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I CONIUGI SPAZZOLETTI
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Varese, Gallarate, Parabiago, Musocco, Milano partenza.
La macchina mugge come un mostro in collera: i guardiani sbattono, chiudono
gli sportelli, il capotreno dà un fischio.
- Presto, signori, per di qua.
- Secondi posti, terzi posti.
- Qui, su, presto.
- Margherita!
- Eccomi.
- Dlen, dlen, dlen.
- Partenza.
- Fuf, fuf, fuf - il treno parte.
- Sempre così con te. Non la finisci mai di aggiustarti il cappellino, il
cravattino, il ricciolino, il serpente che ti mangi e poi bisogna correre,
strozzarsi, o perdere la corsa.
- Dici a me? sono io che mi son fermata a fare...
- A fare, a fare!... se ti movessi subito quando te lo dico, e non restassi
a sfringuellare con tutti, ci, ci, ci.
- Io? sei bello come il sole.
- E tu come la luna.
Intanto il cavaliere Spazzoletti andava sbarazzandosi della valigia,
dell'ombrello, della cappelliera e di quei tre o quattro involtini, che non
mancano mai a chi ritorna dalla campagna. Sebbene fosse già la fine di
settembre e vicino a sera, pure faceva ancora un bel caldo, che pareva al
cavaliere Spazzoletti più soffocante per l'affanno della corsa e pel dispetto
che provava.
- Non basta credere d'essere una donna di spirito, - seguitava il
brontolone.
- Ora la puoi finire ch'è lo stesso - interruppe questa volta madama,
facendosi rossa e alzando il ciuffo.
- Se parlo, è perché mi piace di parlare.
- Parlano anche i pappagalli.
Il cavaliere Spazzoletti aggrottò le sopracciglia, ma c'era dell'altra
gente nel vagone e pensò che si è sempre a tempo a perdere la propria dignità.
Diè un'occhiata tagliente alla moglie, si asciugò il sudore delle guancie e
della fronte e finalmente si rincantucciò nell'angolo presso lo sportello a
trangugiare il suo pappagallo. Margherita sedette innanzi a lui colla faccia
rivolta verso il crepuscolo che, sfolgorando con raggi d'oro, nella bassura,
dietro un filare di pioppi, riverberava una luce rossiccia, quasi sanguigna sul
suo volto. Negli occhi pareva quasi di vederci dentro delle scintille.
Il treno già in ritardo andava intanto colla velocità d'un vapore inglese.
I coniugi Spazzoletti erano marito e moglie da due o tre anni e si erano
sposati d'amore. Ella, donnina di molto garbo, sui ventiquattro anni, aveva un
aspetto delicato e signorile, con un nasino sottile, assai ben fatto, e due
labbruzzi di corallo smorto, che scomparivano quasi del tutto nel momento di
maggiore commozione. Vestiva con attillata eleganza, in modo che il corpo
appariva in tutta la sua aristocratica magrezza, né le mancava nemmeno quel
fare pretenziosetto di stare sulle sue che conviene sempre alla moglie di un
cavaliere.
Se è vero poi che ognuno ha soltanto gli anni che dimostra, il cavaliere
Spazzoletti non aveva ancora i suoi trentatré o trentaquattro anni.
Era anch'egli una bell'asta d'uomo, già vicino a quella rarità di capelli
che piace tanto negli uomini d'ingegno. Sebbene non fosse che direttore d'una
grande azienda per la fabbricazione dei concimi chimici, la figura era quella
di un segretario d'ambasciata e i modi quelli di un ambasciatore. Ma per
dirigere un'industria non basta, come basta per fare l'ambasciatore, essere un bell'uomo;
e infatti al cavaliere Spazzoletti non mancava né lo studio né la pratica delle
cose, né la fiducia de' suoi azionisti. In un giornale di agricoltura
l'illustre Hermann (fa sempre piacere di conoscere come la pensa un tedesco)
nomina spesso il cavaliere Spazzoletti come uno dei più arditi e intelligenti
industriali nostri, e a questo muthig, praktisch, verständig
Mann, come avete sentito, era toccato del pappagallo in faccia alla gente.
Già da qualche tempo i rapporti fra i coniugi Spazzoletti erano divenuti
alquanto stridenti, sebbene, a voler cercare, non si sapesse dire né perché, né
per colpa di chi. Sia che il mangiar sempre quella cosa finisca col venire a
noia, sia che non sapessero condirla, o perché, com'è più probabile, non avendo
ancora figliuoli, si facessero reciprocamente dei taciti rimproveri, o sia quel
che volete (è sempre difficile veder chiaro in queste cose), sta il fatto che
da qualche tempo il loro amore aveva preso la punta come il vin buono a un
cambiamento di tempo. Non era aceto ancora, ma sentiva già di brusco.
