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LA GIORNATA non avrebbe potuto
essere più splendida. Grande fu il concorso delle carrozze, dei «foor‑in‑hand»,
dei «tilbury», dei «coupés», dei «breaks», delle belle signore, e forte il
numero delle scommesse.
I «bookmakers» fecero splendidi
affari, e più di duecentomila lire girarono in poche ore sul campo del «turf».
«Andreina» battè d'una lunghezza
«Lazio», il grande favorito del futuro «derby», e diede la vittoria alle
scuderie napoletane, di cui era presidente il marchese di Spiano.
Indescrivibile fu l'entusiasmo in
tutti quei bravi signori, e gli applausi, le carezze, i baci accolsero la bella
cavalla, a cui le signore gettarono i loro mazzetti di fiori.
Il popolo accorso, se non si
commosse per un trionfo che lo riguardava poco, non tralasciò tuttavia dal
gridare; e i rivenditori di acque cedrate e fresche, di aranci, di cocomeri e
di ventagli giapponesi fecero anch'essi dei grassi affari.
Quando cominciò il ritorno,
nessuna penna potrebbe dare un'idea del movimento, del brio, del bisbiglio, del
visibilio dei colori, del correre, del gridare, dell'allegria sfolgorante in
quell'aria piena di sole e di azzurro.
Era un chiamarsi, un salutarsi dall'alto
delle carrozze, un rincorrersi di cavalli e di pedoni, una miscela di livree,
di piume, di giubbe rosse e bigie, di ventagli, di parasoli scarlatti, di
strascichi, di veli svolazzanti; uno scintillamento insomma di brillanti e di
occhi di fate.
«U barone», rinnovato e
trasformato, aveva fatto una corte spietata alla principessa, che intendeva
giocare di capriccio e mirava, coll'accettare l'adorazione di Santafusca, a
vendicarsi di un segreto tradimento.
Santafusca prese i sorrisi della
bella donna nel miglior senso. Era sempre stato il suo sistema di non cercare
mai alle donne più di quanto vogliono dare: e in fondo s'era sempre trovato
contentissimo.
L'aria, la luce, il calore delle
scommesse, le ansie delle corse, tanta gente, tante belle signore richiamarono
tutte le forze vive dell'uomo nato per godere la vita in tutta la sua ampiezza,
senza reticenze e senza penitenze.
‑ Eccellenza, eccellenza...
vede che non l'abbiamo disturbata.
Così gridò la voce del cavaliere
Martellini, che dall'alto di un «break» signorile cercava di conciliare in
mezzo a un paniere di belle signore la rigida severità del giudice,
coll'amabile cortesia dell'uomo di mondo. Questo si chiama scrivere la propria
vita un po' coll'inchiostro, un po' col rosolio; e pochi uomini erano in
quest'arte più sapienti del cavaliere.
‑ Grazie, grazie!... ‑
gli gridò dietro il barone agitando la mano in aria.
‑ Non mi ringrazi troppo,
perché sono capace di farlo arrestare... colla bella complice ‑ esclamò
il cavaliere parlando nelle mani come dentro una trombetta.
‑ Faccia pure; non mi
opporrò alla forca...
Grandi risa risuonarono sull'alto
del «break», che scomparve in mezzo a un nuvolone di polvere.
‑ Perché vuole arrestarvi,
barone? ‑ chiese la bella amazzone che cavalcava al suo fianco.
‑ È ancora la storia di
quel processo.
‑ È proprio vero che fu
assassinato un prete a Santafusca? Me ne parlava ieri sera il conte Villi. Che
brutta storia! fu trovato l'assassino?
‑ Ci sono dei sospetti... ‑
rispose il barone guardando in aria.
‑ Qui non è il caso di dire
«cherchez la femme»
‑ No, piuttosto «cherchez
le chasseur».
‑ Siete proprio persuaso
che il colpevole sia questo mitico «Freischutz»?
‑ Sì, come sono persuaso
che vi amo.
‑ Ci avete pensato tre
giorni per dirmelo.
‑ È un amore con aggravante
di premeditazione...
La bella principessa
italo‑spagnuola sorrise adorabilmente. «U barone» fe'
sentire gli sproni al cavallo, e tutti e due, che erano usciti alquanto dalla
folla, si slanciarono a un trotto vivo, spronandosi a vicenda cogli sguardi.
Un vivo e gagliardo fiotto di
sangue nuovo rianimò un uomo che stava per invecchiare nel suoi pensieri. Il
sole, un buon cavallo e l'amore sono tali beni, che la vita non può godere di
più.
