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Arabella promise alla Colomba che
si sarebbe lasciata vedere più tardi e andò a fare una visita allo zio Borrola
per chiedergli un consiglio.
Gli zii l'accolsero colla gioia
con cui avrebbero ricevuta la regina Margherita. Sidonia l'abbracciò un gran
pezzo e se la scaldò sul seno, mentre lo zio Mauro faceva mettere una posata di
più in tavola. La zia, dopo averla carezzata come un micino, si congratulò di
trovarla bene in salute, le parlò del povero Lorenzo che faceva pietà, si
rallegrò con lei che tutto fosse finito colla pace di tutti. Arabella aveva
fatto un gran bene, ma poteva farne dell'altro. I buoni zii erano disposti a
transigere, e a contentarsi di poco; ma Arabella avrebbe dovuto persuadere
Lorenzo a tener conto che la zia Sidonia non aveva ancor ricevuto l'ultimo
residuo della sua dote, causa di vecchi rancori tra lei e suo fratello Tognino,
il quale era morto senza aver regolata la posizione. Poiché da tutte le parti
si parlava di conciliazione e di amichevoli accomodamenti, la zia sarebbe stata
contenta di aggiustare anche questo arretrato (un'inezia di dieci o dodici mila
lire), una cosa subito fatta, quando Arabella suggerisse una parolina
all'avvocato.
Essa rispose tre volte di sì senza
afferrare una sola parola di tutto questo grande discorso. Lo zio Mauro si
offrì di presentarla all'arcivescovo, un venerando prelato che... ma Arabella
gli troncò le parole in bocca per raccontargli il caso di Ferruccio. Bisognava
fare in modo che quel povero ragazzo potesse lasciare il paese. Era un dovere
di tutti i parenti di proteggere un giovine onesto, che scontava le conseguenze
di colpe non sue. Ai mezzi avrebbe provveduto essa stessa, ma bisognava
indirizzarlo...
«È il caso nostro» esclamò lo zio
Borrola. «Vado subito a parlarne all'amico Vicentelli, che sta per inviare in
America tutto il materiale della Forza del destino. Se siamo ancora in
tempo, non saprei trovare una più bella occasione per un giovine che vuol
cambiar aria e tentare la sua fortuna.»
Anche la zia Sidonia prese vivo
interesse a questo caso doloroso, in cui vedeva coll'anima dell'artista un non
so che di drammatico e di avventuroso. La ribellione all'autorità, costituita
già nell'indole sua, era cresciuta il giorno che a Parigi alcuni gardiens de
la paix avevano battuto e maltrattato un caro suo cagnolino terrier,
mentre l'imperatrice Eugenia passava in carrozza sulla piazza Vendôme.
Arabella uscì collo zio Mauro, e
non si dette riposo finché non ebbe parlato col signor Vicentelli. C'era ancora
l'occasione, ma non bisognava perder tempo. Il piroscafo doveva lasciar Genova
ai quindici del mese e bisognava trovarsi sul posto qualche giorno prima. Il
giovane avrebbe viaggiato col direttore della compagnia, uomo pratico che aveva
fatto più volte la traversata dell'Oceano. Una volta a Buenos Aires, avrebbe
giudicato lui stesso della convenienza o di restare colla compagnia in qualità
di contabile, o di cercarsi un altro posto. Chi ha qualche soldo in tasca è
sempre padrone del mondo.
Arabella verso sera tornò a veder
Ferruccio e la Colomba in via San Barnaba. Sedettero nell'apertura della
finestra, dopo aver socchiuso l'uscio della stanza per non farsi sentire dalla
Nunziadina malata.
«Ciò che importa maggiormente adesso
è che lei salvi il suo onore» cominciò a dire la signora, volgendosi al
giovine, e parlandogli col tono rispettoso, che aveva sempre usato con lui,
come se passato il pericolo, ciascuno ricuperasse il suo posto. «Per quante
giustificazioni noi potremo dare a noi stessi e alla gente, è inutile, non
potremo impedire che il suo nome resti su quei registri e che la giustizia
umana faccia di lei un brutto arnese. Non è così, Colomba?»
«Meglio morire che andar là
dentro» soggiunse la vecchia.
«Ferruccio non deve nemmeno
morire. Egli è giovane, è buono, è onesto, vero, Ferruccio? sa meglio di noi
che nell'onore è il coraggio, è la vita: sa che noi gli vogliamo bene.»
