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IL SIGNOR
DOTTORINO
La bella strada che costeggia il
lato destro del lago di Como, poche braccia al di sopra delle acque, segue le
sinuosità della scogliera, ora abbassandosi con dolce pendio fino al letto d'un
torrente, che scavalca, ora elevandosi a raggiungere l'altezza d'un dosso ed
ora nascondendosi fra le case di una borgata, che discendono fino al ghiaieto.
Le ville e i casini con nomi allegri o mesti, secondo ricordano un voto
compiuto od una sventura, sfilano quasi in catena non interrotta, dipinti, sospesi,
nascosti, rannicchiati, a solatìo, su per le radici dei monti, che ripidi e
coperti di poco verde s'inerpicano fino all’altezza delle nubi. Sull'ora del
tramonto quando l'onda ha meno dell’azzurro del sole e acquista più del
ferrigno, quando suonano campane invisibili e del sole non restano che le
ultime pennellate sanguigne sulle cime delle Alpi, quando sembrano più rumorosi
i torrenti, più querule le ondate che si frangono alla riva, più melanconiche
le note d'un piano fuggenti da una finestra aperta ove si agita un'ombra -
sull'ora del tramonto qualche amico de' libri siede alla sponda a far nulla.
Osserva il cielo e l'acqua, il muschio e il lichene dello scoglio, una frotta
di pesciolini, e finalmente se ha una fanciulla lontana sente più ardente che
mai il desiderio di vederla in quell'ora, tra quel bisbiglio di suoni e quel
miscuglio di tinte vaporose, in quella penombra che facendosi man mano più
fissa versa tanta malinconia nell’anima.
Non affatto diversi erano i
pensieri che passavano nella mente del dottorino, mentre passeggiava sulla
bassa ora d'un giorno di settembre lungo il tratto di strada che da Moltrasio
va a Torriggia.
Dottorino era chiamato dalla
gente dei dintorni or sono molti anni un giovane medico d'uno di que' paesi,
studioso e valente, ma ancor più stimato per la nobiltà del suo carattere e per
l’affabilità del suo tratto.
Da due anni esercitava l'arte sua
in que' luoghi fortunati, e la dolorosa via crucis della condotta era per lui
piuttosto una perpetua campagna; infatti il clima è mitissimo, i malati pochi,
e fra quei pochi de' ricchi stranieri venuti a mendicare al dolce far niente un
po' di salute. Chi ha la fortuna d'una gioventù sana cerca alla bella natura o
la consolazione d'un affanno, o l'oblio d'una colpa, o la meditazione dei casi
andati, o le idee d'un libro, o lusinghe d'amore; il buon Lario, co' tremolii
riflessi, colle calme profonde e col variare dei cento azzurri ha una parola
per tutti. Per il povero pescatore ha invece de' buoni agoni e de' lucci
saporiti e tratto tratto qualche rabbiosa tempesta, che sprigionatasi dal
Bisbino, piomba tra le gole a spezzare un remo e ad uccidere un padre di
famiglia. Ogni bella ha le sue stizze.
Il dottorino tornava verso casa,
ma fosse la sera che gli piacesse, colle pallide luci e col molle spirare della
brezza, o fossero i pensieri che gli facessero ingombro, si appoggiò a un
muricciuolo che difendeva la strada in un punto solitario e fissò lo sguardo
alla villa Pliniana, sulla riva opposta, che spiccava come una macchia bianca
di calce nel nero bigio del ceppo e nel verdone dei boschi. Ma egli non pensava
a Plinio e nemmeno al fenomeno della fontana intermittente e nemmeno alle
fresche ombre e alle cascate che stillano più che da mill'anni da que' classici
tufi. Un altro giorno forse si sarebbe smarrito alla contemplazione delle ninfe
e delle naiadi che insieme alle belle di Roma avevano popolato la deserta riva,
care ai naviganti; ma quella sera tutta quanta la gentilezza dei pensieri si
raccoglieva sull'immagine unica di Severina, che egli aveva veduto pochi
istanti prima e della quale gli titillava ancora nelle orecchie il dolcissimo
«buona sera!»
Chi era Severina? - La figlia del
barone Adriano Siloe, venuto dalla Toscana due mesi prima ad abitare un villino
svizzero, oggidì distrutto per cedere il posto a un massiccio albergo, e che
per la tranquillità del sito veniva chiamato il Ritiro.
Il dottore sapeva che Severina
aveva capelli castagni chiari, occhi del colore de' capelli, volto
delicatissimo soffuso d'una tinta leggermente accesa, una testa fatta al
pennello sottile, senza eccessi di carne e di luce, quanto bastava insomma
perché Severina fosse creatura di questo mondo.
Il dottorino le sapeva queste
cose per essere solito ogni giorno passar sotto il Ritiro, a cavallo, tornando
dalle sue cure e fors'anche per segrete ricerche che aveva fatto. Ma perché
Severina salutasse lui tutte le sere e sorridesse al suo passaggio, perché ieri
avesse scosso un fazzoletto, perché oggi avesse lasciato cadere un garofano
rosso dal davanzale sulla via, erano problemi che invano cercava risolvere a
memoria fissando l'occhio nell'ombra.
Egli esitava a pronunziare un
giudizio che fosse troppo acerbo, perché que' sorrisi e quelle grazie gli erano,
dopo tutto, carissime; gli pareva anzi che un po' di franca audacia non dicesse
male a una bellezza così solitaria; oppure s'ingegnava di supporre in lei
un'anima fanciullescamente inesperta, che sconoscendo le vecchie regole del
decoro sociale, si abbandonava senza rimorso alla libera manifestazione d'un
sentimento vergine, tal quale veniva da natura; oppure essa era la vittima di
una ferrea disciplina, condannata forse dal rigore paterno a vita serrata fra
le quattro pareti, tra i libri, il pennello e il piano, ma senza un'ora di
follia giovanile su per i prati, senza un'ora di conversazione con un uomo di
mondo.
Il barone Adriano, giudicato a
vista, era uomo freddo e forse troppo lontano per età e per indole dalla
giovinezza per sentire queste necessità e per provvedervi. Il dottorino Marco
l'aveva incontrato qualche volta per via, fosco in cera, curvo sotto il peso di
gravi riflessioni, sdegnoso di tutto quanto lo circondava, segno d'animo
superbo e meschino, sempre solo colla noiosa compagnia di sé stesso. Non lo
conosceva più in là, e meno di lui conosceva sua figlia; ma, tornato a casa,
stentò a trovare il sonno e voltandosi nel letto andava sospirando come uomo
còlto da scalmana.
Per quanto in seguito domandasse
alle persone del paese, non gli venne dato di cucire altre notizie, perché il
barone non aveva amici, sua figlia non usciva mai, e il vecchio servitore
incaricato delle provvigioni parlava un napoletano burbero, ma abbastanza
chiaro per dar una lezione di prudenza ai curiosi.
Tutte le sere si rinnovavano le
lusinghe: anzi una volta donna Severina, posata la punta delle dita alle
labbra, lanciò al lago un bacio, che fece arrossire e tremare il povero Marco;
dopo il primo smarrimento, egli prese la corsa su per un viottolo alpestre, non
curando i triboli e i ciottoli, cacciato da una folla di fantasmi
schiamazzanti, finché cadde sfinito sul sagrato d'un tabernacolo montano;
abbrancò l'erba, la strappò dalle radici, e stendendo le braccia al bigio
villino che appariva di sotto fra una corona di lauri e di magnolie gridò al
cospetto del cielo e della terra: Divina! Divina!
La vita gli diveniva ogni giorno
più nojosa: cogli infermi era spiccio e trasognato, cogli amici collerico, coi
libri adirato: amava la solitudine, il languore, e il giacere lunghe ore sotto
un noce in cima a un pascolo, cogli occhi fissi al vario movimento delle
frasche, all'andare e venire dei pettirossi e dei merli, allo svolazzare
voluttuoso d'una farfalla felice più di lui, perché poteva senza pericolo
discender basso basso fino a quel davanzale, dare una volta in quella cameretta
destando accenti di amore e di tenerezza.
In quella dormiveglia febbrile
andava sognando cento espedienti che lo potessero avvicinare a Severina: tutto
gli pareva abbastanza onesto, foss'anche un assalto al suo balcone, un malanno
che lo facesse cadere agonizzante sotto la finestra di lei, o un incendio, di
cui egli solo avesse il dominio.
Lanciarsi tra le fiamme, salire
di volo la scala correre fino a lei sbigottita, afferrarla, discendere con essa
per una scala sottile e cinta dalle fiamme, deporla sopra una zolla fiorita,
dirle: Tu mi devi la vita! e poi fuggire, e sparire per sempre dalla faccia
della terra... ecco le dolcezze sognate nei deliri d'amore all’ombra d'un noce
di duecent'anni.
Ma da sé il buon dottorino non
sarebbe venuto a capo di nulla; la condizione del barone Adriano non gli
permetteva neppure di sognare tanto scioccamente.
Un giorno, il vecchio servo entrò
in farmacia tutt'affannato cercando del medico.
- Son qui - rispose Marco, e uscì
come una saetta e corse senza perder tempo e fiato, fin alle ultime case del
paese. Non osava domandare notizie, per lusingarsi alla speranza di poterle
toccare il polso; camminò per un lungo tratto di via senza rompere il fascino
dell'ignoto e sol quando fu al cancello della villa si fermò ad aspettare il
vecchio che ansava e gli chiese:
- È malata?
- È il gondoliere di Sua
Eccellenza, un veneto goloso di ostriche, che vuol morire di indigestione; Zeno
dovrebbe sapere che i pesci grossi uccidono mangiando e i pesciolini
lasciandosi mangiare.
Gli antichi diedero segno di
somma sapienza quando figurarono amore in un fanciullo, perché nessun altro
sentimento è tanto irragionevole. Il dottorino desiderava che donna Severina
fosse malata, e si rattristò della burla.
Quando attraversò il giardino
alla volta d'una casa rustica, appartata, udì la voce di Severina che cantava o
meglio trillava sulle note alte, toccando tratto tratto i tasti bassi del
pianoforte.
- Non sa la signora che vi è un
malato in casa?
- Saperlo o non saperlo, è lo
stesso - rispose con nebulosità sibillina il vecchio burbero arrestando i gesti
in aria come usano spesso i napolitani.
Il gondoliere guarì, e fatto il
solito giuramento e le solite croci contro le ostriche tornò al remo, all'acqua
e al vino, specialmente sotto il Grotto del Nino o alla riva di Lemna dove lo
si vendeva buono. Ma il dottorino era malato gravemente, e sparsa la voce d'una
rabbiosa febbre intermittente scrisse al suo vicino collega, raccomandandogli
per quindici giorni i suoi infermi e offrendogli il proprio cavallo; col
permesso de' superiori aveva intenzione di andarsene lontano, e presa la via
delle Alpi, penetrare nella Svizzera tedesca, spendere un migliaio di lire,
salire i gioghi ghiacciati, litigare coi vetturali, colle guide, cogli osti e
colle paffute montanare e ritornare finalmente più povero, più stracciato, più
bisognoso, ma guarito da quell'amore che minacciava la sua fortuna, e la
dignità d'una famiglia illustre. Le intenzioni del signor Marco erano buone;
preparata una piccola valigia aspettava il piroscafo della sera, quando il suo
domestico gli consegnò un biglietto di visita dicendo: - Egli aspetta.
Il dottore lesse: Barone Commend.
Adriano Siloe.
Il barone chinò la testa a un
dignitoso saluto.
Egli forse non oltrepassava i
cinquant'anni; vestiva elegantemente di nero; scarno era il viso ma di linee
belle; alta la fronte con rari capelli, lentissimo il gesto, profonda la voce,
ma che tratto tratto si faceva melodiosa quasi rispondesse a sentimenti
improvvisamente più lieti.
- Riesco importuno, signor
dottore? - chiese fissando gli occhi al suolo secondo il costume e arrestandosi
immobile in mezzo alla stanza.
- Ella mi onora - fu presto a
rispondere il dottorino, che non sapeva spiegarsi questa visita inattesa, e
aggiunse: - Se avessi saputo, sarei venuto io stesso.
- Grazie, ma la prudenza mi
consigliò di prevenirla. - Il tono di voce naturale e conveniente a un uomo di
tanto riguardo, parve in sulle prime misterioso e provocante al povero dottorino,
onde cominciò a temer forte che il noce della montagna non avesse scosso dai
rami qualche segreto.
Sedettero entrambi, e il barone,
senza torcere gli occhi dal suolo come se vi leggesse quello che stava per
dire, incominciò:
- Sento che ella gode bella fama
non solo di medico provetto, ma anche di uomo saggio e generoso, onde, sebbene
io disperi degli aiuti della scienza, tuttavia un barlume di speranza brilla
ancora in me per quella scienza che ha, dirò così, la baldanza della gioventù.
Inutilmente ho interrogato i più sapienti medici d'Europa...
A questo preambolo recitato colla
moderazione d'un uomo che pensa quel che dice e al modo migliore di dirlo, il
dottorino spalancò tanto d'occhi ed entrò in maggiore curiosità; però, fatto un
cenno d'umiltà innanzi a elogio sì ragguardevole, si atteggiò in modo da non
perdere una sillaba sola di quelle preziose parole. Il piccolo sospetto natogli
in principio, cioè che il barone avesse letto nel suo cuore l'amore per donna
Severina, si sciolse da sé stesso, e Marco, osservando il colore olivigno e
quasi terreo di quel viso e il corrugarsi frequente di quella fronte, pensò di
aver innanzi un illustre infermo.
Ma il barone l'imbarazzò alquanto
allorché gli disse: - L'ammalata è mia figlia, donna Severina. Essa è
l’immagine viva di un’altra donna che nella mia giovinezza amai e venerai in
appresso per più di vent'anni di matrimonio. Morta mia moglie, mi restò
Severina unico amore, unica ragione della mia vita; la mia natura essendo
inclinata a melanconia, e la mia mente al dubbio d'ogni cosa, soltanto Severina
poté colla soavità delle sue parole e coll'eloquenza de' suoi sguardi indurmi a
poco a poco a persuasioni più sante, o dirò meglio più umane. Ma Severina da un
anno è molto malata.
Il barone corrugò la fronte in un
modo strano e trasse un lungo sospiro.
- Posso io... - mormorò
premurosamente il dottore, ma anche la sua voce tremava, e a stento gli riuscì
nascondere il turbamento che questa notizia aveva gettato nel suo cuore. Il
barone con un segno della mano graziosamente lo interruppe ed... - È necessario
- disse - che io narri prima la cagione di questa malattia, se lo permette...
- Si figuri.
- Severina fu già fidanzata a un
nobile toscano, il conte Giulio - taccio per pietà il nome del casato. - Essa
lo aveva conosciuto in una di quelle feste eleganti in cui le giovinette
frequenti volte incominciano fra la musica, le danze e i fiori una storia che
finisce in pianti e in vergogne. Giovane di acuto ingegno, bello di aspetto, di
parola facile e ornata, discreto scrittore, don Giulio era ben accetto anche
fra i crocchi nei quali oltre il vano cicaleccio ha pur qualche valore una
parola seria e sincera. La fanciulla rispose ai primi sguardi alle prime
parolette con quella commozione di tutti gli spiriti, con que' rapidi rossori e
quell'immobilità pensosa degli occhi, onde per la prima volta si manifesta
l'amore. Essendo però fanciulla savia e schiva dai sotterfugi, venne subito da
me, e sedendo, come soleva spesso, sulle mie ginocchia, mi disse: «Papà, io
amo.... La fissai e mi accorsi che amava molto. Umide erano le ciglia, accesa
la fronte, trepide le labbra e in tutte le membra irrequieta, come se le
scorresse l'elettrico entro i nervi.
«Intanto il conte Giulio passava
due o tre volte al giorno a cavallo sotto il terrazzo della nostra villa presso
Fiesole; io non so negare che in qualche tramonto non gli rispondesse una voce
modulata al canto, o uno stormire insolito dei lauri sopra la cinta del
giardino, o un saluto indiscreto; mi spiaceva soltanto che il contino non
uscisse da quelle incertezze, per verità sconvenienti e pericolose. Ma non
tardò molto. Suo padre, il venerando conte Gian Andrea, il fratello del quale
fu cardinale di Gregorio XVI, venne regolarmente e come richiedevano le leggi
d'onore, da me. Illustre era il casato, secondo i voti del mio cuore, o, se le
piace, secondo pregiudizî di vecchia data, che io non intendo però né difendere
né accusare, ma che per antica tradizione domestica hanno per me santità di
legge. Tra le due famiglie si strinsero nodi di amicizia: inutile il dimostrare
come i parenti esultassero, come la città ne parlasse, come Severina corresse a
imaginare l'avvenire d'oro. A dieciott'anni ognuno di noi suol ricrearsi un
mondo di suo genio, quasi correggendo l'opera di Dio; fatica vana per chi deve
ben tosto distruggerlo colle proprie mani e inciampare e seppellirsi nelle sue
rovine. Verso la fine del verno notai sulla fronte di don Giulio una nube
ostinatamente fissa e in tutto lui un languore insolito, inesplicabile in un
giovane della sua età, del suo ingegno, e che poteva col semplice specchiarsi
in due pupille conoscere quanto la sua esistenza fosse preziosa e cara. Amava i
lunghi ragionari della politica, pendeva precocemente al grave, al triste, e se
pur talvolta sforzavasi richiamare gli antichi spiriti, non gli veniva affatto
di nascondere interamente l'artificio delle arguzie e dei sorrisi fatui.
«Un giorno mi raccontò d'una
certa causa presentata ai tribunali per la rivendicazione di non so quali terre
nelle Romagne, per la quale gli era giuocoforza ritardare il matrimonio di
qualche stagione; anzi per la composizione di questa causa interessante don
Giulio doveva allontanarsi spesso da Firenze, e privava in tal modo Severina
delle sue visite preziose.
«Com'era mio dovere, lo spiai, e
non fui il primo in Firenze a scoprire la vera causa di queste titubanze.
Severina ne sapeva qualche cosa? prima di me aveva scoperta l'immensa noia che
travagliava il suo povero amico e ne piangeva in segreto, e veniva a chiedermi
spiegazioni con voce straziante, pregandomi d'indicarle in che cosa ella fosse
mancata verso don Giulio. Io, naturalmente, sperando sempre in un vicino
ravvedimento, andava lusingandola con parole vaghe, le dimostrava come l'esito
di quella causa fosse veramente tale da compromettere la felicità di don
Giulio. Dovevo forse dirle: Asciuga gli occhi, poverina: egli ama un'altra
donna?».
- Un'altra donna! - interruppe il
dottore coll'esclamazione d'uomo che stenta a credere; difatto, secondo il suo
sentimento, come si poteva amare un'altra donna dopo aver conosciuto Severina?