La vita dell'uomo libero, padrone
della sua salute e del suo denaro, e il paradiso terrestre perduto dal vecchio
Adamo. Che importa, a chi possiede Eva e il paradiso terrestre, ogni altro
paradiso fabbricato sulle nuvole? «U barone» lasciava volentieri questo
paradiso sopra le tegole ai poveri di spirito.
Una chiara e vigorosa coscienza
della sua forza lo fece pronto a sostenere l'ultima battaglia. Accompagnò a
casa la stupenda amazzone, che nel dirgli «a rivederci» gli lasciò nel palmo
della mano una grande promessa, e raggiunse di Spiano e l'Usilli alle scuderie.
‑ Dunque una grande
vittoria, Santa... ‑ gridarono gli amici.
‑ Se saranno denari, li
piglieremo ‑ rispose il barone.
La fortuna seguitava ad aiutarlo.
Tra scommesse grosse e piccole aveva vinto ancora venti o trentamila lire.
Quest'abbondanza di denaro non faceva ormai più effetto ad un uomo che per
quindicimila lire aveva dovuto ammazzare un prete. Sottentrava quasi in lui la
convinzione che non gli poteva mancar più, che ne avrebbe trovato, dappertutto,
solamente a grattare la terra. Vinceva e spendeva senza contare, come se il
tesoro rinchiuso nella sua scrivania avesse la virtù di rinnovare sé stesso e
di moltiplicarsi.
Uscendo dalle scuderie cadde
nelle braccia di Cecere, il grosso cronista‑impressionista
dell'Omnibus, un giornale che conta ormai più di cinquant'anni, e che Cecere
col suo stile a scatti, ad asterischi, a virgolette, aveva da qualche tempo
ringiovanito.
‑ Barone ‑ gridò
Cecere, ‑ voi venite proprio, se non è irriverenza, come il cacio sui
maccheroni.
‑ O bravo Cecere, volevo
scrivervi uno di questi giorni ‑ disse il barone.
‑ E io volevo venire da
voi, eccellenza. Non si stampa due volte il nome di un uomo senza sentirsi un
poco suo parente. È la consanguineità dell'inchiostro...
Cecere, dalla faccia molle di
fratacchione sbarbato, rise, mostrando due file di denti grossi e bianchi come
quelli di un ruminante.
‑ E chi ci vieta di
pranzare insieme?
‑ Qual dei Numi? ‑
declamò Cecere, che si impadronì molto volentieri del braccio d'un uomo che
aveva vinto alle corse. ‑ Ho bisogno di molte indicazioni sulla gran
giornata d'oggi, ed è sempre una fortuna per un giornalista quando può dire di
aver attinto a una fonte «ineccepibile.» Ma ciò che m'importa di più, barone, è
di ottenere da voi il permesso di visitare Santafusca.
‑ Oibò! ‑ disse senza
pensare «u barone».
‑ A tanto intercessor nulla
si niega!... Io devo insistere su questa mia istanza, perché il mio direttore
si è già meravigliato due volte che io non sia ancora andato sul luogo del
misfatto. Se egli si meraviglia una terza volta, non gli resterà più modo di
meravigliarsi... e allora come si fa?
‑ E chi vi dice, signori
miei, che vi sia stato un misfatto? ‑ esclamò il barone mentre entrava
con Cecere nella sala del caffè dell'Europa.
‑ Regola generale, per un
giornalista, un misfatto esiste sempre, e specialmente quando si accorge che
non esiste. Questo processo del prete ha troppo interessato i nostri buoni
lettori perché si possa ora disgustarli con un non farsi luogo a procedere. Noi
abbiamo bisogno di galvanizzare il nostro morto, di farlo vivere oggi per
ammazzarlo dimani, seppellirlo dopo, esumando più tardi, e ciò almeno fino alle
prossime elezioni politiche, cioè fino a nuovi assassini politici. E perché non
faremo tutto ciò con un morto, se lo facciamo sempre coi vivi?
Cecere tornò a ridere e a
mostrare i suoi bellissimi denti di bue, mentre si ravvolgeva nel tovagliolo e
cominciava la pulitura dei piatti e delle posate che il cameriere gli metteva
davanti.
‑ Se sapeste quante volte
vi ho mandato al diavolo per questo vostro processo!
‑ Chi manda al diavolo un
giornalista, lo manda a casa di suo nonno. Il divino poeta ha detto che il
diavolo è il padre della menzogna, e noi siamo i figli della figlia... capite.
‑ Ebbene, sentiamo, ‑
esclamò il barone che si sentiva in vena di parlare ‑ quali sono le
indicazioni che vi abbisognano?