Anche quella benedetta campagna di Varese non poteva andar peggio. Quindici
giorni piovve e non ci fu caso di cacciar la testa dall'uscio; nei giorni
belli, perché non conoscevano quasi nessuno, il gran divertimento fu di salire
e discendere il Sacro Monte sugli asinelli. Quegli asini e quegli asinai, la
più noiosa genia del mondo, avevano tanto perseguitato il cavaliere durante le
sue passeggiate, che se li sentiva ancora addosso. E quanto avea dovuto pagarle
quelle asinerie! e quanto liticare con quella marmaglia! e con che costrutto?
Il costrutto era di vedere eternamente la faccia malcontenta di madama, che si
annoiava orribilmente degli asini e dei monti. Notate che aveva scelto Varese
essa stessa per aver occasione di fare non so quali devozioni al Santuario, e
ch'egli l'aveva seguita volentieri, fingendo di credere all'efficacia di certi
rimedi; ma finalmente era parso più allegro di tornare a Milano. Nel ritorno si
sarebbero fermati quella notte e il giorno seguente a Parabiago in casa di un
vecchio amico, compagno di scuola dello Spazzoletti, che non aveva ancora il
piacere di conoscere la sora Margherita. Il Caldara aveva insistito con tanta
gentilezza nelle sue lettere, che rifiutarne l'invito sarebbe parso una
scortesia. Finalmente la sora Spazzoletti era un tal bottoncino di rosa, che il
desiderio del Caldara non era minore della compiacenza che provava il marito a
condurvela.
Margherita pensava invece alla delizia di dover passare l'ottobre a Milano,
in una casa suburbana presso la fabbrica, fra gli orti, in mezzo a certi
odori... e colla vista poco lontana del cimitero, mentre le sue amiche erano
sul lago a divertirsi. Tutte queste cose stavano il più del tempo sottintese,
come i carboni sotto la tenere; ma guai a rimestare la cenere! i puntigli
pungevano da tutte le parti, i rigagnoli diventavano fiumi, le mosche buoi, e
sempre più aspri si facevano i rapporti fra due persone che avevano troppe
occasioni per trovarsi vicine.
Dall'altra parte del vagone, presso lo sportello di destra, sedevano l'una
in faccia all'altro i coniugi Ballanzini, due buoni benestanti di Musocco, più
in là che in qua della cinquantina, che durante il battibecco fra i nuovi
venuti si erano scambiati qualche furtiva occhiata d'intelligenza. Vestivano
alla carlona, con quell'abbondanza di taglio che non guarda alla roba purché
sia buona. Il sor Claudio Ballanzini era di quell'antica opinione che due
fiaschi di vino buono fanno più bene al corpo d'un fiasco solo di vino sciocco;
opinione che la sua consorte esprimeva con più delicatezza, dicendo che chi più
spende meno spende. L'abbondanza non faceva danno né all'uno né all'altro,
anzi, sedendo ciascuno ai loro rispettivi posti, potevano consolarsi nell'idea
che, a trasportarli, la ferrovia non ci guadagnava nulla.
La signora però, sapendo di non essere più giovane, s'ingegnava di farsi
bella con qualche nastro un po' vivace, con qualche papavero nel cappello e con
tutto il giallo del suo oro che metteva dappertutto come fosse carota. Cercava
invece di conservare al suo uomo un'aria di buon ambrosiano quanto era
possibile, insaccandolo in certi pastrani da Carlambrogio e smorzandone la
baldanza sotto certi cappellacci, color pelle d'asino, che lo facevano
somigliare a un fungo. Eppure si sarebbe detto che la gioventù, la gioventù
assassina facesse la corte e gli rinfrescasse le guancie tutte le mattine al
birbone! Bello, morbido come un pane di burro, con due occhietti grigi,
mariuoli, aguzzi come lesine, egli era il tormento diurno della sora
Ballanzini, non già ch'egli osasse ribellarsi o corresse dietro alle gallinette
del vicinato, guai! ma perché la diffidenza è figlia della gelosia, e la
gelosia è un male senza rimedio. Per buona sorte l'indole dell'uomo era dolce e
mansueta. Di pochi desideri, di poca fantasia, di poca volontà, il sor Claudio
riconosceva in sua moglie una donna superiore. Se non l'avesse saputo, glielo
ripeteva sempre ella stessa, dicendo che la terra e la casa di Musocco l'aveva
portata lei, colla sua dote, e che se ella non lo avesse raccolto di strada
come una scarpa vecchia, il sor Ballanzini era nato e sarebbe morto cuoco di
casa Rusca.