Essa gli prese una mano e lo
guardò negli occhi.
«Che cosa devo fare?» sillabò il
giovane a testa bassa.
«Partire. C'è una buona
occasione. Guardi.» Essa presentò una lettera con un piccolo manifesto
stampato. «Mio zio assicura che Vicentelli è un galantuomo e che il direttore è
persona prudente. Ella non avrà che d'aiutarlo a tenere i conti della
compagnia, e intanto si vedrà quel che si potrà fare. Ma bisogna partir subito
sabato...»
«Dopodomani?» chiese la Colomba,
sbarrando gli occhi e alzando le due mani in aria. «Ed è lontana questa
città... come si dice?»
«È un poco lontana, ma noi gli
procureremo delle raccomandazioni. Le mie monache vi devono avere una casa. Gli
daremo del denaro abbastanza perché non abbia a soffrire. Ferruccio ha del
coraggio e saprà fare laggiù quella fortuna che non gli lasciano fare a casa
sua. Non c'è più nulla di buono da raccogliere in questo vecchio paese. Il
signor delegato ha promesso di aiutarci e farà avere stasera un buon attestato.
Niente lo lega al suo paese. Vorrei esser libera come lui! veder del mondo,
veder della gente nuova...»
E poiché la Colomba chinava la
testa avvilita, Arabella si chinò verso di lei e le disse piano:
«Non aspetterete che ve lo
maltrattino, come avete visto fare a quel ragazzaccio...»
E a Ferruccio, che la contemplava
con occhio fisso e brillante, disse:
«Lei non si lascerà mettere le
mani addosso».
Il giovine scattò dalla sedia e
mosse alcuni passi sul ballatoio, colla testa bassa, colla mano dentro i
capelli. Quando tornò nel vano della finestra esclamò:
«Va bene, son pronto».
«Tu, tu non lo dirai a quella
povera donna» singhiozzò la zia Colomba, indicando l'uscio della malata.
«Basterebbe a farmela morire, e allora resterei qui sola come un cane. A lei e
a tuo padre diremo che hai accettato il posto che ti ha offerto il padre Barca,
che parti per qualche tempo per Genova.»
La povera donna, portatosi il
grembiule agli occhi, cercò di soffocarvi dentro il gran pianto e la passione
che rompevale lo stomaco. Ferruccio le circondò la testa col braccio e vi posò
le labbra un pezzo senza piangere.
Toccava all'Arabella di far cuore
a tutti e due. In quanto alle spese non vi dovevano pensare: essa lasciò subito
del denaro per i primi bisogni. Non occorrevano grandi preparativi. Bastava una
valigia colle cose più necessarie; perché Buenos Aires è paese civile e ci si
trova tutto. Per non dar sospetto alla zia Nunziadina era bene che Ferruccio
preparasse le sue quattro robe nell'ammezzato, dove all'indomani essa avrebbe
portato il denaro del viaggio. In quanto alle donne e a suo padre, Ferruccio
non doveva aver pensieri. Casa Maccagno era in obbligo di dare una riparazione,
e non per nulla essa aveva perdonato il male che le avevano fatto.
In questi discorsi venne la sera.
Prima che fosse buio del tutto Arabella si alzò, e accompagnata dal giovine,
andò a cercare ospitalità in casa dell'Arundelli, che per farle posto dovette
mandare il marito a casa della nonna.
Le due compagne di Cremenno
passarono tutta la notte a discorrere di questi grandi avvenimenti, che
tenevano la Pianelli in uno stato di febbrile orgasmo. Si vedeva dalla sua
inquietudine e dalle sue parole eccitate e nervose che aveva nel cuore una
grande ribellione, qualche cosa che non vi doveva essere. La buona e pia
Arabella non solo parlava male della giustizia umana, ma parlava troppo di quel
benedetto giovine. Temeva che il delegato non avesse a mantenere la promessa:
che lo avessero ad arrestare a tradimento: che avesse a commettere un atto di
disperazione. E in queste spine si voltò cento volte nel letto, sospirando,
rompendo il sonno della compagna, ritornando cento volte su delle discussioni
che finirono coll'impensierire l'Arundelli.
Appena giorno fu subito in piedi.
