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Il barone non ebbe quasi tempo di
afferrare queste parole che:
‑ Eccolo, eccolo! ‑
gridarono molte voci, e vide l'Usilli, di Spiano, in compagnia di altri
signori, che entravano dietro di lui e che gli andarono incontro per avere
notizie della sua preziosa salute.
‑ Ebbene, come ti senti?
che cos'è stato?
‑ Effetto di aragosta?
‑ Effetto del vostro
scelleratissimo Sciampagna ‑ disse il barone, stringendo la mano a questo
e a quello.
‑ Non capite? ‑ disse
l'Usilli, ‑ l'aragosta si trovò a nuotare in un elemento che non era il
suo e fece una rivoluzione.
‑ Mi rincresce, caro
marchese, ma pagherò i vetri e lo scandalo.
‑ Non ti sei fatto troppo
male?
‑ Qualche scalfittura. Sai,
noi siamo pachidermi...
Il barone cercava di ridere
rumorosamente, ma rideva più coi denti che col cuore.
‑ Conte, ‑ disse di
Spiano, volgendosi a uno dei presenti ‑ ho l'onore di presentarvi il
barone Coriolano di Santafusca, mio vecchio amico e vecchio patriota; e a te,
amico, presento il conte Ignazi di Roma, che ha portato il suo famoso «Lazio».
‑ Che vinse il «derby» di
Roma di quest'autunno?
‑ Precisamente...
‑ E questi è il conte
Stagni di Urbino, già nostro ospite da qualche giorno.
‑ Ho piacere... grazie!
‑ Onor mio!
I bravi signori si strinsero la
mano e si lodarono un pezzo a vicenda, come fanno di solito. Il conte Stagni
credette di riconoscere il barone per averlo veduto un venti giorni prima a una
piccola stazione presso Napoli.
- Sarà benissimo, ‑ disse
con freddezza Santafusca.
- Tornavo da una gita a Pompei e
richiamò la mia attenzione un signore che correva verso la stazione per non
perdere il treno...
‑ Ella è buon fisionimista ‑
tornò a dire il barone, che in mezzo a tutti questi discorsi andava ripetendo
mentalmente la frase udita in anticamera: «Hanno arrestato l'assassino del
prete!».
‑ Tu fai colazione con noi,
barone.
- Volontieri; do prima
un'occhiata ai giornali.
- Giusto, a proposito, ‑
gridò l'Usilli ‑ Santafusca sta per diventare famosa. Hanno scoperto
l'assassino dei prete.
- Che assassino?! ‑ dimandò
quasi con villania il barone.
- Leggi, c'è tutta l'intera ed
esatta spiegazione. Io sono un dilettante di processi celebri, e se non fossi
nato conte, avrei fatto il commissario di polizia.
Tutti risero a questa grossa
sentenza, mentre il barone correva nella vicina sala di lettura, dove stavano
sopra una tavola tutti i giornali della sera e dei mattino. Ne fece passare
molti con tremito nervoso nelle mani (per fortuna era solo) finché ne trovò uno
che portava la grossa scritta:
ANCORA DI PRETE CIRILLO
«Siamo costretti ‑ diceva
il foglio ‑ a tornare su questo argomento, perché le nostre informazioni
segrete ci persuadono che la leggenda di prete Cirillo resterà famosa negli
annali giudiziari.
«Sebbene per ora la giustizia sia
d'una gelosa e quasi monacale riservatezza, si sa che per un buon reporter ogni
uscio ha la sua chiave.
«Perciò siamo in grado di dare
qualche primizia intanto che il processo è nelle mani di quel zelante e bravo
giudice istruttore che è il cavaliere Martellini, lustro del foro napoletano,
non che grande scacchista e adoratore del gentil sesso.
«Abbiamo già detto come sulle
traccie del cappello del prete, scoperto nei dintorni di Santafusca e mandato a
Napoli in una scatola, fosse stato interrogato il parroco di quella terra, e
come dietro le deposizioni del reverendo, la giustizia avesse sguinzagliato i
suoi cagnotti ‑ la frase è d'obbligo ‑ sulle traccie dei colpevoli.
«Le mani furono subito poste
sopra un certo Giorgio, un oste che sta alla Falda, all'insegna del «Vesuvio»,
il quale (l'oste, non il Vesuvio) sarebbe stato trovato in possesso d'un
cappello, ma viceversa poi non era il cappello di prete Cirillo... Anzi il
cappello sarebbe stato consegnato, secondo le deposizioni dell'oste, a un
misterioso cacciatore (qui comincia il fantastico) che in un certo giorno si
sarebbe presentato a ritirare il falso cappello del prete a nome di don Antonio
parroco di Santafusca.
