Uscì sospinta da una forza
maggiore della sua volontà, nella fiducia che l'aria aperta avrebbe dissipata
la fiamma che divoravale la testa.
Il tempo, che per chi soffre è il
miglior elemento della vita, senza ch'ella se ne avvedesse, era volato durante
quella giornata piovigginosa nelle varie corse attraverso alla città; talché,
quando scese le scale, eran quasi le quattro.
Passò di nuovo in mezzo alla
gente col passo rotto di chi non sa dove va, col cuore in tempesta, colla mente
intorbidita da una violenta emozione, cacciata avanti dal pensiero che qualcuno
l'aspettava alla stazione del tram di Lodi, e che alle Cascine, da dove era
partita così improvvisamente, dovevano essere inquieti di non vederla
ritornare. La mamma aveva preparata una dolce congiura, e domani, anzi stasera,
essa doveva essere là al suo posto, ad una festa di perdono e di conciliazione.
Il suo dovere era là: tutto il resto non era che passione inutile.
Questa idea a poco a poco divenne
così netta e precisa, in mezzo alle mille altre che l'assalivano, che come una
fiamma accesa in fondo a una landa oscura, aiutò a guidarla in mezzo alle varie
strade della città e a condurla verso Porta Romana.
Giunta sul piazzale, fuori di
porta, dov'era una brutta stazione di legno, chiese ad alcuni uomini l'ora
della prima partenza. Sentì che mancava una buona mezz'ora. Indecisa, se tornare
indietro o se rifugiarsi nella baracca, parendole che il tempo fosse sicuro e
che gli uomini la guardassero con sfacciata insistenza, spinta forse anche dal
bisogno di rompere con una forte fatica e di domare un cattivo spirito che
l'aizzava, prese a camminare avanti, verso le ultime case del sobborgo dove il
tram fa di solito una breve sosta prima d'infilare la stradale. La tratta non è
lunga, l'aria umida e fresca faceva bene, e più bene ancora il piacere di
essere sola.
Passati gli ultimi casolari, che
si distaccano dal corpo massiccio della città come rari e sparsi scogli alla
punta di un promontorio, si trovò presto nella campagna aperta, senza un'anima
viva intorno, perché le frequenti pioggerelle del giorno avevano spopolato i
campi.
Credette di sentirsi meglio,
quando fu sola e che le parve d'essere abbandonata. Se avesse ceduto alla
tentazione del cuore, avrebbe lasciata anche la strada maestra per mettersi
attraverso i campi e perdersi nei prati che affondano nel guazzo e nella
nebbia.
«A che pro Dio le aveva fatto
conoscere questo affetto, se anche questo doveva diventare nel suo cuore uno
strumento di tortura? non era più sicura nella sua ignoranza? Ora comprendeva,
e troppo tardi, che cosa sia per una donna amare. Ora solamente e inutilmente
entrava nello spirito delle parole grandi e divine che amore ha ispirato in
tutti i tempi. Se fino a ieri, per non dire fino a poche ore fa, essa non aveva
amato che come una sorella, come una madre, come un'anima buona e pietosa, un
poco per dovere, un poco per naturale compassione, un poco per incapacità ad
amare diversamente; ora sentiva d'essere non più una collegiale, ma una donna.
Il suo cuore ardeva... A che pro? chi l'aveva trascinata in questo fuoco?
Perché invece di rifugiarsi alle Cascine, non tornava indietro a dividere con
quel povero giovine i pericoli dell'esilio? Vivere, lavorare, patire insieme a
lui, in una remota parte del mondo, amarsi sopra uno scoglio, morire con
lui...»
Ah! non era lei che pensava
queste cose. Era la febbre, era la gran sete che la faceva delirare.
Le gore che stagnavano all'orlo
della strada, l'attiravano con malsani luccicamenti a gettarsi nell'acqua
nerastra e livida, tanta era l'arsura.
«Perché doveva nutrire della sua
vita fatta a brani il pacifico egoismo di tutti gli altri? perché vietare a sé
stessa un'ora di follia? che cosa poteva fare per avere un'ora di felicità? che
cosa aveva commesso nella sua vita, perché non potesse essere contenta mai,
mai, mai?»
Le sue idee a un tratto si
rischiararono. Si ricordò che aveva consacrata la sua esistenza a Dio in
espiazione dell'anima di suo padre suicida. Dio l'aveva accettata: ma aveva
scelto lui l'altare e la forma del sacrificio.
Non era lei che parlava, ma
parlava la febbre che le abbruciava gli occhi, che le faceva veder rossa la
strada e color del sangue le pozze d'acqua dentro le carreggiate.
