Ma eran sogni: forse era meglio
voltare le spalle alla tentazione. Da qualche tempo il padre Barca andava
discorrendo di un posto di compilatore e redattore di un giornaletto cattolico,
che una pia associazione di Genova voleva impiantare coll'aiuto di una ditta
libraria di là. E insisteva presso la Colomba perché persuadesse il nipote ad
accettare. Da cosa nasce cosa: il giornale poteva condurre la bottega, e colla
buona volontà, cogli studi fatti, con buoni appoggi, Ferruccio era sicuro di
farsi una posizione nobile e indipendente.
Bisognava aver del coraggio e
decidersi: ma non osava dirlo a lei. Tutte le volte che il discorso rasentava
questo argomento, egli affrettavasi a confondere le parole, per paura di dir
troppo.
Un giorno il signor Lorenzo lo
incaricò di consegnarle una lettera che aveva messo insieme coll'aiuto
letterario e filosofico della zia Sidonia. Chiedeva perdono, si dichiarava
pentito, prometteva una vita nuova; la morte di suo padre era stato un tremendo
castigo per lui; sentiva il bisogno di rifugiarsi in campagna, di mettersi a
lavorare, di fare il contadino, e pregava Arabella di scrivergli una parola di
perdono prima del Corpus Domini, tanto che egli avesse coraggio a presentarsi
e potesse accettare l'invito della mamma.
Ferruccio aveva finita la lunga e
bella relazione finanziaria, a cui aggiunse un prospetto riassuntivo, scritto
con due inchiostri e con molti bei fregi e svolazzi calligrafici: un
capolavoro. Intendeva con questo bilancio di chiedere il suo congedo... e di
non lasciarsi più vedere. Dalle parole del signor Lorenzo aveva capito che egli
era mandato ambasciatore di pace: e anche lui aveva bisogno di pace.
Arrivò alle Cascine che non aveva
ancora messe insieme le quattro parole necessarie per dare alla signora le sue
dimissioni: e si affrettò a cambiar idea. Le avrebbe scritto da Genova. Quel
suo fuggire improvviso, non giustificato, o confusamente giustificato, avrebbe
dovuto far senso, ed era appunto in questo non so che di strano e di violento
che essa avrebbe cercato delle ragioni; e forse tra le molte avrebbe trovata
quell'una, che egli non poteva dire; e l'avrebbe compatito... sorridendo; ma
l'avrebbe compatito, povero ragazzo!
«È uscita» disse il Pirello. «Se
vuol parlarle, la troverà presso la Colorina a pitturare.»
Ferruccio prese la stradicciuola
che costeggiando il canale, mena alla chiesetta in mezzo ai campi. Le siepi
mandavano un acuto profumo di robinia fiorita. La strada molle ancora per
un'allegra pioggerella notturna, sentendo il caldo del sole, esalava anch'essa
il buon odore della terra umida, correndo tortuosa tra il canale e un'alta
siepe fino al ponticello dei mattoni, coperto da un bel gruppo di piante.
Seduta sopra una delle basse sponde del ponte, Arabella stava schizzando
sull'albo quella parte dell'abbazia, che usciva nell'apertura della
stradicciuola, tra due pioppi che facevano da cornice sopra lo sfondo sereno
del cielo.
Essa non si accorse del giovine,
se non quando questi le fu vicino; e per un istante egli rimase dietro di lei
in silenzio, non vedendo innanzi a sé che il bagliore della luce diluita nel
verde dei prati.
«Oh...» esclamò per la prima, e
non poté nascondere un improvviso turbamento. «Mi ha fatta una paura...»
«Sono così terribile?» si sforzò
di aggiungere per tenere il discorso allegro e indifferente.
«Che novità a Milano? non posso
dirle di accomodarsi, ma se si mette là, sul muricciuolo, finisco questo
disegno...»
«Non sapevo che ella fosse così brava...»
riprese il giovine, meravigliandosi con se stesso di sentirsi così coraggioso
stamattina.
Era il coraggio di chi perde gli
ultimi quattrini in un gioco disgraziato, e che, sapendo di non poter più
pagare, arrischia anche quello che non ha.
«So far di meglio, per sua
regola...» rispose Arabella ridendo, senza togliere mai gli occhi dal disegno.
