|
MOLTA allegria e molto chiasso si
fece quel dì in casa di Filippino ex‑cappellaio.
Il fortunato vincitore aveva
potuto riscuotere una prima rata della sua vincita, e con due contratti in un
giorno aveva ceduto il negozio a un compagno e acquistata la casa dove abitava.
Per festeggiare il duplice, anzi
triplice avvenimento, in una sala del primo piano era preparata una bella
tavola con ogni sorta di grazia di Dio, servita in cappa magna dall'albergatore
della «Colomba d'oro» con molta profusione di torte e di sorbetti.
Oltre a Filippino, a donna
Chiarina, sua legittima consorte, e a' suoi figliuoli, sedevano intorno alla
mensa l'ingegnere Fabi che aveva stimato lo stabile, don Ciccio, il celebre
«paglietta», che aveva aiutato Filippino nelle pratiche legali, don Nunziante dal
grosso naso, che aveva rogato gli strumenti, Ciro Stella, che aveva rilevata la
bottega, molti compagni del mestiere, alcune vicine amiche della padrona, che
più bella del sole sedeva a capo della tavola, tutta splendente di perle, di
corallo e di robe d'oro.
Al momento dei brindisi entrò
Gennariello il ciabattino, il disgraziato Gennariello, che per giuocare i
numeri dati dallo zio aveva venduto i ferri del mestiere, e ora girava colla
chitarra a cantare serenate e barcarole e tarantelle, con un cappello bianco,
alto come una torre, ornato di piume, di fiori e di scope.
Per la gente onesta era un
mistero perché prete Cirillo avesse tradito il suo sangue e favorito invece a
quel modo gli estranei; per i maligni il mistero si spiegava colla debolezza
della natura umana, e anche fra i presenti c'era chi beveva con entusiasmo agli
occhi belli e amorosi di donna Chiarina. Gennariello non aveva rancori con
nessuno e accompagnava le sue canzonette con tali sgambetti e pulcinellate, che
le donne e i ragazzi mandavano le grida fino al cielo.
Si era giunti al massimo fervore
dell'allegria, quando i convitati sentono d'essere più che mai fatti a
sembianza d'un solo, figli tutti d'un solo riscatto.
‑ Chi l'avrebbe detto,
Chiaruzza ‑ diceva cogli occhi molli Filippino, ‑ il dì che abbiamo
aperta questa bottega con duecento scudi tolti a prestito e con dodici cappelli
di lana, chi lo avrebbe detto che saremmo venuti a questo?
‑ È tutta bontà di Dio e di
prete Cirillo, Pippo ‑ rispondeva la bella moglie.
‑ Oh, perché non è qui
anche lui, l'uomo di Dio?
‑ E non si è potuto sapere
ancora il luogo del suo nascondiglio? ‑ domandò col suo vocione don
Nunziante, tirando fuori dal bicchiere un naso più spugnoso del solito.
- Nulla.
- Avrebbe potuto scrivere a voi,
Filippino, in segretezza; o mandare a dire: son vivo; amo però star nascosto.
‑ È quello che diciamo
sempre anche noi. Chiarina se lo aspettava da un momento all'altro e teneva
sempre pronta un'oca... Ma, don Ciccio, dite voi quel che ne sapete.
‑ Io ne so meno di voi, amici
carissimi ‑ esclamò don Ciccio cogli occhi lucenti. ‑ Un giorno
vien da me Gennariello, ti ricordi, Gennariello?...
‑ Eccellenza, sì. Lo zio
era stato da me la mattina e gli ho dato quattro punti alle scarpe.
‑ Ei mi portava una lettera
in cui diceva: «Per affari di famiglia parto da Napoli. Mando lire trenta pel
trimestre di pigione. Gennariello ha la chiave e gli lascio la roba». Ecco
quanto, e «insalutato hospite evolavit»...
‑ Il lotto è una passione
che, come tutte le passioni, conduce spesso a perdizione ‑ disse don
Nunziante.
‑ Io vorrei possedere la
cabalistica di prete Cirillo e venderci la mia matematica per il guscio di
un'ostrica - esclamò l'ingegnere.
‑ Sapete che cosa ho
trovato in casa sua? disse don Ciccio, ‑ un volume del Cardano, e la
«Magia Naturale» del nostro immortale Giovanni Battista Porta.
‑ Il grande autore della
«Fisionomia», che precedette di quasi duecent'anni gli studi di Gall e di
Lavater, ‑ si affrettò a dire don Nunziante, che non voleva mostrarsi
meno dotto del «paglietta».
‑ E credete che in questa
cabalistica non c'entri anche un po' la coda del diavolo? ‑ gridò
qualcuno.
‑ Benvenuto anche il
diavolo, se ha gli occhi belli come quelli di donna Chiarina, illustrissima mia
padrona ‑ esclamò don Ciccio alzando il bicchiere.
Fu un grande applauso.
Gennariello ripigliò la canzone «sul mare luccica».
‑ Dicono che il prete sia
andato con un grosso fardello in Levante, tra gl'infedeli, dove ha trovato
un'odalisca che...