‑ Posso dire almeno
d'avervi intervistato?
‑ Non sono il principe di
Bismarck.
‑ Per un cronista oggi voi
siete qualche cosa di più, e voi non potete indovinare il piacere che io farò
ai miei lettori quando potrò scrivere, per esempio, queste parole: «Abbiamo
ieri parlato con sua eccellenza il barone di Santafusca, uno dei più simpatici
giovani gentiluomini».
‑ Giovane, ahimè!...
‑ E non si è giovani quando
si ha la fortuna di accompagnare la bella principessa di Palàndes?
‑ E stamperete anche
questo?
‑ Adesso no.
‑ Siete animali.
‑ Non per nulla un uomo si
fa tagliare la barba alla «derby» e si fa morbido il mento.
‑ Che cosa volete dire? ‑
chiese il barone con voce velata.
‑ Che voi siete giovane,
innamorato e fortunato. Lasciate fare. Non mancherò di far nota questa
circostanza alle nostre gentili lettrici. Io non vi darò che trent'anni. Dunque
riassumendo, ‑ come dice il professor Spaventa ‑ voi avete una
villa a Santafusca.
‑ Sì.
‑ Stile?
‑ Seicento, mezzo
barocco...
‑ Bene quel mezzo barocco;
lo sfondo è più scenografico. Villa splendida, s'intende...
‑ Al contrario, rovinata...
cadente.
‑ Stupendo: ciò è romantico...
e farà bell'effetto. E il cappello fu trovato nella villa?
‑ Io non so nulla... Siete
voi che lo avete detto.
‑ Ciò risulta dal processo.
Quale opinione avete voi su questo delitto del prete?
‑ Cioè? ‑ chiese il
barone, versando del vino.
‑ Credete che il prete sia
stato ucciso nella villa?
‑ Io? ‑ e il barone
portò il bicchiere alle labbra e lo vuotò. ‑ Che ne posso sapere io?
Siete voi che avete ucciso questo prete. (E intanto faceva di tutto per
ridere). Io ho dato un'occhiata alle vostre ciarle, quando mi hanno detto che
era implicato il mio nome, e mi pare di aver capito che c'è di mezzo un
cacciatore, che avrebbe trovato il cappello del prete, che sarebbe stato veduto
prima a Santafusca, poi alla Falda, all'osteria del «Vesuvio»; avrebbe dato ad
intendere d'essere il nipote del prete.... un pasticcio che il peggio non
mangeremo quest'oggi, se vi piacciono...
‑ Ad ogni modo, se voi
foste chiamato in tribunale a dire la vostra opinione, trovereste probabile
questa versione che accusa il misterioso cacciatore...
- Se c'è un delitto...
- Se c'è la lepre, ci dev'essere
anche il cacciatore, voi dite.
Il barone si sforzò ancora di
ridere, ma non poté che tossire. Versò ancora del vino. Lo tracannò in fretta,
e volendo ribadire una opinione, che nel peggior dei casi avrebbe aiutato a
salvarlo, continuò:
‑ Non dico che il
cacciatore abbia ucciso il prete piuttosto a Santafusca che altrove. Può essere
che siano molti i colpevoli, che l'abbiano affogato in mare dopo avergli rubati
i denari, e che uno di loro, cacciatore o meno, abbia gettato il famoso
cappello al di sopra del muro di cinta del mio giardino, cinque, sei, dieci
miglia lontano dal luogo del delitto per deviare le traccie della giustizia.
‑ Può essere così... È alto
il muro di cinta?
II barone non rispose. I suoi
occhi erano fissi alla porta, da dove vedevasi il banco dell'albergatore.
‑ È alto?
‑ Che cosa?, ‑ chiese
il barone sempre fisso a quella porta.
Cecere si voltò e vide che due
carabinieri stavano mostrando un foglio al padrone, chiedendogli delle
spiegazioni.
Il dialogo fu interrotto dal
cameriere.
‑ Che cosa desiderano
ancora?
‑ È sua eccellenza che
comanda in questi feudi... ‑ disse Cecere.
‑ Per me non so... dite
voi... Mi sento la testa pesante e balorda. C'era troppo sole laggiù.
Il barone si fregò la testa colla
mano come se volesse cancellare le rughe della fronte.
‑ Poiché abbiamo parlato di
cacciatori, proviamo un pollo alla cacciatora ‑ disse Cecere.
I due carabinieri scomparvero e
il padrone tornò al suo posto.
