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Fu solamente verso la mattina che
il barone poté chiudere un poco gli occhi; ma si svegliò prima delle sette. Per
un istante non gli tornò alla mente la grande preoccupazione della notte, fin
quando un dolore fisso al cuore lo ricondusse a rìflettere sul suo male e si
ricordò.
Alla luce del giorno la sua
posizione gli parve ancora buona e senza pericoli. Non ci voleva che una
fantasia vulcanica per vedere nella dolcissima citazione del cavaliere Martellini
qualche cosa di più di un invito ad assaggiare delle ostriche alla
«mayonnaise».
‑ Bell'originale costui!...
‑ disse ridendo, quando ebbe riletta ancora una volta la lettera del
cavaliere. ‑ Se in vece mia potessi mandargli la principessa, sono sicuro
che gli farei perdere la testa. Intanto stiamo attenti a non perderla noi...
Egli sentiva che tutta la sua
vita era là, nella testa. Di là era venuta l'idea di ammazzare il prete, di là
il principio che un uomo vale una lucertola, e che vivi e morti fermentano
tutti dell'istesso lievito.
Di là finalmente erano venuti i
consigli prudenti, i suggerimenti, le induzioni, le insidie e i piani di
guerra.
Di là dunque doveva venire anche
la difesa.
Già se la sentiva piena e armata
come una fortezza questa povera testa, e quando vi portò la mano, gli parve di
toccare un forno ardente.
Povera testa! Da un mese e mezzo,
cioè dal giorno che il canonico del Sacro Monte delle Orfanelle gli aveva
mandato a chiedere le quindicimila lire, non aveva avuto più un'ora di tregua e
di riposo. Fin gli stessi sonni profondi, in cui cadeva di tanto in tanto, non
erano che la conseguenza di una snervante fatica cerebrale.
Pazienza! era l'ultimo giorno.
Fra cinque ore egli avrebbe potuto partire senza dar sospetto a nessuno...
Partire! che gioia quando fosse
stato quattrocento leghe al di là del mare! Sarebbe andato in Ispagna. Perché
no? la Spagna è la patria dei «toreros» e delle andaluse.
Era un poco anche la patria della
olimpica principessa di Palàndes.
E mentre pensava queste cose per
dar riposo e svago alla testa, finì di vestirsi. Di rado la gente aveva veduto
il barone di Santafusca più elegante: panciotto bianco, tuba lucida, guanti
chiari e freschissimi, un colletto alto, un bastoncino di ebano con pomo di
platino, e un profumo d'ircos su tutta la persona.
Per ingannare il tempo scrisse un
biglietto dolce e profumato alla principessa per dirle che alle sei sarebbe
andato a pranzo da lei.
«Devo farvi un lungo discorso ‑
le scriveva, ‑ dal quale può dipendere tutta la sorte della mia vita
futura».
Che discorso? non sapeva bene
egli stesso: ma scriveva così per vivere in qualche maniera al di là di un'ora
fastidiosa.
Credette di aver fatto molto
tardi, e si accorse, quando fu in istrada, ch'erano appena le otto e mezzo. Aveva
ancora un'ora e mezzo da aspettare.
Che doveva fare intanto? Entrò un
momento da Compariello, dove non c'era che il padrone, e si fermò con lui a
discorrere di corse e di cose vaghe, e a rotolare sigarette colle dita.
‑ Credevo che ella fosse in
villa, barone, ‑ disse Compariello.
‑ Perché?
‑ Perché l'Omnibus parla di
una visita che il cronista ha fatto a vostra eccellenza nella sua magnìfica
villa di Santafusca.
‑ Dov'è questo Omnibus?
Sarà stato quell'animale di Cecere. Ecco, proprio lui! ‑ soggiunse scorrendo
coll'occhio il giornale. ‑ E così si scrive la storia, rubando un pranzo
a un uomo in buona fede!
‑ È per vendere un numero
di più. Si diceva che da questo cappello dovesse uscire un gran processo, ma
pare che vada a finire in nulla.
‑ Son chiamato anch'io
stamattina. Non so che cosa dirò, perché coi preti non ho mai avuta troppo
confidenza. Ma il cavaliere Martellini vuol farmi assaggiare certe ostriche...
‑ Io ho un Lipari,
eccellenza, in cui le ostriche nuotano come se fossero vive.
Per quanto i discorsi
succedessero ai discorsi, la lancetta dell'orologio non segnava che le nove.
Dio buono! ancora un'ora. I
giornali gli facevano nausea. Stette un minuto a guardare di fuori, col viso
appoggiato ai vetri della bottega, la gente che andava e tornava lesta per gli
affari suoi, indifferente, inconsapevole.
Uscì e andò a caso, finché il
caso lo portò davanti alla chiesa dell'Ospedaletto dove prete Cirillo aveva
sentita l'ultima sua messa.
Qui la sua attenzione fu attirata
da una comitiva di povera gente, in parte pescatori e in parte operai, che
portavano un bambino a battezzare: e siccome il barone non cercava che qualche
occasione per ingannar il tempo e per lasciar riposare la testa in una esterna
distrazione, così si lasciò tirar in chiesa dalla brigatella, che era andata
ingrossando di tutti i ragazzini che formicolano nei chiassuoli.
Quanta gioia splendeva negli
occhi di quella gente sporca!
Una giovinetta, forse la sorella
o la zietta del bambino, se lo teneva sulle braccia e se lo stringeva al petto
con un amore di madre, mentre il babbo del neonato ‑ che pareva un
merciaiuolo, ‑ andava girando e rigirando intorno a una colonna, facendo
girar nelle mani il suo cappello. Era il suo primo. maschio, e il babbo non
sapeva come manifestare altrimenti la sua vergognosa contentezza.
Santafusca per la seconda volta
invidiò un per uno tutta quella canaglia di miserabili, che avevano trovata la
maniera di esser felici, e non avevano la radice di una idea in capo.
All'altar grande diceva messa un frate,
con una pianeta rossa fiammante. Un vecchio prete curvo e prostrato nei banchi
tossiva forte coi capo dentro le mani.
