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«U barone», tornato a Napoli, per
qualche giorno si sforzò di non più pensare né a prete Cirillo, né al suo cappello.
L'uno era ben chiuso in un luogo
sicuro, e la chiave era chiusa anch'essa in un cassettino segreto della sua
scrivania; l'altro, il cappello.... ma per quanto si sforzasse di non pensarci,
non poteva aver l'animo tranquillo su questo argomento. Un brandello del morto
sopravviveva in quel nero spauracchio e se lo sentiva svolazzare intorno. E non
poterci metter la mano addosso! Egli sarebbe stato tanto ricco e tanto quieto
senza questa sciocca paura!
Inutilmente cercò di stordirsi
nel giuoco, al club, con Marinella, nelle visite eleganti che aveva ripreso con
qualche fortuna.
‑ A che cosa pensi, barone?
‑ gli chiese un giorno Marinella, mentre egli si era fissato coll'occhio
vitreo su quell'ombra nera e fastidiosa.
Non poteva incontrare un prete
che avesse in testa un cappello a tre punte, senza che l'occhio andasse da sé
sul triangolo, con una malsana, insistente curiosità; e una volta preso
all'incanto, sentivasi tratto a seguirlo attraverso alle strade popolose di
Napoli fin sulla soglia delle canoniche, delle chiese, dei conventi.
Di questi strani fenomeni di
fascinazione cercava di dare a sé stesso una spiegazione scientifica. Egli
aveva giuocato troppo col suo temperamento eccitabile, e sebbene vedesse e
sentisse che la persecuzione non veniva dalla coscienza, ma dai nervi e dalla
immaginazione, non poteva sottrarsi, come accade agli allucinati, al tormento
della sua illusione. Il cervello, si sa, soffre anche dei dolori di una gamba
che non c'è.
Il cuore soffriva già da qualche
tempo acuti accessi di palpitazione, e più d'una volta egli aveva dovuto
ricorrere alla digitale. Provò anche il bromuro e si sentì più calmo, più
fresco. A dispetto del cappello ora cominciava a dormire sonni più quieti, e
gli fece bene anche il fumar meno.
Fu appunto in un sogno che gli
balenò l'idea che il cappello potesse essere caduto nelle mani di Giorgio,
nipote di Salvatore, che faceva l'oste lassù alla Falda.
Non era disceso costui a
raccogliere l'eredità dello zio qualche giorno dopo la sua morte? Non aveva
portato via un sacco di roba? Perché avrebbe dovuto lasciare il cappello se ci
fosse stato?
Gli parve un sogno non assurdo,
per quanto si può credere ai sogni. Valeva la pena secondo lui di fare una gita
lassù per vedere quanto di vero passa nei sogni.
Per non dare sospetto si vestì di
un rozzo abito di cacciatore, si calcò in testa un cappellaccio molle, e con un
carniere di pelle e il suo fucile ad armacollo, un giorno prese il treno, e
scese alla stazione più vicina alla Falda.
Passo passo nella frescura mattutina
cominciò a salire il colle, zufolando, col cuore aperto a una mezza speranza.
Che cosa non avrebbe dato per
quel cencio di cappello? Che cosa c'è di più caro e di più prezioso della
quiete dei nervi? Meglio morti, come prete Cirillo, che vivere all'ombra di
quel cappello!
L'osteria del «Vesuvio», colla
sua vecchia insegna color pomodoro, si trovava sulla strada grossa che sale
verso i monti, in un luogo segregato, presso un bosco di platani, che serviva
di riposo e di ristoro ai carrettieri e agli asinai.
Non era un albergo degno di
nobili inglesi, ma vi si trovava un vino fresco, del vecchio caciocavallo, del
tabacco e anche un'insalata preparata, condita e voltata dalle grosse dita di
Giorgio.
Era costui un giovinotto grosso e
tarchiato, tondo di capo e di cervello, buon figliuolo in fondo, sempre
disposto a far un buon servizio a un vicino, quando c'era da guadagnare una
mezza lira. Stava egli tutto occupato a squartare un montone che aveva
appiccato per le gambe all'inferriata d'una finestra, quando vide arrivare un
cacciatore senza cane.
‑ C'è del vino e del cacio,
giovinotto?
‑ Fin che ne volete,
galantuomo ‑ rispose Giorgio; e andò ad asciugarsi le mani sporche di
sangue.
Il cacciatore entrò in una
stanzuccia a terreno e girò vivamente lo sguardo intorno come se cercasse
qualche cosa. Poi sedette innanzi a una tavola coll'abbandono di un uomo molto
stanco.