Per quanto le repugnasse di
tornare nelle braccia d'un uomo che non amava: per quanto il mentire fosse
contrario alla sua natura, con tutto questo non poteva dire a' suoi parenti:
«Pensate quel che volete voi, ma ogni conciliazione è impossibile. Io non resto
più. Vado via, vado a morire in un paese lontano, tra altri barbari meno feroci
di voi». Come dire queste orribili cose a sua madre, a suo marito, al suo
benefattore? Son gridi che una esaltazione febbrile può strappare dal cuore: ma
fin che resta in mezzo al male un filo di coscienza e di ragione, c'è sempre
qualcuno dentro di noi che si ostina a ripetere: «Impossibile, impossibile!».
Essa stessa andava avvertendo nel suo modo di ragionare un non so che di
spezzato, d'intermittente, come se in lei dialogassero due persone, come se
tutto il suo essere si sdoppiasse, come se due donne corressero di pari lungo i
regoli del binario alla luce d'una vampa. La febbre suscitava in lei una
nervosa energia di pensiero. La sete, il caldo, mandavano al cervello grosse e
deformi le ombre fantastiche, congiuravano a rendere gigantesco e spaventoso il
suo patimento, a sconvolgere il senso delle cose.
Quando dal cuore i mali salgono
al capo, quando da ventiquattro ore ti pesa una brace sul petto, quando la sete
ti divora le viscere, la vita diventa un sogno, i sogni ridiventano la vita: il
vero e l'ombra si mescolano: non sai fin dove vaneggi e fin dove soffri
davvero. Forse ti pare di correre sopra uno stradale lungo, interminabile,
melmoso, in una bigia, interminabile giornata: e tutto ciò non è che lo sforzo
impotente che tu fai nel tuo letto per rompere un vaneggiamento febbrile, per
uscire da un fastidioso delirio.
A un certo punto lo schioccare
d'una frusta la richiamò al senso della realtà. Essa aveva già oltrepassato il
palo che segna la fermata. Le parve che un uomo dietro di lei le gridasse
qualche cosa di seccante, di inafferrabile, e affrettò il passo, persuasa che
il suo dovere fosse di correre sempre avanti per arrivare più presto alle
Cascine, per salvarsi da una tentazione, per gettarsi a' piedi de' suoi a
chiedere perdono.
Più camminava però e più sentiva
le gambe farsi pesanti e le vesti intralciarsi al passo e avviticchiarsi come
drappi umidi: e il piede sprofondare in un pantano di materialità ributtante e
grossolana, in cui spiccicavano delle idee non meno ributtanti e grossolane.
Il rimorso, ritrovandola così
debole e sconvolta, tornava a riprendere d'assalto la debole coscienza della
monachella e diceva: «Vergognati! hai lasciata la tua casa, hai abbracciato e
baciato vergognosamente un povero giovinetto, hai sgomentato la sua vergine
coscienza, torna a casa, espia, espia...»
Non era meglio morire? non
incalzava dietro di lei qualche cosa di fatale e di tremendo? Se invece di
correre troppo presto verso la sua condanna, avesse rallentato il passo, si
fosse sdraiata in terra...? Anche il povero papà era passato per queste spine,
per questa strada melmosa, in cui l'anima affoga nel fango. E se non era lui
vivo, era il suo fantasma inquieto, che camminava dall'altra parte, lungo il
regolo del binario, e che le diceva: «A che giova il tuo sacrificio? tu non lo
compi con rassegnazione, e il bene che si fa con rancore non giova né ai vivi
né ai morti. Tu mordi la tua catena e imprechi contro di me: così siamo due
anime perdute. Va a casa, Arabella, abbraccia la tua povera mamma e domanda
perdono, perdona tu per la prima... corri, corri: non vedi che piove? corri,
vien la macchina...»
Il tram a vapore, lasciate le
ultime case, veniva veramente per la strada grossa con una crescente velocità,
sbuffando e rompendo la nebbia grigia coi due fanali d'un rosso sanguigno.
Arabella nel suo delirio ne aveva
più che il presentimento, lo sentiva, lo temeva: ma non sapeva distinguere
quanto di vero entrasse nel sogno, e, come chi sogna, non sapeva risolversi. Ma
il desiderio della vita la prese. Incapace di uscire dalle due guide, ch'essa
vedeva alte come due muri di ferro, cominciò a correre, quanto poteva
permettere la strada molle, ingombrata dalle traversine.
Perché non avrebbe lasciato
venire la morte? Molti terrori s'illuminarono nel buio del suo pensiero
delirante e vide dentro a un baratro di fuoco gli eterni spaventi del morire
disperata. Perché non usciva dunque dal binario?