Questo concetto lo esprimeva anche col dire ch'egli era nato e sarebbe
morto in una cazzeruola.
L'occhiata che all'entrare degli Spazzoletti ella lanciò a suo marito
voleva dire: «Vedi che cosa significa una moglie senza giudizio?». Quando poi
al cavaliere Spazzoletti toccò del pappagallo, il sor Claudio deve aver
esclamato in cuor suo: «Pazienza! ce n'è degli altri».
I coniugi Ballanzini erano andati a passare una giornata in casa del
fratello di lei, curato di un paesello presso Varese. Era una gita solita di
tutti gli anni, coronata da un famoso pranzo, in cui il curato metteva i suoi
cinque sentimenti, sapendo che non si scherza cogli uomini intelligenti. C'era
quasi sempre la sua brava lepre e il suo bravo zampone di Modena. C'era il
pasticcio di riso, il gelato, i datteri, i fichi, la panna; dopo il caffè, il
cognac: dopo il cognac un buon sigaro, e finalmente un bicchierino di maraschino,
dolce come le lagrime degli angeli. I coniugi Ballanzini partivano da quella
casa del Signore più larghi che lunghi, imbottiti per una settimana; alla
povera grigia del curato che doveva poi trascinarli fino alla stazione
diventava il collo lungo come una giraffa.
Una volta sprofondati sui cuscini del vagone, pacem habete! si
addormentavano di solito come due bambini nel presepio... A questo proposito
non è inutile raccontare ciò che era accaduto loro un anno prima nella medesima
circostanza. Chiusi gli occhi al primo movimento del treno, dormirono tanto
beatamente che passarono oltre la stazione di Musocco senza avvedersene,
giunsero a Milano senza udire né il fischio della macchina, né il grido dei
conduttori. Chiusi dentro nel loro bel vagone di seconda classe, sia che non li
avessero avvertiti o che vi fosse gente disposta a divertirsi alle loro spalle,
i guardiani spinsero il carrozzone in un prato e li abbandonarono ai dolci
sonni. Fu solamente verso le undici di sera che a un terribile fischio d'una
macchina che zufolò passando via, essi balzarono su di botto. Si stirarono, si
cercarono, si trovarono, guardarono fuori. Tutto è buio, il luogo deserto, il
vagone fermo. Che cos'è? dove siamo? Gesummaria! che ora è? La sora Ballanzini
getta un grido e sviene. Accorre della gente, portano dei lampioni, è avvisato
il capostazione, corre la questura.
Figuratevi le risa, il chiasso, il movimento. La sora Ballanzini fu portata
da quattro uomini nella sala del buffet. Si dovette aprirle un poco il
vestito, spruzzarle il viso d'aceto, e quando il sor Claudio volle ricompensare
quella buona gente della loro carità, il portafogli... itibus... era
scomparso.
Questo, ripeto, era accaduto l'anno prima; ma dovessero campare cento e un
anno, essi se ne ricorderanno sempre. Soltanto a parlarne, la povera signora
prova una specie di vertigine, che le par di morire, e un giorno o l'altro vuol
pregare qualche poeta di farne un bel sonetto.
Immaginatevi ora, se al sedersi di nuovo su quei cuscini e nella medesima
circostanza, dovevano ricordarsi dell'avventura. Il topo non casca due volte
nella medesima trappola; ma pretendere che il sor Claudio non avesse a dormire,
era come un volere che volasse, perciò la sora Ballanzini si assunse tutta la
responsabilità di svegliarlo a tempo. In quanto a lei, se il diavolo non aveva
proprio giurato di tradirla, non c'era pericolo che velasse un occhio.
Infatti dopo un quarto d'ora il marito era già scomparso sotto le grandi
ali del suo cappello e sognava già di pigiare dell'uva in fondo a una tinozza.
