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Intanto sulla strada, che dalla stazione va alle case di Musocco, il sor
Claudio Ballanzini conduceva la bella Margherita Spazzoletti, dandole il
braccio. Quando al grido spaventato di Margherita egli si svegliò e non trovò
più la sua legittima consorte, ma capì dalle parole eccitate e confuse della
sua vicina ciò che era accaduto, non trovò che il caso fosse poi tanto da
disperarsi e da piangerci su. Anzi gli parve un'avventura graziosa, come gliene
capitavano sempre tutte le volte ch'egli si metteva in viaggio. Questa però era
degna d'essere dipinta in un quadretto.
- Non la si disperi, cara signora, - cominciò a dire ridendo - non la si
disperi che il perdere un marito non è più facile che il trovarlo. C'è mia
moglie che non si perde di certo e che ne seguirà a punta di naso. Si calmi,
stia di buon animo, poverina. Metta di aver trovato il suo papà. È una cosa più
da ridere che da piangere. Ora ci fermiamo a Musocco, in casa mia e un nido ci
sarà per una smarrita rondinella. Quando penso che anche la sora Ballanzini è
una smarrita rondinella, mi vengono i lacrimoni...
E il buon vivacchione rideva, ma cogli occhi veramente pieni di lacrime. Da
vent'anni non si era mai sentito tanto contento.
Margherita da donnina di spirito capì che c'era tutto a fidarsi di questo
buon galantuomo, che aveva proprio tutta l'aria di un buon papà, e accolse la
sua protezione, asciugandosi gli occhi e stendendogli una mano in segno di
fiducia. Discesero a Musocco, mandarono il telegramma che s'è visto e si
avviarono a braccetto bel bello come due sposini. La casa della sora Ballanzini
era la prima entrando in paese, con un giardinetto davanti circondato da una
cancellata. La notte era come fu descritta di sopra. Poche ne aveva vedute di
più belle in quarant'anni il sor Claudio, il quale sorreggendo col suo il
braccio leggiero della bella signora che il cielo gli aveva messo al fianco,
come Tobia condotto dall'angelo, camminava per la strada bianca rischiarata
dalla luna. Egli si sentiva diventato come una navicella vagante in un mare azzurro,
e se non fosse stato che la lingua trovava una specie d'intoppo o che le cose
nel salir su dal cuore gli si squagliavano in bocca come lo zucchero, se non
fosse stata la sorpresa, la novità, la soggezione, il sentimento del suo
dovere, della sua responsabilità, del rispetto insomma che si deve a una
signora, egli le avrebbe declamata una poesia.
Vedendola assorta nei suoi pensieri, per distrarla le dimandò:
- Madama, le piace la luna?
Margherita rispose con un risolino, che parevano perle che si sfilano in
una tazza d'argento.
- Brava, bene, mi piace vederla ridere. Allegri per questi cent'anni e fin
che si può! non pensi a suo marito, che è ben raccomandato. Mia moglie è una
donna di buona compagnia, che racconta volentieri la storia di tutti i suoi mali.
Guardi, guardi che stelle, che luna e che firmamento abbiamo noi a Musocco!
eppure tutte le stelle insieme non fanno, non fanno... mi permette un
complimento?
- Al papà si può permetterlo.
- Non fanno i suoi due occhietti, non fanno.
- Un papà non le dice certe cose.
- Papà, papà... oh sì, lo fui anch'io una volta. Ora non lo sono più.
- È diventato nonno?
- Birba, birba... la mi guizza fuori di mano come un'anguilla. Mi piacciono
le donne di spirito, mi fanno ringiovanire. Niente di peggio per me del
sussiego, del muso lungo, e degli eterni malcontenti. Che cosa siamo venuti a
fare a questo mondo? che cosa dice il Manzoni?... Non vi accorgete, o balordi,
che noi siam vermi nati a pigliar farfalle? La mia farfalletta dalle ali d'oro
io l'ho pigliata stasera, io povero vermiciattolo di Musocco...
Per fortuna giunsero davanti al cancello della casa. Paoüno, il fattore,
che riconobbe da lontano la voce del padrone, venne ad aprire, ma era tanto
pieno di sonno, che non pose attenzione alla padrona.
- Paolino, Teresa, Patacca, presto, dei lumi in sala.
