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L'egregio cavaliere Martellini era
veramente imbarazzato a trovare il bandolo del suo processo. Dopo che le varie
testimonianze e la contraddizione stessa dei fatti avevano dimostrata
l'innocenza di Giorgio della Falda e la esistenza di un secondo cappello, che
veniva in certa qual guisa ad escludere il primo, non rimaneva che un'ombra
irreperibile, quella del famoso cacciatore, che molti avevano veduto, è vero,
ma che era sfumato in aria come uno spirito.
Il bravo e solerte funzionario si
trovava dunque in mano un processo ipotetico, con un morto non constatato, e un
assassino «volatilizzato».
Un giorno disse ridendo anche a
don Ciccio:
‑ Caro don Ciccio, io lodo
il vostro zelo, ma auguro che le vostre specifiche e i denari dei vostri
clienti sieno meno ideali dei vostri processi. Io tenterò ancora qualche
ricerca, ma non posso tenere in prigione un poveraccio colpevole d'aver dato da
bere a un cacciatore.
‑ Ma questo cacciatore
esiste.
‑ Se esiste, ditemi dove si
trova, di grazia.
‑ E prete Cirillo che non
si è fatto più vivo.
‑ Non basta, bisogna
dimostrare ch'egli è morto.
‑ E il cappello trovato nei
dintorni di Santafusca con delle ammaccature, con traccie di calce e di
mattoni?
‑ Cose da nulla. Il
cappello fu trovato dal vecchio Salvatore, portato in casa, preso da don
Antonio, mandato al cappellaio... Voi vedete che pochi ragionamenti di avvocati
vanno tanto diritti come questo cappello.
‑ Quale interesse aveva il
cacciatore a presentarsi a nome di don Antonio?...
‑ E dalli col cacciatore...
Questa è l'araba fenice:
Che ci sia ciascun lo dice,
Dove sia nessun lo sa.
Io direi di cercare prima il
morto, se è morto: e poi cercheremo il vivo, se è necessario. Per un eccesso di
zelo sentirò domattina sua eccellenza il barone di Santafusca, col quale ho già
parlato alle corse, e che mi ha promesso qualche schiarimento di luogo, e
qualche notizia intorno a Salvatore suo castaldo. Ma è proprio per andare fino
in fine. E quest'oggi lascerò in libertà l'imputato e i testimoni.
A don Ciccio non parea vero che
tutto il gran processo così stupendamente architettato dalla sua istruttoria in
casa di Filippino, dovesse finire come una bolla di sapone.
Secondo lui le cose erano state
condotte pessimamente, col solito sistema bislacco delle procedure nostre, con
troppo intervento di giornalisti, con troppo pettegolezzo, dando tempo al vero
colpevole (ed egli sentiva che c'era un colpevole) di mettersi in salvo e di
deludere le ricerche della polizia.
Fu nella direzione dei Popolo
Cattolico che egli sfogò la sua bile:
‑ Sempre la solita
insipienza! e non vedono che se il delitto era probabile con un cappello in
mano, è doppiamente probabile ora che se ne hanno due. E quella sacca di cuoio
non grida vendetta al cielo? e non abbiamo due contadini, tre muratori, un
casellante, un oste che dicono d'aver veduto un cacciatore il giorno tale,
l'ora tale? ebbene no, questi non sono segnali eloquenti, e, perché si tratta
di un povero prete, non si pensa nemmeno che valga la pena di vedere se è vivo
o morto... Ma se Dio mi dà vita e lena, scriverò io un opuscolo sulle «Magagne
della nostra procedura». Ci vuol altro che parlare di delinquenti nati, di
forza irresistibile, di lipemania, di pazzia ragionante, di scuola positiva e
scuola classica; ciarle! bisogna che i bricconi siano pigliati e che lo
spavento del malvagio sia conciliato colla sicurezza dell'innocente. Ecco quel
che bisogna a questi liberaloni del codice penale, pei quali Romagnosi, se
vivesse, non sarebbe che un cretino ragionante.
Don Ciccio questa volta era più
ispido del suo cilindro bianco,
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