Intanto s'era fatto buio. Un lumicino scarso e fumoso, chiuso dentro una
scatola di vetro torbido, spandeva dall'alto quel tanto di luce che basta per
vederci a dormire. Il rumore monotono delle ruote, l'abballottolìo, la ninna
nanna delle carrozze, ma più di tutto i fumi ed i calori della vernaccia e del
rosolio bevuto, tentavano bene di tanto in tanto di accalappiare anche la sora
Ballanzini in una rete invisibile e tenuissima di sonno; ma la paura di
lasciarsi cogliere all'agguato vegliava in lei come un cane di guardia. Fra il
sonno e la paura avveniva spesso a intervalli una specie di baruffa, come fanno
i cani e i gatti in un buio sottoscala: e la zuffa serviva a dare alla donna
quella scossa che bastasse a svegliarla del tutto. Affacciava il viso alla
finestruola, si scuoteva di dosso la pigrizia, finché il sonno più forte di lei
non ritornava ad avvilupparla nella sua rete di ragno.
Chi certamente non dormiva era il cavaliere Leopoldo Spazzoletti in causa
di quel pappagallo che sapete, e che sentiva starnazzare nello stomaco come un
pappagallo vivo. Avete mai provato il tormento d'essere strapazzato da una
donna che credevate obbediente e docile a tutti i vostri sguardi? Ognuno ha il
suo amor proprio e vi affila i coltelli de' suoi mali. Nessuno in trentatré o
trentaquattro anni aveva osato buttare sul viso del cavaliere Spazzoletti una
parola meno che gentile; anzi egli aveva veduto impallidire e tremare innanzi a
sé, e vedeva tuttavia, dei pezzi d'uomini alti come giganti, dei facchini di
magazzino forti come tori, che sollevavano mezzo quintale sulle braccia come io
e voi il cuscino della poltrona.
Tutti dicevano che il cavaliere Spazzoletti era un uomo di grande energia,
giusto, insofferente di ogni soperchieria, capace di affrontare da solo uno
sciopero di operai e di macchinisti ubbriachi, come si piglia un branco di
ragazzacci insolenti. E ora quest'uomo doveva trangugiare i frizzi e i sarcasmi
di una pettegola? Capite che se egli sentivasi del tossico in bocca, il torto
non era tutto dalla sua parte. Perché avrebbe sopportato da sua moglie ciò che
un gentiluomo non perdona al più vecchio de' suoi amici? perché non avrebbe
dovuto dominare un caratterino di porcellana?
Dopo questi pensieri giurò in cuor suo di non aprire più bocca, finché
Margherita non fosse venuta da sé a implorare un perdono, che non si ottiene se
non a patto di meritarselo: e una volta fatto questo giuramento, fu come se gli
avessero cucita la bocca col fil di ferro.
Margherita dal canto suo fingeva di dormire, colla testa appoggiata allo
schienale e colle braccia sul petto in un atteggiamento di capitano vincitore
che detta i patti della resa. Non minori né meno forti erano le ragioni ch'ella
andava ripetendo a sé stessa, come se studiasse una parte da recitare fra poco
a voce alta. Leopoldo, pensava, non era sempre stato quel brontolone e quel
grande intollerante che da qualche tempo si vantava di essere: ma quante
carezze, quante paroline sussurrate nei mesi prima di sposarla! e anche dopo
quante promesse poetiche di casette, di nido, di paradiso! Era bello allora,
pieno di delicatezze e di cortesia, tenero come una fanciulla, affezionato come
un cagnolino. A credergli, egli avrebbe voluto passar la giornata a' suoi
piedi, tutto rapito a guardarla in fondo agli occhi, in cui diceva di vedere il
cielo, il mare e l'oltremare. A credergli, nessuna aveva occhi più belli,
chiome più morbide, mani più alabastrine delle sue, e avrebbe voluto collocare
i piedini di sua moglie sotto una campana di vetro per guardarli dalla polvere.
Andate a credere a questi canzonatori! Quando vi hanno fra le mani - seguitava
sempre la testa di Margherita, che pareva un molino - quando vi hanno fra le
mani, fanno anch'essi, i signori uomini, come i ragazzi, che vogliono vedere
com'è la bambola di dentro. Allora vi dicono che anche voi siete bambole di
stracci e di cartapesta come tutte le altre. Cominciano allora ad annoiarsi del
giuoco; non ve lo dicono, ma sbadigliano. Si sdraiano sulla vostra poltrona,
una gamba sull'altra, in pantofole, col sigaro in bocca o anche colla pipa, e
annerire una pipa diventa per essi un'occupazione più divertente che far
carezze a una bambola.
