«Dio solo sa quel che è bene e
quel che è male» scriveva Arabella qualche giorno dopo a Maria Arundelli «e tutte
le volte che entriamo a giudicare delle cose di questo mondo siam tratte a
sbagliare o dalla paura o dall'orgoglio. Al Corpus Domini ritornerò con
mio marito, in una casa nuova, con animo nuovo, in campagna. Appena sia messa
in ordine questa nostra casa, celebreremo le nozze d'oro del perdono. Dio
provvederà al resto. La morte di mio suocero ha precipitato gli avvenimenti e
rende utili e necessarie delle risoluzioni che prima mi parevano assurde. Non
vi può essere che del bene in ciò che si fa con coraggio e con fede. Risponderò
domani con una lunga lettera a mio marito e questa estate spero che verrai a
trovarmi nella nuova casa di San Donato, una fattoria sul genere di quelle che
troviamo descritte nei romanzi della Bremer. Se avrò altri figliuoli, spero di
ritrovare anche quel resto di vita che m'è sfuggita e d'intessere ancora il mio
idillio casalingo in un vecchio avanzo di castello viscontesco, in mezzo al
chiocciare delle galline e al buon odore del fieno.
«La mamma è felicissima e va
ripetendo a tutti che io avrò cavalli e carrozze e una proprietà di non so
quante pertiche milanesi: e pare che potrò godermi questa abbondanza senza
rimorso al mondo, perché lo stesso monsignor arcivescovo ha approvato e
benedetto i nuovi accordi. Le figlie di Maria furono così soddisfatte del modo
in cui è stata risolta o sarà risolta la intrigata questione dell'eredità
Ratta, che, attribuendomi un merito che non ho, mi hanno regalata una copia
della Madonna in trono, del Morelli.
«Vuoi sentirne un'altra? Mio zio
Borrola, che era solito mangiare un chierico a colazione e un prete a pranzo,
mi scrive tutto commosso del modo con cui fu ricevuto da monsignore e vuole ad
ogni costo avere il piacere e l'onore di presentarmi al venerando prelato.
«O Maria, io non so perché
pianga, mentre ti scrivo queste cose così liete e così belle. Ci sono forse
delle fortune che come le fiamme c'inseguono perché fuggiamo?»
Se durante il giorno, tra il
molto scrivere e il dare udienza e il rispondere e il comandare, Arabella
poteva illudersi d'aver ricuperata la pace, o almeno la forza d'accettarla, non
era così verso sera, quando pare che la malinconia esca dalla terra oscura; non
era così di notte, quando si trovava sola sola co' suoi pensieri e col suo
cuore.
Il cuore di notte si sente di
più, come senti battere più forte l'orologio che hai deposto vicino al
capezzale. Ora le capitava di non poter dormire mai, quantunque non avesse che
a rallegrarsi di sé e della sua coscienza.
Rimaneva le lunghe ore cogli
occhi spalancati, pieni di un mite incantesimo, fissi al biancore della
finestra, colle mani sotto la testa, non provando che un caldo peso sul cuore.
Non era un dolore, o lo era quel
poco che basta a mantenere nel corpo una dolce eccitazione morbosa, una
febbrile sofferenza non ingrata, e nella fantasia un immaginare continuo di
cose diverse, remotissime dalla realtà, nelle quali la mente poteva navigare
mollemente senza urtare negli scogli.
Nel suo casto rigore il pensiero
non osava dare alle immagini forme e contorni troppo determinati. Non osava
nemmeno rispondere alle questioni che insorgono così curiose e tumultuose
durante i momenti di maggior ribellione. Le lasciava gridare, conservando un
assoluto dominio sopra se stessa. Era possibile? no: era forse una momentanea
ebrezza, un'indulgenza concessa a se stessa, in compenso del suo lungo
soffrire: no, essa non poteva, non doveva lasciarsi amare da quel ragazzo.
Tutto sarebbe passato, al primo rientrare nel sacro tabernacolo del dovere, non
lasciando che una leggiera striscia di dolore al capo, come fa ogni gioia che
passa.
