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Il Barone di Santafusca pensava
al modo di trarre qualche profitto dall'avarizia di prete Cirillo, come prete
Cirillo aveva saputo fare colla sua miseria.
Molti progetti gli ronzavano in
capo, ma uno era nero in mezzo ai bigi.
Dapprima lo cacciò via, ma
tornato un'altra volta lo guardò in faccia. Era un'idea vestita di nero, color
del prete.
Che cosa aveva detto prete
Cirillo?
Che voleva partire, anzi fuggire
da Napoli in gran segretezza: che giovedì, giorno 4, sarebbe venuto alla villa
col denaro in tasca per stringere il contratto davanti al notaio: che non
sarebbe tornato più in Napoli, perché c'era della gente che minacciava
continuamente la sua vita per avere i numeri.
Questo aveva detto il prete.
Una banda di camorristi un giorno
si era impadronita della sua persona, e l'uomo di Dio sarebbe stato realmente
ucciso, se Dio e il divino Spirito non l'aiutavano in quel momento.
Con questi elementi c'era da
mettere insieme un magnifico progetto, purché non si guardasse troppo agli
scrupoli e ai pregiudizi.
«U barone» sentì il bisogno di
raccogliere i suoi pensieri e corse a casa tutto caldo di speranze e di
fantasia.
Egli abitava da alcuni anni un
quartierino di poche stanze in una casa di via Speranzella e non aveva con sé
che una vecchia donna, la quale era già stata sua istitutrice nei giorni che i
Santafusca contavano per qualche cosa.
Venuti i tempi della rovina,
donna Maddalena si teneva attaccata a quest'ultimo rudere di una gloriosa
famiglia coll'ansia di chi s'avvinghia a un duro scoglio per non affogare. Per
quanto su un nudo scoglio non resti che di morire di fame, pure si preferisce
soffrire un giorno di più al morir subito.
Il barone non aveva avuto il
coraggio di disfarsi di questa povera donna che gli teneva la casa, e di
Salvatore, l'ultimo castaldo della sua villa, vecchio di settant'anni, malato
di gambe, mezzo sconquassato dall'età e dagli acciacchi.
Donna Maddalena e Salvatore erano
tutto quanto rimaneva dell'antico fasto: il resto era tutto venduto o
ipotecato. Né l'una, né l'altro pigliavano stipendio, ma vivevano entrambi
meschinamente dei detriti della casa che si sfasciava sulla loro testa.
Donna Maddalena, colla sua devota
bontà, aveva messi tutti i suoi risparmi in mano a Don Coriolano, che giocò in
una notte tutto ciò che la povera istitutrice aveva messo in disparte in
quarant'anni di vita semplice e di economia. Ora essa non aveva più nulla e
doveva ogni giorno supplicare il suo signore e padrone perché non la lasciasse
morire di fame. Erano preghiere senza rimproveri, voci rispettose e sommesse,
una devozione e un amore insomma di madre tenera verso un caro figliuolo
viziato. Tutto ciò che veniva da Don Coriolano era per l'umile istitutrice
bello, grande, degno di lode o di perdono.
Giustizia vuole che si dica che
anche il barone conservava per la vecchia maestra un sentimento che il tempo e
gli stravizi non avevano mai potuto distruggere.
La voce piangente di Maddalena
aveva ancora la virtù di turbare la coscienza indurita di un uomo, che ormai
l'aveva chiusa a ogni altro affetto. Un'eco dolce e pietosa era rimasta
nascosta nell'edificio vecchio e cadente della sua coscienza e Maddalena sapeva
di non parlare mai inutilmente.
Non era egli un tristo, degno della
forca, ‑ (si dimandava spesso) ‑ di rubare a quella povera creatura
il suo denaro, di lasciarla morire in casa di fame e di solitudine?
Tornato a casa dal colloquio col
prete, egli confrontava questa povera vittima che viveva di sospiri, col prete
che aveva il pagliericcio pieno di denaro.
L'una da quarant'anni divideva il
destino di una antichissima casa, cadendo anch'essa a brani a brani insieme ai
muri, non lamentandosi mai se non quando la fame era più forte della pazienza,
sollevando alta la bandiera dell'onore fin che c'era fiato; e l'altro, il
prete, insidiava, minava fin le stesse rovine e cercava di pigliare un
Santafusca per la gola.