Da un pezzo «u barone» non vedeva
una chiesa, e sentì, nel girare gli occhi intorno e in alto, che quelle sacre
pareti avrebbero potuto una volta circondarlo e difenderlo dal terribile mostro
sociale che rumoreggiava nelle vie. V'erano anditi bui e segreti, ov'egli
avrebbe fatto voto di rannicchiarsi tutta la vita, purché la sua testa (quella
povera testa) avesse potuto cessare una volta di pensare, di riflettere, di
argomentare.
Forse molte antiche sensazioni
religiose della prima età, coperte ma non soffocate dalle rovine della sua vita
libertina, si agitavano al di sotto, e alcune immagini, sprigionandosi dalle
più intime pieghe del sentimento, traversavano l'anima sua come un volo di
colombe bianche sul campo brullo d'un deserto.
Nella sua vita, come dicemmo,
egli aveva anche pensato una volta di farsi frate. A sedici anni, vergine
ancora di anima e di corpo, e pieno del dolore d'aver perduta la mamma sua,
s'era lasciato condurre da un pio monaco a Montecassino, dove stette tre giorni
e tre notti a contemplare il cielo e la valle dalla finestruola di una cella.
Che pace, che riposo immenso in
quella luminosa solitudine!... Se prima di sera egli avesse potuto giungere fin
lassù, e, chiesta l'ospitalità in nome di Dio, avesse potuto nascondere il
resto de' suoi giorni in una cella sotterranea, da dove avesse potuto vedere un
lembo del cielo... pur di non pensare più!
In una nicchia sotto l'altare
dell'Addolorata, posti a giacere sopra un mucchio confuso di stinchi e di
rottami umani, guardavano al di fuori attraverso una piccola grata di ferro
alcuni teschi, colle occhiaie nere e profonde, in una attitudine di eccitata
curiosità.
Uno di quei teschi aveva un
berretto da prete polveroso e rosicchiato esso pure dal tempo, da quel gran
Tempo filosofo paziente., che, come l'infinito spazio, aggiusta molte cose.
Nulla di strano, ‑ pensò il barone, ‑ che il caso portasse un
giorno il teschio rotto di prete Cirillo a discorrere col suo duro teschio di
peccatore in fondo a una nicchia dell'ossario di Santafusca. L'ossario è una
cappelletta barocca che si trova sull'angolo di due viottole campestri, colle
finestre rivolte a ponente, cioè verso il mare. Molte teste di vecchi contadini
morti durante il contagio dei 1630 guardano da duecentocinquant'anni la marina
azzurra e il Vesuvio che fuma. La pioggia lava di tempo in tempo quelle fronti
senza rughe, che si squagliano lentamente nei loro elementi, tra cui domina il
fosfato di calce.
«U barone» pensava a questo tempo
della sua lenta consunzione chimica coll'istessa dolcezza con cui poco fà,
scrivendo alla principessa, sognava un colloquio al di là d'ogni paura, un
colloquio d'amore, e chi sa? forse una notte d'amore.
Un gran bisbiglio e un fitto
scalpiccio scosse il meschino da una contemplazione e da una meditazione che lo
teneva immobile e quasi incatenato ne' suoi giri. La gente si affollava verso
la porta, facendo cerchio a quel marmocchietto, che aveva avuta la malinconia
di venire al mondo, forse per desiderare anche lui un giorno di essere morto da
duecent'anni e di stare a guardare l'aria e il nulla dalla grata di un ossario.
Sentì suonare delle ore.
Erano le dieci.
Guardò l'orologio.
Aveva ancora cinque minuti di
tempo.
Doveva proprio andare dal giudice
o correre invece alla stazione, saltare nel primo treno in partenza, prendere
il largo? Se non era la cella, poteva salvarlo il bosco. Frate o brigante, per
conto suo era tutt'uno, purché non gli mettessero le mani addosso...
Così pensava ancora tra sé,
bilanciando il pro e il contro, la vita e la morte, il tutto e il nulla, mentre
era già in vista del palazzo di giustizia. Vi erano quasi due forze operanti in
lui, una razionale che lavorava nel vuoto, senza addentellati, un'altra
istintiva e sofferente che lo sospingeva. Così proviamo tutti quando andiamo a
farei strappare un dente che ci fa soffrire le pene dell'inferno: la volontà ha
paura, ma il dolore ci tirerebbe il capo sotto la mannaia.
Sul punto di porre il piede sulla
soglia di quel tribunale, dove da una settimana si erano occupati de' fatti
suoi, «u barone» sentì sprofondarsi in un gran buio. Fu una breve vertigine,
contro la quale reagì, puntando il bastone a una delle colonne presso il
portone e appoggiandovisi un momento col petto. Se egli avesse avuto occhio per
vedere le cose del mondo, avrebbe notato nella corte e sotto i portici un
gruppo di persone che al suo comparire si mossero e si agitarono, susurrando il
suo nome mentre egli passava davanti.
Erano costoro le persone che
avevano avuta una grande o una piccola parte nel processo detto del cappello, e
che tornavano ancora, forse per l'ultima volta, a mettersi a disposizione del
signor giudice istruttore.
C'era Filippino il cappellaio,
vestito come un principe, nella sua giacca di panno a grandi scacchi. C'era
donna Chiarina sua moglie in una mantiglia di seta con una frangia di pizzo e
un ventaglio a colori vivi. Dai capelli usciva un alto pettine di tartaruga che
il marito aveva pagato duecentocinquanta lire.
C'era anche don Ciccio Scuotto,
l'anima dannata del processo, co' suoi calzoni chiari tirati su, corti e
ballanti sull'imboccatura delle scarpe, e coi solito cappello bianco ispido e
corrucciato.