Il barone confermò:
- Era costei, - disse, - una
celebre cantante francese che in quella stagione aveva trionfato per bellezza e
per arte al teatro della Pergola; don Giulio aveva fatto a fidanza della
propria virtù e sebbene non venisse a quest'altro amore per malanno, sebbene
lottasse per onor delle armi co' propri scrupoli, qual vantaggio per Severina?
La città intanto ne sussurrava colla solita compiacenza.
«Non da padre sdegnato, ma da
umile supplicante scrissi una lettera al vecchio conte, che mi rispose cortesi
promesse, ma dalle quali traspariva un amaro cordoglio. Don Giulio, che non
osava lasciar la mia casa, fidandosi nella nostra cecità, tornò con varie
pretese sì indiscrete alle quali io non poteva cedere senza offendere Severina
e l'integrità del mio nome. Evidentemente egli cercava un pretesto per rompere
ogni promessa, e fra noi due si scambiarono parole asprissime. Severina n'ebbe
sentore, si meravigliò che don Giulio s'arrestasse innanzi a qualche articolo
di contratto nuziale, ma non mi avvidi che ella conoscesse ancora la dura
verità. Perché non le giungesse sgarbatamente qualche voce della cronaca
cittadina la condussi meco a Livorno, ove abbiamo una vecchia parente. Ella mi
seguì docilmente, e quando ci trovammo soli, lontani dai luoghi testimoni della
prima felicità, ella mi si abbandonò piangendo al collo e mi disse: Padre,
perdonagli; cedi alla sua inesperienza; io lo amo...
«Terribile momento fu quello, dottore;
la parola crudele mi corse alla lingua, litigò fra i denti, ma temendo che
Severina non mi cadesse morta ai piedi o che smarrisse la chiara coscienza di
quelle virtù per cui sua madre era tanto benedetta, preferii comparire io
stesso come il gran colpevole e promisi ravvedermi. Le narrai minutamente la
storia del nostro diverbio; le dissi come, impaurito per l'esito fatale di
quella sciagurata causa, io secondava di malgrado quel matrimonio, ma, dal
momento che ella ne soffriva, avrei fatto ampie scuse all'amico; insomma mentii
per la prima volta in vita mia, ma trassi più sicuro il respiro quando vidi
tornare un sorriso di speranza sulle labbra di Severina. Ma perché l'aveva io
tornata alla speranza? perché le andava promettendo che don Giulio sarebbe
arrivato di giorno in giorno? io temeva dire la verità, ma qual beneficio era
mai il mio infingere? Lottava come uomo che sta per affogare: ad altre mie
lettere non si rispose più da Firenze: Severina era angustiata, seccante,
insistente.
«Una mattina essa sedeva al
balcone, gli occhi fissi al mare, donde io avevo molte volte promesso che don
Giulio sarebbe arrivato. Aveva tra le mani una lettera d'una sua amica,
maritata da un anno, la quale col diritto dell'esperienza si faceva ardita di
darle consolazione e avvertimenti non chiesti. Un poscritto diceva: «Egli è
partito per Parigi; sei benedetta da Dio, Severina». Severina guardava fisso il
mare, come se volesse scoprire lontano lontano le coste di Francia; una povera
cameriera, messa alle strette, aveva narrato tutto».
- Mio Dio! - esclamò sottovoce il
dottore.
Don Giulio aveva seguito il corso
della sua stella e andava incolpando me d’intolleranza e d’avarizia.
- Il barone così dicendo sorrise
amaramente.
- Posi una mano sulla testa della
fanciulla, che levati gli occhi, mi sorrise mestamente. Era bella, giovane,
innamorata, semplice ne' suoi affetti come una bambina e non sapeva persuadersi
di quanto le avevano narrato.
«Fissava il mare placidamente
azzurro, il colore de' suoi pensieri, e non si ricordava che anche il mare ha
le sue orribili tempeste nelle quali si frangono le più belle opere degli
uomini. Ella non saliva tanto alto nella considerazione del male, ma io, caro
dottore, io che teneva una mano sul di lei capo, che nella vita ero passato attraverso
dure esperienze, che mi vedeva offeso e tradito nella parte migliore di me, non
seppi raffrenare un urlo di rabbia feroce, come di belva, a cui ella si scosse
e rispose con un grido...
«Ah! dottore, odio gli uomini;
odierei anche Iddio, se lo conoscessi!».
Il povero dottorino chinava la
testa mortificato, come se di quella storia egli fosse un po' colpevole:
osservò di sottecchi l'aspetto del barone e n'ebbe tanta compassione che per
poco non ruppe in singhiozzi.
Dopo un istante, nel quale si udì
persino il rumore del pendolo sul camino, il barone ripigliò:
- Da quel giorno Severina è
malata e la scienza mi rifiuta ogni consolazione. Quel giorno che ella avesse
chiusi gli occhi io tornerei alla mia libertà, e...
- Non lo dica, signore...
- Non sono avvezzo a promettere
senza mantenere: quel giorno mi ucciderei.
- Ringrazio Dio che il signor
barone non sia tutt'affatto deluso della scienza.
- Voglio morire, s'intende, senza
l'ombra d'un rimorso. - Le risposte del barone erano brevi, decise e
pronunciate a testa bassa.
- Se è vero che per volontà degli
uomini avvengono spesso dei miracoli, io voglio tentarne uno - disse il dottore
colla sicurezza dello scienziato.
- Ella avrà piena libertà in casa
mia.
Il dottorino, preso, non so come,
da un vago presentimento che in quell'incontro vi fosse la mano di Dio, si fece
animo e interrogò il barone sopra alcuni particolari della malattia, dicendo:
- Forse donna Severina sentì il
contraccolpo di quella sventura nel sistema nervoso, o ne patirono i bronchi,
o...
- Dottore - interruppe
ruvidamente il barone - non ho ancora detto che Severina...
Il povero padre si coprì il volto
colle mani, e ritornato a poco a poco all'abituale sua freddezza, seguitò con
voce calma e quasi indifferente: - Non ho ancora detto che Severina è pazza?
Il dottorino balzò in piedi e gli
parve che precipitasse la notte.
Severina era pazza! il povero
padre non sapendo resistere alla pietà di quel racconto, piegò la testa sul
petto e strinse i pugni quasi sfidasse il proprio destino, mentre poche lagrime
gli solcarono, suo malgrado, le guancie. Il dottorino invece mosse qualche
passo per la stanza, ricordò rapidamente tutte le grazie di Severina e i suoi
inesplicabili sorrisi, crollò la testa sbalordita per quella notizia e stette
alcun tempo incapace di trovare parole che non tradissero i suoi segreti
innanzi al barone. Finalmente, usando una vecchia frase, esclamò:
- Dio solamente può consolare
questi dolori.
- Dio! - replicò con asprezza il
barone - difatto non può essere che un Dio quei che ce li manda.
- Sia pure! se vinceremo la
prova, questo Dio sarà qualche cosa meno di noi - osservò il nostro dottorino
con parole più gonfie e che nella loro misteriosa nebulosità velavano assai
bene il vero stato dell'animo suo. Ma venendo all'argomento aggiunse: - Non
senza trepidazione, confesso, oso tentare anch'io un esperimento che ha già
deluso i più dotti; ma se mi regge l'animo gli è perché qualche volta gli
uomini sono preziosi non per la loro speciale virtù e sapienza, ma per la
condizione speciale in cui si trovano rispetto agli altri. La formica non
gareggierà coll'elefante, ma nel caso di appiattarsi ognuno di noi vorrebbe
essere formica.
- E quali sarebbero queste
condizioni?
- Sono eventuali, né io le
conosco.
Il dottorino avrebbe voluto
aggiungere: l'amore è maestro, l'amore rende audaci e presuntuosi anche i più
timidi; ma tutti questi pensieri non si manifestarono che in un mesto sorriso,
onde il barone che sentì tremar la mano di lui nella sua, gliela strinse
cordialmente e disse: - Ella mi riconcilia quasi con gli uomini. Quando verrà a
veder Severina?
- Quando ella vuole.
- Per non darle sospetto venga
domattina a colazione da noi; io lo presenterò come il figlio d'un mio vecchio
amico.
- Benissimo.
E così si lasciarono. Il
dottorino, restato solo, cominciò da capo a passeggiare su e giù, in lungo e in
largo per la stanza, tirato dal filo delle sue idee, inconsapevole di tutto ciò
che avveniva fuori di lui, anzi in gran parte ignoto egli stesso a sé, finché
stanco e col capogiro sedette presso la finestra. Sul ponte si raccoglievano
già i crocchi di coloro che aspettavano il piroscafo, dei curiosi, e insieme
molte belle fanciulle villeggianti, con abiti freschi e leggieri, molti stranieri
dai cappellacci pesti, sul ghiaieto e sulla piazzetta molti monelli scalzi che
si rincorrevano alzando il chiasso.
Lo scarlatto acceso degli
scialletti di lana, che riparavano le belle spalle dalle punte della brezza, il
bianco dei grembiuli e delle cuffie delle bambinaie, il bigio e il verde dei
parasoli, tocchi appena da un raggio roseo, le sciarpe e i veli azzurri dei
cappellini e dei cappellacci, le tende vergate delle gondole, le bandiere
tricolori sulle prore risaltavano dal piano liscio dell'acque, che,
splendidamente azzurre, man mano si allontanavano da questa riva mescevano allo
zaffiro ombre sempre più dense, finché finivano all'altra riva, sotto il
riflesso dei macigni, in un grigiastro quasi nero.
Tutti questi colori si movevano
sotto la luce fuggitiva del sole e allorché dalla punta di Torno squillò la
campana si fece più caldo il bisbiglìo, il correre, l'urtarsi dei carri e dei
facchini, il baciare e il baciucchiarsi delle donne, sempre più amorose quando
si abbandonano: il piroscafo si avanzava a corsa, poi rallentò l'ansia e a poco
a poco, come cosa viva, venne docile e umile a bacìo della sponda.
Selmo, il domestico di Marco,
entrò in fretta e in furia, ma il padrone gli disse:
- Non parto più. - Marco stette
colle braccia e il volto appoggiati al davanzale, cogli occhi fissi, ma
stupidamente fissi su que' colori e sul vivo agitarsi di tanti uomini e di
tante cose. In ogni giovinetta gli pareva rivedere Severina; tutte le
somigliavano nelle curve dei fianchi, nella dolcezza dei movimenti, nel candore
del volto, nelle onde lusinghiere dei capelli; ma tutte queste avevano la
coscienza della loro bellezza, dei loro dieciott'anni, e trepidavano sotto quel
raggio e allo spirare di quella brezza come arboscelli che sentono la
primavera. Invece Severina era pazza, peggio che morta! vive erano ancora le
sue guancie, accesi gli occhi, magico il sorriso, ma da quegli sguardi e da
quelle labbra scattava un pensiero scemo, vanesio, dolorosamente buffo. - O
perché dissipi tanti colori e tanta bellezza, o natura? - esclamò a mezza voce
battendosi la fronte.
Il suo cuore si rimpiccioliva
innanzi a questa verità, ma ei l'andava contemplando e ripetendo con quella
voluttà di strazio che spinge il romito a battersi il petto con un ruvido
sasso.
Chiuse gli occhi e imaginò
l'istante nel quale ei si sarebbe accostato alla fanciulla, a lei dalla quale
avrebbe voluto prima esser lontano le cento miglia; egli avrebbe scrutato fondo
in quelle pupille, e toccata quella testa con tutti i diritti che gli dava la
scienza. Perché aveva accettato questo esperimento pericoloso?
- Ma alfine - disse direttamente
a sé stesso - posso io amarla ancora? quelle grazie che mi fecero innamorare di
lei erano funesti segni di follia, e non per me soltanto. Persistere in un
sentimento che oggi ha radice soltanto in una materiale compiacenza mi sembra
indegno d'uomo onesto. No, no, svegliamoci da questo sogno e contiamola fra le
avventure di gioventù.
Quando il dottore riaprì gli
occhi il piroscafo era già scomparso e scendeva più fitta la sera. Gli parve
riconoscere la voce del burbero napoletano che parlava sotto la sua finestra
con un signore, ma mentre stava per tendere l'orecchio, due colpi secchi
all'uscio lo fecero trasalire.
Era il dottor Celestino, suo
collega, che dietro suo invito veniva a sostituirlo per quindici giorni. Costui
aprì l'uscio con un grosso bastone e gridò fermandosi sul limitare:
- Ohe! Selmo, portami da bere.
Era un giovinotto dell'età di
Marco ma per robustezza di membra e per prosperità di salute ne valeva cento.
Entrò trafelato, sebbene l'ora non fosse cocente, rosso cotto in viso, colle
scarpe impolverate, un cappello molle e schiacciato sulla nuca e una pipa lunga
in bocca.
- Come mai? non sei tu partito? -
domandò a Marco.
- Mi pare di no.
- Cosa mi hai scritto?
- L'uomo propone e Dio dispone.
- Dio ti benedica, anima mia.
- Tu non giungi importuno perché
quindici giorni di riposo mi faranno bene.
- Difatto, mi hai una cera da
candela benedetta. Cosa mi fai, Marcuccio? sentiamo il polso: vediamo la
lingua... Sporca, sporca - e Celestino tentennava il capo. - Vuoi un mio
parere?
- Sentiamolo.
- Prendi moglie.
- Credeva che mi ordinassi del
reobarbaro - disse Marco ridendo.
- Questi libri ti assottigliano
la vita, asinaccio.
Selmo portò del vino e dell'acqua
che Celestino bevette d'un fiato come un pesce che sfuggito dal carniere si
rintuffa nel fiume. Poi si spogliò del ferraiuolo, del panciotto e del colletto
e col tono d'un prete che canti l'epistola ricominciò: - Questi libri ti
assottigliano la vita. Cosa sperate dal vostro studiar giorno e notte? di
scoprir l'arte di non morir più? Bel servizio rendereste, in mia fede, all'egra
umanità, togliendole quest'unico sfogo! ah! ah! ai tempi di Galeno si campava
forse più vecchi.
Celestino, come si vede, prendeva
la vita più alla buona e si sarebbe detto, guardandolo in viso, ch'egli avesse
scoperto il segreto di crepar di salute. Egli aveva un cuor d'oro, ed essendo
per natura inclinevole alla bontà, né sapendo d'altro lato sopportare il
fastidio della tenerezza, la disperdeva in risate sonore, in pugni sulle spalle
degli amici e in prediche stravaganti che avevano però la virtù di mettere sete
al predicatore. Così anche il peggior vino gli sembrava discreto.
Marco in confidenza narrò
all'amico la storia del suo innamoramento e della visita e dell'invito ricevuto
e quando Celestino ebbe inteso il casetto strano non seppe trattenere le
lagrime pel tanto ridere che ne fece, e giurò di raccontare la panzana al
dottor Pellani, e al sindaco di Vercurago e al curato di Moltrasio; ma il
nostro Marco, colto il momento che egli vuotava il bicchiere, gli raccomandò il
più scrupoloso silenzio.
- Come vuoi; - rispose Celestino
- comunque sia puoi guadagnare de' bei soldi.
Marco tacque ma non poté
nascondere un senso di dispiacere a queste parole egoistiche dell'amico, onde
questi sdraiandosi sul divano, e soffiando larghi buffi di fumo esclamò:
- Ho capito, sempre magnanimo il
nostro dottorino.
In compagnia così allegra, Marco
ritrovò il retto senso della vita, il quale spesse volte sfugge a chi col
fantasticare va creandosi un mondo che non esiste nella lista dei pianeti.
Al mattino seguente il dottorino
camminava verso il Ritiro.
Marco, uscito allo spuntar del
sole, trovò le griglie e gli usci del villino ancor chiusi e per ingannare il
tempo, che gli pareva lento e nojoso, salì il sentiero che menava al
tabernacolo alpestre, dove aveva molte volte pensato a Severina; e di là girò
gli occhi ai monti, al lago e al campo sereno del cielo. Credeva di esser
guarito, ma l'aspetto di quei luoghi ridestò nuovamente il malanno de' suoi
pensieri, che gli erano brulicati in testa durante la notte. La malinconia lo
sorprese e a stento frenò le lagrime al rivedere di sotto, fra il verde delle
piante, il tranquillo villino dove forse a quell'ora essa dormiva e sognava.
Molte volte questo abbandono dello spirito aveva funestato la vita del nostro
amico, sia per una falsa coscienza della propria nullità, sia per
un'inaspettata delusione, sia per un desiderio immenso di amore e di verità;
dalla lotta fra il volere e l'essere scaturivano giorni di amara tristezza, di
languida noja, per la quale la vita gli si rimpiccioliva alle misure di un
sogno, la natura gli appariva a colori scialbi, le speranze si facevano sceme e
fatue, e i grandi travagli della umanità gli stuzzicavano un sogghigno crudele.
Scarsi erano questi giorni, ma egli li assaporava ora per ora in un ozioso
dispetto, quasi succhiasse il sugo di una vita inutile, penoso e troppo a sé
stesso, invocando l'antica sorte delle fate, lo scomparire.
Una parola amica, un guardo
benevolo avrebbero bastato a ritornarlo al migliore sentimento di quegli
istanti in cui egli inorgoglivasi della propria virtù, fissava il pensiero a
tutte le glorie umane, lasciava che il fascino etereo delle idee e della natura
lo rapisse ne' suoi giri vorticosi. Allora egli sentiva questa natura, che
aveva studiato sui libri, palpitare viva dentro di sé e fuggendo il cicaleggio
degli uomini soleva contemplare i vergini pascoli delle alpi, ove un popolo
d'erbe e di bruchi ama e soffre; di là sentiva la divinità propagarsi e gli
pareva d'esser vicino a scoprire il grido selvaggio dell'uomo nudo, adoratore
della madre terra. Ma Severina gli negava questa parola amica e i suoi sguardi
vitrei lo spingevano al furore.
Discese a rapidi passi, giurando
in cuor suo di essere uomo serio e obbediente al proprio dovere.
Quella mattina s'era messo
l'abito nero e i guanti, aveva tocca col rasojo la barba che gli scendeva in
due pizzi dal mento; i capelli rovesciati sulla testa lasciavano aperta la
fronte alta e senza rughe; era insomma il solito dottorino ma più bello e più
galante.
Il barone lo accolse in un
salottino arredato splendidamente, gli strinse la mano e lo fe' sedere vicino.
Severina s'era già levata, secondo il solito, da una mezz'ora e attendeva alla
sua toletta:
- Severina - disse il barone -
non ha per nulla cambiate le abitudini della sua vita, ma colla mente ella
sposta il tempo e lo arresta ora a un momento ora ad un altro del suo passato.
Oggi, per esempio, mi parla di don Giulio come di persona incontrata poco prima
alla festa della contessa Emma; domani mi racconta ch'egli è passato a cavallo
sotto la villa e che l'ha salutata: un altro giorno siede sulle mie ginocchia e
mi confessa il suo amore con tanta vivacità, con tanto rossore ch'io non reggo
allo strazio. Quando io la condussi sul lago di Como sperai che il quadro
diverso della natura divergesse l'ostinato corso delle sue idee; ma ella rivide
nel lago il mare, e crede d'essere a Livorno al tempo in cui si ruppero i buoni
accordi fra noi e don Giulio...