Si vestì, uscì con un pretesto,
promettendo di tornare, corse a San Barnaba per accertarsi che non lo avevano
arrestato. Lasciò detto alla Colomba che verso mezzodì li avrebbe raggiunti in
via Torino, nello studio, e appena le parve un'ora conveniente, si recò in
piazza di Sant'Ambrogio in cerca dell'avvocato. Questi l'accolse cortesemente e
non esitò a consegnarle tremila lire, di cui essa lasciò una ricevuta; e stava
per andarsene, quando il Mornigani venne ad annunciare il signor Lorenzo.
«Bravo non avrebbe potuto
arrivare più a tempo» esclamò l'avvocato; «e poiché domani dobbiamo trovarci
tutti insieme alle Cascine a benedire col vino bianco questa bella conciliazione,
permetta, cara signora, che io ne pregusti le primizie. Brava, eccolo qua...»
Lorenzo, nel rivedere sua moglie,
abbassò la testa e si fermò sulla soglia, come un ragazzo timido e pentito che
aspetta il perdono della mamma.
«Avanti, e stringiamoci la mano,
cari figliuoli» declamò l'avvocato con un tono paterno e religioso. «Così,
bravi! e non si parli più di quel che è stato.»
Arabella prese la mano che
Lorenzo, commosso fino alle lagrime, le stese, e parlando a monosillabi,
accettò, acconsentì a tutto quello che l'avvocato credette utile di aggiungere,
come se in fondo non si trattasse di lei. E le parve di intendere che Lorenzo
si sarebbe recato alle Cascine quel giorno stesso, col tram delle quattro, per
accondiscendere all'invito della mamma, che aveva preparata una dolce congiura.
Avrebbero potuto tornare insieme
e fare ai parenti una bella improvvisata.
Mentre un'Arabella rassegnata e
indulgente diceva di sì e rimettevasi alla volontà degli altri, un'Arabella più
nervosa, meno buona, quasi straniera alla prima, usciva da lei a combattere una
battaglia in cui aveva bisogno di restar vinta.
Lasciò suo marito ai grandi
affari e se ne venne via col desiderio di trovarsi ancora collo zio Borrola,
che aveva delle conoscenze in America e poteva dare delle buone lettere di
presentazione per Ferruccio.
Passando dalla chiesa di San
Giuseppe, un bisogno del cuore la condusse a pregare un istante ai piedi di un
altare. S'inginocchiò, fissò gli occhi sopra un quadro in cui era dipinto il
Transito del santo in mezzo a due schiere d'angeli, e pregò un pezzo cogli
occhi, come se non avesse più la forza di formulare col pensiero
un'aspirazione.
La chiesa raccolta, gelida,
immersa in una luce squallida, le mise indosso dei brividi di freddo. Si scosse,
venne via, traversò la piazza della Scala e le strade popolate, pensando a
nulla, cedendo, più che obbedendo, alla necessità che la riconduceva a rivedere
la sua casa. Non pioveva ancora, ma c'erano in aria dei brutti segni. Era una
giornata bigia, malinconica, svogliata, col cielo chiuso.
Domandò alla portinaia la chiave
degli ammezzati e per la scala di servizio entrò nello studio di suo suocero,
ancora ingombro di carte e di mobili, che si rimpiattavano nell'uggia e
nell'oscurità di quella giornata semipiovosa.
Passò nella seconda stanza e vi
trovò della roba sparsa sulle sedie. C'eran dei libri, della biancheria.
Ferruccio non aveva perduto tempo e stava preparando gli effetti di viaggio
fuori dagli occhi della zia Nunziadina.
Una valigia nuova era aperta sul
canapè. Il giovane era uscito per presentarsi al signor Vicentelli; ma aveva
detto alla portinaia che sarebbe stato subito di ritorno.
Arabella raccolse alcune cosucce
e cominciò a collocarle nella valigia, come aveva fatto molte volte pe' suoi
fratelli alla vigilia del loro entrare in collegio.
I rumori della città viva e
grande che agitavasi intorno venivano dalla viuzza a urtare contro la polverosa
finestra di quell'antro offuscato, in cui l'odor di chiuso s'inaspriva
nell'acredine del vecchio inchiostro. Un cappello molle di campagna dimenticato
sull'attaccapanni, richiamò la memoria di un uomo, che aveva finito di
combattere le sue battaglie. Dio può perdonare al peccatore, ma i frutti del
male devono di necessità rigermogliare sulla terra.
