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Una gran pace calda riposava
sulle cose. Sui fiori svolazzavano farfalle e libellule dalle ali trasparenti.
Un bel sole di lieto aprile scaldava la terra e accendeva il verde contrastante
dei lauri, dei sicomori e degli ulivi. La natura era quieta, a posto, come se
prete Cirillo non fosse mai morto. Il peso della terra non era diminuito per
questo.
Il barone pensò che tutto ciò
poteva essere un sogno: ma non era un sogno il grosso ch'ei sentiva sotto la
mano: questi erano denari, la salvezza, l'onore, la libertà, la vita, il tutto
in luogo del nulla.
Rimase due minuti coi piedi
sprofondati nella terra molle, come se un gran peso lo tirasse in giù, poi
sentì il bisogno di rompere l'incantesimo e di non lasciarsi prendere dai
brividi.
‑ Sono sensazioni! ‑
disse a voce chiara, rispondendo a una domanda interiore.
Voleva dire a sé stesso che le
sensazioni passano e i fatti restano.
Tutto era riuscito benissimo.
Nessuno aveva veduto il prete partire da Napoli, nessuno lo aveva veduto
arrivare alla villa, nessuno sapeva perché egli fosse partito, e dove
riposasse. La villa ora si richiudeva per altri trent'anni, e se non parlano le
lucertole, chi doveva andare senza il permesso del padrone a smuovere un
mucchio di sassi e di sabbia per cercare un uomo che nessuno desiderava? Non
rimaneva che Salvatore, ma il povero vecchio scemo era così poco curioso!
Un grande ed allegro scampanìo
risvegliò di balzo il barone dalle sue contemplazioni. Era Martino che sonava a
festa per la prossima domenica in albis. La festosa musica riempiva il cielo e
le colline di una gioia, sto per dire fanciullesca, come se le campane
giocassero a rincorrersi nell'aria.
Sua eccellenza il barone di
Santafusca, richiamato al pensiero dei casi suoi, non resistendo all'enorme
fatica di aspettare Salvatore fino alla sera, chiuse le stanze della villa,
chiuse il cancello verso i platani, e, passando per il cancello delle scuderie,
alzò gli occhi rapidamente alle scrimolo del muro che cingeva il cortiletto. Li
alzò per istinto, non perché egli si aspettasse di vedere la faccia giallognola
dei prete guardare di sopra le tegole.
Chiuse anche questo cancello.
Così prete Cìrillo non fuggiva più. Per non dare sospetto alla gente prese la
via dei campi e tagliando il colle per un sentieruolo dì traverso, ch'ei
conosceva molto bene, andò a porsi sul passo di Salvatore che aveva presa
comodamente la lunga.
Sedette sopra un muricciolo e
accese un avana, come un buon villeggiante, che riposa lo spirito dopo un gran
lavoro. Dal luogo ove si fermò, l'occhio stendevasi su tutta la città e sul
magnifico golfo, lembo di paradiso in terra, chiuso fra due conche azzurre,
quella del cielo e quella del mare.
In fondo il Vesuvio mandava fuori
un ciuffo di fumo, e l'anfiteatro della città e dei paesi distesi al suo piede
biancheggiava alla luce tersa dell'aria piena di caldi effluvi.
A sinistra, dietro una folta
macchia di lauri, usciva la cornice grigia della villa rattristita dall'ombra d'una
nuvoletta passeggera.
‑ Sono sensazioni! ‑
disse ancora la voce di prima, come se in lui parlasse lo spirito di un freddo
anatomista; lo sguardo corrucciato si sprofondava verso l'orizzonte.
Accese ancora il suo buon avana e
provò a soffiare il fumo verso il cielo colla beata noncuranza di chi esce
dalla sala da pranzo in un giardino a digerire.
La natura era bella, soave,
lucida, tranquilla, come se nulla fosse accaduto.
Martino sonava a festa,
allegramente, pazzamente, e al suono della sua musica danzavano gli echi
lontani.