Giorgio tornò presto col vino,
col cacio e un pane duro sopra un piattello.
‑ Mi pare di conoscervi,
giovinotto..., e non ricordo dove vi ho trovato...
Giorgio fissò gli occhi in faccia
al cacciatore e disse:
- Gli uomini si trovano, ma io
non so di avervi mai visto...
- Non siete voi per caso parente
di quel Salvatore che sta laggiù a Santafusca?
‑ Lo sono veramente. Adesso
è morto.
‑ Lo so che è morto,
pover'uomo. Era un giusto, un grand'uomo per la bontà. È morto, poveretto.
Giorgio pose la mano aperta sul
petto.
‑ È ciò che si guadagna a
servire i signori. Ti succiano il sangue fin che ne hai una goccia nelle vene e
danno il carcame al loro cane.
‑ Volete dire forse del
barone... ‑ soggiunse ridendo il cacciatore.
‑ Di lui e di tutti quanti:
ma costui forse è peggiore degli altri. Mio zio non ha lasciata la croce d'uno
scudo, dopo quaranta o cinquant'anni di utile servizio, e «u barone» spende
sacchi d'oro colle sgualdrine. Ma guardate, dicono che ciò deve cangiare una
volta...
‑ Allora siete proprio voi
che siete venuto un giorno alla villa a prendere certe robe.
‑ Ci sono stato or sono
quindici giorni.
‑ Io sono parente del
parroco di Santafusca, son figlio di una sua sorella ‑ disse il
cacciatore con piglio alla buona.
‑ Di don Antonio? un
sant'uomo...
‑ E mi pare di avervi
veduto passare in compagnia del segretario...
- Precisamente. Aveva lui le
chiavi della stanza...
- Conoscevo anche il vostro
povero zio. La sua morte mi ha riempito il cuore di lagrime!
Il cacciatore disse tutto ciò con
animo sincero.
‑ Siete del paese?
‑ Io sto presso Napoli e
vengo spesso a Santafusca a caccia; ma si piglia niente quest'anno...
- È un anno povero davvero.
- E poiché siamo sul discorso, ‑
soggiunse dopo un respiro il cacciatore, che pareva un uomo semplice e
disinvolto, ‑ non avete prese per caso insieme alle altre robe anche un
cappello da prete?
‑ Sì, c'è... ‑
rispose Giorgio.
Il cacciatore apri le gambe e le
braccia e si abbandonò a una forte ilarità.
‑ Si, c'è... e perché
ridete ora?
L'altro non finiva mai di ridere,
e contorcendosi sulla panca non poté frenarsi, se non quando ebbe presa la
testa tra le sue mani.
La gioia immensa, la profonda
emozione che il cacciatore provò a quella scoperta, non si potrebbero troppo
facilmente descrivere. Dopo tanti giorni di angoscie e di paure, egli stava per
mettere le mani sul corpo del suo delitto e tutto ciò avveniva per l'aiuto di
un sogno. Che cosa non avrebbe dato egli per quel cencio di cappello? ecco,
ecco invece la sua fortuna che quasi gliele regalava gratis... e tutto ciò
avveniva per l'aiuto d'un sogno!
‑ Ora vi conterò,
giovinotto, ‑ soggiunse dopo un istante. ‑ Don Antonio aveva
dimenticato nella stanza del povero vostro zio il suo cappello, e non se ne
ricordò che tre o quattro giorni dopo. È un sant'uomo che ha sempre il pensiero
in paradiso. Ma quando se ne ricordò il cappello era scomparso. Il sant'uomo
voleva disperarsi, perché non ha che quello, ed è povero, sapete: darebbe ai
poveri anche la camicia. Io ero presente quando venne il segretario; come si
chiama il segretario?
‑ Jervolino.
‑ Precisamente, e disse che
forse l'avevate preso voi colle altre robe...
‑ Davvero è ridicola come
una commedia. Io non ci ho pensato, figuratevi. C'era tanto poco da portar via,
che ho cacciato tutto nel sacco alla rinfusa.
‑ Don Antonio vi accuserà
come ladro di cose sacre.
‑ Ladro io? avrei dovuto
pensarci, ma l'ho fatto semplicemente...
‑ Voi capite che si celia.
Ladro senza saperlo come Pulcinella al teatro di Sciosciammocca.
Il cacciatore versò il vino dalla
mezzina e tracannò un buon bicchiere, che gli riempì l'anima di calore.