Isolata nel suo dolore essa non
viveva che di questo, come se ogni altro sentimento l'avesse abbandonata; e nel
suo sentimento cercò d'immergersi, sperando di trovarvi l'attutimento dei
sensi. Piangeva in silenzio, d'un pianto interno, su chi partiva e su chi
restava, mentre le mani rimestavano macchinalmente nella sacca.
Tra le carte sparse sulla
scrivania riconobbe dei foglietti scritti di sua mano. Erano alcune pagine
della lettera, che in un momento di eloquente disperazione essa aveva scritta
in casa della Colomba allo zio Demetrio e che non era stata mandata a
destinazione. Ferruccio voleva portarsela con sé come una reliquia.
Arabella rilesse alcuni periodi
colla dolente curiosità di chi rivede il proprio ritratto d'altri tempi, e si
ritrova diverso, pur riconoscendo se stesso. Ora non avrebbe saputo scrivere
così. Il suo cuore era più rassegnato: chi sa? forse più morto.
Sul rovescio d'una di quelle
paginette, obbedendo a una pietosa ispirazione, scrisse queste sentenze:
«Il patimento avvicina e redime
le anime, ci colloca in alto sul divino Calvario, da dove si domina la valle
dei bassi egoismi.
«Vi è qualche cosa di più triste
che l'esser soli: è il non poterlo essere quando lo si sospira.
«Morir soli è triste. Ma più
triste è dare spettacolo della propria agonia in una fiera.
«Non vive inutilmente chi sa
ispirare una vita onesta e generosa.»
Scriveva queste idee non sue come
per reminiscenza o per incantamento senza accorgersi che Ferruccio, entrato
poco prima, aspettava timidamente sulla soglia.
Da tre giorni la vita del giovane
Berretta non era più che un seguito di movimenti automatici, di corse, di
sgomenti improvvisi, di occupazioni frettolose e materiali, ch'egli eseguiva in
seguito a spinte più forti di lui.
Quando essa si accorse ch'egli era
presente, gli disse senza turbarsi:
«Leggerà, è un mio ricordo. Le ho
portato il denaro per il viaggio. Son tremila lire che potrà far cambiare in
oro a Genova. Questo denaro è mio, e intendo che lei lo abbia a ricevere come
un'indennità ai danni morali e materiali che abbiamo recato a lei e a suo
padre…»
«Lei?...» balbettò il giovane,
quasi protestando.
«Sì, noi tutti... via! non stia a
distinguere. Spero che il signor Galimberti avrà mandato l'attestato promesso.
Vada con coraggio: suo padre riavrà il suo posto e non mancherà di nulla.
Queste son due lettere per un'agenzia teatrale di Montevideo: e se si ferma
qualche giorno ancora a Genova, avrò tempo di farle pervenire qualche altra
commendatizia per i padri Cappuccini di laggiù. Sono raccomandazioni che
litigano un poco tra loro» soggiunse ridendo, per rompere la malinconia di quel
discorso «ma in un paese lontano si può aver bisogno di tutti. Lei saprà
distinguere, del resto. Ha parlato con Vicentelli?»
«Sissignora, pare che fino a
lunedì non si possa partire.»
«Avrei piacere che potesse
partire più presto. Per fortuna abbiamo un buon angelo nel delegato: possiamo
stare coll'animo tranquillo. Ho qualche obbligazione anche verso la buona zia
Colomba. Se potessi vederla prima di andar via...»
«Verrà qui a momenti.»
«Se non la vedo, la preghi di
accettare questa spilla in memoria della carità che mi ha fatto...»
Si tolse dal petto una spilla
d'oro e la consegnò al giovine, che mormorò qualche parola di ringraziamento.
«Mi mandi qualche volta le sue
notizie. Intanto io non tralascerò dal far le pratiche, perché le sia levata
anche questa piccola condanna. Farò parlare e andrò io stessa dall'arcivescovo,
che dice di aver verso di me qualche obbligazione. Monsignore è in buoni
rapporti colla Corte e so che in certe occasioni quando non si tratta di
delitti comuni si concedono amnistie speciali. Intanto non è male vedere dei
paesi nuovi.»
Ferruccio, appoggiato colle
spalle allo stipite dell'uscio, trasse un sospiro coperto come se patisse in
sogno. Cogli occhi bassi, pareva tutto occupato a decifrare i disegni di un
fazzoletto che teneva stretto e teso in uno sforzo nervoso colle due mani.
