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Si scosse al rumore di un passo.
Essa con voce rinfrancata e autorevole gli disse:
«Andiamo, non abbiamo molto
tempo».
E lo precedette, camminando verso
la stazione.
Non ebbero molto da aspettate. Essa
acquistò i biglietti e lo precedette ancora, entrando in uno scompartimento
affollato, dove la presenza di altri viaggiatori impedì loro di parlare. In
silenzio arrivarono a Milano. Salirono in una vettura che li accompagnò a casa,
in via San Barnaba.
Non scambiarono quattro parole
lungo il viaggio. Arabella, chiusa in un duro risentimento, se lo tirava dietro
come un ragazzo che ella avesse ritrovato perduto in mezzo a una strada.
La zia Colomba, che stava in
sentinella, scese un pezzo di scala, abbracciò la signora e le sussurrò prima
di entrare:
«Nunziadina non sa nulla. È un
po' malata e l'ho persuasa a rimanere a letto. In ogni caso le diremo che
Ferruccio ha dovuto partire.»
«Mi ha detto questo figliuolo che
voi conoscete un delegato.»
«Sì, è stato lui... Signore!... è
stato lui che ci ha avvertiti.»
«Accompagnatemi subito da lui.
Sentiremo.»
«Sentiremo» ripeté macchinalmente
la povera donna, che tremava tutta e non sapeva quel che dicesse e facesse in
questo mondo. Prese lo scialle e raccomandata Nunziadina a Ferruccio, scese le
scale, ripetendo:
«Sentiremo.»
«Alla Questura!» ordinò Arabella
al cocchiere che aspettava abbasso.
Ferruccio andò a sedersi sulla
seggioletta della zia Nunziadina, davanti al telaio sul quale era steso un gran
pizzo. E rimase in contemplazione dei ricami tutto il tempo, meravigliandosi di
non sentir nulla, come se non si trattasse più di lui.
Le due donne scesero davanti la
Questura e chiesero a una guardia di poter parlare al delegato Galimberti. Fu
loro indicato un lungo corridoio, mezzo cieco, che metteva ai piedi di una
scaletta umida e sporca.
Salirono a un portico superiore,
dov'erano molti usci con delle scritte sopra, che Arabella non ebbe gli occhi
per decifrare.
Sentiva e vedeva, come in sogno,
quasi per una visione interna.
Sulla soglia d'una di quelle
porticine molta gente mal vestita, dalle faccie slavate, tra cui molte donne
piangenti, si addossava per spiare quel che si faceva di dentro, mentre altre
guardie passeggiavano lentamente in su, in giù, per il lungo del portico.
Un usciere, a cui la Colomba si
rivolse timidamente a chiedere di nuovo del signor Galimberti, rispose con voce
seccata: «Dabbasso» e scomparve, sbattendo furiosamente un usciolino.
Si rassegnarono a tornar giù.
Allo svolto del pianerottolo furono quasi brutalmente urtate e respinte da un
corteo di guardie, che tenevano in mezzo un ragazzaccio a sbrendoli, colle mani
legate, una figura smilza e imbozzacchita dai vizi e dalle prigioni, che
all'incontrare una signora sulla soglia di casa sua, tese il collo, sgranò gli
occhi, e urlò con voce rauca e sguaiata:
«Viva l'Italia, bella bionda!»
La Colomba, vedendo la signora
diventar smorta e tremare, le fece scudo col corpo, ma tremava anche lei come
un coniglio. Rimasero due respiri in silenzio, incapaci di muoversi,
sostenendosi a vicenda cogli occhi, sforzandosi di sottrarsi al pensiero che la
vista del ragazzotto arrestato veniva naturalmente a suggerire.
«Se Dio tien conto di quel che
lei fa...» balbettò la Colomba.
Arabella fe' segno di tacere, stringendole
forte la mano, e scesero insieme gli ultimi scalini quasi correndo. Un vecchio
portiere, che veniva su portando con fatica un secchiolino d'acqua, indicò loro
l'ufficio del delegato Galimberti, a man sinistra, sotto il portico, e stette
sulle gambe arrembate a contemplare la bella figurina. Ne càpitano molte in
Questura, di brutte e di bionde.