‑ E le sensazioni passano,
ma i fatti restano! ‑ Tornava a ripetere la voce rinchiusa, mentre il
braccio scendeva un poco a stringere l'altro morto che faceva gonfia la tasca
dell'abito. Quanti denari aveva con sé quel prete? Egli non aveva avuto il
tempo di fare il conto, ma così a occhio e croce aveva veduto un mucchio, un
tesoro, che ora si sentiva addosso, e che non osava di guardare per paura che
si rompesse il sogno, e svegliandosi, egli avesse a trovarsi al giorno del pagamento
e col carabiniere alla porta.
Salvatore, che camminava
trascinando i piedi sulla riva sassosa, spuntò dallo svolto della stradicciuola
e giunse quasi sopra al suo padrone prima di accorgersi di lui. Sarebbe anche
passato oltre così, se il barone non lo avesse toccato nel gomito.
Il vecchio si svegliò dalla sua
pensosa sonnolenza e aprì la bocca a un oh! senza meraviglia.
‑ Devo partire subito e
t'ho portato la chiave del cancello. Ho chiuso dapertutto. Se venisse qualcuno per
visitare la villa colla scusa che c'è chi la vuol comprare, di' apertamente che
la villa non si vende, anzi di' addirittura che è già venduta, e che hai
l'ordine di non aprire a nessuno. Hai capito?
Il barone parlava tanto chiaro e
Salvatore stava tanto attento, che era difficile non capire. Il servo mise una
mano sul petto e disse:
‑ Non entrerà nessuno,
eccellenza, padron mio.
In quel suo contegno umile e
sommesso si poteva vedere l'antico vassallo pronto a dare la vita per il
feudatario. Il barone sentì che da questa parte poteva dormire tranquillamente
e soggiunse:
‑ Restituiscimi la lettera:
manderò io stesso la risposta per mezzo della posta e torna pure a casa,
Salvatore, che sei vecchio ed hai bisogno di riposare.
- Oh, eccellenza!...
- Ti manderò qualche danaro,
perché tu possa campare una vita meno da cane.
‑ Oh, illustrissimo!...
Il barone nel pronunciare queste
poche parole di pietà sentì un sentimento tenero e caldo avvolgere tutto il suo
cuore. Salvatore e Maddalena l'avevano portato in braccio e possedevano nel
loro cuore la parte migliore del padroncino, che non era morta in loro, ma che
il padroncino aveva finito di uccidere in sé.
Stette a osservare il povero
vecchio, che ritornava docilmente sopra i suoi passi verso la villa a far
compagnia all'altro, e un velo di nebbia oscurò per un istante la sua pupilla.
La nebbia si sciolse, «u barone» si sentì gli occhi pregni di pianto.
Martino riprese l'allegro
scampanare.
‑ Sono sensazioni! ‑
disse ancora una volta la voce del segreto anatomista, che il barone riconobbe
uguale a quella del dottor Pariterre, il famoso nichilista. Vedendo che il sole
volgeva al suo tramonto, si alzò, scosse la testa come il leone fa colla
giubba, quando si toglie dal covile, e guardò l'orologio. Erano le quattro.
Il prete era arrivato al tocco.
Quante cose erano già accadute in
queste poche ore!
Il barone sentiva di aver vissuto
dieci anni almeno della sua vita.
Alle quattro e trentacinque
ripassava il treno per Napoli. Prese un altro viottolo di traverso, ed evitando
di passare per Santafusca, si portò sulla strada provinciale. Volse prima un
poco verso il mare, girò dietro un cascinale per risalire ancora sulla
provinciale, sempre di buon passo, come un uomo molto occupato, che va per la
sua strada, finché il fischio della locomotiva avvertì che il treno stava per
entrare in stazione.
Aspettò ancora un poco per
consumare tutto il tempo di più e, presa la rincorsa, arrivò in stazione nel
momento giusto di prendere il treno per la coda. Mostrò il suo biglietto di
ritorno al conduttore e si cacciò nell'ultimo scompartimento che trovò ancora
aperto.
Nel vagone non c'erano che due
giovani sposi svizzeri o tedeschi, che probabilmente scendevano a passare la
luna di miele in braccio alla sirena del mare. Si tenevano vicini e
abbracciati, in mezzo a una montagna di valigette, di canestrini, di scialli,
di ombrelli, colla spalla appoggiata alla spalla, le mani in mano, gli occhi
perduti nell'infinito splendore del mare, abbagliati da quella luce che si
rinforzava nel crepuscolo, mormorando paroline in cui si sentiva tutta la
dolcezza del germanico «Liebe».