A sentire la voce del padrone, che osava dare degli ordini in casa sua, il
fattore e la gente di servizio si accorsero che qualche cosa di grande e di
straordinario doveva essere accaduto; per lo meno la lepre del curato faceva
peso alla sora Margherita.
Si può immaginare la loro meraviglia quando, portando i lumi, riconobbero
nella signora una donnina giovane, bella come una madonnina, un visetto insomma
da far ballare da sé le scarpe del Patacca piene di chiodi. Il sor Claudio
strizzò l'occhio e fingendo un'aria semplice, disse loro:
- A Varese abbiamo incontrato un famoso ciarlatano, che vendeva un'acqua di
giovinezza. Mia moglie n'ha bevuto un secchio e ora la vedete, non par più
quella di prima.
Vedendo però lo stupore impastato sul muso di quei buoni villici, cominciò
a ridere con la bocca, col ventre e colle gambe. Poi voltatosi alla sora
Spazzoletti, le disse con la maggior pulizia che poté:
- Lei si accomodi e comandi come in casa sua. Qui ci sono dei libri, dei
giornali, il pianoforte; intanto io vado a dare gli ordini perché sia preparato
un nido degno della rondinella. Abbiamo una stanzetta al secondo piano, detta
la stanza di Cecilia, che si era destinata a una nostra figliuola che ci morì
di dodici anni, e non ci mettiamo a dormire che le persone più care. Dunque
faccia, disponga, comandi, come se fosse veramente nella casa del papà.
Margherita strinse ancora la mano al suo ospite gentile, non senza una
piccola commozione, e quando egli fu uscito, cominciò a guardarsi intorno e a
pensare la stravaganza di trovarsi in quel luogo, in quell'ora, sola, fra gente
sconosciuta; perduta per la via come una trovatella. Il pensiero di Poldo però
stava in cima a tutti gli altri. Che cosa avrà pensato di lei? che cosa doveva
ella credere di lui? Era stato un caso o un'insidia, o un castigo, o un
abbandono? Ella l'aveva crudelmente offeso in faccia alla gente, ma anche lui
però, anche lui l'aveva trattata di chiacchierona, di pettegola, di
fringuello... che vale un pappagallo.
La sala, in cui ella si trovava, era addobbata con un gusto molto
provinciale, ma con molta ricchezza di roba. Dal balconcino aperto si usciva
nel giardinetto, coltivato a molti cespugli di rose, che impallidivano sotto il
raggio smorto della luna. Poiché la sera era mite e chiara, Margherita uscì e
si lasciò condurre da un vialetto bruno, che luccicava alla luna, fino ad una
fontanella zampillante da una grotta di tufo, da dove si poteva vedere tutta la
facciata della casa imbiancata e abbellita da tutti gl'incanti, che le ombre
portate dalle gronde e quelle tremolanti delle piante fanno sopra gli edifici e
sulle anime poetiche. Nell'angolo più remoto del giardino nereggiava un
boschetto di alte conifere, pieno di segreti e di malinconie. Che volete? a
Margherita balenò in cuore la immagine chiara di quella casetta, di quel
paradiso tante volte sognato a braccio di Leopoldo. Addentrarsi alcun poco
sotto gli alberi alla ventura di quel sentieruzzo di ghiaia, che saliva una
montagnola, le parve di sentire intorno a sé quel fremito di soavissime
passioni, che egli le aveva tante volte promesse. Quanto sarebbe stato bello di
tornare a passeggiare, come una volta, sotto quel tempio di sempreverdi
lumeggiati qua e là dal raggio piovente della luna vagolante, tutta appoggiata
al braccio dell'uomo che ci ama! Perché Poldo non l'amava più? perché non era
più per lui la sua Margherita? Se egli fosse uscito di dietro a quel tronco,
oh! come l'avrebbe abbracciato stretto per non perderlo più! gli occhi le si
riempivano di pianto e il cuore di amarezza. Quando rientrò in casa trovò il
suo gentilissimo ospite, che dopo aver cambiato gli abiti, l'aspettava presso
una tavola piena di biccchierini, di tondi, di biscotti, di fiori e d'altre
galanterie.
- Intanto che ci scaldano un caffè, o un brodo, possiamo sedere a far
quattro chiacchiere in compagnia. Tanto, è troppo presto di andare a dormire e
quattro chiacchiere preparano il sonno. Se pur io potrò dormire, senza la mia
dolce metà.