Maddalena aveva chiusi gli occhi
della sua povera mamma ‑ pensava sempre l'uomo salendo le scale di casa ‑
ed egli non poteva fare più nulla per lei. Se fosse andato in prigione, la
povera donna sarebbe morta di fame sulla via.
I Santafusca avevano nelle vene
sangue di re normanni, diceva la cronaca. L'ultimo dei baroni poteva ben morire
in odore di brigante con una palla nella gola: ma era vergognoso che si
lasciasse succhiare il sangue da un pipistrello.
Man mano che il suo pensiero
girava su questo fuso, l'animo del barone si rinfocolava e pigliava coraggio.
Che cosa era un vil pretuzzo in
suo confronto?
Il prete sarebbe venuto alla
villa con molti denari e forse colla nota di tutti i suoi tesori nascosti nel
pagliericcio.
La villa era deserta, Salvatore
mezzo sordo e imbecille.
Per la domenica doveva restituire
il denaro al Sacro Monte, se no, marche, in prigione.
Maddalena moriva di fame.
In tutto il mondo non c'era che
un cuore che gli volesse un bene sincero e disinteressato, questo cuore di
Maddalena.
La villa era in un luogo
solitario e da dieci anni non vi entrava quasi più nessuno.
Erano sempre mancati i denari per
restaurarla e ora se la godevano i topi e le capre, che Salvatore allevava
nell'antico giardino.
A Santafusca prete Cirillo non
era conosciuto da nessuno.
Nessuno si sarebbe accorto in
città della sua partenza: dunque, dunque...
‑ Se gli togli il denaro,
che cos'è questo scheletro umano vestito da prete? Egli non è un uomo, ma una
somma, un sacchetto. Io salvo l'onore dei miei padri, salvo me dalla prigione,
salvo Maddalena dalla fame, pago i miei debiti, rendo il pane a tanti
bisognosi, fo elemosine, ristabilisco la giustizia, compio una legge di natura.
Io non so dire quante volte «u
barone» pensò e ripensò queste cose durante i pochi giorni che dividevano il
lunedì dal fatale giovedì 4 di aprile.
Il tempo non passava mai, molto
più ch'egli stette quasi sempre in casa, nel piccolo studio, nel silenzio d'una
casa morta, sempre curvo a tessere questa lurida tela.
Ogni giorno, ogni ora, quasi ogni
minuto, si persuadeva che non gli restava altro rimedio, e che una forza
superiore lo incalzava verso un grande avvenimento, voglio dire (ormai si
capisce) tirare il prete in trappola e...
La difficoltà consisteva nel far
la cosa senza passione, con istudio, con freddezza di cuore.
Egli era un uomo superiore ai
pregiudizi. Se avesse creduto coll'ammazzare un uomo di commettere un delitto
contro la natura o contro un padrone suo superiore diretto od immediato, non
l'avrebbe fatto, non fosse per altro che per il quieto vivere e per un certo
senso di proprietà e di cortesia.
Ma egli era profondamente
persuaso che l'uomo è un pugno di terra, che la terra ritorna alla terra e
s'impasta colla terra. La coscienza ‑ aveva scritto il dottor Panterre ‑
è un geroglifico scritto col gesso sopra una tavola nera. Si cancella così
presto, come si fa. La coscienza è il lusso, l'eleganza dell'uomo felice. E
Dio? Dio una capocchia di spillo puntato nel cuscino del cielo...
Da questo lato della coscienza «u
barone» era tranquillissimo.
Se avesse creduto di dover fare
la parte di Macbetto, o di dover perdere i sonni come il vecchio Aristodemo,
non si sarebbe mosso; ma non aveva nessuna voglia di rubare il mestiere a Rossi
e a Salvini.
Non c'era che un pericolo in
questa faccenda ‑ cioè di metterci troppa precipitazione e di
compromettersi in faccia al carabiniere. La società è come le donne. Non si
offende d'essere tradita se non quando lo sa. Se la lasci nella sua ignoranza,
la donna ti vorrà bene come prima.
Bisognava operare con prudenza,
in modo che prete Cirillo scomparisse senza far rumore, come un sasso che tu
abbandoni a fior d'acqua e che precipita morbidamente al centro di gravità.