Essa era bionda, colle guancie
soffuse di rosa, gli occhi azzurri, pieni d'innocenza e di verginità. L'anima
di quella romantica creatura non aveva una macchia, e Dio vi si specchiava come
in un cristallo.
«U barone» buttando un mozzicone
dallo sportello, volse le spalle alla coppia felice e sputò sulla terra. Si
attaccò colle due mani alla finestrella del vagone, vi appoggiò la faccia,
sorreggendosi come un uomo stracco stracco, mentre gli occhi vuoti e gonfi
guardavano di fuori senza vedere altro che un grande bagliore di colori
fuggenti.
Finché il treno in ritardo sforzò
la sua corsa, il rombo, le scosse, il fischio, la fuga delle cose, l'affanno
stesso della corsa fatta per arrivare a tempo, il battimento dei polsi, il
palpito precipitoso del cuore già affetto d'ipertrofia, non gli lasciarono il
tempo di riflettere. Anzi per un quarto d'ora si obliò perfettamente, quasi
assorbito dalle sue stesse emozioni fisiche. Man mano che il treno rallentava,
egli cominciò a ricuperarsi, e trovò tutto sé stesso, entrando in stazione. E
si meravigliò di sentirsi così sicuro e quieto. Scese e s'incamminò verso la
città col passo di un uomo «convinto». Man mano che rivedeva le case, le botteghe,
la gente, i soliti amici, andava ricuperando anche il senso della sua vita
solita.
Prima di andare a casa,
abbottonato bene l'abito fino al collo, volle fermarsi da Compariello, il
liquorista frequentato dagli eleganti buontemponi di via Toledo, a bere un
vermutte col seltz in ghiaccio.
Rimase un pezzo ad ascoltare le
allegre cicatate del marchesino d'Usilli, direttore del veloceclub, grande
maestro di barzellette.
L'Usilli, sapendo che il club
della Fenice aveva pubblicato il nome del barone, lo trasse in disparte e gli
disse sottovoce:
‑ Mi rincresce, Santa, che
siano venuti a questo eccesso. Io ti ho difeso, ma hai avuto ventitré palle
nere contro dodici bianche.
- Vuoi un po' di denaro per
ritentare la sorte? fino a ventimila potrei trovartele e con poco interesse.
‑ Ecco gli animali! tutti
mi offrono denaro, quando non ne ho più bisogno ‑ gridò Santafusca.
‑ Tu non avrai scoperta una
miniera: so che ti trovi in seri imbarazzi, Santa. Abbi confidenza con un
amico. È vero quel che si dice di te?
‑ Che cosa? ‑ domandò
«u barone» con voce alterata.
‑ Che non puoi restituire
quindicimila lire al Sacro Monte delle Orfanelle?
‑ Spero di ottenere una
dilazione... ‑ mormorò il barone, chinando gli occhi. ‑ Ma parliamo
di Marinella. Che fa questa scellerata? dopo che la fortuna mi ha voltate le
spalle, dice ch'io sono un brutto peloso. E Lellina è ancora fedele a di
Spiano? O di Spiano paga e tu...
‑ Che cosa dici, Santa? Non
farei un peccato di desiderio per Lellina... Bevi un assenzio?
‑ Marinella mi vuol bene! ‑
esclamò il barone, mentre ingoiava é'un fiato un bicchiere di assenzio verde
come lo smeraldo, che riscaldò la sua voce. ‑ Marinella non odia che la
mia sfortuna. Ma voglio fare un patto col diavolo come il vecchio Faust.
L'anima mia gliela cedo tutta per un buon asso di picche, su cui abbia puntato
centomila per tre volte. Ti pare che faccia pagare troppo cara l'anima di un
peccatore di spirito? Vuoi provare intanto chi di noi due deve pagare
l'assenzio? Aspetta, lasciami invocare il mio diavolo protettore.
I due signori si accostarono alla
piccola roletta posta sul banco.
Il marchesino d'Usilli mosse la
roletta e fece tre.
«U barone» fece diecimila.
- Vedi se non ho il diavolo con
me?
- È un caso, si sa. Ecco, vedrai
ora che il mio angelo custode mi dà...