Vestita di un abito scuro di
lutto, con in testa un cappelluccio tondo di paglia scura, il collo e l'ovale
del viso spiccavano d'una bianchezza di smalto. Qualche fiamma di sole,
passando attraverso le foglie degli alberi che facevan testa al ponte,
accendeva di tenero splendore i capelli accomodati colla massima semplicità. A
un soffio d'aria cento fiammelle d'oro l'investivano dando alla sua gentile
persona una bellezza spirituale. Questa almeno fu l'impressione che Ferruccio,
seduto in faccia sull'altro muricciuolo rosicchiato del ponte, ne ricevette,
mentre ardiva contemplarla, quasi senza paura, per tutto il tempo che rimasero
soli sulla strada deserta, nel dolce silenzio dei campi. L'acqua molle e
verdognola del canale passava silenziosa sotto i loro piedi, scendendo a dare a
bere ai prati. Tratto tratto un frullo d'ale. Un passero scendeva a saltellare
sulla strada come se non ci fosse nessuno, e volava via.
«Ho una lettera del signor
Lorenzo per lei.»
«Lo vede spesso?»
«Quasi tutti i giorni.»
Arabella sollevò gli occhi
sull'abbazia e parve dimenticarsi.
«Lei sa come sono stata offesa.»
«Lo so, poverina. Son cose che
non si capiscono.»
«Eppure dicono che è una storia
così comune. I romanzi non parlano che di tradimenti e di vittime. Legge lei
dei romanzi?»
«Non ne ho mai letti. Finché
studiavo da prete era proibito; e poi ho dovuto pensare alle mie tragedie.»
«Ora è guarito...»
«Sì, per grazia di Dio; ma per
poco quel cane di uno sbirro non mi rompeva la testa. Vede ancora il segno?»
Ferruccio indicò una lunga cicatrice sulla fronte, alla radice dei capelli
tagliati corti. «Ma credo che il maggior male non sia la ferita: la morte vien
sempre dal cuore. Per fortuna ci sono delle anime buone a questo mondo...»
«Ci sono?» provò a chiedere
Arabella, con un leggerissimo tono di scetticismo.
«Sì, ci sono. Guai a noi se non
ci fossero. Che conforto avrebbero le anime che soffrono? Crede che nessuno
abbia avuto compassione di lei? Quel giorno che ho aiutato a portarla in casa,
pensando che fosse morta, ho pianto; quasi ho pregato che fosse morta davvero.»
«Perché?»
«Non so spiegarmi. Mi pareva
allora che a una morta si potesse voler bene più che a una viva.»
Arabella tornò a fissare gli
occhi lontano, e mormorò, rispondendo quasi a una lunga questione che ella
facesse dentro di sé:
«Può essere.»
Ferruccio, colpito dalla gravità
delle parole che gli erano uscite di bocca, quasi venisse meno a un tratto
l'esaltazione dolente che l'aveva fatto parlare, si curvò sul muretto, e fissò
gli occhi nell'acqua, provando la vertigine d'essere anche lui trascinato
lentamente col ponticello e colle piante verso i prati. Chi aveva parlato per
lui? La Colomba avrebbe potuto dire che aveva parlato in lui la sua mamma. Ma a
Ferruccio era sconosciuta questa legge, per la quale lo spirito dei morti parla
nei vivi. Si sentì a un tratto meschino e colpevole. Non osava più sollevare
gli occhi in faccia a lei, che, chiusa in un freddo silenzio, continuava a
giudicarlo, e a castigarlo, tacendo. Essa gli pareva lontana lontana: non la
vedeva quasi più.
«Non so se mio marito abbia
pensato anche all'Augusta. Gli faccia memoria. Se l'Augusta vuol rimanere
ancora con noi, potremo combinarci. Di tornare a Milano non si parla, per ora,
né io lo desidero. Mi ha preparata la relazione?»
Furono queste parole così fredde
e precise, di una importanza così pratica, pronunciate con grave lentezza, che
richiamarono Ferruccio alla realtà della sua sorte e gli dimostrarono quel
ch'egli era di fronte alla signora. Arrossì come il fuoco: si mosse, balbettò
qualche parola sconnessa, e, presentando la lettera e la relazione, disse:
«Se lei mi comanda...»
Arabella gli stese la mano,
ch'egli strinse nelle sue, e portò alle labbra come l'altra volta, mentre
grosse lagrime di dolore e di pentimento gli solcavano le gote
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