Passarono in questi pensieri il
lunedì, il martedì e parte del mercoledì. Il barone cominciò allora a soffrire
per la troppa speculazione e si accorse di non essere troppo quieto in Napoli. Più
d'una volta sorprese sé stesso in istrada a gesticolare, o con due dita aperte
a un dilemma mentale che gli inchiodava il cervello, o con una smania rabbiosa
nelle gambe che lo faceva correre senza scopo in mezzo alla gente. Cominciò
quasi a temere che la gente avesse a legger il suo pensiero attraverso alle
rughe. Impaziente, agitato, colla febbre addosso, il mercoledì mattina prese la
penna e buttò sulla carta queste parole:
«Caro mio Don Cirillo,
«Son partito oggi per dare
qualche ordine alla Villa. È partito con me anche Don Nunziante, che è già
informato del contratto e trova che voi fate un affare stupendo. Pazienza, io
sconto i miei peccati. Non si è parlato del parco che abbraccia più di venti
moggia. Io vi cederei anche questo, se avete denaro. Ma mi occorrono subito,
perché il mio diavolo mi ha fatto perdere anche ieri sera. Vi aspetto domani.
La corsa parte a 12,20 e voi
sarete per il tocco alla Villa.
Dalla stazione pigliate il gran
viale degli ulivi e vi farò trovare aperto il cancello. Alla Villa c'è da
dormire comodamente.
«A rivederci».
Alle dieci mise alla posta la
lettera, volendo quasi affidare alla sorte un poco di responsabilità, e colla
corsa delle 12,20 partì solo per Santafusca.
Prete Cirillo non perdette il suo
tempo.
Molte cose doveva prevedere e
stabilire anche lui per sottrarsi senza dar sospetto alle persecuzioni che oggi
non poteva più sopportare.
Trovato Cruschello, liquidò molti
conti, lasciandogli guadagnare più che non meritasse; ma dovette mostrarsi
largo di mano per invogliarlo a pagare e far presto.
Poi passò alla Cassa di Risparmio
del Banco di San Giacomo e ritirò molte cartelle di rendita al portatore che
aveva depositate per maggior sicurezza. Erano i frutti di una vecchia eredità e
delle sue segrete speculazioni.
Poi scrisse un biglietto al suo
padrone di casa, in cui gli diceva che per urgenti affari di famiglia doveva
allontanarsi improvvisamente da Napoli. Nell'incertezza s'ei sarebbe tornato,
consegnava i denari della pigione e la chiave dell'uscio a Gennariello il
ciabattino, suo nipote, che avrebbe ritirata la roba secondo le sue istruzioni.
Poi corse al Sacro Monte a
perorare la causa del povero barone. Trovò il segretario e gli dimostrò colle
lagrime agli occhi come il libertino fosse sull'orlo di un abisso. Non
bisognava, col mostrarsi troppo duri e inesorabili, spingere un povero
cristiano alla disperazione. Egli era venuto per incarico suo a cercare una
mezza conciliazione. Uno scandalo non avrebbe fatto che nuocere alla buona
riputazione dell'istituto.
Prete Cirillo disse tanto, che
persuase il Consiglio ad accettare ottomila lire una volta per sempre e a
cancellare il debito del barone di Santafusca. Pagò, ritirò la quietanza per
quindicimila e se ne tornò lieto e trionfante.
Il primo affaruccio non era andato
male.
Il giorno dopo andò in curia e
fece cantare il prete cancelliere sulle intenzioni della mensa arcivescovile e
sulla somma che sua eminenza era disposta a spendere per l'acquisto dei nuovi
stabili.
E rimasero d'accordo così: don
Cirillo entro la settimana avrebbe scritto proponendo un eccellente affare, che
egli aveva già quasi nella manica. Trattandosi dei bene della Chiesa e della
religione, non sarebbe stato a lesinare sul quattrino. Non volle dire pel
momento né il luogo, né il padrone del sito, e se ne andò per definire col
marchese di Vico Spiano la vertenza dell'ipoteca. Non trovò il marchese in casa
e lasciò una lettera. La sera stessa riceveva una risposta dall'amministrazione
di casa Spiano che prometteva possibili accordi.
In tutte queste faccende il tempo
passò per prete Cirillo molto più presto che non per il barone di Santafusca; e
il buon servo di Dio si trovò alla mattina del giovedì, 4 aprile, quasi senza
accorgersene.