- Che lo aiuta a sciogliere il
fardello.
‑ Uh uh! oh! scandalosi...
zitto là.
‑ «In vino veritas».
‑ «Maxima debetur pueris reverentia».
‑ Signori ‑ gridò
Filippino, alzandosi in piedì e sollevando un calice pieno di vino color
dell'ambra. ‑ Ovunque egli si trovi, in Oriente o in Occidente, propongo per
il lontano e desiderato amico, per il grande benefattore, per il salvatore de'
miei figliuoli un caldo brindisi, acciocché gli anni suoi siano ricolmi di
tutte le consolazioni...
‑ Amabile Chiarina! ‑
declamò in falsetto don Nunziante, guardandola attraverso il bicchiere.
‑ Bravo! bene! viva don
Cirillo!
Il baccano era veramente
indiavolato, ma fu a un tratto interrotto da un ragazzo che entrò con una
grossa scatola rotonda di cartone, legata con una doppia corda in croce
suggellata con larghe piastre di ceralacca.
Si fece a un tratto gran
silenzio.
- Chi manda questa roba? ‑
dimandò Filippino.
- È arrivata or ora in bottega al
vostro indirizzo. Vien dalla ferrovia.
‑ È un cialdone di
marzapane, papà ‑ gridò uno dei figliuoli.
‑ Se indovini, Celio, ti dò
a leccare la scatola ‑ disse il babbo col volto ancora acceso dal
brindisi.
E, preso un coltello d'in su la
tavola, tagliò la corda, tolse il coperchio, rimosse un foglio di giornale e
vide un cappello con un bigliettino appuntato nel nastro.
‑ Chi lo manda?
Filippino legge il biglietto, non
capisce, torna a leggere, e un po' colpa la scrittura, un po' colpa il vino
color dell'ambra, non si raccapezza. Però, voltatosi a don Ciccio:
‑ A voi, ‑ disse, ‑
che avete gli occhiali. Che cosa dice questo geroglifico?
Don Ciccio si acconciò le
invetriate sul grosso del naso e cominciò a leggere a voce alta:
«Colendissimo signore,
«Essendo stato smarrito in questi
luoghi un sacerdotale cappello e non avendo, per quante ricerche siano state da
me consumate, trovato a quale dei ministri di Dio possa convenire, non volendo
col trattenere oggetti che non sono di mia proprietà farmi degli inutili
carichi di coscienza, lo invio franco di porto alla S. V., secondo l'indirizzo
della marca di fabbrica, supponendo che vi sarà meno arduo rintracciare il
naturale proprietario e recapitarglielo.
«Con perfetta osservanza mi segno
«Dev. servitore «DON ANTONIO SPINO
Parroco di Santafusca
‑ Ecco un uomo onesto! ‑
esclamò don Nunziante.
‑ O che ha una testa troppo
grossa per il cappello, ‑ osservò maliziosamente don Ciccio.
‑ Che cosa dite voi? ‑
esclamò impallidendo a un tratto Filippino, mentre voltava e rivoltava il
cappello. ‑ Questo è il cappello che io ho dato ultimamente a prete
Cirillo, il giorno che egli partì da Napoli.
‑ Eh! ‑ esclamarono
tutti, aprendo la bocca, gli occhi, le dita, l'anima.
‑ Io mi ricordo bene,
perché l'avevo preparato per monsignor vicario e m'è restato troppo stretto. Tu
lo ricordi, Chiarina, il numero di registro?
‑ È questo, è questo ‑
disse con voce tremante la moglie dell’ex‑cappellaio.
I convitati si guardarono in viso
e ammutolirono.
Avevano invocato il prete e
usciva invece il suo cappello.
Questi son sempre segni di
cattivo augurio.
Le riflessioni venivano spontaneamente
da sé. Se prete Cirillo non aveva che quell'unico cappello quando uscì da
Napoli, pareva strano che ei non lo tenesse da conto, molto più che era nuovo
fiammante, a meno che non lo avesse veramente cambiato col turbante, come il
notaro aveva malignamente supposto.
‑ Io qui sento un odore di
criminale ‑ disse don Ciccio alzandosi in piedi, arricciando un poco le
narici, come se veramente sentisse un certo odore, e puntando un dito lungo e
secco sul corpo del delitto.
‑ O santa Maria addolorata!
‑ esclamò donna Chiarina, bianca come un giglio.
‑ Che dite voi, don Ciccio?
‑ ripeterono le altre donne.
‑ Io ripeto che sento odor
di criminale in questa faccenda, e n'ho ben donde. ‑ Don Ciccio pareva
più secco del solito. ‑ Signori! ‑ esclamò alzando la voce il
famoso «paglietta», come usava fare in tribunale ‑ questo cappello fu
trovato nei dintorni di Santafusca, e dintorni per me significa una strada, una
campagna, una vigna, un bosco, altrimenti don Antonio avrebbe scritto: in casa
mia, in chiesa, in sagrestia. Il signor Filippino Mantica dice che il cappello
era nuovo fiammante e c'è la testimonianza amabile di donna Chiarina, la quale
conferma che il cappello fu venduto o regalato a prete Cirillo nuovo fiammante.
