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Per qualche tempo il barone fece
vita ritirata e carezzò l'idea di andare lontano o con Marinella o solo a
godere i frutti delle sue speculazioni.
Per quanto si sforzasse di
pigliare la vita di Napoli come prima, sentiva sempre un non so che tra i piedi
che gli legava il passo. Ogni grido, ogni accenno, ogni prete che incontrava
per via, ogni scherzo sui preti erano altrettante occasioni di pena, di
sospensione, di sospetto, se non di paura.
Tutti i giorni leggeva i giornali
e si consolava nel vedere che, dopo il piccolo episodio del terno, il suo prete
rientrava tranquillamente nell'ombra.
I giornali non parlavano più di
prete Cirillo, come se non fosse mai esistito, e se una volta nominarono il
barone di Santafusca, fu per annunciare la sua elezione a presidente del club
delle caccie. La puntualità con cui il barone aveva soddisfatto a' suoi debiti
d'onore gli aveva restituita la stima dei gentiluomini.
Erano ormai passati dieci giorni,
lunghi, eterni, ma c'era motivo di credere che potessero passare egualmente
bene dieci, venti anni, in fondo ai quali il nome di prete Cirillo sarebbe del
tutto diluito, come un ghiacciolino nel mare.
Una mattina Maddalena venne ad
annunciare per la terza volta la visita di un prete.
‑ Insomma ‑ gridò
questa volta il barone ‑ non puoi mandarlo al diavolo?
- È qui! ‑ disse Maddalena
impaurita.
- Che cosa vuole?
- Parlare con vostra eccellenza.
Il barone esitò ancora un poco
per un resto di superstizione, poi disse:
‑ Ebbene, venga avanti...
Vediamolo ‑ soggiunse poi tra sé ‑ questo noioso moscone, che da
una settimana mi ronza intorno.
Mentre sfidava il misterioso
personaggio a farsi vedere, «u barone» sentì che aveva bisogno d'un coraggio
insolito anche per ricevere un prete. Nessuno penserà ch'egli avesse paura di
veder entrare prete Cirillo. Son cose che si leggono nelle ballate tedesche, ma
chi le crede oggimai? Tuttavia avrebbe fatto senza di questa visita quasi per
un istintivo ribrezzo al nero.
Stette ad ascoltare la voce della
Maddalena, che pregava il misterioso visitatore a venire innanzi. Sentì anche
un passino delicato e strisciato sul pavimento; poi l'uscio si aperse adagio
adagio...
‑ Licet? ‑ chiese una
voce morbida come il miele.
‑ Avanti! ‑ gridò «u
barone» forte, come se comandasse uno squadrone di cavalleria.
Entrò un piccolo sacerdote
rotondo e molle, con una faccia butirrosa, con abiti lindi e freschi, con due
manine grassottelle piene di pozzette e con un portamento di grande
cerimoniere. S'inchinò, socchiudendo gli occhi: e masticando le parole col
gusto di chi mastica delle prugne cotte, disse:
‑ Ho io l'onore di parlare
con sua eccellenza il signor barone Coriolano di Santafusca?
‑ Precisamente, e io ho
l'onore di...
‑ Io sono monsignor vicario
e vengo incaricato di una rispettosa dimanda a vossignoria per parte di sua
eminenza monsignor arcivescovo.
‑ Prego, si accomodi.
Il barone fece qualche passo
innanzi, indicò una poltroncina, ne accostò un'altra per sé. Il grazioso
monsignore non volle sedersi per il primo, il barone insistette, e dopo un po'
d'altalena, per rispetto e per obbedienza, il prete cedette alle gentili
insistenze, sedette, collocò il suo bel cappellino di seta a tre punte sulla
sponda della scrivania, si lavò due volte le mani nell'aria, e aprendole d'un
tratto come due girasoli, disse:
‑ Ecco! lo sono venuto per
sapere da vostra eccellenza (sempre se è lecita l'indiscrezione) quanto c'è di
vero nella voce che ella voglia vendere la sua villa di Santafusca.
- Nulla c'è di vero ‑ rispose
recisamente sua eccellenza.
- Dirò il perché della mia
dimanda. Sua eminenza cerca nei dintorni di Napoli un palazzo grande e adatto
per collocarvi un seminario o collegio teologico, che potesse servire nello
stesso tempo di villeggiatura al sacro capitolo.
‑ Non ho nessuna intenzione
di vendere Santafusca ‑ tornò a ripetere il barone.
‑ È strano, perché in Curia
si dava per certo che un prete di Napoli avesse già data a vostra eccellenza
un'anticipazione per l'acquisto non solo della villa, ma anche dei terreni
annessi.
‑ Uhm! ‑ fece il
barone, raccogliendo tutto il suo spirito. E pensò: ‑ Sempre quel
maledetto prete!
‑ La cosa pareva tanto più
attendibile in quanto che chi doveva acquistare, e diceva di aver già in parte
acquistato, era uomo danaroso e venne egli stesso più volte a fare delle
offerte al cancelliere della sacra mensa.
‑ Ah!... ella, monsignore,
vuol forse alludere a prete... Cirillo...?