Di solito usciva di casa verso le
nove per recarsi a dire la messa alla chiesa di Porto Salvo.
Quel dì uscì all'alba, quando la
gente è più occupata di sé nei preparativi della giornata. Uscì dai quartieri
popolari e col suo grosso volume di San Tomaso sotto il braccio, pieno di
valori, andò verso la Marina dove sperava di non essere conosciuto. Non volendo
mostrarsi al pubblico, non disse per quel dì la solita messa e andò invece a
prendere una tazza di cioccolata in un caffeuccio remoto verso la Dogana.
Quando Gennariello ebbe aperto il
suo bugigattolo, prete Cirillo gli consegnò la chiave e la lettera dicendo:
‑ Terrai la chiave fino al
mio ritorno e porterai questa lettera a don Ciccio Scuotto, il «paglietta», che
abita presso la chiesa di San Giovanni a Mare. Io devo accompagnare un gran
morto, un senatore, fino al cimitero di Miano, dove lo portano a seppellire
nella tomba di famiglia, e non voglio portare la chiave in tasca.
‑ Volete che vi pulisca le
scarpe, zio Cirillo?
‑ Sì, per rispetto al
morto.
‑ Vi darò anche qualche
punto, se avete tempo.
‑ Ho tempo e le scarpe
ridono troppo per un funerale...
Lo zio prete rise anche lui della
sua idea e lasciò che Gennariello rattoppasse qualche buco.
‑ Io applicherò qualche
intenzione in suffragio della tua povera mamma, Gennariello.
‑ Se voi mi deste due numeri
buoni! Li date agli altri, e lasciate indietro il vostro sangue.
‑ Non sappiamo nemmeno noi
quel che si fa e che si dice, Gennariello. È un'ispirazione che suggerisce.
‑ Oh se venisse
l'ispirazione anche per me...
‑ Prova a giocare il 23 e
il 40...
‑ Ditene un altro, uomo
benedetto, e che sia benedetta la Santa Trinità.
‑ Mettici anche il 66. Ma
non caricar troppo la posta, perché i numeri hanno l’ombra del Capricorno.
Gennariello ringraziò col cuore
pieno di fede e rese le scarpe del vecchio negromante belle e lucide come
specchi.
Prete Cirillo raccolse i lembi
del suo mantello, strinse col braccio il volume di San Tomaso e uscì. Il vento
di mare gonfiava il mantello dietro la schiena come una vela. Non sapendo come
ingannare il tempo, che non si lascia sempre ingannare come gli uomini, entrò a
sentire una messa nella chiesa dell'Ospedaletto.
Poca gente stava raccolta intorno
all'altare ad ascoltare una messa da morto che un frate magro e sparuto
recitava con voce cavernosa, leggendo in un libro orlato dì nero.
La luce che batteva sulle tende
giallastre riempiva la nave della chiesa di un'aria morta, in cui scintillavano
i candelieri, le lampade, le cornici dei quadri.
Una gran pace dormiva negli
angoli fondi e ciechi delle cappelle, dove le immagini dei santi alzano le mani
al cielo, dove sonnecchiano le statue polverose, dove si appiattano i vecchi
sepolcri.
‑ «Et lux perpetua luceat
ei...» ‑ diceva il
frate sparuto, che nel voltarsi indietro a benedire fissò l'occhio bianco e
infossato sopra don Cirillo.
Accosciata ai piedi del balaustro
di marmo, una donna, forse la vedova del defunto, singhiozzava rompendo il
silenzio della cupola. A lei rispondeva con un singhiozzo rauco una lampada a
cui mancava alimento, a destra, dove una scaletta menava all'ossario dei
giustiziati.
Prete Cirillo sentì una pesante
tristezza invadere l'anima e venir meno le forze dell'egoismo. Egli era forse
troppo attaccato ai beni della terra e poco tempo aveva consacrato alla
edificazione delle anime e alla morale perfezione. Un giorno Dio gli avrebbe
dimandato conto del talento affidatogli e Dio non si paga con titoli di Stato o
con cambiali a scadenza.
Dio vuol essere pagato coll'oro
delle buone azioni.
Quando pensava egli un momento
alla morte e alla vita eterna?