- Non chiede mai di don Giulio?
- No, perché va ingannandosi da
sé stessa. Può avvenire che lo aspetti per qualche ora, ma subito dopo ne
ragiona come di persona partita di recente. Soltanto verso sera o nei giorni
più nebulosi si raccoglie in brevi silenzî, arcigna, fosca in viso come se
cercasse penetrare le nebbie d'un mistero; ma ne esce spensierata, allegra,
siede al pianoforte, disegna, scrive molte lettere a Giulio.
- Poverina! - disse sospirando il
dottore.
- Io conservo queste lettere ed
ella, dottore, potrà, leggendole, scoprire la legge di questa ragione inferma;
vedrà come raramente divaghi dal retto senso delle parole e del pensiero e
conversando con lei avrà qualche cosa a imparare.
- Dunque, se don Giulio
ritornasse...
- L'ho già pensato - interruppe
rannuvolandosi il barone; - ma don Giulio non lo sa, e quel giorno ch'io
l'incontrassi sulla mia strada non gli chiederei certamente una grazia.
Severina direbbe ch'io ho insultato la sua infelicità.
- Dubito che per altra via si
possa giungere a miglior risultato.
- Ho parlato ieri sera di lei a
Severina: fra poco essa scenderà a colazione.
- Mi manca il cuore... - disse
con fil di voce il dottorino, che si pose a notare non so che sull'album delle
sue memorie.
Dalla finestra del salotto
vedevasi un largo tratto di lago, di cui la riva opposta stendendosi in giro,
popolata di case e di alberi, formava come un lungo braccio di golfo; dagli
stipiti delle finestre sporgevano ramicelli di edera di cui era tappezzata la
parete esterna, e dal piede spuntavano le teste dei fiori. Mobili intarsiati e
vasi d'erbe esotiche negli spigoli, specchi e ritratti rendevano geniale quel
salottino silenzioso e profumato; le farfalle venivano e posavano sulle foglie,
e si sperperavano quasi scosse dal vento. In questo casino fresco e romito,
dove la natura si era lasciata educare dall'arte, ove non giungeva che il rumor
dell'onda, o il fruscìo degli alberi o il ronzare di qualche ape lavoratrice,
un uomo e una donna, giovani e innamorati, avrebbero potuto dimenticare il
cielo e la terra e tentare di nuovo la virtù degli angeli.
Così almeno la pensava Marco,
rimasto solo, mentre il barone era presso la figliola a ricevere e a dare il
bacio del buon giorno. Un servo l'invitò nella sala vicina ove era preparata la
tavola della colazione: dal balcone scoperse la strada per la quale egli soleva
passare a cavallo, col cuore in tempesta e cogli occhi fissi a quel gruppo di
oleandri. Staccò una foglia, ma la abbandonò all'aria. Così era svanita la sua
felicità.
Fra cinque minuti egli l'avrebbe
riveduta, ne avrebbe udita la voce armoniosa, e stretta la mano. Si sforzò di
pensare alla sacra missione per cui era venuto, ai lobi del cervello, e agli
autori alienisti, che aveva sfogliato, consultato quella notte; e fu sì forte
il suo proposito che, quando riudì la voce del barone e uno strascico d'un
vestito di seta, stette ritto in piedi senza tremiti, senza titubanze, nella
placidezza solenne d'un sacerdote. Forse da un primo sguardo egli poteva
scoprire un sistema, od ottenere il dono di un'ispirazione: perciò l'occhio
doveva essere limpido, sereno, attento: la mente signora di tutte le sue forze;
il cuore non valeva nulla questa volta.
Il barone diceva a Severina: - Tu
non lo conosci, ma il figlio d'un mio amico ha diritto alle tue grazie. Caro
dottore, presento mia figlia...
Il dottorino s'inchinò: avrebbe
dato metà del suo sangue per una parola che lo togliesse subito d'imbarazzo, ma
sebbene l'avesse pensata e preparata, alla vista di Severina vestita tutta di
bianco si smarrì.
Severina gettò un grido e lasciò
il braccio del padre. Severina sorrise, si fregò la faccia come per togliersi
una nebbia dagli occhi; e con vivace trasporto esclamò:
- È lui? è lui?.. Ah! papà
briccone, e così inganni la tua bambina? quando sei arrivato, Giulio...? vedi,
babbo, se io avevo ragione? O mio Dio, quanta gioia!... Giulio, amico mio,
anima mia!...
Severina corse verso il dottore,
gli cinse il collo con ambo le braccia e posò la fronte alle di lui labbra.
Il dottorino perdette per un
istante la coscienza di sé stesso, ma stette rigidamente ritto al suo posto,
come una colonna.
Come ognun vede Severina era vittima
di un nuovo inganno, e il barone se ne accorse subito nel riconoscere al
portamento all'abito, e all'eleganza del dottore una non lontana rassomiglianza
con don Giulio; ma per Severina questo inganno era già cominciato quel giorno
che il dottore passando a cavallo sotto il villino, aveva rinnovato, senza
saperlo, le usanze del bel contino innamorato.
Marco interrogò d'uno sguardo il
barone, che a testa bassa e con voce sommessa esclamò:
- Secondiamola, per pietà.
- Non mi dici niente? - interrogò
la fanciulla. - Non mi dai neppure un bacio sulla fronte? sei proprio adirato
con noi?
- Perché dovrei essere adirato? -
balbettò Marco e posò ad occhi chiusi un bacio su quella candida fronte.
- Avete fatto la pace, uomini
seri? - esclamò Severina. - Papà non sperava più di vederti, ma io gli andava
dicendo: Verrà, verrà... e toh! eccolo qui... Dimmi, e questa causa eterna di
rivendicazione...?
- È vinta - disse il barone
soccorrendo il povero dottore.
- Dunque non c'è più pericolo che
per una questioncella di dote e controdote mi vogliate morta.. Come sono
cattivi gli uomini d'affare...! ma tu cos'hai che non parli?
- Il signor barone... - mormorò!
con voce moribonda il dottore.
- Ah! ho capito, non siete ancora
assolti e benedetti: ebbene qua le vostre mani e che tutto sia finito in nome
di Dio e della mia povera mamma. - Il dottore e il barone si strinsero la mano,
ma non osarono mirarsi in volto. Essi tremavano.
- Ora che i nostri feudi sono
rivendicati, pensiamo a far colazione perché la vostra castellana sente il
pizzico della fame. Signor cavaliere errante, è pregato...
Marco sedette ed era tempo perché
sembrava accasciato, e supplicò di nuovo il barone di toglierlo d'imbarazzo.
- Il nostro Giulio è alquanto
turbato - disse il barone Adriano - perché ha lasciato a Firenze il suo povero
padre gravemente infermo.-.
- Davvero? oh poverino!...
- Anzi - fu presto ad aggiungere
Marco - la mia dimora a Livorno non sarà che di poche ore.
Severina tentennò il capo, si
accigliò, raccolse la mente, ma tratta da un'altra idea più lieta domandò: -
Hai ricevuto tutte le mie lettere?
- Sì.
- Perché non mi hai risposto?
- Don Giulio aspettava da me il
permesso di risponderti - osservò il barone.
- Ebbene, se ora ti faccio una
domanda hai il permesso di rispondermi?
- Credo di sì - disse il dottore.
Severina si chinò quasi sulla
spalla del dottore e scotendo con aria civettuola il fascio de' suoi capelli
domandò sottovoce: - Mi vuoi proprio bene?
Il barone mormorò con voce cupa:
- Il nostro Dio si diverte.
- Mi vuoi proprio bene? -
ridomandò Severina.
- Perché lo dimandi? - chiese
alla sua volta il dottore.
- Perché ho sognato brutte cose
di te.
- Non credere a' sogni, che sono
l'ombra de' nostri pensieri - osservò il barone.
- Cos'hai sognato di me? -
domandò il dottore che desiderava scendere più a fondo in quella fantasia.
- T'ho veduto passeggiare colla
moglie di Putifarre. - Severina così dicendo ruppe in un riso smodato e scemo,
che conturbò il nostro dottorino, nuovo a questi sbalzi e che sentiva quasi
scivolare fuor di mano il filo logico di quella ragione.
- Don Giulio - riprese il barone
tentennando il capo - vide ieri i nostri amici di Firenze.
- E che si dice laggiù del nostro
matrimonio?
- Tutti applaudiscono - rispose
Marco - ma la gioia di tutti è oggi funestata dalla malattia del mio povero
babbo.
- È proprio vero che il conte
Gian Andrea sia malato?
- Perché dovrei mentire sul capo
di mio padre? - rispose seriamente il dottore, a cui premeva più d'ogni altra
cosa persuaderla di questo fatto e della necessità del suo ritorno, unico
mezzo, per vero dire, di rompere quella rete magica nella quale erano
fatalmente caduti.
- Mi meraviglio - continuò in
aria di rimprovero il dottore - che per te mio padre sia semplicemente il conte
Gian Andrea e che il suo pericolo ti commuova sì poco, come s'ei fosse uomo
qualunque.
Severina spalancò tanto d'occhi,
sospesa tra la meraviglia e l'ilarità, e pareva chiedere una spiegazione a suo
padre, il quale, colta la palla al balzo, seguitò nell'istesso tono:
- Don Giulio ha ragione: una
grave sventura minaccia la sua casa; rapidamente venne a Livorno per salutarti,
per piangere un po' con te e lo ricevi distratta, non prendi nessuna parte al
suo dolore, non ti ricordi che fra poco egli ritornerà presso il letto d'un
moribondo.
Queste parole passando nella
testa e nel cuore della fanciulla vi destarono un'insolita compassione,
cosicché le pupille le si empierono di lagrime e brillando andavano chiedendo
perdono ora dal padre, ora dal dottore; questi sentivasi struggere.
- Povero padre! - mormorò
anch'essa giungendo le mani in atto di preghiera e sprofondandosi in una
difficile meditazione.
- Severina - disse il barone di
lì a poco - vuoi preparare un mazzo di fiori come tu sai così bene? i fiori
piacciono agli infermi e il povero conte, sapendo che vengono dalle tue mani ti
manderà una benedizione.
Severina si mosse; spiccò dalla
parete un cappellino di paglia bianca, e un piccolo canestro di vimini. Non
osava parlare, ma dalle contrazioni del mento e del collo vedevasi chiaramente
come ella lottasse contro i singhiozzi; scese i gradini che conducevano al
giardino, col grembiule agli occhi.
- Crudeli! - mormorò il dottore.
- Forse abbiamo buon filo in mano
per uscir da questo labirinto - osservò il barone. - Severina oggi è
inclinevole a lasciarsi persuadere, e una volta che ella, dottore, sia partito
in pace, spero che non si ricorderà di lei come di persona non vista mai.
Il dottore seguiva intanto cogli
occhi il muoversi di quel bianco cappellino di paglia che spiccava sotto il
sole e sopra il color vario delle aiuole: per quanto ei fosse venuto disposto
ai miracoli vedeva benissimo come l'opera sua, insistendo, anziché districare
ingarbugliasse vieppiù la matassa.
- Ella, dottore, potrà incominciare
da lontano una cura intesa più a mitigare che non a sanare le aberrazioni di
questa mente.
Il dottore non udiva e gli sortì
questa frase: - Sarei ben felice di poter continuare questo pietoso inganno.
- Avventura da romanzo, caro mio.
- Certamente impossibile -
aggiunse alla sua volta il dottore che gli pareva d'aver detto troppo, ma nel
fondo del cuore gli spiacque che il barone trovasse avventura da romanzo un
tentativo che non gli sarebbe spiaciuto provare. Forse, oltre le cento ragioni
che ognun vede da sé, il barone temeva questa comedia anche per quel sentimento
aristocratico, che confondendosi spesso colla dignità e col dovere, erasi fatto
in lui la legge suprema della vita. Forse anche il dottore la pensava così
perché rispose alquanto acre e imperioso: - Allora, signore, un uomo solo è qui
necessario.
- No, dottore - rispose
fieramente il barone - ho già espressa la mia opinione a proposito di quello
sciagurato... Basta! Poiché il mio destino è superiore a qualunque volontà e a
qualunque scienza, io la ringrazio, dottore, della sua buona intenzione. Non le
resta che di trovar modo di licenziarsi da Severina senza irritarla, e da uomo
che obbedisce suo malgrado a una suprema necessità. Perdoni, povero signore - e
il barone gli stendeva la mano - ella non è stato più fortunato degli altri,
anzi mi rincresce che per un'ora abbia rappresentato una brutta parte.
- In verità, sono umiliato! -
disse il dottore chinando la testa; il barone riprese il suo passeggiar lento e
grave.
Intanto Severina era venuta a
sedersi sulla gradinata che dal salotto scendeva al giardino col canestro pieno
di verbene, di fuchsie, di basilico e d'altre erbe e frasche odorose, di cui
prese a formare un mazzo. Vedendo il dottore fisso in lei gli fe' cenno colla
mano d'accostarsi, e volle che sedesse sul medesimo gradino, sotto un pergolato
di non so quali arrampicanti americani, tra il profumo dei fiori e colla vista
innanzi del lago e dei monti.
La fanciulla era docile, graziosa
e dolcissima; toccava al buon dottorino cogliere il momento opportuno per tôrre
congedo da lei, senza urto, e in capo andava preparando un discorso eloquente;
Sua Eccellenza, accostandosi tratto tratto gli susurrava qualche consiglio, ma
la parola, la prima parola non gli voleva uscire come se fosse impiombata in
cuore.
Il sole facevasi varco fra i rami
di quel pergolato che un vento sottile di meriggio scuoteva a intervalli e che
disegnava una scacchiera di luci e di ombre tenuissime e balzanti sulla
balaustra, sui gradini, sul vestito e sul cappello di Severina; in quell'ora
calda il silenzio era profondo, non interrotto che da un fruscìo passeggiero di
foglie, o dal ronzare di un moscone, o da qualche squillo lontano di cornetta,
o da qualche scoppio di mina lontano lontano nelle vallate.
Marco cercò la manina bianca
della fanciulla e fattosi coraggio in nome del proprio dovere e in
considerazione del momento solenne incominciò con voce calma e quasi armoniosa:
- Perdonami, Severina, se poco
fa, dimenticando la tua età e la tua naturale allegria, usai teco parole troppo
aspre; ma io sono partito dal letto d'un infermo e sto per ritornare al letto
d'un moribondo; tu sai chi sia quel venerando vecchio! Questa sventura tocca sì
da vicino anche la tua sorte, ch'io vorrei vederti piangere con me. - Il
dottore si faceva a carezzare un nodo di capelli che le scendeva sopra una
spalla. - Il dovere e l'amore vogliono invece che io mi allontani subito da te;
avrai tu il coraggio di restar sola? potrai dimostrarmi come una donna sappia
soffrire più dignitosamente di questi poveri uomini seri, pasciuti di
vanagloria? Saprai dirmi addio senza tremare?..
Ma la voce del dottore
incominciava a tremare; per quanto studiasse di resistere agli scherzi della
fortuna e di consumare tutto intero il suo dovere, non poteva non sentire le
voci del cuore smarrito e tocco. Il barone applaudì fra sé a quel lungo e
artificioso discorso, che pronunciato veramente col calore della persuasione e
della verità pareva s'insinuasse sufficientemente nel cervello di Severina;
costei infatti che in quelle parole e in quell'accento aveva scoperto non so
quale nuova tenerezza, fece puntello d'una mano alla testa e socchiuse
voluttuosamente gli occhi.
- Sono cattiva, n'è vero? - disse
abbandonandosi fanciullescamente sulle spalle di Marco.
- No, tu non sei cattiva, tu sei
un angelo.
Il barone passeggiava grave e
solenne nel salotto.
Impeti affannosi provò il cuore
del dottore sotto il fascino di quella tentazione esagerata per la virtù d'un
uomo: cosa avrebbe fatto don Giulio al suo posto? non aveva egli diritto di
fare altrettanto? l'ardore che uscì dalle sue labbra entrò nelle vene di
Severina che riarse negli occhi, in viso e nelle mani.
Il dottorino balzò in piedi e
disse freddamente: - Addio!
Severina stese una mano, senza
levar gli occhi e raccapricciò.
- Addio, signorina - ripeté quasi
in atto di scusa il dottore.
- Tu parti?
- Sì.
- Quando ritornerai?
- Quando potrò.
L'infelice si fregò la fronte
bagnata di sudore e un lampo sinistro brillò nel bianco della sua pupilla; il
barone preso sotto braccio il dottore lo trascinò quasi fino in alto del
terrazzo. Il canestrino dei fiori cadde dalle ginocchia di Severina e rotolò
spargendo poche foglie fino al basso della gradinata.
Adriano susurrò a Marco: - Ella
mi riconcilia cogli uomini - alle quali parole il dottore sospirò coll'affanno
di chi ha l'anima aggravata e non erano ancora a mezzo del salotto quando un
acutissimo grido li fe' trasalire. Marco si sciolse dal braccio del barone, che
si turò con ambo le mani le orecchie.
A un secondo grido più rantoloso
il dottore precipitò fuor della stanza lasciando il suo ospite in una rigida
immobilità. Scese i gradini e vide la fanciulla, che distesa, rovesciata,
faceva strazio de' capelli, come se volesse strapparli; l'occhio era squallido;
bieche le labbra e spaventoso il lamento; le imprigionò le mani nelle sue e
gridò tre volte: - Severina! - ella colla forza d'un epilettico si svincolò
dalle sue strette e afferrandolo per le spalle esclamò: - Assassino! So dove
vai! tu ami un'altra donna... Uccidimi prima...
Il dottore sia che intendesse o
no queste parole, girò le braccia attraverso di lei e tentennando la portò
sopra i pochi gradini, fissandola in viso come se volesse ammaliarla, e
appoggiandone, per meglio sorreggerla, la testa al suo petto.
Accorsero alle grida le donne di
casa che tolta Severina in braccio la portarono pesa come corpo morto fino alla
sua camera: all'ira era succeduto uno sfinimento di tutte le forze e un pallore
letale e un sudore freddo che grondava dal viso e le inumidiva le mani. Quando
fu collocata nel suo letto il dottore notò che una crisi pericolosa minacciava
l'inferma e diede i primi ordini per acquetarne il sistema nervoso e per
impedire che ella si facesse ancora violenza colle proprie mani. Nel pericolo
Marco sapeva sempre trovare la chiara coscienza di sé, e infatti assisté le
donne e le rincorò, scrisse una ricetta, mandò un servo alla farmacia, parlò,
consigliò, si mosse insomma con quella sollecita prudenza che prevede il
pericolo senza sgomentarsene.