Una grande risata tenne dietro a
queste parole.
Usilli fece uno.
Santafusca toccò col mignolo e
fece centomila!
‑ Ciò avviene sempre quando
si giuoca per baia. Ma se tu avessi cento lire in tasca, Santafusca, vedresti
che il tuo diavolo te le ruba tosto.
‑ Chi mi dà cento lire
sulle corna del mio diavolo? ‑ chiese «u barone», guardandosi intorno.
‑ Io te le do, Santa,
giuoca, ‑ disse il marchese di Spìano, che, entrato in quella aveva
assistito al giuoco.
‑ Bravo, Vico. Giuochiamo
queste cento lire.
Usilli fece tre.
«U barone» fece cinquecentomila.
Nuove risa e nuovi clamori.
‑ Non voglio il tuo denaro
adesso ‑ disse il fortunato vincitore. ‑ Ma promettimi di giocare
almeno una volta per cento lire stasera, in una partita di picchetto o a scopa.
Usilli si tenne obbligato per la
sera. Santafusca bevve ancora una volta, e animato dalle ciarle, dal liquore,
dalla fortuna, ritrovava al di sotto delle macerie le grazie del suo vecchio
spirito di gentiluomo. E si stordì tanto bene che, uscendo e scendendo per
Toledo in mezzo al via‑vai delle carrozzelle e della
gente, riuscì quasi a dimenticare il suo prete.
Non fu che rientrando in casa che
riprovo un senso di pena. Era quasi notte quando la Maddalena venne ad aprire.
- O eccellenza, ben tornato.
Quale fortuna?
- Porta il lume nella mia stanza,
‑ brontolò il padrone.
E mentre la Maddalena correva ad
accendere il lume, egli rimase un istante ad ascoltare le sue sensazioni, che
si dibattevano coi fantasmi dell'alcool.
‑ Bestia! ‑ esclamò a
fior di labbro, forse contro l'Usilli; ma non era certo.
‑ Il lume è acceso.
Maddalena dalla faccia del
padrone arguì che anche questa volta egli aveva perduto, e andò a rannicchiarsi
nella sua seggiola dì legno, dove per ore ed ore sedeva a ingannare il tempo e
la fame, guardando le case e sonnecchiando a intervalli.
«U barone» chiuse colle spalle le
portine della sua stanza e girò anche la chiavetta.
Era solo, al sicuro, e poteva finalmente
mettere le mani sul tesoro. Ma ebbe bisogno di raccogliere ancora un poco di
forza. Gli pareva di tornare da un lunghissimo viaggio, al di là dei mari, dopo
tre o quattro anni di assenza, e non erano trascorse che ventiquattro o trenta
ore dalla sua partenza. Lasciò che passassero anche queste sensazioni, e,
acceso un sigaro, si abbandonò nelle braccia di una poltrona, dopo aver posto
sulla scrivania il fascio delle sue carte.
Era tempo ‑ pensava ‑
ch'egli si facesse una ragione.
Se avesse creduto di ritrovare,
tornando in casa, il fantasma del morto seduto su una sedia, non avrebbe
accettato quella brutta speculazione. Ma era soltanto un uomo che il caso aveva
trascinato ad una violenza. Gli rincresceva per il povero diavolo che ci aveva
lasciata la vita: ma d'altra parte, pelle contro pelle, anche la sua valeva
qualche cosa.
Era naturale ch'egli provasse nei
primi giorni qualche spavento. Non si ammazza un uomo senza che il sangue non
dia un tuffo. La natura vuol la sua parte, ma non più che una parte, cioè una
certa nausea che il barone era pronto a sopportare, finché fosse passata a poco
a poco da sé.
Prete Cirillo era una carcassa
già sacra alla morte. Il tempo avrebbe distrutto a poco a, poco ciò che la
forza di un uomo distrusse subito. Era dunque questione di mesi e di giorni,
che scompariscono in un numero grande di anni e sono un nulla nel tempo senza
fine.