Ora io trovo invece il segno di una forte ammaccatura, delle traccie rosse di
mattone e qualche macchia o spruzzo di calce, che hanno qua e là abbruciata la
seta. Dunque, o signori, nei dintorni c'era della calce viva, e
quest'ammaccatura dice più che un colpo di vento.
‑ O mio Dio, don Ciccio! ‑
esclamò la donna, alzando le due mani al cielo.
‑ Io non sono astrologo, né
figlio di astrologo ‑ gridò il «paglietta», stralunando gli occhi, ‑
e se prete Cirillo entrasse in questo momento a toccare il suo bicchiere col
mio, certo non oserei dire ch'egli è stato assassinato; ma io faccio presente a
questi signori che il prete manca da quindici giorni, che nessuno sa dove sia
il suo rifugio, che non si è fatto vivo nemmeno co' più intimi amici, che
mentre aveva detto a Gennariello di essere andato verso Miano, si trova il suo
cappello nei dintorni di Santafusca precisamente al lato opposto. Che cosa era
andato a fare a Santafusca un uomo che non usciva mai da Napoli, schivo del
muoversi, che non aveva parenti, amici in quel paese? Avvegnaché, signori, se
egli fosse conosciuto da qualcuno lassù, don Antonio non avrebbe cercato
inutilmente il padrone del cappello, e se fosse stato solamente veduto, era
naturale che alcuno pensasse a lui; ma la lettera dice chiaro chiaro: «avendo
consumato tutte le ricerche inutilmente». Ah! ah! E quest'uomo è tanto ignoto
al parroco e ai colleghi suoi de' paesi vicini, che nessuno sa dare un indizio
nemmeno, dirò così, probabile del padrone del cappello? e ciò mentre tutti i
giornali, compreso il Popolo Cattolico, hanno strombazzata la storia del terno
al lotto e del prete scomparso? Signori, io non sono astrologo, ripeto, né
figlio di astrologo, ma trovo che un uomo, il quale perde un cappello nuovo in
un paese dove nessuno non l'ha mai veduto, è un uomo, dirò così, molto
problematico. Si aggiunga che non è la prima volta che il prete Cirillo soffre
ingiuria e violenza da parte di male intenzionati: ch'egli era ritenuto
possessore di occulte ricchezze: si aggiunga che la notizia della grande
vincita ottenuta coi numeri dati da lui può aver istigato qualche pazzo o
illuso, o brigante o figlio di brigante, a infierire contro un inerme servo di
Dio. Io non so, io mi perdo in questo buio, ma brancicando mi pare di toccare
il corpo di un delitto...
Don Ciccio si era fatto lugubre e
cupo. Colla sua voce incisiva, col suo dito lungo e teso, colla sua stringente
istruttoria fece scorrere un brivido per tutte le schiene. Il suo cilindro
bianco non aveva più un pelo a posto.
Don Nunziante provò a dire che
probabilmente il prete aveva perduto il cappello cacciando fuori un momento la
testa dalla finestra di un vagone; ma a nessuno piacque una ragione così
semplice e così probabile. Uscir fuori con un pensiero così comune e banale era
un far torto a tutte quelle fantasie, che, riscaldate dal vino e accese dalle
parole di don Ciccio, cominciavano già a credere a qualche cosa di
straordinario. Non bisogna mai disturbare le speranze della fantasia. Una
storia terribile uscì grande e compiuta dal fondo del cappello, come Minerva
uscì grande ed armata dal cervello di Giove. Per quel giorno fu messa in
disparte la gioia. Don Ciccio raccolse un piccolo consiglio e propose di
portare la faccenda, così com'era arrivata in tavola, all'illustrissimo signor
procuratore del re, il commendatore Jonetti, amico suo, anzi suo compagno di
università, uomo fino e prudente, acuto, un poco parente del ministro degli
Interni.
Intanto non bisognava dir nulla
ai giornali liberali, ché, quando si tratta dei poveri preti, li
impiccherebbero nudi. Se v'era delitto, Dio ha la mano lunga: nel peggior dei
casi ‑ che per gli altri non avvocati era il migliore ‑ gli indizi
dati dal cappello avrebbero condotto la giustizia a trovare il padrone.
Ad ogni modo, Filippino aveva
obbligo di coscienza di spendere anche qualche denaro perché la luce fosse
fatta su questo affare buio, molto buio, più che buio, buissimo.
Filippino incaricò don Ciccio di
tutte le pratiche necessarie, e non guardò a spendere per accendere un
lumicino. Ma per quanto s'usasse prudenza e riserbo, non fu possibile impedire
che la storia del cappello e del prete non serpeggiasse verso sera tra i
vicini, e prima di notte qualche accenno confuso non fosse arrivato alla
Sezione di Mercato, dove prete Cirillo era già quasi dimenticato.
Sull'alba, un reporter, più
svelto degli altri, ne sapeva già abbastanza per inventare il resto e per
confondere le idee.
|