Margherita, dopo essersi levati il cappello e il dolman, andò a sedere in
una poltroncina che il sor Claudio accostò alla tavola. Nell'avvicinarsele si
trovò in piedi dietro di lei seduta e poté contemplare la ricchezza de' suoi
capelli color del miele di Bormio, intrecciati con una semplicità di cui la
sora Ballanzini non aveva idea. Parimenti ebbe occasione di osservare la
malizia delle milanesi di indossare certi vestiti che stringono, con risparmio
di stoffa e con vantaggio di chi li porta. Qui è il caso di dire che chi meno spende
guadagna di più.
A Margherita toccò d'obbedire e d'accettare ciò che l'ospite le offriva con
tanta cortesia. Già si erano detti scambievolmente i loro nomi e cognomi: il
cavaliere Spazzoletti non era ignoto a Musocco. Quasi quasi si trovavano
parenti. Anch'essa si chiamava Margherita? Che combinazioni si dànno, e che
differenze! Al sor Claudio piaceva e lo spirito e i modi distinti, e la
flessuosità aristocratica della signora e più di tutto quell'aguzzare delle
labbra, sorseggiando il caffè, e quell'incurvare del mignolo in un certo
archetto nel tener la chicchera, che a non baciarlo quel mignolo ci voleva
tutta la soggezione che imponevano quegli occhi. Di discorso in discorso si
tornò a parlare della povera Cecilia, morta già da dieci anni. Se ci fosse
stata poteva avere giusta l'età di Margherita. Sia che quella festa di
eleganza, e quella giovinezza sorridente lo ammaliassero, sia che il pensiero e
l'immagine di Cecilia si confondessero in quella personcina graziosa che gli
stava davanti, a poco a poco il sor Claudio divenne malinconico.
- Chi suona il piano? - domandò la signora.
- L'avevamo comperato per Cecilia, che già sapeva suonarci su qualche cosa.
Lo conserviamo per memoria.
- Qui c'è della musica.
- Erano cosette che la bambina stava studiando quando morì.
- Permette che dia loro una scorsa?
- Anzi, mi farà piacere.
Margherita si mise al piano, aprì la musica e cominciò a suonare le
«Violette», una mazurca semplice e graziosa. Al risentire quelle note che da
forse dieci anni (cioè dal giorno che Cecilia s'era sentita male su quello
sgabello) parevano morte con lei, al risentirle evocate dolcemente nel gran
silenzio della notte, mentre dal giardino entrava il profumo dei fiori, il sor
Claudio, sprofondato in una poltrona, chiuse gli occhi e giunse le mani in atto
di preghiera. Così a occhi chiusi rievocava l'immagine di Cecilia, la
ingrandiva, e aprendo gli occhi si compiaceva di vederla seduta davanti.
- Ancora - disse quando ella ebbe finito.
Quella musica che aleggiava sopra le aiuole del giardino e per gli atrii
della casa non parlava solamente della povera Cecilia, ma di tutto un mondo
invisibile di cose belle e gentili, che egli non aveva conosciute, ma delle
quali gli pareva di avere i germi nel cuore.
- Mi pare, - disse aprendo le mani- mi pare di sentire a volar gli angeli
sopra il tetto.
Poi volle che suonasse dell'altra musica, e che gustasse un altro
bicchieruccio di Cipro... Finché scoccarono, fra ciarle e complimenti, le
undici al campanile di Musocco.
Poiché parve l'ora di ritirarsi, il sor Claudio offrì di nuovo il suo
braccio e preceduto dalla Savina, che portava i lumi, accompagnò il suo
«angiolino» fin sulla soglia della cameretta destinata, messa in bianco come la
stanza d'una fanciulla. Quivi, volendo lasciarla con qualche barzelletta
allegra, pentito di averle parlato di morti e di malinconie, s'inchinò,
tenendosi una manina di lei nelle sue, vi posò rispettosamente le labbra e con
una voce, in cui si sentiva una profonda commozione, soggiunse:
- Badi a non cadere, perché io dormo di sotto.
E ridendo e piangendo, il sor Claudio un quarto d'ora dopo soffiava il
lume. Se quella notte chiuse gli occhi fu per vedere una farfalla bianca che
passava e ripassava svolazzando intorno al letto.
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