A quel ragazzo non poteva non
volere un po' di bene. Anche la compassione ha i suoi doveri. Eran cresciuti un
pezzo insieme, lui povero, lei disgraziata. S'eran ritrovati dopo molti anni,
lui più povero, lei più disgraziata. In mezzo alla gente che aveva congiurato
a' suoi danni, anche tra quelli che le volevano più bene, egli solo aveva
sentito per lei una pietà pura e disinteressata. Quel povero Ferruccio non si
era mosso dalla sua timida e scontrosa mediocrità, se non per soffrire
atrocemente dell'ingiustizia umana. E se non aveva perduta la fede nella
Provvidenza e nella vita, lo doveva a lei, che aveva lasciato cadere a tempo
una dolce parola nel suo cuore.
Cresciuto anche lui insieme a'
suoi fratelli, non era per lei che il più grande e il più disgraziato de' suoi
fratelli, un ragazzo di poco spirito, un buon giovine cristiano, che la
corruzione e lo scetticismo non avevano ancora corrotto. Toccava a lei salvare
questa preziosa giovinezza dal contagio plebeo delle passioni, dai cattivi
esempi, sostenere il coraggio nelle battaglie della vita, come già gli aveva
insegnato il catechismo quando era piccina, come l'aveva preparato alla prima
comunione da giovinetta.
Non c'è nessuno che si lasci
persuadere più facilmente come un cuore che ha bisogno d'essere persuaso.
Acchetata con queste dimostrazioni la coscienza, essa poteva chiudere gli occhi
e dormire; ma le lunghe dimostrazioni stancavano le sue veglie, sentivasi
soffocare nella chiusa stanza, balzava dal letto, e, spalancata la finestra,
stava a contemplare estatica nel tepore della notte chiara la fila nera dei
pioppi ondeggianti in fondo ai prati, su cui brillavano le sparse stelle del
Carro, o cercava in capo alla strada l'ombra densa dell'abbazia, che raccoglievasi
anch'essa in una specie di sonno profondo, mentre i grilli mandano l'acuto
fischio dalle tane e il vento porta qua e là, strappandolo a cascinali, il buon
odore del fieno
Le parole di un discorso umano
son troppo rigide e pesanti a confronto di quelle con cui essa cercava di
giustificarsi e usarsi indulgenza. Il cuore parla a colpi come fanno i
prigionieri.
Le pareva che potesse concedersi
questa momentanea ebrezza, mentre ancora durava la sua libertà, come la mamma
anche più rigorosa concede alle sue ragazze un festino la sera prima d'entrare
in collegio.
Era amore questo bene?
Essa lo aveva trattato forse
troppo rigidamente l'ultima volta, non rispondendo nulla a una tenera
confessione, che era traboccata dal suo cuore come sgorga l'acqua limpida e
pura da una fontana abbondante.
La paura l'aveva resa superba.
Eppure quanta bontà, quanta poesia, quanta freschezza d'animo nelle sue parole!
«Mi pareva che a una morta si
potesse voler bene più che a una viva...» Chi aveva insegnato a questo povero
figlio del popolo a dir parole così belle e così commoventi? Non certamente il
poco latino studiato in Seminario. No, era un'anima giovine che parlava; e le
anime giovani sono ancora piene di cielo: e quando parlano fanno provare
emozioni che sembrano reminiscenze di un altro mondo. Tutti veniamo da un luogo
che non è questo e tutti aspiriamo a tornarvi. E il cuore batte ed esulta tutte
le volte che ascolta una voce che gli parla della patria...
Eran sogni di questa natura
ch'essa ricamava intorno a una stella, ripetendo una nenia funebre sopra se
stessa.
«A una morta si può voler
bene...»
E fra pochi giorni invece essa
avrebbe dovuto essere più viva di prima.
La mattina, appena una riga di
luce bianca venata di carminio rompeva dietro i tronchi la lunga oscurità della
notte, vestivasi in fretta e scendeva, quando cominciano le gallinette a
muoversi, prima ancora che sonasse l'Ave Maria alla chiesa.
È così bello uscire all'alba e
mettersi per un viale di piante nella frescura mattutina, sotto il cielo bianco
che si specchia nelle acque oscure! Le vaste campagne sono ancora deserte, non
ancor sveglie di sotto alle coltri di nebbia: o non escono dai viottoli che le
prime ombre dei lavoratori, colle vecchierelle che vanno alla messa, chiuse
nello scialle nero, nella pia tranquillità del corpo che ha riposato e
dell'animo che non desidera più nulla.