Ben presto si avvide che il
barone non li aveva seguiti e preso da un pauroso sospetto discese
precipitosamente dabbasso dove lo trovò ancor immobile, come lo aveva lasciato,
fitto al suolo l'occhio nerissimo, solcato da un'onda sanguigna e che brillava
di luce tetra nell'orbita livida e profonda.
Le grida e i rantoli di Severina
avevano avuto per il povero padre qualche cosa di non mai udito e dubitò che
quella esistenza, mantenuta finora da un duro inganno non si fosse spezzata
come una bolla di vetro compatto che il martello non rompe, ma che un leggiero
contatto spesse volte frantuma.
- È morta? - domandò quando vide
il dottore.
- No.
- V'è speranza che muoia?
Il dottore osservò un guardo
fuggitivo del barone verso la parete donde pendeva una bella pistola cesellata
e si ricordò la promessa che il signore aveva fatto a sé stesso.
- Forse non morrà - rispose quasi
con freddezza il dottore; - però se in questo doloroso istante le venisse meno
la protezione paterna sarei costretto a ricoverarla in un manicomio.
Il barone rabbrividì e Marco fu
contento d'aver toccato una corda sensibile, anzi aggiunse con accento vibrato
e solenne: - La pazzia è sempre da preferirsi alla disperazione: quella ignora
sé stessa, questa...
- Questa fa dimenticare i propri
doveri - seguitò il barone con voce profonda.
- Signore, ella m'intende più che
io non mi spieghi: quanto avviene intorno a noi è straordinario, ma non è
quanto di più terribile videro gli occhi miei nel breve corso della mia vita.
Vidi delle povere donne di campagna piangere per fame, cinte dai loro figliuoli
e non perdere mai la speranza. Esse erano forse superstiziose, ma sarebbe
doloroso che la loro superstizione fosse dappiù della nostra sapienza.
Il barone si trascinò fin presso
a una poltrona e sedette in modo di rivolgere le spalle al dottore, che
nell'aspetto e nella voce gli aveva apparenza d'un giudice severo; posò la
testa alla sponda e coprendosi il viso con ambo le mani esclamò: - Si può
soffrire più di così? - uno scoppio di pianto disse quanto non è concesso a noi
di imaginare.
Il dottore lasciò che quelle
lagrime scendessero liberamente e, sedutosi appresso, dopo cinque minuti di
silenzio ripigliò senza esitazioni e come se leggesse in una pagina scritta:
- Signor barone, voglio
manifestare una speranza che mi viene dalla considerazione di questi
avvenimenti e da quel po' d'esperienza che ho acquistato in questi pochi anni.
La mente di donna Severina non è sconvolta in modo da non lasciar nessun
barlume di ragione, ma solamente spostata e fissa a momenti imaginarî o a
rimembranze passate. Da un anno fu chiusa come in un anello, che oggi per la
prima volta noi, senza volerlo, abbiamo spezzato. Difatti non è la prima volta
che si ricorda del tradimento del conte?
- Sì, è la prima volta.
- È la prima volta che al suo
furore segue tanta prostrazione di forze?
- Sì.
- Ebbene da questo pericolo può
scaturire la sua salvezza e veda come io la ragioni: Severina ha perduto ogni
sentimento, la febbre la percuote, il delirio l'inganna e anziché oppormi a
questa guerra che le fa il male, aggiungerò le mie cure per maggiormente
abbattere la natura e la fantasia vivacemente accesa. Ella fra qualche giorno
uscirà dal lungo letargo, stupita, fiacca, direi quasi distrutta, ma disposta a
lasciarsi ricreare; la reazione non avrà più forza contro la mano medica e
soltanto allora credo possibile dare alle sue facoltà mentali quella piega
dolce, vera, e pietosa che si desidera. Insomma per venire al caso pratico,
supponiamo che donna Severina si riscuota, giri gli occhi intorno, domandi con
un fil di voce dove si trovi, che avvenga intorno a lei; non vede, signore,
come sarà facile riconciliarla col suo passato? Le si dirà che ella è molto
malata, che da tre mesi lotta fra la vita e la morte; che trasportata a stento
sul lago di Como, comincia appena a riaversi; che accanto al suo letto vegliò
per tre mesi suo padre, attento ad ogni suo delirio, e non solo il padre, ma il
fidanzato e le amiche... Tutti questi vengono ad uno ad uno presso al suo
letto, si rallegrano con lei che incominci a sorridere e a guarire; allora
tutto il passato si presenterà all'inferma colla leggerezza d'un sogno, o d'un
delirio... Don Giulio siede veramente vicino al suo letto, e lo può toccare con
mano, ne ode la voce lacrimosa, ne sente i baci sulla fronte. Forse avremo un
minuto di tentennamento fra la verità e l'apparenza, fra il passato e il
presente, ma tocca alla nostra solerzia scacciare le nebbie de' suoi sogni e
porle questo presente e questa realtà. Mi par di udirla: «Dunque fu un sogno!»
-. «Sì, infelice, fu un sogno di moribonda» le risponderei; «tutto quanto hai
sofferto non fu che un rodimento febbrile che noi colle veglie, colle cure,
colle preghiere abbiamo guarito; vieni e contempla com'è bella la natura; vedi
quanto ha sofferto tuo padre e il tuo sposo....
- Signor barone - esclamò
levandosi in piedi - m’inganno troppo? non può avvenire quel che suppongo?
- Può avvenire.
- Perciò è nostro dovere di
provare.
- Ma noi torniamo...
- Io ripeto per la terza volta
una preghiera, che potrebbe essere ormai anche un comando. È necessaria la
presenza del conte.
Il barone non rispose, ma dal suo
volto traspariva la lotta ch’egli combatteva presso di sé fra la pietà e
l'orgoglio. Il dottorino nell’entusiasmo della sua sacra missione aveva
dimenticato del tutto le sue piccole follie, e in tutto il ragionamento tenuto
al barone il cuore non aveva dato un sussulto, come se la causa del cuore fosse
innanzi all'interesse della scienza. Forse Marco poteva ingannarsi, ma
presentemente non vedeva altro rimedio che la presenza di Giulio, talché per
vincere del tutto la ripugnanza del barone aggiunse: - Questo solo mi risulta,
e sarei costretto a ritirarmi se mi fosse rifiutato quanto ho il diritto di
avere.
- Non ci abbandoni, dottore -
rispose svegliandosi di sbalzo il barone; - non ha inteso quelle strida? non ha
visto quegli sguardi? Dottore, io non mi rifiuto, ma penso al modo di
obbedirla.
Seguì un momento di muta
riflessione per entrambi, nel quale ciascuno si raccolse più attentamente sui
più intimi affetti.
Il barone man mano che si
persuadeva della bontà di quel consiglio, e si disponeva a seguirlo, sentiva
l'anima rallegrarsi come se uscisse da una rete sottilissima di rimorsi, di
rammarichi, di odi e di grettezza; il dottore invece a cui sorrideva la
certezza d'un miracolo, e che aveva tanto santamente adempiuto il proprio
dovere, era meno disposto al compiacersi di sé stesso, e starei per dire che
nel fondo del suo cuore pullulasse una radice amara.
- Si scriva dunque al conte -
disse il barone, che sebbene fosse disposto a farlo, andava cercando quella via
di mezzo che non conduce gli uomini alla gloria. E continuò come se parlasse a
sé stesso:
- Quanto mi dice, dottore, ha
tutta l'apparenza dell'utilità e sarebbe colpa d'entrambi se non si tentassero
anche i rimedi eroici; ma come scriverò a don Giulio? debbo pregare o
minacciare? non sarebbe più opportuno che scrivesse per me qualche persona
estranea all'offesa?
- Sia pure - disse il dottore che
non vide di malanimo questo breve imbarazzo del barone.
- Se scrivere al conte fosse
delle mie forze crede ella che io non l'avrei già fatto?
- È una lettera difficile, ne
convengo.
- Difficilissima per me, non per
una terza persona che senza preoccupazioni la scrivesse come da uomo onesto a
uomo onesto; supponga che il conte sia ancora un uomo onesto.
- Si cerchi un amico comune il
quale s'incarichi di questo atto di carità.
- Io vivo solo da un anno, né
conosco persona più adatta di lei, dottore...
- Io? - disse il dottore con eccessiva
sorpresa.
- Chi meglio di lei può narrare
al conte la miseria di Severina? come medico e amico mio si presenta a don
Giulio, non in mio nome, s'intende, ma in nome della scienza e della umanità.
- Ma io, sconosciuto al conte...
- balbettò il dottore.
- Un uomo che ha persuaso me,
saprà persuadere anche don Giulio, ma voglio che la lettera abbia un carattere
segreto, come se io non ne sapessi nulla, ed ella mi tendesse una rete amorosa.
- Ebbene, quando ella vuole...
Il dottorino che pareva alquanto
umiliato alzò di subito la fronte e disse:
- Scusi, Eccellenza, ma chi sa
dove il conte si trovi?
- Io lo so: da un anno lo seguo
coll'occhio per tutta Europa e ciò prova che da un anno teneva in petto il
desiderio di riaccostarmi a lui. Fra poco le farò avere l'indirizzo.
- Va bene! - mormorò Marco col
tono di chi dica: Pazienza!
- Ella è mio ospite e padrone
della mia casa.
Il barone incrociate le braccia
al petto si fece a considerare il volto di Marco, che sorrise mestamente: -
Dottore - disse - ella è un uomo generoso e forse in questa rara virtù sta il
segreto de' suoi miracoli. Accetta la mia amicizia?
- Come onore e come ricompensa.
Si strinsero la mano commossi e
mentre il barone, tocco dalle parole del suo giovane amico, sentivasi inclinato
perfino a perdonare, il dottorino non pareva troppo festoso di questi trionfi,
e non poteva impedire che un maligno demonio non gli soffiasse nell'orecchio
una parola strana, non mai compresa, e di minaccia contro un uomo lontano, non
mai conosciuto e punto invidiabile. Egli doveva invitare quest'uomo in nome
dell'umanità e della scienza alle dolcezze de' baci di Severina... Diciamolo:
il dottorino incominciava a odiare.
La storia della fanciullezza di
Severina somiglia a quella di molte fanciulle gentili, cui la modestia cela
agli occhi de' curiosi e più a loro stesse. Le preghiere confidate alla mamma,
i consigli materni, la lettura scelta, la compagnia onesta avevano fatto sì che
a quella tenera età in cui la vita non è che un miscuglio dell'anima col corpo,
esistessero già in lei uno spirito padrone e un corpicino obbediente come un
novizio.
Quattro noci, un panino, una mela
e qualche confetto e acqua di fonte saziavano Severina a dodici anni, ma gli
occhi insaziabili giravano irrequieti per la campagna, per il cielo, tra la
varietà dei fiori, sui vari riflessi delle acque e si fissavano estatici sugli
splendori delle notti d'estate. Il suono di una cantilena, d'una campana
lontana l'arrestava su' due piedi, e se squillavano a morto piangeva senza
saperlo; altre volte rideva pazzamente colle sue compagne, mentre colle dita
magre e lunghe andava tagliando fiori di carta o ricamando merletti sottili
come la nebbia. Ma le ginocchia soffrivano del troppo star sul freddo sasso
innanzi all'altare, dove ella ritiravasi all'avemaria a pregare, fissa nella
vergine Maria, a cui il bagliore rossigno d'una lampada dava risalto e
movimento.
Come piacciono a quest'età le
finestre ad angolo acuto, i castellacci neri, le vetriate dipinte, le ombre
lunghe che scappano via dai capitelli su per le pareti d'una chiesa lombarda;
si potrebbe dire che ciascuno di noi passa nelle diverse età per quei medesimi
sentimenti che il popolo provò nel succedersi dei secoli, e che a dodici anni
si viva misticamente come san Francesco e il beato Jacopone.
Anche Severina ebbe le sue estasi
e le sue visioni di angeli custodi (chi di noi non ne vide alcuno?) dei quali
anzi sentì più volte un batter d'ali, che movendo l'aria intorno al suo collo
circondava tutto il corpo di una voluttuosa frescura: ogni musica aveva le
cadenze dell'organo di chiesa, e nei sogni sfilavano le tredicimila vergini di
santa Chiara intorno al suo letto, le quali cantando e con fiori in mano
portavano a seppellire una bambina, vestita di bianco e benedetta da un raggio
bianco di luna. Chi era la bambina? lei stessa, che si deliziava di quel
giacere colle mani incrociate sul petto: e così via via cento altri simili
fantasmi o sognati o pensati o ricordati in questa età in cui si sa come si
muore, non come si nasce.
Ma un giorno Severina si avvide
che il suo abito era stretto, se ne meravigliò e pensò con pena al perché:
nello stesso tempo le parve che crescesse il bisbiglio della gente sul suo
passaggio, e sebbene non osasse levare le palpebre, pure sentiva molti sguardi
fitti in lei, come per delicatezza di nervi una cieca sente il colore delle
cose. Certe mattine, svegliandosi avanti l'alba, sedeva sul letto, le mani in
mano, i capelli sciolti, gli occhi fissi alla punta de' piedi che sporgevano da
un lembo di coltre, senza un pensiero determinato, senza una volontà, col solo
desiderio di piangere, ma pur sorridendo di queste sue sciocche melanconie.
Stava così lunga pezza stringendosi colle mani le spalle, e abbracciando sé
stessa strettamente per immenso bisogno di amare qualcuno. Così infatti
cominciano ad amarci le fanciulle, prima che ci conoscano, e quando ci
presentiamo loro la prima volta, esse ci guardano come gente non affatto ignota
e potrebbero dire a ciascuno di noi: È un pezzo che ti sento venire.
Quando Severina conobbe don
Giulio, senza ombra di peccato le si presentò l'amore, perché là dove pur le
sembrava che morisse la grazia della fanciulla, le dissero incominciare la
santità della madre; così la virtù lega la donna d'una catena d'anelli diversi,
che essa porta come il suo più bel monile. Ma la pazzia aveva frantumato questo
monile. In Severina erano bensì rimasti tutti i sogni e tutte le speranze della
fanciulla e della donna, ma orribilmente sconvolti; la natura cieca - e il
dottorino se ne accorse subito - continuava contro di lei una gara vigliacca,
poiché il pensiero balzano non solo non difendevasi, ma ingigantiva e sconciava
i fantasmi della colpa. Così dell'antica severità non era rimasta che
l'apparenza, e delle virtù una fredda abitudine, mentre l'occhio acceso e
sinistramente poetico, le labbra semiaperte a bevere ogni soffio di brezza, i
gridi improvvisi tradivano una povera natura che si rifaceva selvatica.
- Insensato! - disse Marco a sé
stesso la notte, quando fu solo nella camera che gli ebbero assegnata. - Come
si chiama questo mio amore? credo follia, ma follia indegna di ogni
compassione.
Colui che costringe la vita in
una precoce serietà vi muore racchiuso come una larva nel suo involucro.
Severina può intendere questi miei spasimi? quel barlume di intelligenza che
splende in lei, quel po' d'anima che la fa piangere e sorridere non sono per
me, ma io rubo ciò che altri ha ispirato. Ecco il destino di coloro che a
vent'anni sono già virtuosi fossili, i quali per amore del giusto perdono
sovente il senso del dolce e dell'utile e finiscono miserandi o grotteschi.
Così lamentavasi fra sé il povero
dottorino, girando gli occhi intorno e rimirando i mobili di quercia e il ricco
padiglione di pizzo che scendeva sopra il suo letto.
Dov'era egli? perché era venuto
in quel palazzo incantato? perché non posava la testa sopra i grossi libri che
ragionano dell'anatomia del cuore umano? v'era anche una piaga del cuore?
Sullo scrittoio trovò un fascio
di carte e un biglietto manoscritto; le une erano lettere scritte da Severina a
varie persone nel corso di quell'anno fatale, e l'altro l'indirizzo del conte
Giulio, Hôtel Suisse, Genève. Vi tenne gli occhi fissi, incantati, temendo che
se vi ponesse la mano sopra non isparisse tutta la magia di quel palazzo e di
quel sogno. Suonarono le undici e mezzo al paese vicino ed egli, immerso in una
poltrona d'alto schienale, e al lume di una lucerna d’argento meditava ancora
sulla sua sorte, e ricamava intorno a quell’indirizzo una storia capricciosa e
galante, ma non più lieta della sua.
La vecchia Marianna bussò
dolcemente all'uscio e riferì come Severina, cessato il delirio e lo spasimo,
fosse caduta in un sonno più tranquillo; Marco le raccomandò di sorvegliarla
tutta la notte e chiuse l'uscio con due giri di chiave come se avesse bisogno
di segregarsi e di venire dimenticato.
La finestra dava non sul lago, ma
sull'erto dosso dei monti a’ piedi de' quali sorgeva il Ritiro, un pendìo
piuttosto ripido, coperto di folta e boscosa vegetazione, a quell'ora tocco
lentamente dal raggio della luna, sotto il quale spiccava qua un sentiero che
s’inerpicava, là il bianchiccio d'un ghiaieto, più su la figura d'un campanile
ritto come un gendarme di guardia; si udivano tratto tratto susurri misteriosi
di acque e di frondi secondo la direzione del vento, rauco e sommesso giungeva
in quella parte il batter dell’onda contro la riva e lento, quasi pauroso, il
battere delle ore. Da una finestra a lui nascosta usciva un raggio che si
rifletteva nel verde lucido del boschetto di magnolie, sul quale si disegnava
l'ombra mobile d’una cuffia gigantesca; quel lume usciva dalla camera di
Severina posta in un angolo della villa e il dottorino esclamò: - E se ella
morisse? - Ma non volle durare in queste melanconie, onde tornato allo
scrittoio prese a sorte una di quelle lettere e lesse a caso: «Ti aspetto, ti
aspetto! guardo il lembo ultimo del mare sperando che tu spunti di là come una
rondine; se tu venissi sarei più contenta del grillo che fa cri cri nell'angolo
del focolare e della cavalletta verde che salta sull'erba. Senza di te l'anima
mia è vuota, mentre vicina a te sento la voglia di cantare e di arrampicarmi
sulle quercie come fanno i passeri, gli usignoli, i pettirossi e le allodole.
Senza di te io sono zoppa; vieni, mio caro bastone. Se tu mi lasci sola voglio
vivere sotterra vestita di ragnatele».
Il dottorino lasciò cadere il
foglio e tornò alla finestra perché il disastro di tanti sentimenti e di tante
idee lo adirava; suonò in quel mentre la mezzanotte e ricorrendo col pensiero a
casa sua si compiacque d'imaginare Celestino sdraiato nel suo letto, colle
coltri alla rinfusa, immerso in uno di quei beatissimi sonni che Dio concede
soltanto a' suoi frati. Gli parve vedere gli abiti buttati come Dio vuole sopra
una sedia, i coturni distesi in mezzo alla camera, la pipa sul tavolino da
notte fra gli zolfanelli, la borsa del tabacco, le poesie di Guadagnoli, il
ritratto d'un'osteria e una bottiglia coperta da un bicchiere. - Lui felice! -
mormorò il dottorino. - Infelici coloro che non vogliono essere quel che sono!