«Che esista un cacciatore
interessato in questa faccenda, oltre alla testimonianza dell'oste, c'è quella
di alcuni contadini e di alcuni muratori. Ma nessuno sa dire chi sia il
misterioso cacciatore, da dove sia uscito, dove sia andato a finire.
«Ma la giustizia che ha le gambe
lunghe, mercé l'opera zelante del cavaliere Martellini, non dispera ed è già
sulle traccie del cacciatore, che se fosse anche una lepre, non tarderà a
cadere nella trappola.
«Il lato curioso del cappello è
questo: che mentre prima si aveva un cappello, pare che adesso se ne abbiano
due.
«Insomma un cappello di più e un
prete di meno!
«Inutile dire che il fatto
interessa il buon popolo della partenopea città, e che le donnicciuole hanno
giuocato il terno: prete, cappello, cacciatore (vedi «Cabala» e la «Sibilla
Cumana») e può essere che, vivo o morto, l'ultimo dei negromanti faccia un
altro salasso alla cassa dell'erario».
Il giornale era il vecchio
Omnibus, e l'articolo firmato Cecere, che pareva per il momento uno scrittore
spiritoso.
‑ Noi potremo combinare una
scommessa collettiva sopra «Andreina», se ci sta anche Santafusca.
‑ A fare? ‑ esclamò,
trasalendo, il barone, vedendo entrare della gente: e cercò di nascondere il
foglio tra gli altri giornali che erano sulla tavola.
‑ Si tratta di sostenere
«Andreina» contro «Lazio», Napoli contro Roma, il Sebeto contro il Tevere, e tu
sei troppo fortunato, Santa, per non arrischiare qualche migliaio di lire.
‑ A fare? ‑ tornò a
dimandare «u barone» che era rimasto colla mano sul foglio e cogli occhi
smarriti nel vuoto.
‑ Usilli! ‑ chiamò di
Spiano nell'altra sala.
Il barone rimase col conte
Ignazi, che avviò un discorso di cortesia.
‑ Voi dovreste venire una
volta, barone, alla caccia della volpe nella campagna romana.
‑ Sì.
‑ Siete cacciatore, barone?
‑ Io?
‑ C'è molta passione di
sport in queste provincie?
‑ Che!
‑ Noi romani molto. Sapete,
«noblesse oblige».
‑ Lo credo.
Rientrò a tempo l'Usilli, che
colla sua elettrica mobilità trasse l'uno e l'altro in una sala vicina, dove di
Spiano stava persuadendo alcuni amici del club a scommettere per «Andreina».
Erano tutti infervorati nella discussione.
Parlavano tutti insieme di «turf», di pista, di bel tempo, di «pesage», di
razze, di cavalle, di belle donne, col fuoco che destano nei signori le
questioni inconcludenti.
La maggior parte erano giovani,
ambiziosi, avidi di gloria e di piaceri. Chi sedeva sulla tavola, chi sulla
sponda del canapè, chi a cavalcioni delle sedie. V’erano anche degli ufficiali
nelle splendide divise e un acuto profumo di sigarette rendeva l'aria ancor più
calda e mordente.
«U barone» seduto in mezzo e
quasi dimenticato fra tanti giovani illustri, venuti da tutte le parti d'Italia
a rappresentare il fasto della patria aristocrazia, ebbe un momento di
raccoglimento e di riposo e poté abbandonarsi un minuto al suo pensiero.
Sentiva di avere ormai esaurite
tutte le sue forze attive e che troppo disuguale era la lotta tra un vivo e un
morto.
Il prete era più forte di lui.
Ammazzato, sepolto, schiacciato
da una grossa pietra e da un mucchio di mattoni e di sabbia, «u prevete» aveva
cacciato fuori prima il suo cappello. Inutilmente egli aveva tentato di
affogare anche il cappello in fondo al mare; «u prevete» aveva la mano lunga.
Per Dio! se non basta uccidere un
uomo con due tremende mazzolate sulla nuca; se non basta tutto il mare
Mediterraneo a coprire un segreto; se uccidere un uomo significa farlo vivere
più di prima; se nasconderlo in una cisterna vuol dire fare in modo che egli
occupi di sé tutta una città, tutta la stampa, la magistratura, il telegrafo,
le botteghe dei barbieri, i botteghini del lotto: se tutto ciò accade nel
mondo, per Dio! è segno che la ragione non è ragione, il verosimile non è vero,
ma tutto è vero, specialmente l'impossibile, anzi l'assurdo, il tutto è niente,
e il niente è tutto...