Essa invece trascinata
dall'inquietudine giovanile, che desidera anche ciò che non conosce, andava a
rifugiarsi in un angolo oscuro della chiesa, sotto la vòlta gotica, si
prostrava sul marmo freddo d'un altare e assisteva alla messa, pregando or sì
or no, dimenticandosi o guardando come straniera di un'altra fede la gente, le
immagini, i lumi dell'altare. Come chiedere a Dio ciò che non è giusto
desiderare? come chiedere ch'egli ti spenga nel cuore l'unica fiamma che lo
scalda? perché invocare che altri ti calchi sulla fronte la corona di spine che
ti è toccato in sorte di portare?
Dopo la messa usciva colle
donnicciuole e colle altre spose della sua età, con alcuna delle quali
soffermavasi a discorrere di bambini e delle piccole peripezie che riempiono,
come le ragnatele, la casa della povera gente. Parlavano di malanni, di stenti,
di malattie croniche, di pellagra e di morti, colla placidezza lenta e
rassegnata dei contadini che riferiscono tutto a quel lassù, sul quale la fede
dei poveri scarica, insieme alla responsabilità, tre quarti dei propri fastidi.
E le pareva, sentendole parlare,
che appartenessero a un altro mondo o un'altra razza. L'inquietudine sua la
portava a camminare un pezzo per le strade di campagna, finché sentiva il sole
caldo sulla testa. Andava un pezzo a razzolare nel verde, a cogliere fiori di
siepe, a cercare le ultime mammolette della stagione rimpiattate nei luoghi più
oscuri, qualche volta fin verso la stazione di Regoredo, o fin dove il canale
si affossa e si allarga in un laghetto di acque sorgive.
Il cielo lucido, che si riflette
nell'acqua di un color di acciaio, dà agli occhi l'illusione di due lucidi infiniti
che si baciano. Arabella fissavasi nel limpido specchio fino all'incanto e
lasciavasi trasportare a naufragare deliziosamente in una vertiginosa
accondiscendenza.
Forse il suo povero papà era
passato di lì.
Qualche volta spingevasi fino al
passaggio della strada ferrata presso la stazione, che rompeva con una tinta
rosea il verde delle messi e delle piantagioni.
I bambini del cantoniere
impararono presto a conoscerla, perché essa non vi andava mai colle tasche
vuote. La loro madre, una donna pienotta e sana, la intratteneva di cose
comuni, di suo marito, di sé, dei suoi figli. Dopo sette anni di matrimonio,
vissuti un po' dappertutto nei quattro muri d'un casello, essa era per mettere
al mondo il suo quinto figliuolo e nascevano tutti sani, ingordi, con nessuna
voglia di morire. Tratta a discorrere di questa faccenda, la donna nel
linguaggio più naturale dimostrava come ciò possa accadere ai poveretti, che
non hanno il teatro della Scala. Le parole della cantoniera suscitavano nel
segreto dolore di Arabella improvvisi turbamenti.
Vedendola arrossire, la donna
allungava il discorso alle solite celie, cercando di dimostrarle che in tre
cose i poveri sono eguali ai ricchi, nel nascere, nel morire e nel fare
all'amore, una parola quest'ultima che in bocca alla bassa gente, è più chiara
che nei dialoghi di Platone.
Una mattina — due giorni prima
del Corpus Domini — mentre ciarlavano di queste cose, il suono della
cornetta interruppe a tempo certe confidenze, nelle quali la più giovine di
quelle due donne provava una specie di malsana seduzione: subito dopo s'intese
il rombo del treno proveniente da Milano.
Arabella, camminando lungo la
siepe, aspettò che il treno, dopo la breve sosta alla stazione, ripigliasse la
sua corsa. Il convoglio qualche momento dopo venne ansando, rombando, e passò
al di là della siepe colla veloce imponenza che ha sempre un treno in viaggio.
Essa lo seguì cogli occhi, rapita da uno spettacolo che non invecchia mai e del
quale non abbiamo ereditata l'abitudine.
Nell'uscir dalla sua contemplazione,
si trovò davanti Ferruccio pallido come un cadavere.
«Lei a quest'ora? che cosa c'è?»
«Son venuto a consegnarle le
ultime carte, perché... perché... scusi, non posso parlare. Mi è capitata una
cosa, o Dio, Dio!»
Il giovine si tolse il cappello e
si asciugò la fronte madida di sudore.