Cecere, tutto occupato a
consumare il pranzo in salsa gratis, credette sinceramente che il barone avesse
preso troppo sole, e gli disse:
‑ Un buon rimedio è un
sonnellino... Del resto, eccellenza, ci perdete poco a non aver appetito. Avete
mai visto un pollo più apocalittico di questo? Mi pare di aver sul piatto lo
scheletro dei nostro prete... Questi signori si burlano della stampa e dello
sport, bisognerà ch'io dica anche questo nell'Omnibus.
Cecere scrisse su un taccuino
alcune parole: cappello... cacciatore... muro alto... prete e pollo magro ‑
e dopo un gran fiume di parole, che «u barone» non ascoltò colla scusa del suo
mal di testa, se ne andò contento della sua giornata.
Il barone rimase solo, colla
testa appoggiata alla mano e gli occhi in apparenza fissi sulla carcassa che
Cecere aveva lasciata sul piatto. Si sentiva veramente male. Quegli stupidi
discorsi, l'allegria fatua e volgare di Cecere, la vista di quei due gendarmi,
che parevano venuti per cercare qualcuno, avevano rimosso il sangue guasto
delle sue vene, ed egli ripiombava ora più gravemente nella dolorosa
contemplazione del suo pensiero.
Da venti giorni menava una vita
ladra, disperata, piena di scosse e di spaventi, di speranze, di sforzi erculei
per sorreggere l'edificio artificiale ch'egli aveva edificato sul suo delitto.
Aveva perdute molte notti al
giuoco, nell'orgia, e per molte giornate aveva cercato la forza e l'oblio al
chiasso, alle stalle, ai cavalli, ai liquori, al vecchio Medoc. Oggi, dopo una
giornata di gran sole, si sentiva veramente la testa riarsa e incapace di
connettere due buone idee. Era una condizione pericolosa per un uomo che aveva
bisogno di ragionar molto bene e di far ragionar gli altri a suo modo. Anche il
cuore, quel benedetto cuore già malato, si faceva sentire più del solito...
E intanto non aveva nemmeno fame.
Se beveva, lo faceva più stordirsi che per piacere. Egli non aveva dato ancora
quella tale scossa forte alla vita che doveva far cadere tutte le foglie morte,
e sentiva che non sarebbe mai uscito dai suoi pensieri, finché non fosse
terminato quel maledetto processo.
Per fortuna le testimonianze
erano tutte concordi per dimostrare l'innocenza di Giorgio della Falda. Ma se
per un errore giudiziario il castigo fosse caduto sopra un innocente, avrebbe
avuto egli il coraggio di aggiungere questo delitto al primo?
Per quanto un uomo valga una
lucertola, gli sarebbe ripugnato di far soffrire un uomo vivo. Si può non aver
paura degli spettri, ma ci sono pensieri che fanno più paura degli spettri.
Pensare, ecco il castigo!
Egli aveva sperato troppo in una
scienza: ed era la scienza che aiutava a raffinare la sua coscienza.
Quel caro dottor Panterre forse
era uno stupido anche lui. Solo le belve divorano senza rimorso; e pace egli
non avrebbe trovata mai, mai, lo sentiva, se non a patto di abbrutirsi a poco a
poco nell'orgia e nel fango.
La bella principessa gli aveva
detto «a rivederci»; ma egli non ci sarebbe andato. Quella graziosissima
creatura, avvolta in una nube di profumi orientali, dagli occhi vellutati e
pensosi, dalla voce piena di note musicali, non avrebbe fatto che ingentilirlo
e farlo soffrire di più. Era già troppo Marinella colla sua giovialità
incosciente di bella bestiolina.
Il barone di Santafusca non
avrebbe mai potuto conciliare il suo cuore pieno di spaventi colla sua ragione
piena di principii... Ecco la terribile battaglia che disertava il piccolo
campo della sua vita.
Questi pensieri passavano in
un'ombra l'un dopo l'altro come una nera processione, mentre col capo
appoggiato alla mano, gli occhi socchiusi, sentiva bollire il suo vecchio Medoc
nella testa già cotta dal sole.
Era una brutta vita...
Perché non si ammazzava?
Questa era una dimanda che non si
era mai fatto. Se un uomo val l'altro, perché non aveva fin da principio
accoppato sé in luogo del prete? O che forse egli aveva paura del retroscena?
‑ Oh! i grandi imbecilli
che siamo ‑ mormorò a mezza voce, e si mosse per uscire.
Il giorno dopo l'Omnibus portava
il brillantissimo articolo di Cecere intitolato: «Tre giorni a Santafusca».