Frattanto senza avvedersi andava
stropicciando fra le dita l'indirizzo del conte, e quando si allontanò dalla
finestra sentissi il collo indurito, e un brivido nelle spalle; era stanco di
pensare e cercò di impiegar meglio il tempo scrivendo la lettera al conte, come
aveva promesso.
Infatti prese un foglio, bagnò la
penna, si fregò la fronte e cominciò a pensare al principio che è sempre la
metà d'ogni impresa; le lettere di Severina stavano sparpagliate dinanzi, e
Marco quasi a suo dispetto invece di scrivere lesse a caso anche questa pagina:
«Cara contessa Emma,
«Finalmente ieri sera don Giulio
si è presentato col suo venerando genitore a mio padre. Quante belle cose mi
disse sottovoce, mentre i due babbi favellavano, e quante altre più belle io
gli tacqui! Mi serrò il mignolo col suo mignolo, e sarei stata contenta se un
anellino di ferro mi avesse in quel momento legata a lui per sempre. Era il
primo uomo, dopo mio padre, che osasse toccarmi un dito, e sentii un fluido
venire da lui a me, come quando in collegio tutte in catena si provava la
scossa elettrica. Davvero, n'ebbi lo stesso fremito e quell'istessa convulsione
che fa ridere, che strappa le lagrime e fa gridare: ahi! ahi! Cos'è l'amore? La
nostra madre superiora, te ne ricordi? soleva nelle commediole sostituire a
questa brutta parola o amicizia, o stima, o gratitudine, o riverenza e cento
altre parole consimili; mettine pur mille e sommate tutt'assieme e non avrai
ancora il sinonimo d'amore. Questa è un'idea di Giulio, veh!- se sentissi, come
ragiona!
«Ieri sera presi la mia Celeste
sulle ginocchia e mi sono seduta alla riva del mare. La chiamai Celeste perché
è il colore che piace ai poeti, al Padre Eterno, e a lui. Non l'hai mai vista
la mia bambina? è bionda, magrina, vispa, e sapiente! quando pongo le labbra
sulla pozzetta del suo collo mi sembra di succhiare tutte le debolezze di cui è
ripieno il paradiso. O cara Emma, ho bisogno di parlare, di gridare, di
propagarmi come una divinità antica, e invidio la pioggia d'autunno che si
riversa, e bagna tutto, e scorre da per tutto e si sprofonda in tutte le
screpolature della terra...».
«Se nella mia vita» pensò il
dottore, «mi fosse dato trovare una donna che sentisse razionalmente come
Severina; se ella stessa guarita, volesse dire a me quanto scrive d'un ingrato,
potrei io resistere all'oceano traboccante di questa felicità? mi sazierei di
quest’onda? invecchierei ancora un giorno nella mia vita? Quest’amore ha
istinti immortali e se l'anima dell'uomo spirasse in queste maestose
imaginazioni, porterebbe seco la gioia per tutta l'eternità. «Ma che penso io
mai? non sono idee da matto anche queste? perché vado aizzandomi? questo
silenzio mi sgomenta...».- No, no - gridò a voce alta lacerando coi denti l'indirizzo
del conte, alle quali parole rispose un gemito, e un fruscio di foglie nel
giardino.
Il dottore già coi nervi irritato
e la fantasia tesa si sgomentò come innanzi a un grave pericolo e tese ancora
l'orecchio, ma non udì che un suono di piccoli passi scricchiolanti sulla
sabbia. «Chi passeggia a quest'ora?» pensò «chi sospira?». Prese la lucernetta
e si accostò alla finestra: ma un buffo improvviso di vento gliela spense:
sparito era anche il lume dalla camera di Severina; buio e silenzioso il giardino.
Scoccò un'ora. Il dottorino corse fino al letto e vi si buttò vestito come uomo
che per paura si rintani. - È questo l'amore? - domandò a sé stesso e quando a
Dio piacque si addormentò.
Appena desto, coll'alacrità che
ispira l'aria fresca del mattino e la luce del sole, sedette allo scrittoio e
scrisse d'un getto questa lettera:
«Illustrissimo signor conte,
«Non si meravigli se uno
sconosciuto si rivolge a Lei coll’autorità d'un superiore, ma io parlo in nome
del dovere e della pietà. Chiamato dall’illustrissimo signor barone
commendatore Adriano Siloe per esercizio del mio ministero conobbi una donna
infelice, pazza da un anno, della quale non oso pronunciare il nome innanzi a
lei sperando che sia ancor vivo nel suo cuore.
Forse Dio vuol servirsi di me,
ultimo uomo della scienza, per guarire questa ragione che una grave sventura ha
crudelmente ferito; ma io non potrei far nulla senza la presenza di V. S.,
perciò venga senza indugio a **** sul lago di Como e cerchi del dottore
sottoscritto».
Questa lettera mostra
evidentemente come Marco obbedisse di malanimo al suo dovere, perché non
bisognava, io credo, usare uno stile troppo asciutto e rigido verso una persona
che si doveva persuadere e commovere. Ma il dottorino quando contemplò queste
quattro righe buttate là nel peggior modo e colla peggior penna si rallegrò
come se avesse riportato un trionfo sopra sé stesso o piuttosto per quel suo
pregare ruvido che aveva l'aria d'una sfida.
Scrisse anche un biglietto a
Celestino, dandogli sue notizie, ma prima di chiudere le lettere, quasi gli
piacesse d'indugiare, visitò l'inferma. Poca luce entrava nella camera di
Severina, e il dottore poté avvicinarsi al suo letto quasi senza essere scorto
dalla povera Marianna che sonnecchiava nella poltrona. La febbre tormentava
ancora Severina, ma già le sue forze parevano più stremate, gli occhi più
languidi, e meno accese le guancie. L'inferma non sentì la mano che le toccò i
polsi e la fronte, e solo mormorò colle labbra aride parole inintelligibili; il
dottorino però interpretando il suo desiderio sollevò di una mano la testa
della fanciulla e porse una tazza d'acqua ghiacciata a quelle labbra sitibonde;
poi ricompose le coltri fino al mento, raccomandò il silenzio e l'oscurità e
usci in punta di piedi. La malattia seguiva secondo i suoi desideri e se ne
fregò le mani d'allegrezza: - Diavolo! il mondo ne avrebbe parlato...
Un servo lo fermò nel corridoio e
gli consegnò un biglietto del barone che dopo aver vegliato gran parte della
notte, si era buttato nel letto sul far della mattina. Il biglietto diceva
brevemente: «Spero che ella avrà spedita la lettera al conte colla posta della
mattina; se non lo ha fatto, non perda più tempo»
- A che ora parte la posta della
mattina?
- Alle cinque.
- Sono le otto: vieni da me fra
un quarto d'ora - e il dottorino ritornò nella sua camera molto indispettito
con Sua Eccellenza che dopo un anno di perditempo diventava a un tratto
scrupoloso dell'ora e del minuto.
Dopo lunghe ricerche ho
finalmente scoperto che la celebre cantante, per la quale don Giulio erasi
fatto così leggiermente spergiuro, chiamavasi Adriana Saintrose, bellissima
donna, una delle stelle fisse dell'Opéra. Alla Pergola, e specialmente dal
primo ordine di palchi, era furiosamente applaudita tutte le sere e più ancora
lo fu, quando si seppe che fra i suoi antichi amanti erasi iscritto anche un
alto personaggio della corte francese. Molti di quei signori dalla testa lucida
si mantenevano dapprima in un dignitoso riserbo, temendo di aver tra le mani
una prima donna comune; ma dopo che il marchese Ercole portò da Parigi la
peregrina notizia, cessarono gli scrupoli, e l'entusiasmo lanciò via il tappo.
Il contino Leopoldo che allora faceva le prime armi nel bel mondo possedeva un
guanto rapito ad Adriana, mentre ella saliva in carrozza; reliquia, che se a
uno spirito chiuso e alieno da queste delizie sembra poco meno che inutile
tornava invece preziosa fra persone sensibilissime alle grazie della bellezza e
dell'arte.
Adriana, da parte sua, rispondeva
con tanti baci, buttati a piene mani qua e là sull'amato pubblico, e questi
baci pur troppo erano colpi di sasso per molti cuori di vetro; gli animi,
riscaldati da sguardi, si erano a poco a poco accesi e si era giunti al punto
che ognuno credeva follia la speranza di essere prediletto.
Si disse che il conte Giulio dal
suo palco di proscenio avesse già ottenuto qualche grazia, ma era
un'argomentazione di coloro i quali conoscendo i gusti della Saintrose,
sapevano che il conte aveva cinquanta mila lire di rendita all'anno
Però lo si disse e lo si
credette, e ognuno sa che molte cose esistono in cielo e in terra, per l'unica
ragione che si credono. Don Giulio, da vecchio lupo di mare, ne rise come d'una
facezia e posando al serio, rispondeva che aveva ben altre faccende per la
testa; ma quando suo cugino, il famoso marchese Ercole, lo invitò a una serata
di gala in casa di Adriana, tentennò, preso da un certo timido imbarazzo, che
forse aveva radice in qualche sentimento più intimo e segreto.
Il buon cugino, battendogli
paternamente le guancie con due dita gli disse: - Poverino, tu ardi.
- Di che?
- Di Adriana; lo dice tutto il
mondo.
- Fai male a ripetere questa
sciocchezza, che potrebbe compromettermi in faccia al barone Siloe
- Certamente: Adriana da parte
sua non è più prudente di me
- Chi? la Saintrose?
- Sì: ella chiede sempre del bel
contino.
- Baje!,
- Te lo giuro e, poiché io sono
il suo primo confidente, mi ha fatto molte volte il tuo elogio, e mi ha
obbligato a trascinarti alla festa o vivo o morto.
- Se io non venissi?
- Faresti opera santa certamente
- rispose il cugino sogghignando.
- Io so che voi ridereste
crudelmente di me.
- Ohibò! tutti noi si direbbe:
Gran uomo quel conte!
- Io vi
conosco troppo, e temo più di tutti voi i sarcasmi di questa donna olimpica.
Sono uomo di spirito e non dubitate che questa sera verrò a vostro dispetto.
Non solamente la paura di
sembrare uomo dappoco e novizio, ma anche una misteriosa spinta aveva persuaso
don Giulio ad accettare un invito obbligantissimo e innocente.
Non era amore, ma forse una
naturale compiacenza, perché Adriana aveva chiesto di lui; era quasi un senso
di riconoscenza, o, sopra ogni cosa, quella curiosità dell'ignoto che attrae
gli uomini come i vortici del mare inghiottono i pesci. Dopo tutto non credeva
d'offendere la causa di Severina, troppo alta, troppo santa, per essere confusa
con un capriccio di prima donna, con un fuoco d'artifizio, colla commedia di
una sera, con un amore infine che simile al vin spumante, traboccava tutto
dall'orlo, lasciando secco il bicchiere. Di quanti dolori è madre questa facile
filosofia delle distinzioni!
Il marchese Ercole presentò don
Giulio ad Adriana dicendo:
- Sposo novello e fra poco marito
fortunato.
- Possibile? - esclamò la bella
donna spalancando in aria di stupore i suoi grandi occhi di bove.
- Sissignora: amante e marito
fortunato - rispose senza esitazione il conte. - Da noi è un fenomeno ancor
possibile, per chi, s'intende, ha meriti speciali.
Il conte sapeva a memoria queste
vecchie parti, né si smarrì innanzi al sorriso sardonico che sfiorò le labbra
di Adriana, la quale, stesagli la mano, disse: - Lasciatevi complimentare.
- Credeva che diceste: lasciatevi
copiare - rispose il conte con uno scoppio di risa, che toccò nel profondo del
cuore la sdegnosa donna.
Fra cinque o sei che formavano un
crocchio intorno alla regina della festa, s'incrociò un fuoco di fila contro il
povero conte, e contro la sua precoce serietà; don Giulio sentì le punte di
quella satira fine, e ricorse alla protezione della padrona di casa, che con
aria grave e solenne troncò le ciarle, dicendo: - Il signor conte ha ragione:
il miglior amante per una donna dev'essere il marito.
- D'un'altra... - continuò la
voce rumorosa del marchese Ercole, e don Giulio, pensando a Severina e a sé
stesso, provò un senso di rimorso non senza dispetto.
- Voi siete caduto fra i pirati,
conte - gli disse Adriana prendendolo per una mano e indicandogli una sedia
vicina. - Vi rincresce, poverino, d'essere rapito, eh?..
Don Giulio sedeva per la prima
volta vicino a quella donna favolosa, che era solito vedere cinta del mitico
fascino delle luci, delle gemme false e delle armonie; questa donna, che odiava
gli sciocchi d'odio selvaggio, aveva cercato lui, e ora lo dominava colla
pupilla mobile, eloquente e supplichevole; la voce di Adriana, era nel discorso
melodiosa come nel canto, anzi aveva certi sbalzi improvvisi, certi strascichi
sottovoce, certi sorrisi granulati che davano i brividi all'anima.
- Rispondete, amico - replicò
quando furono lasciati in disparte - Vi rincresce d'essere rapito?
- Come posso saperlo? - rispose
con un leggier tremito di voce il conte. - Io non conosco quel che valgo; sono
io merce preziosa o di contrabbando?
- Uomo di poca fede e di
pochissima carità. - Adriana s’impensierì, lesse a lungo i rabeschi del
tappeto, e balzò rapidamente a servire il the.
Don Giulio sentiva un fruscio
nelle orecchie e una vertigine al capo, come uomo che giunto all'orlo d'una
cascata gira e precipita.
La conversazione di quella sera
tumultuosa non concesse ad Adriana la vittoria, ma le ispirò un immenso
desiderio di vincere, il conte, schermendosi a tutt'uomo, non aveva perduto un
palmo di terreno, ma non poteva fuggire senza vergogna e senza pericolo.
Di fermo proposito la sera
appresso stette a lungo nel palco del barone, seduto vicin vicino a Severina,
quasi per ritemprarsi nella contemplazione di quella bellezza gentile e casta.
Ma la Saintrose fu più d'ogni altra sera prepotente, affascinante e strappò le
lacrime ai vecchi abbonati. Don Giulio, che vedeva molti cannocchiali diretti
verso di lui e Severina; che udiva costei tessere gli elogi di Adriana e che,
pur troppo, non era senza esca al cuore, si domandò imperiosamente: «Che
faccio?». Per le gallerie, sulle scale venivano a congratularsi con lui, come
se nel trionfo di Adriana egli avesse gran parte; qualche giovinetto, vedendolo
passare, lo seguiva d’uno sguardo lungo e pieno d'invidia, onde il conte
stizzito, malcontento di sé e di tutti, pensò di lasciare il teatro, che gli
pareva una fornace ardente. Prese onestamente licenza da Severina e dal barone,
ma nell'atrio gli fu consegnata una lettera, che alla scrittura riconobbe del
suo buon cugino il marchese. Eccola in tutta la sua semplicità:
«Caro Conte,
«Scrivo sotto dettatura di una
persona la quale ti prega di concederle per mezz'ora la tua carrozza dopo
l'opera; prima della fine del ballo la carrozza sarà a' tuoi ordini. Il y a
anguille sous roche.
ERCOLE»
E più sotto in piccolo carattere:
«Adriana».
Don Giulio corrugò la fronte e si
carezzò tre volte i baffi, come soleva nei gravi istanti della vita. Maledisse
il cugino, che per suo piacere andava tendendogli queste trappole, ma subito
dopo riconobbe che l'intervento di Ercole era forse un'astuzia di Adriana. La
preghiera era onesta e discreta e il conte non poteva, senza vergogna, esporsi
a un duro rifiuto, che il buon segretario avrebbe reso noto al mondo con qual
scandalo, Dio lo sa!
Diede perciò gli opportuni ordini
al cocchiere, raccomandandogli di essere di ritorno avanti la fine dello
spettacolo, quindi tornò al suo palco di proscenio, mentre incominciavano le
prime note del ballo; vi si rannicchiò all'ombra per paura che il barone e
Severina non lo ravvisassero. Sebbene giuocato dal caso e dagli amici, tuttavia
questo nascondersi, questa paura d'essere veduto tornarono agre e noiose a don
Giulio, che, umiliato, se la prendeva con Adriana, col cugino, coi cicaloni,
con sé stesso. Amava egli Adriana? poteva negare d'aver tremato innanzi a lei?
non aveva stentatamente trovate parole per Severina, egli che vantavasi bel
parlatore ed esperto nell'arte del commuovere?
Sfilarono schiere di ballerine,
apparvero sulla scena mari e monti, ma il conte nel fondo del suo palco fissava
gli occhi sotto la sedia, colla testa stretta fra le mani; vedeva una carrozza
correre per le vie di Firenze, arrestarsi in via Tornabuoni; una donna
scendeva, dava una grossa mancia al cocchiere, e insieme una lettera, un invito
per domani, un colloquio insomma... Ed ecco i servi della casa a parte del
segreto; tutti i servi della città e tutti i padroni di questi servi parlavano
di lui e della Saintrose, e così lo scandalo andava allargandosi come una
macchia d'olio sopra un pannolino. Non era questa appunto l'intenzione di
Adriana? per ciò gli aveva chiesta la carrozza quasi volesse allearsi tutta la
città per combattere lui solo, inerme, pauroso del ridicolo, vanaglorioso, e
che a venticinque anni vantava il coraggio di prender moglie.
Aveva bisogno di respirare l'aria
della notte e uscì a mezzo il ballo: la testa gli ardeva e il cuore, fatto
piccino, soffriva come d'un doloroso presentimento. Incontrò non so quale
deputato, suo amico, che gli presentò un alto personaggio russo; il conte
balbettò una delle solite frasi e stava per andarsene, quando una voce
argentina, nel più armonico francese, fece rivolgere perfino l'alto
personaggio.
Tutti s'inchinarono e fra sei o
sette curiosi accorsi si apri una via gloriosa, per la quale passò Adriana,
vestita come lo sa fare un'artista da palco scenico, che ha fretta, cioè il
ricco abito di raso dell'ultimo atto, un peplo mezzo greco e mezzo parigino
intorno alle spalle e una nube di garza bianca intorno alla testa. Don Giulio
impallidì ma essa venne senza esitazioni a lui, gli stese la mano e
distintamente: - Vi ringrazio, conte, che mi offriate la vostra carrozza;
accetto, perché il carrozzone del teatro è un attentato contro l' arte...
Il conte diede la mano ad
Adriana; gli occhi dei curiosi, dei portieri, dei gendarmi, dei pompieri, dei
servi schierati innanzi alla porta si conficcarono su questi felici mortali, e
don Giulio ne sentì veramente il bruciore come se cento lenti infuocate lo
pigliassero di mira.
Il conte non poteva chiuder sola
Adriana nella carrozza, né ella glielo permise: sedette vicino a lei e i
cavalli scalpitarono, gettando scintille, sul difficile selciato. Trentasette
cannocchiali (il marchese Ercole li contò) si fissavano in quell'istante verso
Severina.
