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‑ O Marinella, lume di
stella, candida e bella, o navicella...
«U barone», come si vede, era in
vena di poetare.
Il vin del Reno, sangue di Muse,
aveva riscaldata la sua fantasia. Quando un uomo siede da due ore a tavola in
buona compagnia con quattro bicchieri di cristallo davanti, e due belle ragazze
ai fianchi, si capisce come possa diventare un pochino poeta.
‑ A te, Usilli, canta
Lellina.
‑ Grassa e piccina...
‑ Fior di farina...
‑ O barchettina...
‑ Stupidissime barbe! ‑
gridava Lellina, versando un calice di buon vino di Siracusa nella schiena del marchese
Carlo Emanuele Lodovico di Spiano cavaliere di Malta.
«U barone» sull'aria del Sabba
classico del «Mefistofele» ripigliò il suo ritornello:
‑ O Maddalena, la pancia è
piena, canta, sirena...
La villetta della «Favorita»,
posta quasi a picco sul mare, era un panierino di legno traforato in mezzo a un
boschetto di lauri e aranci.
Vico di Spiano, che da qualche
tempo era in rialzo di fortuna, l'aveva acquistata per farne un regalo
provvisorio a Lellina, una gattina piena di capricci e di pretensioni. Oggi
convitava i buoni amici «sans façons» a un lunch di famiglia, e prometteva di
fare qualche cosa di più, se «Andreina» vinceva un premio alle prossime corse.
«Andreina» era una cavalla.
Lellina era una gattina.
‑ Fior di farina!
‑ Canta Lellina.
‑ O barchettina.
‑ Candida e bella.
‑ O Marinella.
‑ La pancia è piena.
‑ Canta, sirena.
Usilli aveva portato un cesto di
bottiglie di Sciampagna, marca garantita, cinquanta lire alla bottiglia, che
egli aveva comperato da un capo scudiero del duca di Sassonia, il quale era
venuto a passare l'inverno (lo scudiero non il duca) in una villa di
Mergellina. Il vino era Sciampagna genuino come si serve alle tavole dei
principi, e molto probabilmente lo scudiero l'aveva rubato al suo padrone.
‑ Vino rubato è vino già pagato.
I turaccioli scapparono dalle
bocche d'argento come palle di lucide mitragliatrici, e saltarono in mare.
Un'onda bionda e spumosa come i capelli di Marinella riempì le coppe, i piatti,
traboccò, spruzzò i seni delle ragazze che si tuffarono gridando in quel dolce
lavacro fremente, mentre «u barone», più alticcio degli altri, diceva di
celebrare la santa messa.
Per quanto ei fosse venuto con
tutte le buone intenzioni di non chiacchierar troppo e di custodirsi sempre
cogli occhi, non poteva impedire al Reno e allo Sciampagna di dire anche le
loro ragioni. Lieto ed ebbro di una falsa ilarità, guardando attraverso il
bicchiere si rallegrava di non vedervi nulla, nemmeno un puntino nero.
Dall'alto terrazzo della villa
l'occhio poteva scorrere su tutta la superficie del mare di sotto, che fa da
ampio piatto azzurro alla tazza azzurra del firmamento. Nel gran tremolìo
fosforescente delle ondine al sole palpitava l'immensa vita della natura,
quella vita che «u barone» sentiva in sé, mentre stringeva Marinella nelle
braccia.
Chi avrebbe pescato in quel gran
mare di seicento leghe un cappelluccio di prete?
‑ Tu mi hai promesso cento
volte di condurmi a Santafusca; ma sei un barone d'un barone disse Marinella.
‑ L'ho venduta.
‑ L'hai venduta al prete?-
chiese Vico di Spiano.
‑ Quale prete?
‑ Quello dell'ipoteca.
‑ Si l'ho venduta
all'arcivescovo.
‑ Oh! a proposito di prete ‑
disse la Marinella. ‑ Avete letto il Piccolo di ieri sera? L'hanno
trovato il prete.
‑ Che prete? ‑
domandò sbadatamente «u barone».
‑ Quello del cappello. Non
hai letto il Piccolo?
‑ Va, pazzerella, io ti
comprerò una villa più bella di questa ‑disse il barone che intendeva a
mezzo.
‑ Oh guarda lassù
quell'uccellaccio! ‑ gridarono le donne, segnando colla mano un punto
alto del cielo.
- È un'aquila.
- È un airone.
- È una gru.
Nel punto più chiaro del cielo
volgevasi un coso nero, un uccellaccio di mare. «U barone», che mal si reggeva
sulle gambe, ridendo sgangheratamente disse:
‑ È il cappello del prete.
E rimase un istante col dito verso
il cielo in atto di sfida.
Non so dire come fosse venuto
sulla tavola il Piccolo.
«U barone», che aveva già le
vertigini, accese un grosso avana, spinse una poltrona sul terrazzo, vi si
sdraiò, distendendo le gambe, e aprì il giornale, mentre mandava grossi buffi
di fumo al Padre Eterno.