Arabella si mosse e toccò qualche
libro di quelli che erano sparsi sul tavolo e sulle sedie.
«Questo è latino: bravo. Un Virgilio...
Fa bene a tenersi in esercizio. Badi a non diventarmi un cappuccino anche
lei...»
E si volse a ridere ancora per
invogliare il giovine a uscire da una tristezza, che li avviliva entrambi
schiacciandoli. Vedendo ch'egli non osava alzare gli occhi dopo aver accomodate
alcune cosuccie nella valigia, la signora si aggiustò un lembo del velo sul
capo e sulle spalle, guardò a lungo l'orologio per fissare l'animo e la volontà
in uno sforzo supremo sopra un oggetto che la sostenesse, e quasi correndo verso
di lui gli tese la mano con piglio soldatesco, esclamando:
«Dunque, addio!»
Ferruccio vacillò, appoggiò le
braccia al muro, alle braccia appoggiò la testa per nascondere e per soffocare
un pianto, che non era più capace di dominare.
Arabella si passò lievemente la
sinistra sul volto per rimuoverne una nuvola oscura che l'avvolse, socchiuse
gli occhi con un abbandono d'infinita stanchezza, si avvicinò, gli posò le mani
sulle spalle, vi si appoggiò, e parlandogli nell'orecchio, ebbe ancora la forza
di aggiungere:
«Senti, anch'io ho bisogno di
coraggio. Il tuo piangere mi avvilisce. Anch'io devo partire tra pochi minuti.
Mi aspettano... Se è vero, Ferruccio, che tu mi vuoi un poco di bene, non devi
farmi soffrire così.»
Il figlio della povera Marietta a
quella voce che spasimava si rivolse, si drizzò sulla persona, e premendo il
fazzoletto sugli occhi, cercò anche lui di essere forte: ma non poté dire che
queste due parole:
«Madonna, aiutatemi...»
Era accecato dalle lagrime e dal
dolore. Sarebbe forse stramazzato in terra, se le due braccia della signora non
l'avessero stretto e sostenuto. Sentì il calore d'un viso ardente sul suo:
sentì sulla fronte e sui capelli una furia di baci ardenti, sentì due mani
gelide che gli serravano la testa: ma non osò, non poté aprire gli occhi.
La sua vita precipitava in un
abisso vuoto, oscuro, senza fondo.
La Colomba, che entrata non
vista, assisteva da mezzo minuto a quella scena, cercò di separarli.
«Certo che voi morirete e ci
farete morire anche noi. O Madonna dell'afflizione, abbiate misericordia!»
E strappando Ferruccio per un
braccio, gli disse con accento sconvolto misto di pietà e di rimprovero:
«Basta il patimento, Ferruccio.
Basta per amore della tua mamma. E tu, figliuola vieni con me. Non sta bene. È
una tortura per tutti: insieme al cuore si perde l'aiuto di Dio.»
Con queste parole riuscì alla
donna, inframmettendosi, di separarli. Ferruccio cadde su una sedia. Presa
Arabella come una prigioniera, non senza qualche violenza toccò ancora alla
Colomba di metterla fuori, nell'altra stanza, dove, carezzandola e
persuadendola:
«Andiamo,» le disse «non si
faccia vedere così: non sta bene.»
Chiuse l'uscio dietro a sé, le
trasse di tasca il fazzoletto, con questo le asciugò gli occhi, le ravviò colle
mani i capelli, le ricompose il velo, le pieghe, la rimproverò, la compatì
cogli occhi.
«Non sta bene neanche per
l'anima. Offra al Signore quest'altro patimento. Vada dalla sua mamma. Pensi a
quel che soffriamo anche noi. Pensi alla notte che dovrò passare, quando sarà
partito quel ragazzo. Dio la benedica per il bene che gli vuole, ma vada via,
vada via.»
E bel bello la spinse fin
sull'uscio della scala. Sul punto di mettere il piede sul pianerottolo,
Arabella con moto sdegnoso cercò di resistere ancora un poco, attaccandosi al
battente dell'uscio. Sentendo uscire quasi un gemito dall'altra stanza, fece
l'atto di gettarsi ancora verso la porta; ma la Colomba le si avviticchiò alla
persona:
«No, lascialo stare, lascialo
piangere...»
Arabella scese a precipizio le
scale, mentre la Colomba serrava dietro di lei la porta con un giro di chiave.
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