Il Galimberti, riconosciuta la
Colomba, capì di che si trattava e le fece passare in uno stanzino contiguo
alla sala d'ufficio, dove c'era un gran puzzo di sigaro, sbarazzò due sedie
dalle carte, le invitò a sedere chiudendo per precauzione la porta.
La Colomba colla foga della
passione cominciò a dire che la signora era pronta a dare delle testimonianze
per Ferruccio.
«La signora è forse una parente?»
«È la padrona di Ferruccio»
rispose la vecchia, che lì per lì non seppe trovare una parola migliore.
«Ho capito» disse il delegato,
fissando uno sguardo paterno su Arabella, mentre andava a pescare in una
scatoletta di cartone una pastiglietta di poligala. «È la nuora di quel povero
signor Tognino? povero uomo, morto giovine anche lui. Ma...! nido fatto gazza
morta...»
«E questo nostro figliuolo?»
chiese la Colomba.
«Le testimonianze non fanno male,
e non fanno male nemmeno le raccomandazioni delle buone signore. Ma, ma, ho di
nuovo esaminato il caso, la mia donna, e non so come potremo cavarcela. È una
disgrazia, capisco, il ragazzo non è cattivo, è tutt'altro che un socialista e
un anarchico: ma i tempi son cattivi sotto questo rispetto, e gli ordini
superiori son chiari. C'è stata ribellione alla pubblica forza... L'avrà fatto
per imprudenza, per buon cuore, ma la legge è legge, cara la mia donna, e non
guarda in faccia a nessuno. La ribellione è diventata quasi un tratto di
spirito per questi giovinotti della giornata, che credono, chi sa?, di cambiare
il mondo come si cambia un paio di scarpe vecchie. E naturalmente l'autorità
stringe i freni e manda delle istruzioni categoriche, precise, che non scherzano.
Si sa che chi va di mezzo siam sempre noi poveri agenti. Se si fa troppo,
gridano che si fa troppo; se si fa poco gridano che non si fa nulla. I giornali
ci mordono ai polpacci, la Prefettura ci picchia sulla testa, il Ministro ci
trasloca, ci destituisce, talché si può dire che i nostri migliori amici sono
ancora i birbanti... Questo per darvi un'idea che anche noi abbiamo le mani
incatenate. Nel caso nostro poi c'è un aggravante serio, serio, serio…» Il
delegato socchiuse gli occhi e tentennò un poco la testa. «Oltre alla
ribellione c'è la deposizione di una guardia, che è stata sbattuta in terra e
ha dovuto rimanere dieci giorni fuori di servizio per una slogatura alla mano.
Caso grave! Una mano per una guardia di questura è come l'archetto per un
suonatore di violino. C'è stato del danno...»
«La signora è pronta a dare un
indennizzo.»
«Anche il denaro è un bel rimedio
che guarisce molte slogature. Protezioni, alte testimonianze, denaro, potranno
esser tant'olio per far correre le ruote e per non lasciarle stridere; ma voi,
la mia Colomba, domandate troppo. Mi par già di essere compromesso per quel che
ho fatto, avvisandovi del pericolo e offrendo al ragazzo i modi di accomodare i
suoi cenci in famiglia. Mi rincresce anche per questa buona signora, alla quale
non vorrei proprio dir di no; ma c'è una deposizione, Dio benedetto! c'è la
legge.»
Arabella, che stava ad ascoltare
colla faccia impassibile, mosse due o tre volte le palpebre per asciugare un
leggero velo di lagrime. Il delegato se ne accorse, e fece qualche passo nella
stanza. Non poteva veder piangere le donne. Era il suo debole. Dopo uno sforzo
riprese a dire:
«Ho già parlato col ragazzo e gli
ho fatto capire che gli conviene fidarsi di me. Mi sta a cuore anche a me,
povero figliuolo, perché ho conosciuta la sua mamma e con queste donne siamo
amici vecchi. Ci sono delle circostanze attenuanti, che non gli fanno
disonore... Quindi gli conviene mettersi nelle mie mani».