C'era don Nunziante dal naso grosso
e spugnoso, citato da don Ciccio per un apprezzamento legale; e Gennariello, il
nipote del prete, povero in canna, coi capelli lunghi, pallido di fame per le
lunghe sedute al tribunale che gl'impedivano d'andare attorno a ventolare
l'appetito colle belle canzonette; e con costoro c'era finalmente anche quel
Giorgio, l'oste della Falda, da un giorno uscito di prigione, e che Filippino
aveva ospitato in casa sua per un sentimento non dirò di gratitudine (non è
merito il non ammazzare) ma di riguardo verso il prete benefattore. Giorgio non
riconobbe nell'elegante cavaliere colla barba tagliata alla «derby» il famoso
cacciatore dalla lunga barba nera ch'era stato lassù, alla Falda, un giorno in
cerca del cappello.
Il più mortificato di tutti
costoro era don Ciccio, il focoso «paglietta», che vedeva il suo gran processo
squagliarsi come un tortello di neve che altri butti dentro a una caldaia
d'olio bollente. L'asinità dei giudici questa volta, a parer suo, era stata
piramidale, ed egli stava appunto ripetendo e declamando per la decima volta il
suo opuscolo sulle «Magagne ecc.», quando la vista del barone nel modo
improvviso e balzano con cui comparve nel vano del portone, fece, io non so
perché, trasalire il suo sangue.
Don Ciccio Scuotto, per quanto
abile e zelante avvocato, non era né un uomo superiore ai tempi suoi, né un
uomo migliore de' suoi simili. Alla fascinazione, al mal occhio, alle
impressioni credeva sì e no, secondo i casi, come si crede tutti un poco ai
sogni e magari anche alla cabala del lotto. Egli non conosceva il barone di
Santafusca che per averlo veduto un paio di volte di passaggio: ma non per
nulla un uomo si fa l'occhio medico e filosofico. Voglio dire che dal modo con
cui il barone arrivò davanti alla porta, dal modo con cui puntò il bastone alla
colonna, con cui prese d'assalto lo scalone, dall'eleganza esagerata del suo
vestito, dal passo legato, sconvolto, da un non so che insomma di
indecifrabile, e forse anche di irragionevole che urtò i suoi nervi, il famoso
«paglietta» fu tratto a seguire quell'uomo, come si segue un lumicino che
spunti improvvisamente nel fitto d'una boscaglia, dove ci si raggiri da cinque
o sei ore senza bussola e con disperazione.
Non è il caso di credere troppo a
segreti istinti e nemmeno a misteriose leggi fisiologiche; basta per noi
ammettere in queste circostanze un fino istinto delle cose e delle condizioni
loro per spiegare come don Ciccio potesse seguire il barone di Santafusca fin
quasi all'uscio del giudice istruttore.
«U barone» col fare insolente d'un
bravaccio fe' trasalire un vecchio portiere che pisolava in anticamera.
‑ Che cosa comanda? ‑
chiese costui, alzandosi con dolore delle sue giunture.
‑ Annunciate al cavaliere
Martellini che il barone di Santafusca è a sua disposizione.
E, alzando il bastone, indicò
egli stesso al portiere la strada che doveva tenere.
Rimase mezzo minuto a passeggiare
con passo soldatesco, e anche questo esercizio aiutò a rinfrancare i suoi
nervi. In quel momento egli non pensava nulla. Come lo scolaro che sul punto di
andare all'esame sente di aver dimenticato ogni cosa e gli pare di avere la
testa piena di stoppa, così il barone non arrivava più a ricordare le
espressioni principali delle sue idee; ma non se ne spaventò. Bastava che egli
rispondesse a quella razza balorda di avvocati una frase sola: «Non so nulla».
È vero che suo avo Nicolò avrebbe risposto in un modo più spiccio, ma...
pazienza! Il cavaliere Martellini fortunatamente ne sapeva meno di lui.
‑ Vorrei aver tre giorni di
regno! ‑ brontolò. ‑ Scribi e farisei!
‑ Vostra eccellenza è
puntuale come un re ‑ esclamò il grazioso cavaliere, cacciando fuori la
testa calva e lucente dallo spiraglio dell'uscio.
Era costui un uomo tondo, un poco
tozzo di spalle, ma ben nutrito, bianco di pelle, con due favoriti neri e una
bella fronte nitida come una palla da bigliardo. Le sue maniere affabili e
confidenziali rivelavano l'uomo abituato a vivere nel mondo elegante, e
specialmente fra le signore, alle quali soleva regalare dei complimentucci
sempre in due versi rimati.
‑ Come state barone, non
avete condotto con voi la vostra bella prigioniera? È vero che il prigioniero
siete voi... Ah! ah! ‑ il signor giudice rideva a pieni polmoni. ‑
Dev'essere una gran bella prigione, affè di Dio!
- Che cosa?
- La principessa. Basta, voi
giocate a partita doppia. Vincete alle corse, correndo, e vincete in amore,
arrivando a tempo.
Coll'abbandono dell'uomo abituato
a vivere nei salotti, il cavaliere prese sotto il braccio il testimonio, e
fermandosi tre o quattro volte in cinque minuti, mentre lo faceva passare in un
tetro corridoio, gli disse sottovoce coll'aria di chi fa una delicata
confidenza:
‑ Inter nos, io vi avrei
risparmiata anche questa seccatura, visto e considerato che questa sciocchezza
del cappello è una cosa senza sale. Ma anche noi, poveri giudici, siamo vittime
del pubblico e specialmente dei giornalisti. C'è poi quel povero don Ciccio...
conoscete don Ciccio?...
‑ No.
‑ È il più ridicolo uomo
del mondo, un «paglietta» stizzoso, insistente, noioso come una zanzara. È lui
che fa fuoco e fiamme perché io scopra questo prete. Ha trovato un babbeo che
spende volentieri, e intanto spilla la botte con la scusa delle carte bollate.
Don Ciccio vuole che io gli trovi ad ogni costo il prete o vivo o morto, e
meglio morto che vivo, per la réclame della bottega, capite? Insiste, minaccia
fin degli opuscoli, e voi non avete idea che cosa è un avvocato che scrive
degli opuscoli. Vi confesso che vien quasi voglia di ammazzare un prete per
contentarlo... ah! ah!
La risata squillante del piccolo
magistrato risonò nelle volte buie del corridoio.