Gli affari d'Europa continuava quel molino - diventano a un tratto
intricatissimi: il paese è in pericolo; il commercio in cattive acqua; Bismarck
e la Russia si guardano in cagnesco. Quindi viene per loro la necessità di
leggere due o tre giornali, grandi come lenzuoli, di correre alla Borsa, a
un'assemblea di azionisti alla Camera di Commercio. E la moglie? Giungono
telegrammi a mezzo il pranzo, sul punto di andare a teatro o d'abbigliarsi per
una festa da ballo. Da tutte queste faccende affaccendato il pover'uomo torna a
casa stracco, svogliato, pieno di sonno. E la moglie? Egli ha pranzato
all'osteria e c'era dell'aglio nello stufato. L'aglio gli fa male, lasciamolo
stare, gli passerà. Non c'era più tempo di scambiare due parole insieme, né di
prendere un sorbetto a un tavolino dei giardini pubblici, né d'ascoltare cinque
minuti di messa in Duomo, l'una accanto all'altro, come si ha il diritto e il
dovere di fare.
La politica, la Borsa, gli affari - seguitava sempre quel molino a vento -
i concimi, il mal di denti, l'egoismo... eccola la gran parola! e tutto ciò
sapete perché? le più maligne vi dicono: cherchez la femme: no, no, mie
care, questa è la catastrofe. Prima è la bambola che bisogna cercare. E le
bambole sono le donne che non sanno cambiarsi gli occhi e i capelli tutti i
giorni, ma preferiscono essere come la natura le ha fatte...
A questi pensieri se ne mescolano altri. Essa non era nata né per far la
serva né per far la monaca. Sua madre aveva nelle vene sangue di dogi, e suo
padre era stato consigliere di governo! Il sangue ha i suoi diritti! Non
bisogna mai che un marito sia peggiore d'ogni altro uomo, se non vuole soffrire
le conseguenze dei confronti. Quando una donna è sulla via dei confronti, è
come se avesse sotto le suole il burro, che fa sdrucciolare di più i più arditi
e i più forti. C'è sempre a questo mondo un uomo a cui piacerete più che a vostro
marito, e allora, o bisogna essere nate di marmo, o bisogna...
A questo punto, mentre cioè la sora Margherita Spazzoletti andava
annaspando al buio queste riflessioni, il sor Claudio si sentì toccare sul
braccio. Siccome dormiva con qualche sospensione, si scosse, aprì gli occhi e
senti il suo vicino di sinistra (quel del pappagallo) che lo pregava di
lasciarlo sedere presso lo sportello di destra, dovendo discendere alla vicina
stazione di Parabiago con una moltitudine di cose da portar giù.
- Si figuri! - disse il signor Claudio, alzandosi e cedendogli il posto. Il
lumicino era agli estremi e guizzava or sì or no come se gli rincrescesse di
morire. Inoltre il cambiamento di posto fu fatto con tanta naturalezza che la
sora Ballanzini, la quale forse in quel momento pisolava sulla propria
preoccupazione, non se ne accorse. Molto meno se ne accorse la sora
Spazzoletti, che ad occhi chiusi, nel suo cantuccio, sdegnata, pensava che o
bisogna essere di marmo o bisogna diventarlo. Se si può pretendere sempre che
una donna sia virtuosa, non egualmente si può pretendere ch'ella faccia di
continuo l'elogio della sua virtù. Vi sono verità che non bisogna mai assumere
di dimostrare, se si vogliono credere, e guai alla donna che voi, mariti,
obbligate a diventare più onesta di quello che è...
Sarebbe lungo ripetere tutto ciò che passò in testa a Margherita, mentre il
treno si avviava verso la stazione di Parabiago. Ella non si curava del
viaggio, ma più dei patti chiari, che una volta tornati a Milano, intendeva
mettere innanzi a suo marito. O così, o così... e se non era così...
- Margherita!
Le parve ad un tratto di sentirsi chiamata. Si scosse, aprì gli occhi, e
prima che avesse il tempo di racapezzarsi, vide la sua vicina dei papaveri
balzare come una trappola che si smonta correre allo sportello, precipitarsi
giù dicendo:
- Aspettami, Claudio...
Il signore che poco prima sedeva in faccia presso lo sportello di destra
era già disceso. Fu un lampo. I conduttori, cacciati dall'orario, richiusero in
fretta gli sportelli, il vapore fischiò, partì come il vento.
Margherita lanciò anche una rapida occhiata a suo marito che, immerso nelle
tenebre, dormiva o fingeva di dormire. Peggio per lui se pativa di questi mali!
ella non lo avrebbe pregato per tutto l'oro del mondo a parlare. Chi tace non
perde il fiato e campa un pezzone.
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