Una grande risata accolse queste
conclusioni filosofiche del barone di Santafusca: cioè, parve a lui che gli
amici ridessero della sua minchioneria. Egli cominciava a odiare quei
fastidiosi eleganti: e aveva torto.
L'Usilli raccontava degli
aneddoti galanti con tanta felicità di spirito, che avrebbe fatto ridere le finestre.
Irritato da questa grossa ilarità, Santa, con atto d'uomo offeso si alzò, uscì
di sala e senza salutare nessuno abbandonò il circolo, scese a precipizio le
scale e corse un tratto verso il palazzo di giustizia, colla intenzione di
parlare al cavaliere Martellini, ch'egli conosceva benissimo, per essersi
trovato più volte con lui al club degli Scacchi, dove l'egregio magistrato
faceva testo di lingua.
Strada facendo, gli parve che i
monelli vendessero più giornali del solito. Molti cocchieri delle vetture
pubbliche avevano in mano un foglio e leggevano a parer suo la storia del prete
e del cacciatore.
E mentre pensava anche lui a
questo strano cacciatore, gli parve improvvisamente di ravvisarlo al di là
d'una lucida vetrina di pasticciere. Si arrestò come se un abisso si fosse
improvvisamente aperto innanzi ai suoi piedi; e stette un momento a guardare
l'immagine sua con un occhio atterrito.
Per quanto egli avesse mutato di
panni, la faccia del famoso cacciatore doveva essere rimasta impressa nella
mente di Giorgio della Falda e degli altri contadini, specialmente l'occhio
lucente e vivo e la barba intera di un nero di carbone. Se ne ricordava fin il
conte Stagni! Se il cavaliere Martellini lo avesse messo di fronte
all'accusato, era impossibile che questi non avesse a riconoscerlo. Se anche il
barone avesse mentito fino allo spergiuro, era già troppo, al punto in cui si
era arrivati, non che il sospetto, il suscitare l'ombra di un mezzo sospetto.
Come fare? Egli non poteva tòr
via l'occhio da quella figura di là oltre i vetri che si accompagnava con lui.
Il caso o un segreto istinto lo condusse davanti alla bottega del Granella.
L'occasione favorì anche questa
volta i progetti del nobile sportman. Il figurino della moda venuto
d'Inghilterra portava quest'anno come il non plus ultra dell'eleganza in
materia di corse e di sport, una giubba rossa, stretta alla vita, stivali alla
scudiera, calzoni chiari, e barba tagliata alla «derby», con due brevi basette
o spazzolette sulle guancie, rasato e pulito il resto della faccia.
Granella, che era sempre al
corrente dell'ultima parola della scienza, non ebbe bisogno di consigli per
rendere il barone di Santafusca il più inglese dei napoletani.
‑ Anche il principe
d'Ottaiano ha sacrificato per le corse di domani la sua bella barba alla
«palmerston». È in queste cose che si conosce il vero sportman. Chi non sa
sacrificare qualche cosa all'eleganza e alla moda non sa sacrificare nulla alla
bellezza e all'amore. Voilà, monsieur»... se il barone di Santafusca riporterà
domani più d'un trionfo, il merito sarà un poco del suo «herdresser».
Il barone rise a sentir Granella
parlare inglese. Contemplandosi nello specchio, si rallegrò in cuor suo di
essere ringiovanito tanto. Il cacciatore era morto nelle mani del primo
«herdresser» della città. Giorgio della Falda non avrebbe più riconosciuto
nell'elegante sportman il nipote del curato di Santafusca.
Ciò cominciò a tranquillare un
poco il suo cuore, e volendo interrogare l'opinione pubblica, come l'altra
volta, facendo cantare il Granella, domandò con fare di noncuranza, mentre si
accomodava la cravatta innanzi allo specchio:
‑ Ebbene, e questo prete?
‑ Quale?
‑ Quel dei terno, l'hanno
trovato?
‑ È una matassa imbrogliata
e io credo che la signora giustizia questa volta batta una strada falsa.
‑ Perché?
‑ Perché mentre crede di
aver nelle mani il colpevole, lascia al colpevole tutto il tempo di mettersi al
sicuro.
‑ Cioè...
‑ Non per vantarmi,
eccellenza, ma siccome ho l'onore di servire anche il cavaliere Martellini che
ha in mano l'istruttoria, così posso sapere qualche cosa che i giornali non
sono in grado di sapere.