Se Giorgio non fosse stato duro
di legno, avrebbe osservato che gli occhi del cacciatore scintillavano d'una
luce viva e parlante.
‑ Voi meritate di andare a
l'inferno per aver rubato al prete ‑ tornò a dire costui, ridendo grosso
e picchiando coi pugni sulla tavola.
‑ Dio mi scampi di perder
l'anima per così poco. Ora lo vedrete questo bel cappello: è pelato come
l'asino dei nostro mugnaio. Io ho visto il cappello sulla sedia e ho pensato...
che cosa ho pensato? non so nemmeno io. Ma non è buono nemmeno per spaventare
gli uccelli... Ora ve lo faccio vedere...
Il cacciatore rimase solo.
Giorgio fe' sonare gli zoccoli
sopra una scaletta di legno, che si arrampicava dietro il muro. Li strascicò
sull'impalcato sopra la testa del cacciatore, si arrestò, corse a frugare nel
sacco.
Intanto il cacciatore, cogli
occhi fissi all'impalcato sorrideva mostrando i denti e battendo le dita sul
piattello. Egli stava per dare l'ultima mazzolata a prete Cirillo.
Quel sinistro uccellaccio avrebbe
cessato di svolazzargli intorno? Rideva gelidamente, ma nello stesso tempo il
cuore malato picchiava forte. Nel cappello era rimasto un brandello dell'anima
del prete, e in fondo egli aveva paura d'incontrarsi anche in questo
spauracchio.
Non avrebbe creduto mai d'essere
uomo così vile. Ma forse lo siamo tutti così, giovani e vecchi, naviganti nel
gran mare delle cose!
Gli zoccoli di Giorgio risonarono
sull'impalcato, e scesero gravi sui gradini della scala di legno. Il cacciatore
immobile e composto si puntellò colle braccia alla tavola. Finalmente Giorgio,
per far la burletta del prete, cacciata la testa cogli occhi gonfi e col
cappello in capo da un finestrino, che dava aria al sottoscala, con voce
sguaiata, si mise a cantare «alleluja, alleluja».
Il cacciatore a quella vista
grottesca trasalì e colla mano rovesciò la mezzina del vino. Per poco egli
avrebbe urlato di spavento: ma l'oste venne fuori e cominciò a ridere del suo
scherzo. Egli non immaginava il male che aveva fatto a un uomo già malato di
palpitazione di cuore.
Passata la prima impressione, era
per il cacciatore un'occasione troppo ghiotta, perché potesse in quel momento
pensare ancora al suo mal di cuore. Si sforzò dunque di ridere anche lui, di
ridere, sì, mentre l'occhio affascinato e impaurito si fissava sul brutto
cappellaccio sconquassato, che Giorgio gli aveva messo davanti sulla tavola.
Nessun fisiologo, nemmeno il
celebre autore del «Trattato delle cose», potrebbe descrivere il nucleo di
sensazioni che vibrarono intorno al cuore del barone Santafusca, nell'atto
ch'egli stava per stendere la mano e impadronirsi dell'anima di prete Cirillo.
In fondo a una battaglia buia era un'acqua buia, profonda, piena di gioia amara
e piena di spavento. Il cuore martellava ancora, ma erano le ultime sensazioni.
Dopo sperava di ritrovare la pace, che deriva dalla coscienza della propria sicurezza.
‑ Ebbene, volete voi che io
porti questo cappello a don Antonio? sarà per mio zio una grata sorpresa.
‑ Date a Cesare quel che è
di Cesare ‑ disse Giorgio. ‑ Voi mi sbarazzate la casa di un
cattivo augurio.
‑ Se ci sta nel carniere. Provate
un po'...
‑ L'uccellaccio è grosso,
ma schiacciandogli un poco le ali...
Quel goffo ragazzotto, che rideva
nel gozzo, prese il cappello, lo schiacciò nelle mani e lo fece passare nel
carniere. Il cacciatore lasciò fare, duro, quasi irrigidito tra la panca e la
tavola.
‑ Ecco qua, ci son pochi
cacciatori al mondo che prendono di queste lepri.
‑ Quanto costa il pane, il
vino e il cacio?
‑ Dodici soldi, galantuomo:
il cappello ve lo do per nulla e dite pure a don Antonio che mi assolva da
tutti i miei peccati passati e futuri.
‑ Glielo dirò...