‑ Dunque, caro barone,
bisogna ch'io mostri almeno la buona intenzione e che interroghi, se è
necessario, anche le capre e i cani di Santafusca. Interrogato il cane, non
rispose.
‑ Che cane!? ‑
esclamò ad un tratto «u barone», che metteva troppi pensieri suoi in mezzo alle
allegre parole del giudice per poter pigliare al volo una facezia.
‑ Ai cani si può mettere la
museruola: ma non si può metterla ai giornalisti ed agli avvocati.
In questi discorsi arrivarono ad
una stanzaccia nuda, dov'erano alcune poche sedie, un tavolo nel mezzo, e per
tutto ornamento un ritratto del re.
In giro molti usci. Sopra l'uno
era scritto: «Sala del Procuratore del re». Sopra l'altro: «Cancelleria». Sopra
un terzo: «Carceri». Più in là: «Reali carabinieri».
Un puzzo di chiuso, di polvere e
di vecchio inchiostro rendeva ancora più triste quella stanzaccia, al di là
della quale il barone di Santafusca sentiva la forza armata, il terrore, la
vendetta sociale in agguato, carica di catene e di chiavi.
‑ Ora, eccellenza, abbiate
la bontà d'aspettare due minuti. Poi vi farò chiamare, ed in quattro parole vi
sbrigo. Per mezzogiorno ho già ordinato le ostriche... Sentirete!
Il barone, sentendosi le gambe
rotte come chi esce da una gran febbre, sedette: posò il cilindro sulla tavola
polverosa, e si asciugò la fronte col fazzoletto.
Per quanto avesse imparato a non
credere alle sensazioni, quel trovarsi ad uscio ad uscio colla giustizia umana
lo faceva un poco tremare.
Tuttavia il suo piano era
infallibile... non so nulla! Un uomo che tace non può dire degli spropositi.
Era l'ultima scaramuccia. Una
volta che avesse portato fuori i piedi da quel tetro palazzotto, pensava di
andare sei mesi in qualche paesello della Svizzera, in alto, in alto, in
qualche valle romita, e di stare le lunghe giornate sdraiato sull'erba a
rinnovare le forze fisiche e intellettuali. Poi... avrebbe fatto del bene!
Ancora una volta sentiva che non si offendono senza strazio e senza pericolo le
vecchie leggi della natura. Ma aveva bisogno prima di riposare in mezzo al
verde. Poi avrebbe fatto del bene, sì... Il bene è necessario alla vita quasi
come l'olio alla macchina.
Volgeva l'occhio da una visione
tutta verde, e lo fissava sopra uno degli usci che aveva davanti.
Il mostro sociale era lì, ed egli
doveva affrontarlo col sorriso sulle labbra, col sorriso stesso con cui soleva
andare incontro alla principessa; doveva carezzare la criniera a quel mostro;
placarlo con qualche facezia; ridere dei suoi rabbiosi ruggiti.
L'uscio, sul quale il poveretto
versava questi ultimi suoi pensieri, si aprì dopo un aspro scricchiolìo e ne
uscirono due carabinieri dalle spalle quadre, dalle braccia grosse e tonde, che
stringevano tra le anche un ragazzotto imberbe, un di quei «guappi» color della
terra che pullulano nei fangosi vicoli del porto, coi polsi legati, vestito di
una sola giacca senza colore e d'un paio di brache sconnesse, ch’egli cercava
di tener su, aiutandosi colle mani in croce.
Dopo che i due soldati l'ebbero
palpato in tutte le parti del corpo, fin sul nudo, lo cacciarono innanzi verso
l'uscio dei «carcerieri», aprirono... e crac, l'uscio si chiuse con un piccolo
scatto.
Il barone Carlo Coriolano di
Santafusca pensò che per un orologio o per una gallina rubata un cristiano va a
finire così. Egli si sarebbe prima abbruciato dieci volte le cervella.
Un improvviso sgomento gli fece
vedere un grande abisso spalancato sotto i piedi. Chi l'aveva sospinto a poco a
poco fin sulla soglia della prigione? Gli parve ancora di sentire sulla schiena
la mano invisibile che lo urtava bel bello, e si voltò rapidamente.
Si vergognò della sua viltà.
Rifece rapidamente il sunto delle mille idee ch'egli aveva raccolte in quei dì
sull'infinità dello spazio e del tempo e sul pio riposo della morte.
Non era da uomo pazzo il soffrir
tanto per una sì meschina contingenza?
‑ Vostra eccellenza è
pregata a entrare.
Queste parole furono pronunciate
con un tono di umile ossequio da un vecchio usciere, magro come un merluzzo, dal
capo sottile e bianco, vestito d'una sciupata toga nera.
«U barone» stette come incantato
a guardare quell'uomo dalla testa piccina vestito anche lui come un prete.
‑ Si accomodi, per di qua,
eccellenza.
Santafusca fece ancora uno sforzo
sopra sé stesso, e si spinse avanti. Il vecchio usciere, vedendo che stava per
infilare un uscio falso, gli pose gentilmente una mano sulla schiena e
balbettò:
‑ Scusi, per di qua.
Entrò in una sala grande, ben
arredata e ben rischiarata. Innanzi a un tavolino, ingombro di carte, sedeva il
cavaliere Martellini, sprofondato nella sua poltrona fra due cordoni di
campanelli che si allacciavano sulle sue ginocchia. Il suo cranio lucido e
bianco faceva un gran spicco nel colore sanguigno dell'ampio schienale. Ai due
capi della tavola stavano due signori, curvi sulle carte a scrivere, che il
testimonio vide in ombra.
Il barone sentì per una specie di
corrente magnetica che il vecchio usciere vestito da prete s'era fermato in
fondo alla sala accanto all'uscio.
‑ Si accomodi, eccellenza ‑
disse con un tono più sostenuto l'amabile cavaliere, a cui l'alta poltrona
imprimeva un carattere più serio ed ufficiale.
Il barone andò diritto e svelto
verso la poltrona che gli fu indicata, e sedette con un poco di furia e di
dispetto.
‑ Poiché siamo quasi in
famiglia presenterò il signor cancelliere, cavalier Tinca, e il dottor Macelli,
mio collega.