‑ Oh! oh! ‑ esclamò
«u barone» che ritto davanti allo specchio, disfaceva per la seconda volta il
nodo della sua cravatta.
‑ Ne discorriamo qualche volta
insieme, io e il cavaliere, che è un uomo fino, alla mano... che sa il conto
suo, non nego: ma alle volte vede di più una formica in cima a un palo che non
un elefante.
‑ Ah! ah! ebbene?
sentiamo...
‑ Il prete, non quel morto,
il vivo avrebbe deposto: primo, che egli non ha mandato mai nessun cacciatore
alla Falda a riscattar cappelli; secondo, che non ha parenti, e tanto meno
nipoti che facciano il cacciatore; terzo, che il cappello mandato da lui a
Filippino era nuovo, mentre il suo era vecchio e usato, e che per conseguenza
il povero diavolo arrestato sotto l'accusa di aver ammazzato «u prevete» non
avrebbe nemmeno toccato il suo cappello. E intanto, un po' per le lungaggini,
un po' per le ciarle dei giornalisti, il cacciatore piglia il largo, e addio
suonatori.
‑ Tu credi proprio che...
il cacciatore sia il reo...
‑ Non ho più un dubbio,
come non dubito che vostra eccellenza sarà dimani il più elegante cavaliere di
Napoli. Ci son troppi testimoni che l'hanno veduto. Anche un cantoniere della
ferrovia asserisce che è passato il giorno tale, ora tale, che ha preso il
treno di Napoli, che aveva un carniere al collo, e si sa d'altra parte che nel
carniere c'era il cappello del prete... Dunque costui aveva tutto l'interesse a
far scomparire il cappello del prete, che un caso, cioè la vincita del famoso
terno, aveva reso a un tratto celebre in tutto il mondo. Il diavolo aiuta, sì,
ma fino a un certo punto i suoi figliuoli...
‑ Basta, staremo a vedere ‑
disse «u barone» che cominciava a soffrire di quelle ciarle. ‑ Prevedo
che sarò seccato anch'io per conto di Santafusca. Non vorrei che fossi chiamato
dimani.
‑ Non conosce per caso il
cavaliere Martellini?
‑ Molto bene. Ci troviamo
qualche volta al club degli Scacchi.
‑ Potrebbe scrivergli un
biglietto.
‑ Tu mi suggerisci una
buona idea: sei degno di fare l'avvocato.
‑ Sento che sarei riuscito.
Vuol fuoco?
Granella offrì un fiammifero e lo
tenne alto finché il barone ebbe acceso il sigaro. Poi corse a ritirare la
tenda, e facendo schioccare una salvietta come un frustino, esclamò nel suo
inglese di Napoli:
‑ «Got bai».
‑ Una buona idea veramente!
‑ tornò a dire tra sé il barone che ripassando davanti alle botteghe, si
consolava di non rivedere più il cacciatore di prima.
La speranza tornava a rinascere
per la terza volta e le sensazioni paurose tornavano a cedere il posto alle
riflessioni chiare e positive. Anche questa volta si era impaurito per
un'ombra.
Se il vero colpevole era il
cacciatore, che cosa doveva temere ora il barone di Santafusca? L'opinione di Granella
era l'opinione universale, e quella forse del signor giudice istruttore. 1
testimoni concordavano nell'aggravare la responsabilità di questo povero
cacciatore, che oggi non aveva proprio nulla a che fare col più elegante
cavaliere di Napoli.
Tratto dall'evidenza di queste
ragioni, e in certi momenti credendo forse egli stesso al mitico cacciatore più
che non fosse necessario, entrò in un caffè, e sopra un suo biglietto di visita
‑ con tanto di corona ‑ scrisse al cavaliere Martellini queste
righe:
«Caro e amabile cavaliere,
«Leggo ora che nel processo del
cappello è implicata Santafusca. Il segretario comunale mi ha scritto che fu
violata la santità del mio domicilio. Preparo forti proteste, ma perdonerò
facilmente al cavaliere Martellini, se non mi citerà tra i testimoni il giorno
delle corse. Se poi mi risparmia del tutto l'incomodo, piglierò volentieri il
treno di Parigi. Però sempre pronto all'obbedienza ‑ come don Abbondio».