Il barone pronunciò queste parole
tutte su una nota con tono di canto fermo. Era la prima volta che il nome di
prete Cirillo (dell'assassinato), risonava sulle sue labbra, e gli parve che il
nome squillasse come una trombetta. ‑ Sensazioni! ‑ Non perdette
tuttavia le staffe, anzi fu contento che si cominciasse a parlare del morto
come di un vivo qualunque.
‑ Precisamente don Cirillo ‑
rispose monsignore.
‑ Difatti ‑ seguitò
«u barone» con voce naturale ‑ questo prete era stato da me qualche volta
e si doveva combinare una gita insieme... Allora io ero in un momento di grandi
bisogni. Poi a un tratto questo prete è partito. Dicono che abbia paura di
restare a Napoli, perché è in voce di negromante, di stregone, d'indovino, che
so io? («u barone» rideva). Ci deve entrare la camorra, il giuoco dei lotto, la
vincita di un mezzo milione; ne ha parlato anche il Piccolo e credo anche il
Popolo Cattolico... Ecco quanto, monsignore.
Bisognava sapere che monsignore
non leggeva mai i giornali e che preferiva nei momenti di riposo fare qualche
sonnellino nella poltrona, anziché ascoltare i pettegolezzi di sacristia. Si
può immaginare come rimanesse, sentendo dire che a Napoli c'era un prete
negromante, stregone, camorrista, che aveva vinto mezzo milione, un prete
scomparso.
«U barone» lesse la meraviglia
sul volto e negli occhi del prelato e si affrettò a raddolcire l'effetto delle
sue parole.
‑ Io non ho veduto che una
volta questo prete, ma poiché oggi ho potuto provvedere diversamente ai miei
bisogni, non intendo di vendere la casa dei miei maggiori.
- Ce ne duole assai. Santafusca
rispondeva al nostro ideale, e la mensa sarebbe stata disposta a qualunque
sacrificio. Il cancelliere aveva quasi promesso a prete Cirillo centomila lire
per il puro stabile, ma oggi si sarebbe disposti a dare anche di più.
‑ Il prete faceva un
ghiotto affare! ‑ esclamò «u barone» parlando quasi da sé stesso.
‑ La casa vuole molti
ristauri; anzi si vorrebbe fabbricare tutto un lato nuovo.
‑ Non intendo fare nessuna
speculazione, ‑ rispose quasi burberamente il barone, a cui l'idea che
altri avesse potuto smuovere il terreno di Santafusca fece scorrere un brivido
nelle ossa.
‑ Rispettiamo i sentimenti
generosi di vostra eccellenza. Ce ne duole per noi, ma ritenga che, qualora
venisse in questo pensiero, troverà in noi le migliori disposizioni. Intanto
sarà un vantaggio per le due parti levar di mezzo questo prete e negromante,
che specula con poco spirito di religione sui bisogni della Chiesa.
Monsignor vicario fece un gesto
così pulito nel dire «levar di mezzo» che non avrebbe offeso una mosca.
‑ Pareva anche a me,
difatti: non mancherò qualora..., ma, come dico, non ho intenzione di vendere.
‑ Non mi resta che di
chiedere scusa dell'incomodo, eccellenza. Se mai volesse conoscere una prima
offerta, ritenga che fino a centosessantamila lire ci andiamo noi...
‑ Centosessantamila! ‑
balbettò «u barone», che vedeva piovere denaro da tutte le parti.
Perché questa offerta non gli era
stata fatta il giorno 3? Caso, caso, caso.... tutto caso!
‑ Avrò presente, si
vedrà...
Nell'alzarsi, monsignor vicario, mentre
stendeva la mano a riprendere il cappello posto sulla sponda della scrivania,
sia che incespicasse nel tappeto, sia che volesse mostrarsi troppo cerimonioso,
perdette un poco l'equilibrio, e urtò colla mano nella tesa del cappello, che
saltò come animato da una scossa elettrica, cadde sulla scrivania. si piegò
sullo spigolo e andò a rotolare contro il muro. Monsignore, tutto confuso del
suo mal garbo, corse egli stesso a raccogliere il cappello da terra,
atteggiando la persona nel modo che aveva fatto l'altro, quando si era curvato
a guardare nella cisterna.
«U barone» si appoggiò colle due
braccia tese e rigide allo schienale imbottito della poltroncina e accompagnò
con un sorriso fatuo l'illustre prelato, che, rosso in faccia come un papavero,
usciva a ritroso inchinandosi.
Anche quando la porta fu chiusa
coi riguardi che monsignore metteva in tutte le cose sue, «u barone» non poté
staccare gli occhi dal muro, dov'era andato a rotolare il cappello, né pote
staccarsi dalla poltrona, a cui lo teneva legato un pensiero duro e tagliente
come un fil di ferro.
Non era la ripetuta impressione
d'uno spettacolo orribile che richiamava la sua paura. No. Le sensazioni si
raffreddano, sfumano, si sa: ma l'incidente curioso del cappello, quel suo
girare come una ruota, suscitava una riflessione, che nel terrore degli altri
pensieri non si era presentata prima, una riflessione semplicissima, banale,
ferocemente banale, che aveva la forza di far drizzare i capelli in testa a un
uomo che si credeva giunto in porto.
Anche l'altro aveva in testa un
cappello. Al primo colpo dato colla leva era balzato giusto, girando nell'aria,
ed era andato a cadere sul mucchio dei mattoni; ma che cosa era poi avvenuto di
quel cappello?
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