In una valle degli Appennini il
conte Gian Andrea possedeva un antico castello, quasi sempre disabitato e che
per il lungo disuso minacciava rovina. Ne restavano ancora intatte dieci o
dodici sale, tappezzate dai ritratti di famiglia e ingombre, più che adorne, di
mobili massicci di noce, con vecchie stoffe dorate, e da una dozzina di
panoplie e di alabarde.
In una di quelle sale, seduta in
una vasta poltrona cardinalizia troviamo Adriana, stanca d'un lungo viaggio,
percorso fra le due e le sei del mattino. Come vi sia giunta lo potrebbe dire
meglio di me don Giulio, che siede a lei di fronte, immerso in gravi pensieri e
coll'abito di velluto alla cacciatora coperto di polvere. Il carnevale è finito
a mezzanotte e siamo alla prima mattina di quaresima: l’alba rischiara dai
larghi finestroni le cornici d'oro, gli schienali delle sedie, dà al pallore
dei due amanti un'espressione abbastanza medioevale.
- Messere - esclama Adriana
sorridendo - siete già pentito?
- Ora che vi amo.? - risponde il
cavaliere, prendendole ambo le mani.
I misteri vogliono poche parole,
e quando abbiam detto che un nuovo amore ha cacciato il vecchio, non ci resta
altro a spiegare per chi d'amore s'intende; gli altri credano al mistero, più
comodo e spiccio d'ogni dimostrazione.
- Mi piacciono queste vertigini -
esclama accendendosi alquanto in viso Adriana. - Cos'è la vita senza le
commozioni? a mezzanotte era in teatro; quattro ore di fuga attraverso
boscaglie ed eccoci al mattino in pieno medioevo. Non avete liuto, conte?
- Voi avrete bisogno di riposo.
- Voglio dormire in questa sedia
patriarcale. Credete voi che nessuno conosca il nostro nascondiglio?
- No: ho fatto credere a una
certa causa di rivendicazione di terre, per la quale è necessaria la mia
presenza. Adriana, dite almeno che credete all'amor mio: non vi pare che abbia
fatto qualche cosa per voi?
- Sì, sì, vedo quanto vi costo.
- Non dico questo.
- Vi costo una dote di due
milioni, se non mi sbaglio, e una fanciulla ingenua, che è quanto di più raro
esista, dopo i milioni.
- E, se ciò fosse, non merito la
vostra fiducia? - Adriana, voi m'insegnate veramente cos'è l'amore.
Il cavaliere veduto da lontano
sarebbe sembrato inginocchiato presso Adriana, rapito in quegli occhi, che
avevano tutte le variazioni azzurrine dell'aria. Durante quell'estasi,
l'intelligenza di don Giulio non aveva la virtù di oltrepassare il breve
circolo di quelle pareti, in cui stringeva tutto il suo universo, e ogni legge
di onore, ogni suo dovere, ogni rimorso, dileguavano come cera alla fornace, o
gli sembravano leggi necessarie per il bene di tutti, ma fatali a ciascuno.
Severina, nel caldo immaginare di quegli istanti, gli appariva come una di
quelle sbiadite figure a guazzo, mingherline e grette, mentre Adriana brillava
di tutti i colori ardenti di Tiziano.
Don Giulio tornò due o tre volte
a Firenze, e credette opera generosa confessare al padre le sue intenzioni; il
conte Gian Andrea, vedendolo tanto risoluto, aggrottò le ciglia e gli voltò le
spalle, esclamando: - Fate voi, ma è un'indegnità. - In questo tempo Severina
cominciò a notare la freddezza del conte, e nacquero i primi disaccordi col
barone, disaccordi che portarono, come sappiamo, a un fiero contrasto fra i due
gentiluomini e che affrettò la partenza del conte per Parigi.
A quest'uomo aveva scritto il
dottore la lettera che conosciamo, ma la penna gli diventava di piombo, quando
egli si accingeva a porvi il fatale indirizzo. Si imaginava già presente il
conte e distrutte le care illusioni, che da un mese lo facevano tanto felice. Perché
non ritardava di qualche giorno il compimento di questo sacrificio? aveva
diritto il barone di comandare a lui, arbitro della salute e della felicità di
Severina?
Il servo entrò.
- Cosa volete? - gli chiese il
dottorino.
- Non aveva una lettera da consegnarmi?,
- Vi ha mandato qui Sua
Eccellenza?
- Nossignore, ma ella stessa non
mi ha pregato poco fa…
- Sì, sì... Eccola.
Il dottorino sillabò nello
scriverle queste parole: Genève, Hôtel Suisse, mentre un agro sorriso gli
sfiorava le labbra.
- Sua Eccellenza - disse il servo
- mi disse di affrancarla
- Fate pure, galantuomo...
Il servo, presa la lettera, andò
diffilato alla posta.
Marco si coprì il volto, strinse
i pugni ed esclamò: - Ah, io divento perverso... Non importa, il conte almeno
non verrà.
Il buon dottorino era colpevole
d'un gran peccato, ma non è il caso di confessarsi ora per lui.
Secondo il consiglio del
dottorino, il barone scrisse alla contessa Ippolita, una delle più care amiche
di Severina, e alla marchesa Ermanna, la vecchia zia, pregandole di venire in
suo soccorso, ed esse accorsero sollecite al letto dell'inferma, che già
cominciava a uscire del lungo assopimento e a dar segno di conoscenza.
Era il sesto dì che Marco
dimorava al Ritiro e la malattia, precisamente come egli aveva pronosticato
volgeva a buon fine: il conte Giulio, dietro le congetture del barone, doveva
aver ricevuto già da tre dì la lettera del dottore e forse fra un'ora, forse
fra due poteva arrivare chi sa con quale aspetto! chi sa con qual animo! Alle
vaghe interrogazioni di Sua Eccellenza, il dottorino rispondeva con parole
monche, sforzandosi di mettere innanzi non so quali dubbi sul carattere di don
Giulio, uomo, secondo lui, di nessun valore e inabile a ogni buon'azione.
Adriano, occupato nel pensiero di Severina, desideroso e nello stesso tempo
pauroso d'incontrarsi in quell’uomo fatale, prestava orecchio distratto alle
parole dell'amico, accorgendosi né poco né tanto del suo sguardo timido, del
suo frequente smarrirsi e del colore insolitamente pallido. Sua Eccellenza, per
quel resto d'orgoglio che ogni uomo porta con sé anche nel sepolcro procurava
nascondere l'ansietà che lo dominava, né i servi, né altri, meno la vecchia
zia, sapevano del ritorno del conte; il barone soffriva una nuova pena,
l'aspettare, ma il suo contegno era sempre grave, solenne e di una immobilità
marmorea
Invece una gran tempesta
rumoreggiava nel cuore di Marco, il quale era certissimo che don Giulio non
sarebbe giunto mai, se non per miracolo. Nessuno meglio di Marco sapeva quel
che era scritto sopra la lettera mandata a Ginevra, e il buon dottorino che non
si era ancora pentito del crudele scherzo giuocato a due uomini illustri,
stava, covando rimorsi, ad aspettare gli eventi. A questi rimorsi non era
abbastanza compenso l'amore di Severina? egli solo finalmente dominava il campo
e don Giulio non era forse tal uomo da meritarsi anche di peggio?
Severina, sebbene sfinita, aveva
riconosciuto la zia e l'amica, ma destandosi e smarrendosi a vicenda, stentava
a raccapezzarsi del luogo e del tempo: girava gli occhi incantati, e ad una ad
una andava risuscitando le memorie più note e più lontane, senza mai chiedere
di don Giulio, come s'ei fosse scomparso dalla memoria.
La sera si avanzava. Il barone
passeggiando sul terrazzo, spingeva l'occhio nella lontananza del lago già
involto dall'ombra; passò l'ultimo piroscafo, né don Giulio comparve. Che
avrebbe detto a Severina, se per caso domattina, nelle ore più serene, chiedeva
del suo fidanzato? Come ingannarla ancora senza mettere a estremo pericolo
questa fragile intelligenza?
Intanto il dottore, venuto al
letto della malata, vide che gli occhi estatici di lei si fissavano per la
prima volta ne' suoi e che un leggiero rossore, come un raggio passeggiero di
sole, colorava le sue guance e saliva, smarrendosi, fino alla fronte. Se non
gridò per la gioja, fu per non sembrare scemo o crudele, ma sentì ch'ei
rinasceva nel pensiero della fanciulla proprio secondo il suo desiderio, e gli
parve di essere lì a contendere quella bella creatura a un branco di avidi
ladroni. La luce che usciva dalle sue pupille in quel momento aveva un non so
che del falchetto e dell'aquila.
- Don Giulio? - domandò sottovoce
la vecchia marchesa, che seduta in una grande poltrona a' piedi del letto,
diceva corone.
- Non è arrivato - rispose Marco.
- Noi forse lo cerchiamo invano
sulla terra, e questa povera bambina... - I singhiozzi l'interruppero, ma poi
seguitò: - Può darsi che anche tornando a ragione continui l'inganno di prima e
che voi, dottore, suo fidanzato...
- Io? - esclamò tremando il
dottorino.
- Se ella vi amasse, e se ciò
fosse la sua vita?
- Ma, io povero uomo...
- Il conte aveva un milione e
mezzo: io ve ne darei due, dottore, per amore di questa bambina...
- Sua Eccellenza non
acconsentirebbe mai.
- Adriano ama sua figlia... e
sopra la necessità non vi è che Dio.
Il dottorino a queste parole,
pronunciate da una voce tremula e lagrimosa, sorrise fantasticamente e si
appoggiò, per non cader ginocchioni, alla sponda del letto. E qui torna
opportuno, anche a giustificazione intera del nostro buon amico, osservare come
da un mese egli vivesse in un mondo meraviglioso, nel quale i suoi pensieri
erano messi alla tortura e i suoi affetti esposti alle più nude tentazioni onde
non dobbiamo far gli occhiacci se qualche volta lo troviamo in colpa e in falsi
giudizi. Un dì vede una solitaria bellezza fra le piante sorridere a lui e se
ne accende come è ben naturale in un animo gentile; ma questa fanciulla è ricca
ed è pazza ed egli cerca di fuggire; no, il destino lo spinge verso di lei, che
l’abbraccia, che gli dichiara un immenso amore, che cade come morta a' suoi
piedi: da una settimana veglia per lei a consultare gli oracoli della scienza
ne spia ogni respiro, ogni batter di palpebre; la gelosia gli entra in cuore
quel dì che egli si sente degno di Severina; qual meraviglia se tutti questi
casi hanno dato al suo carattere un accento esasperato, frenetico, fanatico e
se le sue idee non si svolgono secondo il corso ordinario?
Egli stesso se ne accorse alcun
poco, e quando venne questa stessa notte a chiudersi nella sua camera, andava
chiedendosi se per avventura egli non avesse fumato dell'oppio, o passeggiato a
capo nudo sotto il sole. Severina aveva arrossito onestamente innanzi a lui;
sia che ella l'amasse come conte, sia che l'amasse come dottore, nessuno poteva
negare che tornando miracolosamente alla vita e alla ragione la fanciulla non
si attaccasse a lui, come a un caro salvatore. - Domattina sarebbe ritornato a
quel letto e alla luce chiara del dì Severina lo avrebbe riconosciuto: «Sei
tu?» (il dottorino immaginava per suo conto anche il dialogo). «Sei tu, caro
Giulio?- oppure, chi siete voi?» «Io son uno che vi amo, Severina!». «Ah!
Dunque fu tutto un sogno quel che io soffrii...?». «Voi avete veduta la morte
ma io ho tanto vegliato presso di voi...». «Ah! grazie, mio caro» «Chi oserà
porsi fra noi?».
Quest'ultima frase Marco la
declamò, destando perfino il rimbombo sotto la volta della camera, ed egli
stesso n'ebbe vergogna e paura.
«Diavolo!» pensò «che la sua
pazzia mi entri addosso?».
Altri pensieri nol lasciavano
requiare, perché la voce misteriosa della vecchia marchesa ronzava
ostinatamente al suo orecchio: «Io vi darei due milioni...!!...». Questo era il
mondo della favola! che dovesse svegliarsi un bel mattino ricco sfondato? Egli
aveva sempre pensato da stoico sul valore dei beni di quaggiù; ma il diavolo
non aveva mai fatto tintinnare tanto da vicino il sacchetto dell'oro, come quel
dì, e il suon del metallo, ognun lo sa, fa voltare anche il sordo. Essere ricco
e amato! - gli pareva la somma di una filosofia nuovissima, che abbracciava in
poche parole tutto l'universo, anima e corpo, la vita e la morte e andava
domandandosi se egli poteva senza scrupolo stendere la mano a quel mucchietto e
stringere in pugno il proprio avvenire; ma le risposte venivano facili e in
folla, dal punto che tutto era per la salute di Severina.
Come si vede, questo rimuginare
gli doveva mettere le fiamme al viso e lo sbalordimento al cervello; gli parve
che la sua camera divenisse troppo angusta per quelle idee magnifiche, onde
uscito bel bello, venne a una scaletta che metteva al giardino, sforzò
dolcemente la molla d'un cancello di ferro, uscì all'aria aperta, che gli era
tempo. - Non era ancor suonata mezzanotte, ma tutti dormivano in casa; nessun
cane vegliava a custodia, cosicché il dottore poté passin passino attraversare
il largo del giardinetto alla volta del bosco di magnolie. - Viaggiavano nel
cielo certe nubi distese in figure grottesche e come agglomerate intorno a un
piccolo cerchio di luna squallida squallida; l'aria sentiva ancora del fresco e
dell'umido di una pioggia cessata da poco, e che aveva sì immollato il terreno
che il piede vi sfondava mezzo; poco lontano risonavano i fiotti del lago,
grosso in quella notte, che rompendosi contro il solido granito delle
fondamenta mandava il suono di una pasta molle sbattuta da un furioso. Qua e
là, negli spazi di terra luccicavano sotto quel pigro lume le pozze d'acqua, in
ogni forma e misura, come i frantumi d'uno specchio.
Il dottore, che stringeva, come
dicemmo, il suo destino nel pugno tornò all'idea fissa della pazzia, né gli
parve improbabile questo pericolo per un uomo che si trovava al cospetto d'un
domani sì meraviglioso e fantastico. Gli vennero in mente le favole di certi romanzi
letti da lui in quella età che gli altri li fanno e trovò non esser falsi del
tutto quei personaggi, fabbricati a Parigi, pieni di peccati e di milioni, che
passeggiano la notte a meditare astuzie e trappole, che compiono le più fiere
vendette, uccidono rivali, avvelenano vecchie avare, rubano testamenti... - Ma
che diavolo! - mormorava e si batteva la testa col pugno. - Son io che penso
così?
Il dottorino sognava ad occhi
aperti e del suo fantasticare avevano colpa, non solo gli avvenimenti, ma anche
quel cielo a ragnatele, quelle goccie diacciate, che grondavano dalle lucide
foglie delle magnolie, quel brivido che gli serpeggiava sotto pelle, quel non
so che, fra la speranza ed il dubbio, che fa tentennare i più saldi, quella
fede in un amplesso vicino, in un bacio sì ardente che avrebbe fatto di una
pazza una savia donna e di un uomo ragionevole forse...
Udì poco lontano il suono d'un
passo e un fruscìo di foglie. Ristette su due piedi, ma il cuore accelerò i
suoi battiti fino allo strazio - Tende l'orecchio, traguarda fra ramo e ramo e
sente un vero scricchiolìo di sabbia, onde pauroso, non per natura, ma per le
circostanze in cui si trovava, si rannicchiò nei rami sporgenti e aguzzò verso
il tempietto del fauno che sorgeva in fondo a quel viale. Di là spuntò
un'ombra, che forse era un uomo.
Forse anche l'ombra notò un
agguato sul suo cammino, perché ristette ferma, senza fiatare, spiando senza
dubbio nelle fitte tenebre dove stormivano le foglie. Il dottore andava
almanaccando tra sé chi poteva essere l'ignoto vivo, che a quell'ora
passeggiava in un giardino chiuso, non certamente il barone che era alla
statura più piccolo d'una spanna, non uno dei servi, né un ladruncolo perché al
portamento, al nero cupo dell'abito e a certi rivolti candidi al collo e alle
maniche, gli pareva un uomo molto ben vestito.
Si ricordò, nel tempo di un amen,
d'aver già udito altra volta dalla finestra un suono di passi nel giardino e
dei gemiti sommessi e subitanea, come il lampo, gli balenò un'idea, una brutta
idea per la verità: - Che fosse il conte?
L'ombra rassicurata, si avanzò di
buon passo direttamente e verso il dottore, che avrebbe voluto sprofondarsi
sotterra.
- Chi siete? - domandò con voce
strozzata Marco.
- Lode a Dio! temeva
d'incontrarmi nel barone Adriano.
- Ma voi?
- Ella è forse il signor dottore?
- disse sottovoce lo sconosciuto.
- Lo sono, ma vorrei cortesia per
cortesia - rispose alquanto stizzito.
- Sono il conte Giulio - e nominò
quel cognome che noi non possiamo trascrivere pei dovuti riguardi.
- Come sta la poveretta? - chiese
di nuovo il conte; ma il dottorino, che sentiva un'ambascia insolita e come
goccie d'acqua diacciata stillargli sul cuore, non rispose che con un mugolìo
sordo di meraviglia e di rabbia. Finalmente trovò modo di domandare alla sua
volta.
- Avete forse ricevuto la mia
lettera?
- Quale lettera? - disse il conte
non badando al modo famigliare e duro del suo vicino.
- Vi ho scritto saranno tre dì,
ma non so...
- Da quindici giorni mi trovo sul
lago e da una settimana penetro tutte le notti in questo giardino, come un
ladro di campagna; ella saprà che io ho tanti rimorsi da scontare...
- Lo so.
- E che cosa mi si scriveva?
Il dottore pensò un istante e
franco rispose: - che ogni speranza per Severina era perduta; che non veniste più
da queste parti perché Sua Eccellenza ha giurato di uccidervi. - Il dottore nel
pronunciare queste parole andava tendendo i nervi e stringendo i pugni come se
volesse soffocare alcuno.
- È la grazia che cerco - disse
lentamente e chinando la testa l'infelice.
Il dottore lo adocchiò, e non
poté impedire che questo accento disperato non vibrasse in modo strano dentro
di lui.
- Vorrei parlarle con sicurezza -
disse per il primo il dottore dopo un lungo silenzio. - Dove potrò trovarla,
signor conte?
- Alla riva di Molina, non
lontano dall'Orrido, al di là del lago. Domandi a qualcuno ove abiti l'Inglese
e glielo diranno.
- Ella traversa il lago tutte le
notti?
- Verrà una notte che mi fermerò
a metà.
- Ah! - esclamò Marco, con un
grande respiro, sollevando gli occhi al punto più alto del cielo, e quel grido
pareva volesse significare: Io sono ben tristo!