Il cavaliere Martellini, che
conosceva ciò che si chiama il vivere del mondo e che nelle buone grazie dei
signori nuotava come una tinca in un'acqua chiara, si affrettò a rispondere
come segue:
«Eccellenza,
«Se fu violato il santo, faremo
sacrificii di propiziazione. In quanto al sentir V. S. Illustrissima, spero che
non sarà necessario, perché il processo manca di fondamento e si finirà con un
non farsi luogo. Ad ogni modo, ho troppo desiderio di assistere anch'io alle
corse per fare a me stesso il tiro di seder pro tribunali e di citar lei,
mentre Andreina batterà di due teste quel povero Lazio. Ogni buon napoletano
deve credere oggi in Andreina... ‑ For ever!».
‑ Bene, bene! ‑ disse
il barone, che non si curò nemmeno di leggere i giornali della sera.
Infine si meravigliò egli stesso
di sentirsi così sicuro e sollevato.
Un gran peso cadeva dalla sua
coscienza sulla coscienza di un altro lui, uscito da lui, ombra pietosa che
s'intrometteva tra la vittima e il suo assassino. In questo buon cacciatore
bisognava credere quasi per riconoscenza.
E a volte ci credeva proprio sinceramente,
come se la sua personalità si sdoppiasse, come il fanciulletto crede
all'esistenza reale dell'ombra che giuoca con lui. Era tratto a parlarne
volentieri, nella speranza che, parlandone, fosse un mezzo di dare all'ombra
una maggiore e reale consistenza.
Così credeva di aiutare
l'opinione pubblica ad allontanarsi dal vero e a concentrare sopra un essere
impalpabile tutta la responsabilità della nefanda azione.
Questa fu la sua grande
preoccupazione per tutto il giorno che precedette le corse.
Dovunque si trovasse, o al club o
al caffè, o sul «turf», dovunque insomma si poteva tirare il discorso sul
processo del giorno, egli esponeva le sue idee con un calore e una chiarezza
singolare, con una insistenza quasi noiosa, finché l'Usilli gli disse una
volta:
‑ O senti, mi hai quasi
rotta la testa con questo cappello!
Essendo associato con Usilli, di
Spiano e molti altri cavalieri una partita comune, in cui molte scommesse erano
in giuoco, dovette correre tutta la sera e tutta la mattina, ora a cavallo, ora
in carrozza, ora dal sarto che non aveva ancora pronta la giubba rossa, ora
alla cavallerizza, ora presso alcune signore della aristocrazia, per gli
opportuni accordi.
In tutto questo lieto
affaccendamento egli ritrovava l'animo, il brio, la grazia, l'eleganza dei suoi
trent'anni. Il cavaliere Martellini non avrebbe mai immaginato il bene che
aveva fatto a un'anima dei purgatorio. Fin la principessa di Palàndes, che non
lo vedeva da un pezzo, trovò Santafusca ringiovanito di dieci anni.
Era ancora una bellissima donna
questa famosa principessa, in cui si fondevano due vecchie schiatte
italo‑spagnuole. Rimasta vedova ancor giovane, non
andava ancora oltre i trent'anni, e la sua bellezza rifioriva di tutto il pieno
sviluppo della seconda età, che nelle vaghe donne è di solito una edizione
riveduta, aumentata e migliorata. La principessa si lasciava far la corte
volentieri (non aveva altro da fare) e con lei trionfava facilmente l'impresa
dell'«audaces fortuna juvat». Il barone ‑ l'abbiam visto ‑ non
mancava d'iniziativa, e seppe tanto bene presentarsi e ne disse in pochi minuti
di così curiose, che la principessa lo volle per suo cavaliere.
‑ Verrò a prendervi colla
carrozza, principessa.
‑ E perché non a cavallo?
‑ Se vi piace, andiamo pure
a cavallo, facendo suonare gli speroni.
‑ Voi sarete il mio
cavalier terribile.
‑ Perché terribile,
principessa?
‑ Così, perché avete una
faccia da brigante che mi piace.
Poi la principessa, ridendo, con
tutta la sua bella voce, soggiunse: ‑ È vero che un vostro antenato morì
appiccato?
‑ Brigante sì, principessa,
appiccato no. I Santafusca non si lasciano appiccare. A dimani.
‑ Venite presto.
Il barone partì quasi innamorato
della bella vedova, e questo pensiero nuovo e ridente s'intrecciò come un filo
d'oro alla trama lacera ed oscura della sua povera vita.
Il giorno dopo, sul mezzodì, nel
suo magnifico costume di panno rosso, con una lunga penna di gallo silvestre in
un berretto di velluto, «u barone», a fianco della bellissima amazzone, usciva
a cavallo verso il campo delle corse.
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