‑ Se al di là vi fosse
veramente un Dio, ‑ pensava a suo dispetto il barone, ‑ il quale
dal suo trono di cartone d'oro giudicasse di queste faccende, capisco ch'io
starei fresco il giorno del giudizio; e non avrei gusto di veder risorgere il
mio prete dalla sua cisterna. Ma poiché io sono convinto che al di là non c'è
nulla e che il cielo non è che una soffitta dove collochiamo le idee che non
usiamo più, di chi, di che avrò paura? delle ombre? dei sogni? del diavolo?
delle baie dei preti? Dunque, da questa parte possiamo vivere in pace. Prete
Cirillo non ha fatto che pagare un poco prima del tempo il suo debito alla
natura, e se lo meritava un poco, perché egli era avaro, una sanguisuga dei
poveri e in fondo non cercava che di strozzar me, pigliandomi per la gola nelle
strette del bisogno.
«U barone» aveva bisogno di
ripetere queste cose per inchiodarsele indosso.
‑ Tra me e lui si è combattuta
la grande lotta per la vita. La vittoria, come sempre, fu del più forte, vedi
Carlo Darwin.
«U barone» voltava la testa e
pensava ancora:
‑ Il pericolo, la paura, lo
spavento terribile, il castigo eterno è che la faccenda caschi nelle mani della
Polizia. La società ha troppo interesse nel rispetto del diritto, perché non
perseguiti con accanimento coloro che lo violano. Nel rispetto dei diritti e
delle leggi ogni debole trova la sua difesa e la sua protezione, e l'egoismo di
ciascuno viene a creare questo grande egoismo sociale che si chiama la legge.
Ed egli cercava di inchiodarsi
addosso anche questo:
‑ È un morto pericoloso. Ma
tu, ‑ pensava soffiando il fumo verso il soffitto ‑ tu hai
provveduto con tutti i riguardi, e il signor commissario, i signori
giornalisti, i signori gendarmi e il signor pubblico non saranno disturbati da
te. La società è come le donne tradite, «occhio non vede, cuore non duole».
E mentre la sua mente girava in
questo circolo, sentiva a poco a poco il sangue scorrere più regolarmente, il
cuore battere con maggior pace e le idee diventare sempre più lucide e precise.
Quante altre paure e
superstizioni non meno vane e inutili avevano turbata la sua infanzia, quando
la Maddalena gli contava le storie dei maghi, dei folletti e dei morti che
ballano nel cimitero!
Noi siamo sempre un po' bambini
sulle ginocchia della superstizione.
‑ Animo! Vediamo il nostro
conto.
Scosse la testa, scosse la
persona, si fregò la fronte ed incominciò a sciogliere il pacco dei denari.
Il prete aveva portato, oltre al
denaro per il contratto (circa quarantamila lire), molti titoli di rendita, e
una lunga lista di numeri e d'indicazioni d'altre cartelle al portatore
rappresentate da una polizza. ‑ «U barone» non aveva che a presentarsi
allo sportello del Banco, gettare la polizza e ritirare i titoli.
Trovò insieme ai valori anche la
ricevuta lasciata dal presidente del Sacro Monte a don Cirillo per saldo delle
quindicimila lire che Santafusca doveva all'istituto.
Il prete gli aveva anche
risparmiato l'incomodo dì recarsi egli stesso dagli amministratori, e più che
l'incomodo, il fastidio di dover giustificare l'origine del denaro.
Trovò anche una lettera di Vico
Spiano che diceva:
«Il mio amministratore mi ha
parlato ieri della S.V., la quale sarebbe pronta a rilevare una ipoteca di lire
diecimila che vanto sulla villa di Santafusca. Per conto mio non ho difficoltà
a concederlo, ma ne parli col signor barone e col ragioniere Omboni...»
Il barone pensò che questa
circostanza poteva dar luogo a qualche indagine. Il marchese di Spiano era un
uomo troppo distratto per occuparsi di affari, ma non doveva essere contrario a
pigliare dei denari pronti e sicuri contro una ipoteca che non rendeva nulla.
Se il prete gli aveva parlato dell'ipoteca e del suo desiderio di comperare la
villa, nulla di più naturale e di più semplice che il marchese cercasse un
giorno o l'altro di questo don Cirillo. Non trovandolo in Napoli (sulla lettera
c'era l'indirizzo dei prete) avrebbe potuto pensare che Santafusca ne sapesse
egli qualche cosa, e quindi gliene parlasse alla prima occasione. Era un
forellino che bisognava otturare per rendere l'edificio della sua coscienza più
solido e più sicuro. Come doveva fare?