«O povero martire!» scoppiò a
dire lagrimando la Colomba.
«Non esagerate il male,
benedette! Anzi fategli coraggio e persuadetelo a seguire il mio consiglio.
Credete forse che lo si abbia a caricare di catene e a far marcire in un tetro
carcere come si diceva una volta? Saranno due o tre mesi, al più, di ritiro,
una specie di esercizi spirituali, che a un giovane un po' vivo non faranno
male.»
«O signore...» balbettò la
Colomba. «Quel ragazzo mi muore.»
Arabella aggrottò la fronte in un
pensiero doloroso.
«Benedetta gente!» riprese dopo
un istante il povero Galimberti, che non aveva il cuore di sasso. «Tutto quello
che io posso fare è di tirar in lungo la pratica, per lasciargli il tempo, va
bene?, di preparare terreno. Così nessuno si accorge nemmeno ch'egli sia
scomparso. Dà ad intendere d'aver trovato un posto, che so io? a Bergamo, a
Como, a Melegnano... va bene? e tra quindici, venti giorni, una mattina, dietro
un mio biglietto, viene da me, quieto quieto, noi lo esaminiamo in camera
caritatis, lo trattiamo con indulgenza. Se poi si comporta bene, io lo farò
accettare negli uffici d'amministrazione, dove, tranne il catenaccio, è come
esser qui. Vedete dunque che in realtà si riduce a una commedia, mentre se
invece vuol suscitare rumori, scandali, o pretende che la legge si abbia a
cangiare pe' suoi begli occhi, allora si taglia la strada sotto i piedi, lega
le mani a noi, ci compromette e da un maluccio fa nascere un malaccio.»
«Posso quasi assicurare che il
giovane non sopporterà il suo disonore» prese a dire Arabella con accento che
aveva in sé qualche cosa di tagliente e di sprezzante. «A ogni modo non
possiamo sopportarlo noi, non è vero, Colomba?»
Il Galimberti aprì le due braccia
come se volesse dire: «Non c'è rimedio...» e voltò la faccia verso il muro per
non saper che cosa rispondere.
«Il signor delegato che dice di
voler bene a queste povere donne vorrà, come ha promesso, tirar le cose in
lungo.»
«È tutto quello che posso fare,
cara la mia signora: e lo farò volentieri, perché non solo voglio bene a queste
povere donne, ma il figliuolo mi ricorda la sua povera mamma. La Colomba sa
che... che... che...»
E con una scossa del capo si
sforzò d'inghiottire un grosso stranguglione di reminiscenze.
Arabella si alzò, e trasse in un
angolo vicino alla finestra il delegato, mentre la Colomba pareva diventata
sulla sedia un sacco di stracci. Prese famigliarmente le mani del pacifico
tiranno e gli mosse una serie di questioni, alle quali egli rispose
benevolmente, fissando con crescente meraviglia gli occhi negli occhi di questa
cara donnina, che gli parlava con tanto calore e con tanta seduzione. Il
mestiere non gli aveva ancora fasciato il cuore d'una corazza di bronzo; e
posto in mezzo tra una povera vecchia che gli risuscitava il passato, e una
simpatica bellezza che lo pregava cogli occhi bagnati, si lasciò trascinare a
promettere, non solo che avrebbe cercato di mandar la pratica in lungo, ma che
avrebbe anche rilasciato un foglio di via per Ferruccio, una patente netta...
Al resto avrebbero pensato le donne.
«Le donne, le donne, le donne…»
seguitò un gran pezzo a ripetere il povero uomo, quando rimase solo, rotto e
sfasciato anche lui sotto l'emozione e sotto il peso della responsabilità che
gli addossavano.
Quantunque vedesse di non far
nulla di male a tirar la pratica in lungo, quantunque una dichiarazione di
buona condotta la potesse sempre rilasciare a un giovane non ancora giudicato,
tuttavia nella sua coscienza di onesto impiegato sentiva di servir male la sua
padrona, questa volta. Il giovinotto avrebbe preso il volo... Oh le donne; vive
e morte, son sempre le più forti...
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