La macchina già poco lontana
fischiava, la campanella sonava a stormo. Essa fece il segno della croce per
resistere alla tentazione di sdraiarsi sul terreno. Era affranta, resa ottusa
da un sonno di piombo. La sua fede ripugnava con energica resistenza al
suicidio. «Oh no Madonna, no, morire a questo modo.» Perché dunque non andava
fuori di un passo? non poteva. C'eran quei due muri di ferro. Una volta
incespicò, cadde sopra un ginocchio, si rizzò subito, prese a correre, a
strillare; Gesù, Maria, che sogno!
Dietro di lei molte voci
gridavano, infuriavano. Pareva un popolo insorto che l'inseguisse per farla a
brani. C'era in quella folla l'Angiolina ortolana. Ne sentiva la voce
inviperita. E le parve ancora una volta che papà cercasse di strapparla dal
pericolo, tirandola pel lembo del vestito, che si sfilacciava in mano al
fantasma. Poi qualcuno nero e duro la prendeva alla vita, la sollevava, la
buttava nel fango della strada.
La macchina col treno si fermò a
due passi di distanza.
Da un pezzo il macchinista aveva
notato la donna che si ostinava a camminare sul binario, e col fischio, colla
campana, aveva dato tutti i segnali. Una volta gli parve che la maledetta donna
avesse capito, perché la vide uscire dalle guide, ma subito dopo tornò dentro
col passo d'una ubbriaca. Dette il controvapore, strinse i freni. La gente,
mettendo la testa dalle finestre, cominciò a urlare. Un giovine fochista balzò
a terra, strabalzando, e presa la donna attraverso la vita, arrivò a tempo per
un pelo a gettarla in disparte come un sacco di cenci. Molti discesero dai
vagoni (c'era anche Lorenzo, che l'aveva cercata inutilmente alla stazione),
circondarono la donna, la raccolsero. Venne a passare un carro delle Cascine,
ve l'adagiarono, la portarono a casa più morta che viva.
Chiamato in fretta il dottore,
giudicò un tifo, gravissimo, forse senza speranza.
Arabella per tre o quattro giorni
non fece che delirare e chiamare con alti gridi Ferruccio, la Colomba, il suo
papà morto, lo zio Demetrio, suor Maria Benedetta. La voce arrivava fino alla
stanza di Angelica, oltre la Colorina. Nell'arsura infernale d'una febbre di
quaranta gradi, balzava dal letto e guai se Lorenzo non era presto ad
abbracciarla, a riporvela, a tenervela! Scarmigliata, cogli occhi distrutti e
infossati, essa era più forte di lui, gli graffiava il viso, lo copriva di
oltraggi volgari, finché rotta e sfinita in tutte le ossa, ricadeva in un
profondo abbattimento.
Lorenzo, posando la testa sul suo
guanciale, piangeva come un bambino.
Gli altri in casa non eran più
gente. Eran morti in piedi.
Si chiamò con telegramma lo zio
Demetrio, che aspettava d'essere invitato a battesimo.
Durante quei tre o quattro giorni
la poverina rivisse in sogno delirando ora coi vivi, ora coi morti, finché le
rimase un'oncia di forza.
Rivide la sua bella mamma ancor
giovane andare alle feste con un vestito celeste orlato di un pizzo doré. Vide
se stessa ancor fanciulletta in mezzo a' suoi fratellini, mentre frullava il
sabaglione in una piccola cazzeruola lucente. Mario, Naldo e il piccolo
Bertino, bello e biondo come un angelo, ridevano a veder la spuma gialla e
profumata traboccare dall'orlo; e la malata rideva anche lei d'una gioia intera
e traboccante, immaginando che quella spuma gialla e profonda montasse a ondate
ad avvolgerla. Quindi usciva la sensazione della prima comunione, colla vista
della chiesa lunga, chiara, tutta fiori e pizzi bianchi; ma non capiva perché
Ferruccio fosse andato a porsi in mezzo alle ragazze. Che c'entrava lui colle ragazze?
e perché tutti lo carezzavano con tanta tenerezza. Essa ne provava un'invidia
amara, correva a strapparlo via, gridava: «È mio». Se non che altri fantasmi la
conducevano a visitare le cameruccie sotto i tetti, dove abitava una volta lo
zio Demetrio, un uomo buono come un santo, che aveva molte gabbie di canarini,
che cantavano a stordire, svolazzando liberi intorno. Entrando nelle
stanzuccie, ne vide più di cento volarle addosso, belli, vispi, bianchi e
gialli posarsi sulle spalle, sulla testa, sul braccio. Se la pigliavano in
mezzo, la portavano via, in alto in alto, in un volo delizioso, verso il
campanile di Cremenno, che si disegnava sullo sfondo azzurro del cielo...
E in questa felicità la poverina
finiva di patire.
FINE
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