In quella entrarono in bottega
due contadini, e Giorgio, pieno il cuore della sua avventura, si mise a
raccontare subito la storia del cappello, mentre lo faceva saltare e ballare
sulle mani.
Tutti risero del povero prete e
dell'uccellaccio chiuso nel carniere.
Rise anche il cacciatore per
essere in carattere, ma appena poté farlo senza dar sospetto, uscì, salutò i
buoni amici e prese la sua strada, col carniere in ispalla, gli occhi fissi
innanzi, nello spazio infinito, la testa piena di fumo. Il cuore era esultante
e trionfante come chi sente d'essere sfuggito a un duro cimento di morte.
Camminava a passi lunghi,
cadenzati, per la strada in discesa; e ad ogni passo il carniere che batteva
nel fianco mandava un suono armonico di scatola vuota.
Quel suono richiamava un'altra
impressione, sprofondata anch'essa nelle viscere più cieche della memoria.
Quell'urto sonoro e rotto di noci
scosse, richiamava alla mente una sensazione somigliante...
Il cacciatore accelerava ancora
di più il passo nella fiducia che tutto sarebbe scomparso quando fosse stato
fuori della valle.
Camminava a cavallo, per dir
così, della sua idea, non vedendo più in là del passo, e già pensava al modo di
distruggere per sempre quell'orrida prova del suo delitto, cioè se doveva
abbruciarlo, farlo a pezzetti, seppellirlo..., quand'ecco l'abbaiare improvviso
di un cane, che uscì dietro a un casolare, e sorprendendolo in mezzo alle sue
meditazioni, lo faceva trasalire in una maniera spaventosa: tanto che fatto un
salto in mezzo alla via, si tirò come un ragazzo pauroso dietro un mucchio di
sassi. Sul tetto del casolare stavano lavorando alcuni muratori, che vista la
gran paura che il cacciatore aveva dei cani, cominciarono a ridere forte e a
dargli la baia.
- Ehi, cacciatore di formiche ‑
diceva uno.
- Cacciatore di cicale ‑
soggiungeva un altro. Va a caccia dei cani e mena con sé la lepre.
- Ha la pelle d'un coniglio nel
carniere.
Il furioso sangue dei Santafusca
fu lì lì per traboccare, e veramente sarebbe stata poca vendetta per la sua
rabbia una fucilata per ciascuno; ma era un giorno di pazienza e di espiazione.
Avanti dunque... La paura che gli aveva fatto quel maledetto cane col suo
improvviso abbaiare era rimasta come un senso di acuta trafittura tra le
costole a sinistra.
Dopo tre quarti d'ora di buon
viaggio giunse in vista della stazione. Traversando un passaggio della strada
ferrata, chiese al cantoniere se c'era molto tempo alla corsa per Napoli.
‑ Un'ora e mezzo,
cacciatore ‑ disse l'uomo, che stava aggiustando uno scarpino di ragazzo
seduto su un tronco presso il casello, da dove usciva la voce di una donna e il
pianto d'un bimbo.
Un gran silenzio ed una gran pace
regnava intorno a quella casupola, tuffata nel chiaror roseo del tramonto, in
mezzo alla grande solitudine.
‑ Come sono felici questi
pitocchi! ‑ pensò l'ultimo dei Santafusca.
La schietta confidenza con cui
Giorgio della Falda ed il casellante gli avevano parlato, credendolo uno dei
loro, lo aveva avvicinato a un mondo che di solito egli guardava troppo
dall'alto; voglio dire, al mondo dei bisogni semplici e degli affetti semplici
della natura. Solo in questo terreno vergine cresce l'erba della felicità.
‑ Come sono felici questi
pitocchi! ‑ tornò a pensare, mettendosi a sedere sopra il parapetto di un
ponticello, che traversava un torrentaccio, lontano cento passi dalla stazione.
Aveva un'ora e mezzo da far
passare, e poiché il luogo era quasi disabitato, e nessuno lo conosceva, pensò
se non era il momento di nascondere il maledetto cappello in qualche cespuglio,
in modo da farne scomparire la traccia e l'ombra per sempre.
Tirato da questo pensiero, si
lasciò condurre da un sentieruolo verso alcuni boschetti bassi di nocciuoli,
che andavano a finire in una deserta sodaglia, di un aspetto squallido e
vulcanico.
Pareva proprio il regno della
morte. Non una casa, non un'anima viva per quanto girasse l'occhio intorno.