Le due ombre sedute ai lati della
tavola si mossero un poco. Il barone cercò di fare altrettanto.
‑ Portate le robe, Quaglia ‑
disse il cavaliere.
L'ombra secca e nera si distaccò
dal muro e portò sul tavolo dei giudici una cesta coperta da un panno verde.
‑ Il nostro colloquio sarà
molto spiccio, signor barone, perché vedo che fui già prevenuto.
‑ Di che? ‑ esclamò
molto forte il testimonio.
‑ Un briccone può esser
sicuro di salvarsi dalle mani del giudice, ma non un galantuomo da quelle del
giornalista. Scusi, eccellenza, la mia indiscrezione. Che cosa c'è di
verosimile nel colloquio che l'Omnibus ha stampato ieri in questo numero?...
‑ Ah! ‑ esclamò
ridendo il barone, a cui l'esordio del giudice aveva un poco stretto il cuore. ‑
C'è di vero: primo, che il giornalista non fu mai a Santafusca; secondo, che le
bugie si vendono a buon mercato.
‑ Ella però ha avuto
veramente un colloquio con questo signore che firma Cecere?
‑ Un colloquio sì... voglio
dire delle ciarle al caffè. Mi ha chiesto una mia opinione e gliel'ho detta.
Del resto non so nulla.
‑ Ella dunque crede... o
inclina a credere che esista veramente un cacciatore.
‑ Come ho detto... non so
nulla.
‑ Un nulla relativo, si sa.
Non si è padroni di una villa che si chiama Santafusca, senza interessarsi un
poco alle questioni di casa e alla sorte del proprio nome. Il cappello fu
trovato nella villa, anzi ella ha protestato già per violazione di domicilio...
Conosceva ella prete Cirillo?
‑ No!
Il Quaglia, abituato a
sonnecchiare sui lunghi interrogatori, rilevò col suo orecchio fino ed educato
a tutti i toni della verità e della bugia, un tono falso in questo «no» duro,
sgarbato, che il barone di Santafusca gettò come un cencio in viso al signor
giudice.
- E di Salvatore, che cosa ci può
dire?
- Un sant'uomo, Salvatore, un
buon vecchio, Salvatore. Lasciamolo stare, per carità; e per la voglia di
trovare un delitto, non facciamo torto ai poveri morti, per carità.
Il barone pronunciò queste parole
tutte d'un fiato e con un sentimento di pietosa tenerezza.
Salvatore non poteva desiderare
un maggior elogio in bocca al suo padrone, che parlò proprio col cuore amoroso
e caldo.
Salvatore e Maddalena, lo abbiam
detto, s'eran pigliata a tempo la parte migliore di quel cuore pieno di
passioni e di fantasmi.
‑ E come spiega allora,
eccellenza, che Salvatore fosse in possesso del cappello di prete Cirillo?
- Io non so nulla, caro...
- Ella avrebbe detto al
giornalista che il cappello può essere stato gettato nel giardino...
‑ Sì.
‑ Ci dia un'idea della casa
e del giardino. C'è un muro di cinta?
‑ Sì.
‑ Molto alto?
‑ Così...
‑ Ma un testimonio dice che
il cappello non fu trovato in giardino.
‑ Dove fu trovato? ‑
chiese con più animo il barone.
‑ In casa.
- Dove? ‑ insisté sua
eccellenza con un tono quasi insolente.
- Abbia pazienza, capisco, è
noioso. Ma è questione di cinque minuti.
Il barone si era fermato al suo
dove? come davanti a una porta chiusa. Non era meno curioso degli altri di
sapere in qual maniera il prete aveva perduto il suo cappello.
Successe una piccola pausa
intanto che il signor cancelliere e l'altro signore dagli occhiali sul naso
frugavano in mezzo a un mucchio di carte, susurrando tra loro parole confuse e
cabalistiche.
‑ Non sai nulla! ‑
disse ancora una volta una voce che usciva dagli strati più fondi del suo
pensiero.
Era un ultimo avvertimento a un
uomo, che si accorgeva di lasciarsi troppo ingannare dalle sensazioni.
Si abbandonò, si accomodò nella
poltrona e cominciò a guardare diritto avanti a sé coll'occhio fisso nella luce
chiara della finestra, colle gambe accavallate, col suo splendido cilindro in
mano. Agitò il bastone, si guardò la punta dei guanti...
‑ Non sai nulla! ‑
tornò a dire la voce prudente e segreta.
Il giudice perdette un po' di
tempo a cercare una carta tra le carte; poi, col tono uniforme di una campana,
cominciò:
- Il suo nome?... Scusi, sono le
solite formalità.
- Carlo Coriolano barone di Santafusca
‑ rispose il barone con enfasi.
‑ Figlio?
‑ Di Nicolò.
‑ Età?
‑ Quarantacinque...
credo... però...
«U barone» sorrise un poco.
Sorrise un poco anche il giudice.
‑ Abitante?... lo
sappiamo... non importa.
Il giudice mormorò alcune parole al
vicino che alzò il naso armato di due grandi occhiali.
Il vecchio usciere cominciò a
dondolare come un pendolo dietro le spalle del testimonio.
«U barone» che lo vedeva colla
coda dell'occhio non poté resistere alla voglia di voltare il capo e di guardare
ancora una volta quella secca figura di merluzzo vestita di nero.
Era un gran mistero per lui come
avesse potuto credere di distruggere il corpo del delitto, gettando in fondo al
mare un cappello, che adesso era nelle mani dei giudici.
Fisso in questo problema non
intese l'ultima dimanda del giudice, e ciò produsse un piccolo imbarazzo in
tutti.
‑ Non crede che possa
essere stato gettato in mare? ‑ chiese con una naturale diversione
l'amabile cavaliere Martellini, che non perdeva di vista l'orologio, come per
dire all'illustre amico: Abbia pazienza, ho quasi finito.
‑ È difatti la mia
opinione...
‑ Che cosa fu gettato in
mare? ‑ chiese il cancelliere, che stava scrivendo le risposte nel
processo verbale.