Nel bel mezzo della pagina a
grossi caratteri vide stampato:
IL CAPPELLO DEL PRETE
Lo vide bene e non mostrò
meraviglia. Gli pareva un fatto così sciocco e comune, che non valeva quasi la
pena di occuparsene. Lesse solo per curiosità le prime righe, e per un
giramento del capo gli si mescolarono le parole in una broda nera e sanguigna.
Un resto di ragione,
sopravvissuta al bagordo, cercò di richiamare l'attenzione dispersa sulle cose
inchiodate dalle parole sulla carta: ma il cervello era pieno di fumo. Il vino,
il pasticcio d'oca, la torta, l'aragosta che egli aveva mangiato, fecero ad un
tratto come una macina da molino sulla bocca dello stomaco.
«U barone» si sentiva schiacciato
in mezzo al petto, mentre la testa si squagliava, volava. Al disotto del gran
fumo usciva tratto tratto la grossa scritta nera, segnata da altre righe nere
in cui spiccava il nome di prete Cirillo, il cappello, il cappellaio,
Santafusca, la scatola...
Non ne capiva il senso, ma un
atomo di coscienza restava come infilzato su uno spillo a soffrire atrocemente
di tutto quel diavolìo di geroglifici. Soffiava grossi sbuffi di fumo, ansando,
sudando d'un sudor freddo che gl'imperlava la fronte divenuta pallida e fredda.
Le ragazze intanto distese sulle
sedie ripetevano in un coro sguaiato la bella canzone:
‑ Fior di farina.
‑ O barchettina.
‑ Candida e bella.
‑ O Marinella.
E non poter leggere!... quale
maledizione non poter capire come c'entrasse quella scatola e il cappellaio.
Dopo un grande e faticoso sforzo
di mente una volta riuscì a decifrare questa frase:
«La cosa è ora nelle mani dei
procuratore del re.»
Era un sogno d'ubbriaco? Girava
gli occhi verso la sala da pranzo, e riconosceva il luogo, gli amici, le donne
sdraiate e seminude, che fumavano le loro sigarette. Girava gli occhi
dall'altra parte e vedeva il bagliore azzurro e tremolante del mare infinito,
dov'era andato a precipitare il suo segreto. Provava a scuotere il foglio
bianco e nero che teneva in mano. Lo sentiva stridere, cantare, e la scritta
maiuscola pareva diventata ancor più grande; così:
IL CAPPELLO DEL PRETE
Certo era un sogno, un delirio,
un incubo del vino e del pasticcio d'oca.
Non erano insomma che sensazioni.
Si voltò verso le ragazze e disse
ridendo:
‑ Stupidissime barbe...
Sentiva nel modo stesso che egli
faceva a ridere, di essere ubbriaco. Lo sentiva dal peso stesso delle sue
scarpe che parevano diventate di piombo. Badasse per carità a custodirsi, a non
tradirsi. Riprese la lettura.
Quello stupido foglio nominava
anche lui insieme a don Antonio. Vedi il sogno? vedi la stravaganza! vedi il
romanzo di Saverio Montépin!
Ecco che cosa diceva il Piccolo:
«Tutti i nostri lettori si
ricorderanno certamente di prete Cirillo, del quale abbiamo parlato in occasione
di una straordinaria vincita al lotto fatta da un cappellaio di Napoli. Abbiamo
detto, in quella circostanza, che il prete aveva lasciata la città e nessuno
non seppe più nulla dei fatti suoi. Già si cominciava a dubitare che gli fosse
capitato una brutta avventura, ed ecco ora un fatto curioso che conferma quei
brutti sospetti.
«‑ Che? ‑ voi direte,
‑ s'è trovato il suo cadavere?
«‑ No.
«‑ Si è scoperta una
congiura
«‑ No.
«‑ S'è arrestato
l'assassino?
«‑ Nemmeno. Si è
semplicemente trovato il suo cappello.
«Un cappello? ma che faccenda è
questa! Pare una favola delle Mille ed una notte e non è che la verità».
Il giornale, dopo aver raccontato
il fatto, riportandolo dal Popolo Cattolico senza citarlo, concludeva:
«Abbiamo mandato uno dei nostri
reporter a Santafusca a raccogliere dei particolari, e terremo informati i
nostri lettori di tutta questa bizzarra e non semplice faccenda».
A poco a poco, «u barone» aveva
potuto decifrare il senso di queste parole, e in mezzo alle fiamme e al fumo
della sua ubbriachezza gli apparì chiaramente il pensiero del suo pericolo. Una
forza più potente della ragione e del caso si pigliava burla di lui. Sentì un
fiotto di sangue montare precipitosamente alla testa seguito da un fiotto di
bile che gli fece amara la bocca. Diventando ad un tratto frenetico, lacerò
rabbiosamente il foglio, se lo cacciò in bocca, lo morse, urtò e ruppe i vetri
della finestra e andò a rotolare, ruggendo come una bestia feroce, sotto la
tavola. Ne nacque un tremendo scompiglio. La ragazze spaventate, strillando
come aquile, fuggirono di qua e di là, mentre i servi accorsi al rumore e alle
chiamate, aiutavano a portar via il barone ubbriaco, duro e stecchito come un
epilettico.
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