«Che cosa?»
«Sono chiamato in Questura...
cioè, peggio... domani posso essere arrestato anch'io.»
«Ma no: per qual motivo?»
«Per ribellione alla forza
pubblica.»
«Lei? quando? o Gesù...»
«È stato ieri sera da noi il
signor Galimberti, un delegato che conosce da un pezzo le mie zie e ha detto
che c'è ordine d'arresto contro di me. Le guardie hanno deposto ch'io mi son
ribellato: dicono che io le ho ferite. Il signor Galimberti vorrebbe che io mi
presentassi spontaneamente.»
«Ciò è impossibile.»
«Io non so d'aver ferito. La zia
Colomba giura che non ero armato. Una delle due guardie mostra una mano
slogata. Il signor Galimberti ha promesso d'interessarsi in mio favore, ma non
garantisce nulla, perché gli ordini sono rigorosi...»
Il giovane disse tutto ciò con
una grande freddezza, come se non si trattasse di lui.
«E voi, Signore, permettete anche
questo?...» scoppiò a dire, con disperazione, Arabella, parlando irritata cogli
occhi al cielo.
«Se mi presento da me,» riprese
Ferruccio, cercando di rassicurare la sua voce, «il signor Galimberti ha detto
che potranno usarmi dell'indulgenza, altrimenti... Quale indulgenza? se è vero
che ho battuto le guardie, se è vero che ho slogata una mano, dovrò scontarla
per forza con cinque o sei mesi di carcere, con tutta l'indulgenza del
mondo...»
Egli finì con un sorriso ironico
e amaro.
«Che, che...» esclamò essa
duramente, con accento soffocato.
«A meno che non ne faccia una più
grossa» balbettò coi lineamenti irrigiditi, portando le nocche della mano alla
bocca come se volesse mordere.
«Fuggire? che cosa puoi fare,
povero ragazzo? tu non devi andare in prigione. Tu non hai fatto nulla di male,
non sei un ladro, tu non hai ammazzato nessuno. Hai difeso tuo padre e non si
condanna un povero figliuolo per questa colpa. Ora vengo io a Milano. Andremo
insieme dai giudici; parleremo a questo signor Galimberti. Capisci che se
questa è giustizia noi potremmo, in nome della giustizia, dar fuoco alle case.
No, no: non è possibile. Ah, mi diceva il cuore che non avevamo finito di
patire. Era qui dentro il presentimento. Io porto la maledizione... Ora vengo a
Milano. Tu non devi andare in prigione...»
Parlava quasi inconsciamente, per
abbandono, trattando Ferruccio come un vero figliuolo affidato alle sue cure,
sconvolta improvvisamente da una ribellione di spirito, che rompeva argini e
dighe, non sostenuta che da una irritazione fiera, cieca, audace, che aveva la
forza di non lasciarla piangere. Accesa nel viso, fremendo in tutte le potenze
più segrete dell'anima, passò sopra al suo stesso patimento e non si accorse
che in mezzo ai dolori trionfava un sentimento più forte di tutti e due.
La stradicciola per la quale
scendevano era perfettamente deserta, affondata, perduta tra due cigli alti,
nella grande solitudine dei campi, e permetteva ai due infelici di parlar
forte, di gridare e di piangere senza soggezione sulla loro disgrazia.
Andavano a piccoli passi,
soffermandosi spesso, incerti dove menasse la strada, occupati dal doloroso
caso.
«Io credo che, se parliamo a
qualche persona autorevole, possiamo evitare questa disgrazia. Sto pensando a
chi potrei rivolgermi. Andiamo a Milano. Intanto il dottore potrà testimoniare
che tu eri esaltato, che ti sentivi male. Anche tu sei stato ferito. Ecco, ci
hai ancora il segno...» così dicendo, rimosse i capelli del giovine. «Offriremo
un bel compenso alle guardie. Denaro non manca. La zia Colomba potrà condurmi
da questo signor delegato. Dimostrerò da chi è derivata la cosa, e che non è
giusto che si seguiti a soffrir tutti per colpa di un morto. Parleremo anche
all'avvocato; faremo scrivere, se occorre, da monsignor arcivescovo; e se ciò
non basterà ancora ti darò i mezzi di andar via, Ferruccio; ma tu non ti
lascerai mettere le mani addosso, non è vero?»
«No, no...»