- Il cappello.
- Il prete.
Queste due parole risonarono
insieme, la prima per la bocca del barone che era trascinato dalla forza della
verità, l'altra per la bocca del giudice, che seguiva invece i naturali indizi
del processo.
L'urto di queste due parole fu
una prima scossa dell'edificio che il barone aveva innalzato per sua difesa.
Temette di essere già caduto in contraddizione, e si affrettò a dire con grande
vivacità:
‑ Dico il cappello... il
cappello.
‑ Questo non è possibile, ‑
soggiunse il signor giudice ‑ perché il cappello è nelle nostre mani.
Anzi, se lo vuol vedere... Quaglia togliete il panno.
L'usciere si avvicinò alla cesta
con passo lento e vacillante e la scoprì.
Il cavaliere Martellini si alzò e
disse:
‑ Favorisca. eccellenza.
Il barone, che sedeva più basso,
non poteva arrivare cogli occhi fin sopra la cesta. All'invito replicato del
giudice fece per muoversi, ma non poté subito per una specie di paralisi
nervosa.
‑ Scusi, se non le
rincresce incomodarsi...
«U barone» sentì che non poteva
rimanere lì, duro duro, incantato. Si spaventò di questa sua fisica incapacità,
molto più che gli parve di scorgere in viso al cavaliere un senso di
meraviglia; si riprese, e con uno di quegli sforzi supremi con cui soleva
pigliarsi quasi per i capelli, andò diritto fino al banco e guardò.
Il cappello del prete, nella sua
eleganza di cappello nuovo, spiccava sul fondo rossiccio di una sacca o
carniere da cacciatore.
Il cavaliere continuò:
‑ Ecco il famigerato
cappello: lo osservi, eccellenza. La giustizia sa di sicuro che questo cappello
fu venduto a prete Cirillo la mattina del giorno quattro di aprile. Don Antonio
l'avrebbe trovato nella stanza di Salvatore, che forse l'avrà raccolto in
giardino. Per scrupolo di coscienza fu inviato in una scatola a Filippino
Mantica. In questo intervallo prete Cirillo scomparve e non si sa più nulla dei
fatti suoi. Il cappello porta qualche ammaccatura leggiera qua e là, qualche
macchia di calce... osservi, vede?
«U barone» non vedeva nulla,
tranne un gran nero. Tutta la sua vita era raccolta nell'afferrare le
dimostrazioni e le dimande del giudice. Al suo fianco vedeva una figura nera
che si agitava, e che cacciava le mani nella cesta quasi per fargli dispetto, e
cominciò a fissarla con un occhio sanguigno e cattivo.
La toga nera e sciupata del
vecchio usciere faceva spiccare il bianco del suo piccolo capo e di un
bavaglino di tela conficcato nel collare. Il Quaglia, che teneva il cappello
del prete in mano, lo mosse due o tre volte, segnando col dito ossuto le
macchie e le ammaccature qua e là, gonfiando un poco un paio d'occhi color
madreperla.
Il barone non poteva torcere gli
occhi da quegli occhi gonfi, che lo guardavano con una mezz'aria d'ironia.
‑ In quanto all'opinione
che accusa un cacciatore, ‑ continuò il giudice, ‑ sarebbe in parte
confermata dalla scoperta di questo carniere.
‑ Ah! ‑ fece il
barone con un'esclamazione quasi di trionfo, come se volesse dire: «E non avevo
ragione io di credere in questo cacciatore?».
- Questo carniere fu trovato in
una barca presso alcuni scogli.
- Precisamente! ‑ ribatté
il colpevole, senz'accorgersi di dire troppo, ma credendo con ciò di
distruggere meglio l'effetto di una contraddizione in cui fosse caduto poco
prima.
Ormai nel suo turbamento e nel
conflitto in cui trovavasi tra la verità, la coscienza e il giudice, non sempre
aveva presente ciò che gli conveniva dire e ciò ch'era meglio tacere.
‑ Scusi, barone, ella forse
si sente male... ‑ balbettò l'egregio funzionario, impallidendo un poco.
‑ No, no, sto benissimo,
che cosa dice? ‑ rispose «u barone» balzando con una scossa del corpo
come se cadesse da un gradino non visto, nel buio. ‑ Volevo soltanto far
notare ‑ soggiunse ridendo ‑ che la mia opinione era fondata su una
presunzione, e che non avevo torto di dire «cherchez le chasseur». Non mi sento
male, tutt'altro, anzi ho quasi appetito... ‑ Trasse e guardò l'orologio.
‑ È naturale, è quasi mezzodì. Pareva che lor signori avessero voglia di
trovarmi in contraddizione; ma qui c'è la prova parlante che un cacciatore
esiste. Ecco il triste connubio dell'assassino e della sua vittima!
La voce del barone di Santafusca
erasi fatta così oscura e profonda, il modo con cui andava squadrando il
vecchio usciere era così pieno di ferocia e di spavento, che il cavaliere
Martellini e gli altri, allibiti, si guardarono in viso.
Il buon giudice istruttore finse
di cercare alcune carte, ma le sue mani tremarono come se avesse indosso la
terzana fredda.
‑ C'è don Ciccio Scuotto? -
chiese al Quaglia.
‑ È di fuori.
‑ Fatelo pure entrare.
Il barone, la testa del quale
navigava già in un mare torbido e burrascoso, tornò a fissar l'occhio bianco e
cristallino sulla finestra.
‑ Scusi eccellenza, si
accomodi pure ‑ riprese a dire il giudice con voce più composta. ‑
Anche noi non abbiamo mai messo in dubbio l'esistenza di un cacciatore... Si
accomodi.
Il barone andò a sedersi sopra
una scranna che portò egli stesso nel mezzo della sala, e cominciò a far dei
calcoli e dei confronti tra il suo orologio e il quadrante appeso alla parete.
Si sarebbe detto che il processo non lo toccasse più.