Due colpi secchi, che risonarono
nell'uscio, lo fecero tutto a un tratto trasalire.
‑ Chi è? ‑ gridò con
voce strozzata, stendendo le mani istintivamente sulle carte.
‑ Volevo dire, eccellenza,
che mezz'ora fa è stato a cercare di vossignoria un prete.
Così la voce flebile e tremante
di Maddalena dietro l'uscio.
‑ Che prete? io non conosco
preti... ‑ gridò esagerando la voce «u barone».
‑ Ha detto che tornerà.
Successe a queste parole un gran
silenzio. Maddalena si allontanò, strascinando le pianelle. Il barone era
rimasto irrigidito colle dieci dita aperte e curve sul denaro.
Chiuse le cartelle e i denari in
un cassetto della scrivania, tranne qualche centinaio di lire che prese con sé
per tentare la fortuna. Si vestì con pazienza, come soleva fare nelle grandi
occasioni, avendo la cura di chiudere gli abiti da viaggio in un cassettone,
dal quale levò la chiave. Chiuse l'uscio della camera, e mettendosi la chiave
in tasca, disse a Maddalena:
- Stanotte non torno a casa.
- Non sprechi la sua salute,
eccellenza ‑ disse la buona vecchietta colla sua voce piagnucolosa.
‑ Lascia fare a me. Domani
ti porterò del denaro.
E soffermatosi sulla soglia, dopo
un istante di silenzio, soggiunse:
‑ Non ti ha detto che cosa
voleva quel prete?
‑ Nulla mi ha detto.
Il barone uscii.
Erano le sette quando egli si
accorse ancora di aver fame. Non aveva toccato cibo tutto il giorno, e ora si
sentiva quasi le vertigini, le gambe e le braccia stracche... le braccia
specialmente.
Pensò di pranzare al caffè
dell'Europa.
Dieci minuti dopo un cameriere,
lindo e lucido come un lord, attendeva i suoi comandi in una bella sala piena
di specchi e rilucente di oro. Molti stranieri e qualche diplomatico finivano
di pranzare a una tavola comune. In un vicino salotto i due sposini tedeschi
susurravano parole dolci a una melarancia che stavano sbucciando, toccandosi
fronte a fronte. L'assassino entrò con passo risoluto, coll'occhio altiero
dell'uomo abituato a vincere, e andò a sedersi a un tavolino, accolto con
rispettosa premura dal cameriere, azzimato anche lui come uno sposino.
Il barone era conosciuto anche
all'Europa come un uomo sempre più splendido coi camerieri, quanto più era
grosso il debito ch'egli aveva col padrone. Scorse la lista dei piatti, segnò
tre o quattro cose colla punta dei coltello e disse solamente:
‑ Vino!
L'aria calda, pregna di succhi
odoranti, la bellezza del luogo, il bagliore dei cristalli e i primi fumi di un
eccellente Médoc, finirono col trasportare «u barone» lontano dal suo prete. I
pensieri cominciavano a uscire dalla loro fissazione e la «faccenda» si
annebbiava nella memoria, come un sogno confuso all'entrare del mattino chiaro
nella stanza.
Alle dieci, dopo aver data
un'occhiata al San Carlo, dove si rappresentava una discreta «Aida», si ricordò
che l'Usilli l'attendeva al club.
Fu ricevuto freddamente e quasi
sdegnosamente dai pochi che sedevano ai tavolini; ma l'Usilli, che l'aveva
preso sotto la sua protezione, disse a voce alta:
‑ Amici, Santafusca è uomo
onesto ed è venuto per vincere cento lire a me e per tentare ancora una volta
la fortuna. Dice che ha il diavolo dalla sua...
‑ Un diavolino... l'ultimo ‑
disse il barone ridendo con isforzo, e suscitando l'ilarità di chi vinceva.
Alle undici egli vinceva già
diecimila lire.
L'Usilli stuzzicato, caldo di
smania, puntava come un matto e perdeva sempre.
Davvero, c'era da credere alla
leggenda del vecchio Faust.
A un'ora dopo mezzanotte «u
barone» giocava ancora... e vinceva.
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