- Non dirà d'avermi incontrato,
dottore?
- No!
- Resto qualche ora a contemplare
il lume di una finestra; finché quel lume risplenderà... - ma alzando le spalle
il conte s'interruppe dicendo: - Buona notte, dottore. - E gli stese la mano:
poi sparì per il lungo viale.
Marco era legato alla terra, né
sapeva formolare un pensiero che avesse un colore e una proporzione; tentennava
la testa, sorrideva a fior di labbro e all'improvviso cantare d'un gallo si
scosse pauroso, girò gli occhi intorno, uscì dal suo nascondiglio, corse in
punta di piedi fino al cancello, salì al buio la scaletta, precipitò nella sua
camera e cadde colla testa sul guanciale.
La peggior tempesta rumoreggiava
in quella povera testa: non aveva per avventura traveduto, sognato, delirato?
No, il conte era vicino a due passi da Severina, a due passi da lui. Come
poteva egli indifferentemente rinunciare alla felicità per cedere il posto a
questo ladrone notturno? Il conte non temeva il barone, e il barone lo
aspettava ansiosamente; questi due uomini non si odiavano più.
Chi travolgeva le più semplici
leggi della natura e del cuore umano per tormentar lui, che aveva tanto fatto
per Severina? Questo miracolo non avveniva per volontà di Dio, perché il barone
non credeva in Dio: uno spirito maligno faceva strazio del suo cuore, e moveva
gli avvenimenti come in un giuoco di scacchi. - Oh mia povera Severina! - disse
sospirando - ch'io abbia a fuggire da te nel momento che, riaprendo gli occhi,
mi avresti beato del tuo sguardo dolcissimo? Prima che spunti il sole, ella
potrebbe svegliarsi più serena, più docile, più ragionevole: «Don Giulio non è
con voi?» domanderebbe alla zia e all'amica. «Dov'è don Giulio? Chiamatelo» Il
momento è solenne! - Il dottore ritto in piedi nel mezzo della camera e
nell'ombra accompagnava coi gesti questi pensieri tumultuosi. «Il momento è
solenne! io entro... Sei tu?..E dopo? se quell'uomo si uccide? se l'inganno non
durasse più d'un giorno? che diverrei io in mezzo a questo mondo fantastico,
falso di nome, fra abitudini non mie, fra gente che mi compatirebbe, o
riderebbe di me.? Troppi gruppi in una volta, mio Dio!...
E pensò finché un tremendo
riflesso di luce non disegnò i contorni del monte Bisbino, che sovrastava; il
cielo s’era fatto lucido e netto e brillavano ancora molte stelle. Fissò gli
occhi in quell’azzurro e in quelle luci, e l'arcana poesia de' suoi quindici
anni risuonò a lui d'intorno quasi portata dall'aria mattutina, bisbigliata
dalle foglie scosse. Qualche pettirosso provava la voce, ma la sua vicina aveva
ancora troppo sonno per rispondergli. Rumori incerti, susurri, fruscii parevano
accennar ai primi moti d'una natura che si sveglia, e, la calma del mattino era
succeduta ai tenebrosi schiamazzi, alla pioggia e al vento della notte.
- Addio! - mormorò il dottorino,
non sapendo bene egli stesso a chi fosse rivolto questo saluto.
- Addio, sì; ma prima voglio
vederti.
Si vede che la risoluzione era
presa; una fuga.
Era ben tempo di fuggire, e
troppo grave era stato il castigo di tanto indugio. Fuggire con una dolce
imagine nel pensiero, e l'orgoglio in cuore di aver compiuto una nobile azione
pareva bello a chi non aveva mai pensato che un uomo possa uccidersi.
L'aspettavano ancora le Alpi, i
vetturali, gli osti e le montanine della Svizzera; al di là si vendeva birra
eccellente a buon mercato e alla peggio la birra istupidisce. Dopo un mese
sarebbe tornato allegro come Celestino, con una lunga pipa, coperto d'una buona
crosta di esperienza, che salva l’anima dalle malattie croniche.
Egli sarebbe partito al primo
raggio di sole, lasciando al barone un biglietto coll'indirizzo del signor
Inglese e tanti saluti in casa. Era risoluto come un gendarme, ma prima voleva rivederla
una volta, il tempo d'un minuto, d'un batter d'occhio.
Pensò che a quell'ora tutti
dormivano nella casa, perché la vecchia zia ritiravasi a mezzanotte, e Marianna
sul far del mattino, nel tempo che ogni infermo suol essere più tranquillo,
godevasi un sonnellino.
Un corridoio e una scala di pochi
gradini lo separavano da quella cameretta. che avea incominciato a venerare;
l'andarvi in quell'ora e solo sarebbe sembrato altre volte alquanto indiscreto,
ma egli, fuggendo per sempre, moriva per Severina e a chi muore si usa pietà.
Uscì; né tremava, né titubava. La
sua ragione era tornata ai sodi principi, alla verità delle cose, ai propositi
schietti e luminosi, e se concedeva un'ultima lusinga al cuore, era per meglio
rabbonirlo. Giunse e stette innanzi all'uscio; era il medico e poteva entrare.
Entrò.
Marianna sonnecchiava in una
poltrona accanto al caminetto, sul quale ardeva una lucerna accesa appena
appena da non essere spenta. Si accostò al letto dell'inferma come aveva fatto
cento volte in quei giorni, e non meno franco, e non meno onesto. Sedette sopra
la sedia vicina e ascoltò il dolce respiro della dormiente. - Dorme! - disse a
sé stesso per il bisogno di occuparsi in qualche argomento. Ma il misurato respiro
della fanciulla a poco a poco prese il suono d'un ragionamento susurrato
all'orecchio, e il dottorino si chinava per udir meglio; ma non sentiva che un
alito sul viso. Il dottorino si strinse le tempia fra le due mani, e la pazzia
dell'amore, della voluttà, dell'odio svolazzò e lo toccò; il pianto che da due
ore ruggiva chiuso nel petto, minacciò rompere il suo silenzio, e il dottorino
lottava atleticamente con un altro sé stesso più selvaggio, più irriverente.
Entrambi erano forti, ma il selvaggio conosceva certi impeti maligni, che
avrebbero ucciso un uomo, e perfino svegliata Severina.
- Ah mia bella.... - soffiò il
maligno, e svincolavasi dalle strette; ma l'angelo buono lo buttava ginocchioni
a piè di quel letto, fremente, ma devoto, riverente, adoratore di quella divina
bellezza assopita.
Mentre il dottorino, caduto a
piedi del letto, smemorato di ogni cosa andava di fantasia in fantasia, una
mano fredda, ma dura come ferro, lo toccò. Levò gli occhi. Era il barone.
- Usciamo - disse freddamente il
barone e si avviò verso la porta, né si arrestò che nella propria camera,
seguito in silenzio dal dottorino, che senza imbarazzo, senza preoccupazioni,
ma rispettoso e severo, stette innanzi a Sua Eccellenza, gli occhi fissi nel
suo viso.
Il barone, chinando le palpebre
come soleva fare nei grandi momenti, domandò: - Ama ella mia figlia?
La domanda era inaspettata,
sebbene il dottore avesse già fiutato nell'aria la tempesta, onde balbettò, ma
non rispose.
- Ella non mi risponde.
- Sono colpevole? - domandò alla
sua volta il dottore per lasciare il fastidio della risposta al barone.
- Io non giudico, esamino. Quali
sono le sue intenzioni, signore?
- Fuggire da questa casa.
- Grazie: almeno è onesto, se
non...
- Se non ricco! - continuò con
amarezza il dottore.
- Ciò che non posso concederle, o
signore, è il diritto di offendermi.
- È giusto! - mormorò il dottore,
chinando umilmente la testa.
Il barone prese a passeggiare
innanzi al dottore, che sentiva rimbombare nel cuore ciascuno di quei passi
solenni, e pesandogli il silenzio ancor più dei rimproveri, si fece forza a
dire:
- Vostra Eccellenza non vorrà
essere troppo severo nel giudicarmi; io non cercai il pericolo, e innanzi al
pericolo fuggo.
- Il conte è qui - esclamò
Adriano alzando la voce.
- Come sa?
- Ella l'ha incontrato questa
notte nel mio giardino.
- Ero sorvegliato?
- L'amore toglie il sonno agli
amanti...
- Ella ci ha spiati...
- Il conte è qui forse da molto
tempo, perché venne al convegno notturno, come uomo che conosce bene la sua
strada. Perché ella non me l'ha detto?
- Perché... - il dottorino
arrossì sebbene avrebbe potuto rispondere d'ignorarlo; ma non affatto
innocente, come sappiamo, ebbe paura che il barone gli leggesse in viso il
tranello della lettera falsa, ma gli occhi di Sua Eccellenza notarono quelle
vampe.
- Basta, signor dottore; le
risparmio la pena di una menzogna.
- Ma!...
- Ella ha interesse che il conte
non ritorni...
- Cioè, interesse... - La vista
del dottore cominciava a offuscarsi.
- Povera Severina, perdette un
amante e ne ritrova due: da bravi, come l'aggiusteranno, messeri? è ai dadi o
all'armi che si giuocherà questo cencio di dote?
Era troppo; e il dottore, sotto
lo spasimo di questo sarcasmo, che gli passava il cuore, evocò quell'antica
fierezza di carattere che altrimenti si potrebbe dire coscienza della propria
virtù.
Non era più la condizione casuale
di un uomo, che lotti contro un sentimento ampio, indefinito, fatale, ma era
lotta sincera di un uomo giusto contro un uomo ingiusto, e il conforto della
propria innocenza gli ispirò una risposta vivace: - Quel che mi dice Vostra
Eccellenza non mi offende, perché non mi tocca; ella non può compatire un
minuto di viltà in un uomo onesto, né io mi meraviglio, sapendo come non a tutti
gli uomini è dato d'essere generosi...
Gli occhi del barone si animarono
e nell'arrestarsi a un tratto Sua Eccellenza non seppe celare un insolito
impeto d'ira; ma trovò una fronte alta e due occhi, che non temevano i suoi.
- Chi non sa perdonare, - continuò
il dottore - non intende e per verità lodo Dio che a non tutti abbia largito i
tesori di un'anima capace d'intendere e di perdonar tutto. Amai donna Severina,
non lo nego, e l'amava già prima di metter piede in questa casa; ma, poiché
ella, signore, ha spiato i miei passi, avrà scoperto come non mi giovassi delle
occasioni, che un beffardo destino mi offriva, quanto trepidassi alla vicinanza
di questa creatura, che si dava tutta a me, come ad un amico, come ad un
fratello; tentennai un giorno, non lo nego, ma fu sotto il fascino di alcune
domande che feci a me stesso: Non sono io degno di lei? Non l'ho io ricreata? -
Oggi rispondo calmo, sereno che no, e fuggo. Se paresse al signor commendatore
ch'io fossi troppo pigro ad andarmene, può licenziarmi: una pena la merito e
son pronto a scontarla.
Il barone andava squadrando
questo giovanotto con occhio stupito, e gli impeti di un sacro orgoglio offeso
salirono più volte a suggerirgli una parola acerba, e che fosse l'ultima di un
dialogo già troppo lungo e umiliante; ma la parola non venne, e invece gli
parve di cedere al peso di un'eloquenza seduttrice, che gli mescolava i giudizi
nel capo, e confondeva le verità più lucenti. Non rispose subito, perché si
avvide che le parole vecchie non valevano, e a trovar le convenienti, che
sciogliessero il nodo e che fossero nello stesso tempo aristocratiche e giuste,
non aveva la calma necessaria..
Il dottore stanco d'aspettare
quest'ultima parola, che egli stesso aveva invocato, urbanamente disse: - Se il
signor barone mi crede indegno di questa parola, io ubbidirò anche a un
gesto...
Al fremito, che corse per tutto
il corpo del barone, si sarebbe detto ch'ei fosse adirato di quella non mai
finita umiliazione, o che avesse dispetto di quell'uomo, tanto pieno di
giustizia.
- Cedo il posto, - seguitò Marco
- a persona più degna e più rispettabile...
- Non è vero! - gridò infuriando
Sua Eccellenza. - Questi elogi non richiesti sono per me una nuova offesa: è
una gara di generosità, che mi adira.
- Il conte ha dei diritti, o, se
meglio le piace, dei doveri.
- Chi intende queste
contraddizioni?
- Mi sforzo d'intenderle. Amo, lo
confesso, ma il mio posto non è qui.
- Sa il conte d'essere aspettato
fra noi?
- Lo saprà avanti mezzodì.
- Non precipitiamo gli
avvenimenti.
- Donna Severina potrebbe
dimandare di lui.
- Di lui! di lui! - ripete
Adriano. - Il mio sangue si ribella ancora a questo nome.
- Ancora? Non intendo...
- Ah! non intendete alla vostra
volta: voi siete un uomo ben stravagante. Perdonate la confidenza colla quale vi
parlo.
Il dottorino strabiliava e
sentendo la voce più conciliante e il modo col quale il barone gli parlava, più
modesto e amichevole, fissò uno sguardo curioso in quel volto pallido.
- Il conte non merita questa
felicità, n'è vero?
- Non voglio giudicare...
- Severina forse... - Il barone
esitò e poi alzando a un tratto la voce esclamò - Vi rincrescerebbe, dottore,
s'io diventassi generoso? è invidiosa la vostra virtù?
- Ciò vuol dire?..
- Vuol dire che ogni minuto della
vita c'insegna una verità: dottore, è finita la prova, e vi ritrovo, qual vi
pensai, grande e degno d'una regina...
- Io?
- Voi, sì, voi. Da molto tempo
vado spiando i vostri passi, le vostre veglie, e quando penso che per opera
vostra Severina m'è ridonata, e che ella ha imparato ad amarvi, e che voi
l'amate, come posso io preferire un uomo, che l'ha tradita, e che versò il
pianto de’ suoi rimorsi nel seno d’altre donne?
- Ma il conte l'ama...
- Ami! è questa la mia vendetta.
- Ciò è impossibile. -
La nobile e dignitosa condotta
del dottorino, una speciale simpatia per lui, la gratitudine naturale per il
tanto bene da lui modestamente compiuto avevano risvegliato nell'animo del
barone non so quali antiche memorie di tempi giovanili, allorché, levando la
testa dai grossi libri della filosofia, egli discorreva fra gli uomini a
cercare le orme d'una virtù, che dicevasi passata sul mondo. In quei dì, nella
vivacità dei vent'anni, sorvolando ai fatti comuni della vita accidentale, e
alle frequenti viltà, il barone soleva fermarsi piuttosto a contemplare in sé
stesso gli elementi di una filosofia umana capace di fatti grandiosi; perciò al
tornare di quelle memorie, credeva ritrovare nel dottorino quel sé stesso, che
la disperazione aveva da molto tempo ucciso. In questa bassa landa dei vivi,
dove l'esercizio di una semplice bontà è tenuto a vile, e dove si preferiscono
le grandi massime che intontiscono alle povere opere che guariscono, dove gli
uomini si fanno ogni giorno più noiosi che utili, il barone compiacevasi di
aver trovato una rupe solitaria, che aveva ancora del vecchio macigno. Se prima
non se n'era accorto, la ragione si è che viveva lontano dalla gente e questi
rari avanzi giacciono nascosti nella moltitudine e non li trova se non chi li
desidera.
Il barone strinse la mano
dell'amico e gli domandò:
- Avete capito?
- Se non è un sogno, è questa
un'offerta ch'io non posso accettare...
- Temete l'ira del conte?
- Il conte è un infelice.
- Lode al vostro Dio.
- Eccellenza, - rispose con voce
commossa il dottorino - vi fu un istante che io sognai questa lusinga e questa
fortuna, ma cattivo consigliero è il cuore innamorato e il più delle volte
trionfa a danno della sana ragione. Quale sarebbe il mio destino s'io non
fuggissi? lo dica una parola: Sarei un uomo spostato. Innanzi agli altri
cesserei d'essere quel che sono, per diventare che cosa?.. un amante, un
marito, un ricco fortunato e caro al cielo. Signore, per tutto ciò può pur
meglio di me bastare il conte, e lasci che io torni, ove sono desiderato, fra
quella gente a cui ho promesso il mio aiuto, dove il conte è inutile. - Amiamo
l'equilibrio delle cose che regge il mondo. Chi mi assicura oltre a ciò che
Severina non si ravveda dell'inganno? Abbiamo incominciato questa storia
pietosa come una novella per le donne gentili, ma è tempo (e ne sento il
bisogno) di tornare al giusto senso delle cose, di ristabilire l'ordine, anche
a dispetto del cuore... Lasciamo i vecchi romanzi e facciamo della vita. - Il
conte ama donna Severina, e da molte notti entra in giardino per sedersi sotto
una finestra illuminata; anche qui, signore, c'è dell'infermità, e un'offesa
fatta a un uomo disperato potrebbe eccitare una vendetta, in qualunque modo
spaventosa sia che il conte castighi me, e sé stesso, o tutte quante le donne
che gli parleranno d'amore.- Invece s'io torno al mio paesello, Celestino sarà
contento, il conte tornerà giustificato dai rimorsi, ella, Eccellenza, avrà la
consolazione di ricordare un uomo... non affatto indegno di vivere...
La voce gli mancò e non potè
arrestare una mezza lagrima che spuntò sotto le palpebre; il barone, che stava
riflettendo alle cose udite, sorreggeva il volto colla palma e tentennava la
testa sforzandosi di rassegnarsi.
- Non è meglio così? - riprese
con voce più chiara il dottorino come se ora parlasse per conto altrui. - Il
cuore non è ostinato e si lascia a poco a poco persuadere, se la ragione sa
parlar come va.
- Questo signore... tornerà? -
mormorò Adriano. - Non so imaginare il modo migliore di riceverlo.
- Gli scriva due linee d'invito,
che io porterò; così avrò la coscienza di aver compiuto tutto il mio dovere, e
sconterò qualche peccatuccio... - Il dottore sorrise.
- Mandiamo un servo.
- No. È necessaria una persona
che narri la storia di questa malattia, e che dimostri la necessità d'un pronto
ritorno, se no, il conte potrebbe pensare a un tranello.
- Per parte mia?
- So quel che mi dico,
Eccellenza, quando parlo de' miei peccati: due amanti, che s'incontrarono sotto
la medesima finestra, si scambiarono delle spiegazioni, ma può darsi che qualcuno
abbia accusato anche Vostra Eccellenza di un delitto premeditato. - Il
dottorino sorrise allegramente, e sforzò al ridere anche la patetica faccia di
Sua Eccellenza.
A colazione la vecchia zia narrò
come Severina allo svegliarsi avesse dimandato di don Giulio e il dottore
permise che le si parlasse del prossimo arrivo del conte. - Ma Severina non si
accontentò di vaghe promesse e il dottore le fece dire dalla contessa Gemma
come prima di sera don Giulio sarebbe di ritorno. - La malata in questa dolce
aspettazione si acquetò.