‑ Come sono felici questi
pitocchi! ‑ tornò a ripetere per la terza volta e quasi per una forza
meccanica della glottide, mentre l'occhio ed il pensiero andavano in cerca di
una buca per seppellire ciò che sopravviveva di prete Cirillo.
Dopo aver gironzolato un pezzo,
si pose a sedere sopra un mucchio di pomici, da cui uscivano poche ginestre e per
la prima volta sentì una grande stanchezza alle gambe. Era stata una grande
giornata, e un gran viaggio: ma la vittoria era sua.
E dire che questa visione gli era
venuta in un sogno! Aveva dunque ragione prete Cirillo di credere ai sogni. Se
non fosse stato ridicolo d'ammettere certe ubbìe, c'era quasi da pensare che il
suo prete gli avesse in sogno suggerito il pensiero di andare alla Falda.
Non gli aveva promesso un giorno
prete Cirillo di salvargli l'anima e il corpo? Le anime dei morti non conservano
rancore, e se prete Cirillo poteva dal mondo di là tirare un'anima di questo
mondo al porto della salute, perché non l'avrebbe fatto? Anche lui, il prete,
non era senza peccati e aveva bisogno forse di molto perdonare.
Che cosa sappiamo, in nome di
Dio, delle cose di questo e dell'altro mondo?
In tutto ciò che era accaduto
intorno a lui non era egli quasi trascinato per necessità a credere alla forza
di una pietosa provvidenza, che conduce le cose con una precisione
meravigliosa?
Il sole dalla linea bassa
dell'orizzonte proiettava le ombre degli arbusti sul terreno arsiccio. Un gran
cielo biancastro, troppo pieno di luce, ricopriva il vasto piano per cui si
raggirava il nostro cacciatore in cerca di una buca. Ma non si trovavano buche
già fatte, e quella sodaglia era troppo aperta, perché un uomo potesse scavarne
una senza dare sospetto a qualcheduno. C'era anche troppo cielo di sopra.
Visto un fossatello in cui
stagnava ancora della vecchia acqua piovana, si abbassò con tutta la persona,
trasse il carniere davanti, girò l'occhio intorno... Ma non osò buttar via il
carniere. L'ombra sua ingrandita dal sole cadente era un troppo noioso
testimonio.
Quando si alzò, gli parve
d'essere divenuto grande come un gigante, e temette quasi di dar la testa nella
vòlta del cielo...
Allora pensò che era più sicuro
andare a casa, rinchiudersi nella sua stanza, tagliuzzare e distruggere a poco
a poco questa noiosa reliquia. Si rimise in cammino, tornò sulla strada, fino
al casello, raggiunse la piccola stazione, e quando arrivò il treno, saltò in
un vagone di terza classe, contento di viaggiare coi buoni figli del popolo,
tra cui trovò chi gli parlò a lungo di cani, di beccacce e di allodole. Nella
dimestichezza col popolo, egli perdeva di vista il barone, e sentiva nascere la
compiacenza di essere un cacciatore come se ne danno tanti, reo soltanto d'aver
ucciso della selvaggina; un buon uomo innocente insomma, che in un bicchier di
vino e in una buona pipa mette tutto il problema dell'umana felicità.
Arrivò a Napoli ch'era già buio,
e ripiegò verso i sobborghi coll'idea di giungere al mare in qualche sito
deserto.
Più volte si arrestò preso dalla
tentazione di lasciar cadere carniere e cappello in uno di quei tanti canali di
scolo che escono dalle case del popolo; ma anche qui pensò che poteva essere
ripescato dai ragazzi, che guazzano nelle fogne come le rane nel pantano.
Siccome «u prevete» aveva già
creato a sé una piccola leggenda, bisognava evitare qualunque segno che potesse
guidare la curiosità della gente sulle traccie del delitto. Anche il cappello
aveva oramai la sua piccola leggenda.
«U prevete» l'aveva pagato al
cappellaio con un terno, che uscì tutto; ne aveva parlato tutta la città; tutti
i gìornali vi avevano ricamati sopra i loro commenti: l'oste del «Vesuvio» l'aveva
portato alla Falda in un sacco, poi l'aveva dato a un cacciatore...
Alla Falda l'aneddoto del
cappello doveva ora divertire i buoni avventori dell'osteria del «Vesuvio».
Occorreva dunque la massima prudenza per non richiamare l'attenzione di nessuno
su questo cencio mortuario che aveva in sé tanta forza di vita. Per Dio, pareva
che lo spirito del prete vi si dibattesse dentro con impeti e convulsioni di
uccellaccio agonizzante. Non l'avrebbe seppellito, nemmeno nella sabbia del
mare, dove vanno i ragazzi a cercare nicchi e coralli.