‑ Dunque vediamo
d'orientarci, caro barone, per venire a una conclusione ‑ cominciò a dire
colla amabilità solita il signor giudice: anzi, infilando egli stesso il
racconto con una di quelle astuzie inquisitorie che non sbagliavano quasi mai,
entrò nell'animo del testimonio e cercò di tirarlo a sé: ‑ Un cacciatore
dunque fu veduto alla Falda, all'osteria del «Vesuvio»; poi fu veduto da un
cantoniere della strada ferrata, e finalmente pare che abbia preso il largo in
una barchetta da pesca che trovò presso alcuni scogli. Va bene?
‑ Precisamente ‑
tornò a dire Santafusca col tono semplice e naturale di chi ha veduto e quasi
toccate le cose che afferma.
Il cavaliere Martellini tornò a
rimestare nelle carte, per dar tempo all'animo di ricomporsi. Gli altri due
signori che sedevano ai capi della tavola si lanciarono un'occhiata piena di
spavento dietro le carte e i protocolli.
Più che il contegno irritato, più
che l'occhio stravolto, fece colpo sull'animo dei giudici la sicurezza, la
prontezza, il candore quasi con cui il testimonio confermava e ribadiva i
semplici indizi della procedura.
In quel mentre entrò don Ciccio,
a cui il Quaglia aveva susurrato nell'orecchio alcune paroline. L'acuto
«paglietta» gettò uno sguardo su quell'uomo torbido che sedeva nel mezzo della
sala, più appoggiato alle ginocchia che alla sedia, e si arrestò di scatto.
Aveva egli trovato più di quanto cercava?
Fisso, estasiato di quel suo
trionfo, l'avvocato dei preti andava girando la manica sul pelo del suo
cilindro bianco, che non era mai stato così liscio.
Dopo aver ricomposta la persona
sulla poltrona, il cavaliere Martellini ritornò a dire colla solita
piacevolezza:
‑ Ancora una parola,
eccellenza, e poi la lascierò in libertà. Ormai non è più il giudice che
interroga, ma l'amico che discorre di un caso curioso. Noi magistrati siamo
spesse volte affetti di miopia curialesca, e più aguzziamo l'occhio e meno
vediamo le cose che cerchiamo. Un uomo di mondo invece ha l'occhio sano. Voi
avete detto benissimo, caro barone... ‑ soggiunse il giudice ripigliando
un grazioso tono di confidenza, ‑ noi abbiamo davanti il turpe connubio
dell'assassino e della sua vittima; ma, secondo voi, quale interesse poteva
avere l'assassino di uccidere il povero prete?
‑ Il prete era ricco ‑
disse il barone alzando burberamente le spalle.
‑ E voi credete, caro
barone, che il cacciatore abbia agito per conto proprio o invece per mandato di
qualche persona potente?
‑ Per conto proprio,
diavolo!
‑ Dunque ‑ continuò
il giudice con un tono più eccitato e squillante ‑ questo cacciatore o
falso cacciatore avrebbe procurato di tirare il prete fuori di Napoli...
Il barone si alzò con aria
tragica e accompagnò la sua affermazione con un gesto vigoroso, stendendo il
braccio e l'indice verso un punto della parete.
‑ Precisamente, e lo gettò
in mare.
‑ Il prete? gridò il
giudice.
‑ Il prete... rispose il
barone che adesso non parlava più che per una specie di meccanismo interno.
‑ Prego il signor
cancelliere di mettere a processo verbale che il testimonio crede che il prete
sia stato gettato in mare.
Il tono ruvido e autorevole con
cui il signor giudice pronunciò queste parole, e i colpi del dito sulla carta
con cui accompagnò l'ordine, diedero una seconda e terribile scossa ad un uomo
che parlava come un addormentato. «U barone» trasalì, e ripetendo a sé stesso
l'ultima risposta, si spaventò di essere caduto così presto in contraddizione.
Prima aveva detto che il cacciatore aveva gettato in mare il cappello e non il
prete: ora diceva che il prete era stato gettato in mare. Di questa
contraddizione la sua mente non era più in grado di valutare l'importanza e il
pericolo: e tanto meno essa era in grado di conciliare la prima risposta colla
seconda: ma il colpevole sentì confusamente che l'edificio della sua difesa
diroccava da tutte le parti, e che da questo momento aveva nel cavaliere
Martellini un terribile nemico.
Procurò di rettificare la
deposizione di prima: ma ormai gli mancavano gli argomenti, gli mancava la
voce, il tempo; e le parole gli si aggrovigliavano in bocca. Gli veniva meno la
forza di tener separato nettamente il cacciatore da sé, di non attribuire
all'uno pensieri ed atti che appartenevano, pur troppo! soltanto all'altro. Non
sapeva più discernere il fatto da' suoi particolari, e, per la foga di
conciliare il prete col suo cappello e di voler credere troppo nel cacciatore,
non si accorgeva che a poco a poco andava esponendo e accusando sé stesso. La
sua testa era una fornace. I mille fantasmi cacciati, respinti, costretti,
flagellati dalla sua scienza e dalla sua logica, uscivano sbucando ora
tutt'insieme dai tenebrosi spechi della coscienza, invadendo la sua ragione e
lo spavento s'impadroniva di quell'uomo che da circa un mese aveva lanciata una
terribile sfida alla natura e a Dio.
Questa povera anima, che aveva
resistito agli urti del rimorso e della disperazione, fatta solida da uno
smalto artificiale di convinzioni scientifiche, si screpolava da sé per la
inferiorità della sua stessa vernice.
La mente non connetteva più, si
spezzavano le formole logiche, e la pazzia, la furia vendicatrice della superba
ragione, scendeva a rompere la testa del barone di Santafusca, come egli aveva
spezzata, con una sbarra di ferro, la piccola testa di prete Cirillo.
Ciò che seguì da questo momento
non fu più interrogatorio nelle forme, ma la lotta estrema di una ragione
contro un rimorso.