Il cronista descriveva il suo
viaggio attraverso a un paese incantato, popolato di case e d'uliveti. Poi
seguiva la descrizione d'una villa stile barocco e un cenno storico sulla
famiglia dei Santafusca, che Cecere aveva copiato dalle «Famiglie notabili».
«Sua eccellenza il barone
Coriolano ci venne incontro colla sua solita amabilità (così continuava il
favolista) e ci strinse cordialmente la mano. Bell'uomo il barone e ha per i
giornalisti una speciale simpatia. Aggiungiamo ch'egli è uno dei più eleganti e
arditi nostri gentiluomini, e se le belle gli danno più di trent'anni, ciò non
vuol dire che ne abbia quaranta.
«Sua eccellenza (che tra
parentesi è molto seccato del chiasso che si fa intorno al suo nome) mi ha fatto
vedere il luogo dove, secondo quel che dice la gente, sarebbe stato trovato il
famoso cappello. Anch'egli è della nostra opinione che il prete possa essere
stato ucciso altrove, e che, per deviare le traccie della giustizia, il
cacciatore abbia gettato il cappello al di sopra del muro di cinta. Abbiamo
voluto misurare il muro: è alto due metri e quarantasette».
E dopo molte altre particolarità
di questo valore, che Cecere aveva pescato nel calamaio, l'articolo finiva col
motto:
«Cherchez le chasseur».
Due giorni dopo questi fatti, un
bigliettino graziosissimo del cavaliere Martellini pregava sua eccellenza il
barone di Santafusca a un colloquio particolare nel suo gabinetto... ma senza
la principessa.
«Mi dispiace ‑ soggiungeva ‑
darle tanto disturbo per una faccenda che andrà a finire in nulla: e può essere
che prete Cirillo, uscendo a un tratto dal suo nascondiglio, risparmi a V. S.
ILL. anche questa seccatura.
«Ma intanto, per esaurire la
pratica, come diciamo noi, bisogna che senta anche il padrone di casa. Non
pensi di presentarsi al giudice, ma all'amico. Resteremo in famiglia: anzi sarà
un'occasione buona per andare poi a colazione insieme. Sento parlare di certe
ostriche alla mayonnaise, specialità della «Colomba d'oro» che sono una
squisitezza.
«La seduta è alle 10».
«U barone» lesse, rilesse,
ascoltò quello che gli diceva il cuore. Gli parve di essere tranquillo
abbastanza. Il tono con cui gli scriveva l'amabile cavaliere era tale da
togliere qualunque sospetto.
Aveva ancora una notte avanti a sé
per riassumere con tutta per tutta comodità le risultanze del processo, i fatti
dell'istruttoria, e studiare a memoria la parte che doveva rappresentare in
questo dramma.
Non era difficile formulare la
sua posizione:
Egli non sapeva nulla: egli non
aveva veduto mai prete Cirillo. Egli sapeva soltanto che alla villa era stato
trovato un cappello... e poiché si parlava di un cacciatore, supponeva anche
lui che, se c'era stato un delitto questo cacciatore... irreperibile... poteva
averci avuta la sua parte. Del resto non sapeva nulla. Questa parola nulla era
tutta la sua forza.
Dopo aver ripetuto tre o quattro
volte queste idee fondamentali come un ragazzo che non vuol far cattiva figura
innanzi agli esaminatori, cercò di non pensarci più; tuttavia non poté chiudere
occhio quasi tutta la notte.
Verso la mattina soltanto, colle
ossa rotte dalla veglia, si addormentò e fece dei sogni incongruenti, sotto i
quali, come un carbone acceso posto sul cuore, ardeva sempre il suo dolore
latente, insistente, cruccioso. In sogno vide una volta anche un suo
fratellino, morto di soli dieci mesi, ch'egli aveva portato in braccio da
ragazzo e gli parve ancora di correre col bimbo in ispalla in un campo fitto di
papaveri semplici.
Oh se egli avesse potuto togliere
dodici ore dalla sua vita!
Avrebbe date dodici oncie del suo
sangue per quelle maledette dodici ore! Per quanto la fatalità gli gridasse:
Non aver paura! son io che ti aiuto..., temeva che vi fosse qualche cosa di più
forte ancora della fatalità, per cui era inutile ogni difesa. Quel maledetto
prete si muoveva ancora nella sua cisterna.
‑ Quanta vita hanno indosso
i morti... disse una volta seduto sul suo letto cogli occhi fissi nel buio.
Il tempo che gli era sembrato
sempre troppo breve, passava ora a goccia a goccia. Guardando indietro, gli
pareva di aver vissuto cinquant'anni dal giorno che prete Cirillo era venuto a
trovarlo alla villa. E non era passato un mese.
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