«Non lo voglio...»
«O cara signora, se lei mi salva
da questa vergogna...»
«Sì, sì, vedrai che ti salveremo.
Ora, fatti coraggio; caccia i pensieri cattivi. Credi che fai dispiacere a me a
pensar certe cose.»
«Vedesse la povera zia Colomba,
fa pietà ai sassi...»
Ferruccio s'intenerì all'idea
della povera donna e singhiozzò, per quanto un impeto furioso di sdegno
cercasse di soffocare le lagrime. Arabella, tocca da quella voce così piena di
corruccio, gli pose le due mani sulle spalle. Un fitto velo di lagrime li
nascose l'uno all'altra.
«È la Madonna che mi ha messo in
cuore di venire da lei...»
«Che essa ci benedica...» e lo
segnò colla croce.
Gli accomodò la cravatta, e
ripigliando il tono normale di voce, come se il grave pericolo fosse scongiurato,
soggiunse:
«Perdona se ti ho dato del tu. Mi
sei tornato davanti così bisognoso e così spaventato, che non ho visto in te
che il povero ragazzo di una volta. Ora senti. Piglia questo viottolo e in
dieci passi sei al camposanto. Va ad aspettarmi laggiù e intanto puoi fare un
po' di bene. Una mamma in paradiso l'hai anche tu... Intanto io torno alle
Cascine; non dico nulla per non propalare la cosa. Piglio un po' di denaro e
con un pretesto parto subito. Credo che fra un'ora passi il treno di Genova,
per mezzodì siamo a Milano. Prima di sera avremo aggiustata anche questa: e per
il Corpus Domini verrai anche tu a fare un brindisi... Dio ascolta i
voti».
Parlava ancora e già i piedi la
portavano verso le Cascine, di cui vedevansi i tetti neri e disuguali uscir di
mezzo al verde.
«Dio ascolta i voti» tornò a
ripetere a se stessa, camminando frettolosamente senza sentire la strada.
E ripeté con chiarezza quel che
aveva confusamente promesso nel suo cuore. Avrebbe perdonato sinceramente, se
Dio salvava il povero figliuolo dal disonore. E come se avesse già ricevuto un
affidamento di grazia, asciugò gli occhi, entrò in casa non vista, andò a
preparare il denaro che papà Paolino aveva messo in disparte per lei, salì in
camera, scrisse due righe alla mamma, scusandosi con un pretesto di dover
andare improvvisamente a Milano, e consegnò la lettera al Pirello. La mamma fin
dalle prime ore del giorno era occupata a San Donato e non tornava che a sera.
Papà Paolino il martedì andava sempre a Melegnano.
Uscì col mantello piegato sul
braccio, col velo in mano, e andò a raggiungere Ferruccio.
Questi s'era lasciato cadere sul
praticello davanti al camposanto come se le gambe gli mancassero sotto. E
rimase alcun tempo colla testa nelle mani, accoccolato nella piena solitudine,
sotto gli occhi dei morti a gemere, a soffrire, a languire, come se perdesse il
suo il giovane sangue da una ferita aperta.
Sul suo capo cinguettavano i
passeri tra i rami di un vecchio noce. Con rapidi frulli d'ale stormi di
uccelli scendevano e uscivano dal recinto, posandosi sulle povere croci
avviluppate d'erba, quasi inghiottite dalla terra, in una pace dolce e profonda
che abbiamo torto di temere.
A poche miglia da quelle croci lo
aspettavano i più feroci dolori, una condanna, la reclusione, una macchia, la
vergogna per tutta la vita. E il dolore delle due povere donne? Allo strazio si
mescolavano non meno feroci impeti di sdegno. No, non l'avrebbero preso. Si
sarebbe ammazzato prima.
A questi gridi della maggior
disperazione sottentrava, quasi chiamata, l'immagine di lei. Come una così
dolce figura potesse muoversi in mezzo a così grandi torture morali, non
arrivava a capire; ma sentiva per istinto che la libertà e la salvazione
dell'anima erano nelle mani di lei.
Non era più amore, il quale non
deriva che da qualche idea che uno ha di sé; ed egli era nulla, peggio di
nulla. Era la prosternazione di un uomo umiliato davanti a una divina e
infinita misericordia.
«O mamma, o la mia povera mamma!»
andava ripetendo, e non gli usciva altro di bocca.
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