Prete Cirillo giurò con fervida
fede che questo sarebbe stato l'ultimo giorno della sua vita usuraia. Una volta
entrato in possesso della villa, e una volta conchiuso il contratto alla Curia,
egli non avrebbe pensato che alla salute de' suoi fratelli e allo studio delle
eterne verità. Molte limosine egli avrebbe potuto fare colla rendita de' suoi
risparmi e avrebbe poi fatto un testamento a favore dei poveri e delle
orfanelle. Nella quiete della campagna, sotto l'ombra degli olivi, in mezzo al
lieto frastuono delle cicale, colla vista dei monti e dei mare lontano, in una
cameretta bianca, prete Cirillo sognava un tramonto d'oro, il tramonto luminoso
del giusto.
‑ «Et libera nos a malo» ‑
disse facendo un segno di croce molto grande e preciso.
Si mosse e, per confondere ancora
di più le traccie dei curiosi, uscì da una porta segreta che dava in un
vicoletto. Se ne andava tutto raccolto nella sua compunzione, quando sentì
chiamare:
- Don Cirillo, don Cirillo, per
carità...
- Chi è? che cosa volete?
- Son Filippino, il cappellaio,
non mi conoscete?
- Volete ricordarmi che ho un
debituccio? Uh, il diffidente...
- Possa morire se ho pensato a
questo. Sono un povero uomo disperato davvero. Ieri è stato in casa l'usciere e
minacciò il sequestro della roba. Ho la moglie malata di risipola e quattro
figliuoli che muoiono di fame.
‑ E che ci posso fare io?
‑ Una carità, don Cirillo.
Almeno non morir di fame.
‑ Sono un poveretto,
Filippino, e ora non posso.
‑ Sentite, io avrei un bel cappello
nuovo che avevo messo in disparte per voi. L'avevo fatto per monsignor vicario,
ma gli è tornato troppo stretto. Pigliatelo, don Cirillo, prima che l'usciere
se lo porti via col resto e datemi da comperare le medicine alla mia Chiarina.
Prete Cirillo pensò che non
dovendo più tornare a Napoli, un cappello nuovo non sarebbe stato inutile. In
cuore gli parlava ancora un poco la voce di compunzione, e poiché la bottega di
Filippino era sull'angolo della vicina piazzetta, vi andò e pose sul banco alcune
lire.
‑ Datemi almeno dodici
lire, don Cirillo. È un cappello nuovo coi nastrini di seta, bello, leggiero
come una foglia.
‑ Non vi do di più,
benedetto.
‑ Voi avete anche un
debituccio.
Prete Cirillo pensò che veramente
non era onesto lasciar indietro dei debiti e soggiunse:
‑ Vi do undici lire e pace.
Per il debito vecchio li volete tre numeri buoni?
- Se voi li date proprio buoni.
- Mi pare di avere
l'inspirazione. Passano oggi nel segno del Capricorno. Notateli che io li credo
veri veri.
‑ Fosse il signore del
cielo che v'ispira! ‑ esclamò Filippino, prendendo in mano la penna.
‑ Scrivete il 4. (Questo
era il giorno di sua felice partenza). Il 30 (cioè il prezzo della villa).
- E finalmente il 90, che vuol
dire tutta la fortuna per voi e per la vostra Chiarina. Filippino, addio, vado
a portare un morto a Miano. Addio.
E col suo bellissimo cappello
nuovo «u prevete», coll'animo più leggiero, dopo qualche giravolta nei vicoli,
arrivava alla stazione che sonava giusto mezzodì.
Venti minuti dopo egli rannicchiavasi
in un vagone di terza classe, stringendo col braccio San Tommaso e tutta la sua
scienza. Nessuno l'aveva veduto partire e tutti pensavano che egli andasse a
Miano a portare un morto. Il morto l'aveva ben sotto la mantellina, ma era un
morto che fa risuscitare i vivi.
- Addio, sta lì città
dell'invidia. Della camorra, dell'ignoranza, - esclamò in cuor suo quando il
treno si mosse, e in fondo alla memoria si mosse anche un versetto latino, che
egli aveva studiato da ragazzo e che dice: «Beatus ille qui procul negotiis...»
La giornata era bella, serena.
fresca, una vera giornata allegra di aprile. Ma «u prevete» non era buon
astrologo questa volta.
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