Il barone in piedi, nel mezzo
della sala, gesticolando con forza, col suo bastoncino in mano, cominciò a
dire:
‑ Mi meraviglio che si
voglia ancora trovarmi in contraddizione. È chiara, per Dio! Prego a non farmi
dire cose che non penso. Che ne so io di questa faccenda? Io dico che il
cacciatore aveva tutto l'interesse a far scomparire le traccie del prete, cioè
il suo cappello. L'uno valeva l'altro; anzi l'uno più dell'altro, perché l'uomo
si spegne come a soffiare sopra un moccolo, ma la materia (gridò contorcendo
nelle mani il bastone) la materia è dura, resistente, indistruttibile, ha
filamenti eterni, immortali. Avete letto, signori, il «Trattato delle cose» del
celebre dottor Panterre? Devo io citare a questi signori Buchner, Moleschott,
Hartmann, per dimostrare questo principio fondamentale che nulla si può
distruggere di ciò che esiste? Quando voi pensate che una palla di cannone
impiega più d'un milione d'anni a cadere dal centro del sole al centro della
terra, e che il sole è un tuorlo d'uovo in confronto delle nebulose e degli
asteroidi e dell'infinito spazio, io son persuaso che riderete anche voi con me
di queste sciocchezze, come rideva poco fa quel teschio di prete coi denti
appoggiati alla grata. Né quel prete, né quell'altro, non cantano più
l'epistola...
«U barone» sorrise in modo
sinistro e, facendo tre o quattro passi veloci nella sala, continuò,
rinfocolandosi, spezzando in due il bel bastoncino e buttandone in aria i
frantumi:
‑ Ecco perché il cacciatore
cercò di far scomparire il cappello del prete, gettandolo in mare. Per averlo
in mano, quel cappello, era andato fino alla Falda perché sapeva che Giorgio
della Falda l'aveva preso con altre robe nella stanza di Salvatore. Per questo
io dicevo che il cappello fu gettato in mare, e non c'è nessuna contraddizione,
caro cavaliere Martellini. Se il cacciatore avesse affogato il prete, come
potrebbe il prete essere sepolto a Santafusca? Non vorrete supporre che lo
abbia ammazzato Salvatore. O per l'anima mia! io devo difendere la memoria di
un uomo che mi ha portato sulle braccia, e, dovessi dar tutto il mio sangue,
non permetterò mai che l'ombra del più piccolo sospetto funesti una tomba pura
e modesta! Vigliacco è chi lo pensa, vigliacco chi lo dice. Perché avete
trovato il cappello nella sua stanza, voi correte a calunniare un poveretto
morto che non può difendersi. E chi vi dice che il cappello non sia stato
portato in camera di Salvatore dal suo cane?... Interrogato il cane, non
rispose, ha detto ironicamente il cavaliere Martellini; ma se quel cane
parlasse, signori miei, vi direbbe, come ha detto a me, che il prete non fu
gettato in mare, ma fu ammazzato dal cacciatore e sepolto da lui nella villa...
‑ Dal cacciatore? ‑
soggiunse con voce rotta da un singulto il giudice, che si aggrappava ai bracci
della poltrona quasi per resistere allo spavento di quella scena non mai
veduta.
Gli altri ufficiali, l'usciere,
don Ciccio, irrigiditi da quello spettacolo, non davano quasi più segno di
vita.
- Dal cacciatore,
dall'anticristo... ‑ gridò «u barone».
- Che... che tirò il prete a
Santafusca con un pretesto... l'uccise e lo seppellì in giardino... eh? eh? ‑
Il giudice pareva che volesse arrampicarsi sullo schienale dei seggiolone.
‑ Non in giardino ‑
esclamò «u barone» ridendo come se l'amabile cavaliere avesse detto una
facezia. ‑ In fondo alle scuderie, sotto quel mucchio...
Il barone non parlò più. L'occhio
fisso sul cappello del prete, dopo aver raccontato del cacciatore ciò che da un
mese aveva troppe volte raccontato a sé, si sprofondò nella contemplazione
estatica del suo delitto come se ancora avesse sotto gli occhi quel maledetto
mucchio di calce e di mattoni. Ed era uno spettacolo veramente tragico e
solenne assistere alla confessione di un uomo che accusava l'ombra sua.
‑ Barone di Santafusca, ‑
gridò finalmente il giudice, alzandosi ritto su tutta la persona che parve
diventata più grande ‑ voi siete mio prigioniero.
Il barone a queste parole si
scosse da quella specie di sonno magnetico in cui l'aveva tratto la fissazione
della sua mente; fece un mezzo giro su sé stesso, si guardò intorno con occhio
scemo e torvo, parve ancora una volta riconoscere l'orrore delle sua
condizione, mandò un urlo, alzò le braccia, e, spinta la sedia in terra, cercò
farsi strada verso la porta.
Era troppo tardi. Vi stava già la
forza.
‑ No, ‑ gridò colla
bava alla bocca ‑ v'ingannate. Posso dare altre prove. Sono malato,
vedete, è la testa. Sentite la mia testa. Per Cristo santo, ho la febbre! Sono
innocente. Volete che io vi conduca sul luogo del delitto? Vi farò vedere e
toccar con mano. Signori, voi avete davanti un barone di Santafusca, che non si
lascia arrestare come un guappo.
Così dicendo, si chinò, afferrò
la sedia colle due mani, e alzandola colla vigoria dei suoi muscoli furibondi,
cercò di farsi ancora una strada verso la libertà.
Successe una scena
indescrivibile.
I giudici si alzarono spaventati
e si ritrassero verso la parete di fondo, scompaginando nella fuga sedie, carte
e libri. Il vecchio usciere per poco rimaneva massacrato dalla sedia che
l'assassino gli scaraventò sulla testa; guai a lui, se non si abbassava a
tempo!
Seguì una lotta fiera a corpo a
corpo, tra l'assassino inferocito e i due soldati dalle braccia robuste, che lo
avvinghiarono come un orso feroce. L'assassino rotolò in terra ai piedi della
tavola, trascinando con sé uno dei carabinieri che tentò di mordere al viso.
Finalmente, coll'aiuto d'altri secondini accorsi, fu domato, legato.... ma la
giustizia umana non ebbe nelle mani che un povero pazzo.
Il barone era stato tradito e
punito dalla sua stessa coscienza.
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