Non si poteva pensare nemmeno a
bruciarlo.
Come si fa un falò in mezzo alla
via? Per il diavolo! era stato meno difficile sbarazzarsi del prete... «U
barone» sentiva che la materia è dura, indistruttibile, mentre un uomo si spegne
come a soffiare sopra una candela. Gli tornarono in mente molti aforismi del
celebre dottor Panterre su questo argomento, mentre camminava nel buio,
gesticolando come un forsennato, tra le ultime case dei pescatori lungo la
marina.
La difficoltà dell'impresa, la
stanchezza del viaggio, il tedio che gli dava quel cappellaccio co' suoi impeti
e col continuo battere sui fianchi in un rumore di noce fessa, tutto ciò misto
alla paura delle ombre finì coll'irritare un uomo che nel buio, nel deserto,
nella quiete profonda della notte sentiva troppo sé stesso.
E si sarebbe forse buttato in
mezzo alla via affranto e nauseato, se, uscendo da un vicoletto, non si fosse
trovato davanti tutto il mare, con una immensa spiaggia aperta e deserta, colla
sua bell'onda grossa e sbuffante, che veniva faticosamente sul lido e qui si
scioglieva fremendo sulla ghiaia in un lieto bisbiglio di spume.
A sinistra Napoli splendeva di
mille lumi; nella notte mandava un ampio bagliore al cielo.
La notte era chiusa, senza vento,
senza stelle, e pareva fatta per un delitto.
Dieci o dodici passi avanti c'era
un piccolo promontorio di neri scogli e di ciottoli che si protendevano
nell'acqua.
«U barone» fu guidato da una mano
invisibile (alla quale cominciava a credere fin troppo) verso gli scogli, e vi
trovò una barcaccia da pesca coi remi dentro, legata a un masso con una catena
e riparata dai flutti. Non c'era intorno anima viva. Entrò nella barca, la
sciolse, prese i remi, e pigliato il momento che l'onda torna indietro, con
quattro colpi si trovò al largo, avvolto nelle fitte tenebre, solo, tra un mare
nero e un cielo nero, dimenticato da tutti, diviso dalla morte da sole quattro
assicelle tarlate.
Egli aveva data una grande
battaglia alla natura, che inutilmente l'aveva fatto inseguire dai suoi
fantasmi. Finalmente l'uomo forte e prudente l'aveva vinta!
Socchiudendo gli occhi, come se
avesse paura di vedere un capo di morto, cacciò le mani nel carniere, sentì il
suo cappello, lo trasse fuori, buttò il carniere nel fondo della barca, con una
cinghia legò il cappello stretto stretto al fucile, e ridendo gelidamente nel
buio, tuffò il fucile nell'acqua, fino alla bocca, compiacendosi di tenerlo un
momento nel pugno per assaporare più lentamente il suo trionfo... poi aprì la
mano.
Il fucile e il cappello,
precipitando senza rumore, si perdettero negli oscuri abissi del mare.
‑ Ecco fatto, prete! ‑
disse a voce alta «u barone» ridestando un piccolo suono nascosto tra gli
scogli. Pareva che il prete rispondesse: amen.
Un'ora dopo sotto un torrente di
poggia «u barone» rientrava in città. Andò a casa difilato, si spogliò degli
abiti da cacciatore, si cacciò nel letto e si addormentò di un sonno greve e
senza pensieri. Ne aveva bisogno. La giornata era stata lunga e piena di
scosse. Si sentiva le ossa fracassate, l'anima affranta: e dormì profondamente
sulla sua vittoria.
La mattina seguente, mentre sua
eccellenza dormiva ancora profondamente sulla sua vittoria, i ragazzi strilloni
correvano per le vie di Napoli a gridare coi foglietti in mano:
‑ «U cappiello du prevete».
- Grande scoperta, il cappello
del prete. –
- «U cappiello du prevete
Cirillo».
‑ A un soldo il cappello
del prete.
La gente, specialmente il
popolino, comperava i foglietti, e innanzi agli acquaioli e ai caffeucci si formavano
dei crocchi. Uno leggeva e gli altri ascoltavano, e tutti ripetevano poi la
storia del cappello arrivato a Filippino dentro una scatola, con quella
naturale immaginazione della gente fantastica, che quando trova un bel caso
vero, cerca di consolarsi in qualche maniera del dispiacere di non averlo
inventato.
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