- Tutto va bene, - disse il
dottore fregandosi le mani - e farò stampare questa guarigione sul bollettino
medico. Chi sa che non mi faccia una gloria europea. Ho bisogno di un po' di
gloria…
Il barone scrisse un breve invito
per il conte e sul far del mezzodì il dottore scendeva i gradini di una scala
che metteva nel lago, ove era pronta una piccola gondola. Adriano lo accompagnò
fino all’ultimo gradino, muto, malinconico, come se partisse l'amico della sua
infanzia, e a stento seppe balbettare: - Passerò tre ore di febbre.
Il dottorino entrò nell'elegante
gondoletta e in tre colpi di remo si allontanò solo solo da quella malaugurata
costa. Quando fu nel mezzo del lago, tirò i remi in barca e, lasciando che
l’acqua leggermente commossa dal vento lo cullasse a suo capriccio, cercò di
occuparsi in idee comuni per distrarsi, ora guardando il cielo coperto di
nuvole, ora i monti e i loro contorcimenti, ora le coste interrotte dai rapidi
ghiaieti.
Così oziando e tratto tratto
movendo i remi colla noncuranza d'un pesce che scuote le pinne, venne senza
accorgersene quasi a contatto d'un'altra barca, guidata da un vecchio rematore,
che a' giorni suoi non aveva mai tratto a riva un carico tanto irrequieto.
Erano dieci sartine, venute da Milano
a far festa sul lago, pigiate sui loro sedili di legno, con abiti quali li sa
fare chi veste sì bene le altre, le une bionde, le altre brune, qualcuna né
bionda né bruna, tutte con occhi ladri, delicati, e scosse in quella vecchia
barcaccia dagli urti, che dava la vivacità, lo scherzo e la paura.
- Legna verde! - disse il
vecchietto al dottore, accennando a quel complotto vivace, che faceva un
cicalìo da cento passere sopra una pianta; e il dottore fu sorpreso dalla
varietà degli scialletti rossi e azzurri, dalle piume confitte in gusci di
noce, o cappellini, legati sopra una piramide di capelli, come, alla lor volta,
le fanciulle destate dallo scherzo del barcaiuolo, si fecero a contemplare la
bella gondoletta e il bel pedagogo che andava, dicevano, a pesca d'anguille,
non risparmiando le puerili esclamazioni, né le risa semplici, che scoppiavano
a loro dispetto dai fazzolettini bianchi e profumati. - Marco, sebbene avesse
l'animo penosamente occupato, pure fu in procinto di seguire la bella comitiva
fino alla villa Pliniana, dov'erano dirette: passare un'ora fra quelle
passerelle, spiegar loro l'iscrizione latina che vi è coi soliti commenti che
un giovane di spirito sa cavare da una pagina di bel latino, sarebbe stata
senza dubbio la consolazione di tutti i suoi mali. Qualcuna aveva sul viso una
espressione profondamente erudita e avrebbe saputo cavar nuovi commenti dalla
lezione, supponiamo, carezzare la barba del bravo pedagogo pescatore d'anguille;
ma il braccio, seguendo l'impulso d'un pensiero più profondo girò a poco a poco
il remo e spinse la gondoletta più in là verso la riva di Molina, dove già
apparivano poche case e più in su, a mezzo il monte, tre paesetti con ville
eleganti e tra le pieghe del monte ombre e verdi cupi e su su le nude rotonde
delle cime e sopra tutto il panorama una tinta di sole acquaiuolo. Che
malinconia! Che voglia di piangere!
Ma il fantasticare era inutile
dal momento che la barca, toccata riva, non poteva andare più oltre (egli
avrebbe così vagolato per sempre), onde sbarcò, chiese al primo uomo, che gli
venne incontro, del signor Inglese, e, dietro le indicazioni, venne
frettolosamente a un'osteria modesta, ma di bell'apparenza.
Intese come, secondo il solito di
tutti i dì, milord fosse andato al vicino Orrido di Molina, dove passava
qualche ora a dipingere, e senza perder tempo il dottorino prese la strada
dell'Orrido, che ben conosceva, annoiato di questi indugi che prolungavano il
suo martirio. Sassosa era la strada ed essendosi messo un vento straordinario,
ei camminava con pena, presso a poco come chi sogna di correre e che sente le
gambe intralciate.
Il cielo facevasi sempre più
spesso di nuvole e andava offuscandosi specialmente per un cumulo gigantesco,
che montava dietro il montagnone - la cuffia del Bisbino; la punta di Torriggia
appannavasi sotto un velo di nebbia e le case al di là, fra cui il Ritiro
sfumavano come vecchie pitture sopra un muro umidiccio; stormivano gli alberi,
si turbavano i ciuffi d'erba che spuntano dai crepacci, e volavano folate di
polvere, onde il dottore si fermò a considerare come cosa non mai veduta, la
superficie del lago senza riflessi e qua e là qualche barca peschereccia, che
guadagnava la riva, le onde, che venivano attorcigliate come cannoncini e che
finivano a squagliarsi fra i ciottoli in spume bianchiccie e morbide come la
panna.
Qualche uccellaccio del mal
augurio strapiombava da una catena all'altra dei monti, sopra le ali lunghe e
immobili, e nell'aria tutta sentivasi un tempo diavolone. Per conto suo il
dottore non era malcontento che la natura prendesse il colore de' suoi pensieri
e stette fermo a contemplarla, finché le prime goccie non lo scossero.
Il conte vestito di un abito di
flanella bigia, succinto e stretto alla vita da una cintura di cuoio, con un
berretto alla staffiera orlato di nastro scozzese, veniva, con una cassettina
sotto il braccio, alla volta del dottorino che, tiratosi sotto il monte, pareva
un masnadiere in attesa.
- Signor conte - disse.
- Chi mi chiama? -
- Sua Eccellenza il barone
Adriano Siloe mi manda; eccole un suo biglietto.
- Che? Sua Eccellenza ha
scoperto...
- Ha saputo che don Giulio è da
quindici giorni sul luogo.
- Da chi lo ha saputo?
- Io glielo dissi. Non si
ricorda, conte, di avermi incontrato questa notte?
- Ella è il dottore? È questo
l'avviso d'un'ultima disgrazia? Dica schietto, vi sono da lungo tempo
preparato. - Così disse il conte, ma contro sua voglia impallidì.
- Ho bisogno di parlarle a lungo,
né qui mi pare luogo opportuno.
Come si vede il dottore pigliava
tempo a rispondere e il conte, confusamente commosso, correndo col pensiero a
indovinare, balbettando rotti monosillabi, precedette il compagno verso
l'osteria e sentiva dentro di sé che, se la fanciulla era morta, eterna sarebbe
stata per lui la disperazione d'averla uccisa.
Così nel primo momento, ma poi
riebbe il sopravento quell'orgoglioso cinismo, che da qualche tempo si era
fatto in lui un'abitudine, molto più che agli uomini in genere spiace sempre
mostrarsi ad altrui vinti dalla propria coscienza; talché la disperazione
dell'animo, che stava per rompere in furore, si sciolse in un amaro sogghigno e
in un tentennamento del capo e in un levar di spalle beffardo, come chi
dicesse: - Tutto è finito.
Entrarono nell'osteria, dov'erano
raccolti alcuni barcaiuoli e pescatori e, quasi milord temesse che quella buona
gente leggesse nel suo volto il gran delitto, si fece a ciarlare con loro,
guastando l'italiano da bravo inglese, e cercò del fuoco alla pipa di Anselmo,
l'oste, e comandò del vinetto bianco per sé e per il dottore. Costui andava
considerandolo con meraviglia, ma più occupato di sé, seguì il conte su per una
scaletta fino a un camerone, disposto a studio di pittura, con un cavalletto e
sopra un quadro coperto, presso la finestra, una tavola piena di manoscritti,
di giornali, di musica e uno sparpagliamento di disegni, di schizzi e di stampe
su per le pareti e per il pavimento. La bella Luisina entrò con un fiasco di
una vernaccia favorita da milord, e bisogna dire che il conte si fosse dato a
tristi abitudini a giudicare dall'esagerazione del fiasco. Infatti don Giulio
non esitò a tracannare d'un fiato il suo bicchiere e, come se ad un tratto
uscisse in una sfida, gridò: - Lo dica dunque, è morta.
- No.
- È moribonda? Sia spiccio.
- No. Donna Severina è guarita.
- La pazza?
- Non è più pazza.
- Lo sono io? beva dottore e
parlerà più chiaro.
- Benissimo! - gridò alla sua
volta il dottorino, riempiendo il bicchiere.
- Beviamo, perché il racconto è
allegro e bello.
Il conte non bevve più durante il
racconto del dottore, che si fece a narrare con tranquillità tutta la storia di
Severina dal giorno che egli l'aveva conosciuta e l'invito ricevuto dal barone
e l'incontro colla fanciulla e i nuovi inganni, in cui era caduta e i baci e
gli abbracci che egli, senza suo merito, aveva toccati e la crisi del male
risolta e la sicura guarigione. Tacque affatto del suo amore e fece bene; però
per acquistar lena e per rischiarare le idee, il buon dottorino, che pareva il
più allegro uomo del mondo, empì non so quante volte, dopo la prima, il suo
bicchiere, non per deliberato proposito di ubbriacarsi, ma sbadatamente.
Quando don Giulio intese com'egli
fosse aspettato, il suo volto s'infiammò per un precipitoso afflusso del
sangue, tentennò la testa per tirarla al giusto apprendimento di quella notizia
e balbettò:
- È vero?
- To'! - gridò ridendo pazzamente
il dottorino - ch'io sia venuto a contar fandonie? - e picchiava troppo forte
il bicchiere sulla tavola.
- Severina? - esclamò il conte
balzando in piedi e fregandosi la fronte e gli occhi. - Ma non è un sogno
questo? mi svegli dottore, se questo è un sogno.
Il dottorino ghignava
allegramente.
Il conte pareva fuor di sé e
girava per la camera, ridendo, esclamando, scarmigliandosi i capelli,
frugandosi nelle tasche, come uomo che cerchi qualche cosa e che non sappia ove
riesca.
Il tempo frattanto si era fatto
buio e le vetriate tremavano per i forti buffi, che venivano dal bacino di
Argegno; una pioggia a sbalzi picchiava rabbiosamente sui vetri e lampi
rapidissimi si disegnavano facendo aureola fiammeggiante al montagnone di
contro e talora nicchiando come la pupilla d'un selvaggio incatenato.
Il dottorino stentò a levarsi
dalla sedia e non senza fatica venne fino alla finestra, da cui grondavano
rigagnoli lunghi e giallognoli e serpeggianti, come vermiciattoli, fino a mezzo
della stanza. Appoggiò la fronte, che bruciava, al vetro gelido e forse per
effetto di quella vernaccia, bevuta in mal punto, dopo un lungo digiuno e un
viaggio malaugurato, vide sul piano plumbeo del lago sorgere boschetti e cespi
e un villino e macchie di fiori, fra i quali movevasi un bianco cappello di
paglia.
Però il conte, già troppo egoista
per natura, non si avvide né dei fumi, né dei barcollamenti, da cui era preso
il dottore.
- Bisogna partir subito.
- Subito - rispose il dottore.
- Non permetto che ella mi segua
con questo tempo,
- Si figuri - rispondeva l'altro,
tanto per rispondere.
Ma nessuno di que' barcaiuoli volle
prendere il remo e sfidare il tempo, neppure per qualunque offerta, segno che
della vita quei filosofi avevano un concetto più largo d'una moneta d'oro. Il
conte cominciò a bestemmiare fra i denti e domandò al dottore, se sentivasi
cuore d'accompagnarlo.
- Anzi è il dover mio - rispose
il dottore, tanto per rispondere.
Ma questa volta milord aveva
fatto i conti senza l'ostina, la bella Luisina, che, all'intendere quella
disperata risoluzione, fu per cader morta o poco meno, dallo spavento; venne
innanzi al bell'inglesino, e alzò la voce e le braccia, e lo cinse al collo e
lo bagnò di lagrime, chiamandolo con tali nomi pietosi, che tradivano in lei
quella cara amicizia, che va perdendosi nel mondo.
Spiacque a don Giulio questo
contrattempo, sebbene non gli riuscissero tutt'affatto nuove queste cerimonie
della bella ostina, onde con violenza aspra e ferina si sciolse da lei, che
cadde davvero ginocchioni al suolo; il conte urtò nel gomito il dottore e quasi
lo sospinse fino alla gondoletta, maledicendo a mezza voce le ostine, che,
quando amano, amano davvero.
- È giusto che mi ricordi di te,
ma domani... Presto, dottore, a poppa. Il tempo è molto brutto, ma ella
conoscerà meglio di me questi venti...
Il dottore obbediva. Arrancarono
i remi, e aiutati da pochi pescatori accorsi, presero il largo, ma l'onda li
risospinse ancora a riva, finché accordatisi colla voce, si curvarono entrambi
sui quattro remi gagliardamente, più con rabbia che con arte, ciascuno, per
ragioni sue particolari e alla sua maniera, orgoglioso di sfidare la morte. La
gondoletta prese l'aire come vollero i padroni, e, quando fu a cento colpi di
remo dalla sponda, cominciò a galoppare, precisamente come un poledro balzano e
il conte andava gridando con voce chiara ed eroica: - Attento! l'onda è qui:
su! - e la gondola montava in groppa a un'onda, che veniva per schiacciarla; il
vento si portò i cappelli dei remiganti, la pioggia fitta li batteva
ostinatamente nel viso e negli occhi.
Si era già al tramonto, che in
quel dì aveva precipitata la corsa e al giungere della sera meschiavansi, non
saprei dire, quali nuovi venti alla battaglia, cosicché l'onde squallide si
gonfiavano e si sbattevano affannosamente le une contro le altre destando rombi
e gemiti misteriosi. La gondola una volta dié di cozzo nella curva di un'onda e
da tutte per un terzo girò sopra un fianco, schiaffeggiata le parti da fiotti,
che sormontarono e che cercarono tirarla giù coi loro uncini di spuma, ma i due
rematori con un grido se l'intesero, e con un po' di tabusso e di scialacquo si
drizzarono. Toccavano già il mezzo del bacino sudati, grondanti d'acqua, coi
capelli strabuffati, arsi in volto, coi denti stretti, e mandavano ad ogni
colpo una specie di ruggito che alla sua maniera sfidava le furie delle acque e
dei venti.
- Severina merita questo viaggio,
n'è vero, dottore?
Così domandò il conte in un
istante di tregua e seguitò: - Da bravo, punti a destra. Io vedo già nelle
tenebre il mio paradiso...
Il dottorino man mano che entrava
nell'animo del conte, scopriva come l'orgoglio e l'egoismo ispirassero tutte le
sue passioni come quel riaccendersi dell'amore avesse in se più del furore che
della compassione e infatti don Giulio sentivasi spinto verso Severina da una
disperazione, che, radunata per tanto tempo fra le strane avventure, assopita
qualche volta ma non spenta mai, aveva minacciato rompere in follia. Questa
disperazione, quando riprese nome di amore, più che amore si poteva chiamare
bufera voluttuosa che eccitava gli spiriti fieri del patrizio e l'avidità cieca
dell’uomo. Ecco perché il conte, senza accorgersene, riusciva crudele contro il
dottore. Questi aveva già l'esca al cuore; la vernaccia gli dava le vertigini,
l'ondeggiamento della gondola gli metteva in corpo la nausea, la pioggia e il
vento gelato, destando in lui i brividi della febbre, congiuravano contro la
sua ragione e contro i propositi gravi che aveva promesso di mantenere:
passavano degli intervalli fra queste tenebre, nei quali il dottore smarriva
del tutto la coscienza di sé e, come se la testa abitasse in qualche pianeta
lontano, ragionava sì, ma non colle idee di tutti i dì, esagerandole,
mescolandole, addormentandosi talora in una dolorosa estasi, che non era altro
se non smemoramento. Perciò alle parole del conte sentì ribollire i vecchi
spiriti domati fin qui, e, perduto il sentimento del giusto e dell’utile da
ubriaco, infuriò contro l'uomo che l'oltraggiava contro la sorte che l'aveva
stretto fra le asse d'una gondola, e si sarebbe volentieri rovesciato nei
flutti, non per volontà di morire, ma per scatenarsi contro un nemico
qualunque.
Fu in questo rapido delirio
ch'egli dié quattro o cinque colpi di remo a contrattempo, in risposta
all'offesa del conte, il quale non immaginando quello scherzo e colto
all'improvviso, fu imbarazzato nel remeggio, talché un'onda subdola, che
incalzava, urtò la navicella di traverso, la spinse e la portò con una lama
d'acqua, per buon tratto, all'indietro contro un'altra, che piombò sopra la
prua dov'era il conte: questi, che sentì cedere l'assito, tentennò, si protese
col corpo più che poté sopra il remo sinistro, e, rinversandosi energicamente
sulle calcagna, trasse la gondola da un pericoloso avallamento, sebbene fosse
già stortata sul fianco e assediata da nodose spire. Un lampo rossigno, che
balenò, illuminò il valoroso lottatore, bello nel suo abito bigio, e coi
capelli ricciuti, che colle scosse cavalline del capo, toglieva dagli occhi;
anche il dottorino lo vide e gli parve sublime.
- Conte - gridò - pare che
l'inferno sia ben vicino al vostro paradiso.
- Avanti, il vento è gagliardo,
ma per Severina scenderei anche negli abissi.
- Povero Orfeo! ahi! mi si è
spezzato un remo.
- Maledetto! - urlò il conte, che
sentì un sinistro scricchiolio e un nuovo urto alla gondola.
- Che è questo, che è questo? -
ripeté.
Una spaventosa idea venne in
mente al conte, a cui il contegno del dottore cominciava a parer ben
stravagante.
- Conte - seguitò il dottorino
con voce sguaiata - fermiamoci alla prima osteria? Luisina ci porterà della
vernaccia.
Queste celie, che scaturivano
quasi dal buio, fra pericoli di morte, suonarono male all'orecchio del conte,
che cominciò a dubitare d'un inganno.
Il racconto udito poco prima gli
parve a un tratto inverosimile, e corse col pensiero al barone; pensò che
Severina fosse veramente morta e che questa fosse una trappola e una vendetta.
Vendetta di chi? non d'altri che di quest'uomo venuto a sfidarlo sì
bizzarramente fra la tempesta, correndo egli stesso pericolo di morte. Non
aveva detto il dottore di baci e di abbracci ricevuti, senza meritarli? non
aveva vegliato molte notti al letto di Severina? ch'ei l'amasse? non aveva
costui contemplato a suo agio tanta bellezza? ah certi suoi sorrisi maliardi!
senza dubbio il dottore era un rivale disperato.
Queste idee si accumularono nella
testa del conte nel tempo che brilla un lampo, e la gelosia feroce e la
vergogna dell'onta, e la paura della morte e dell'ignoto destino piombarono,
come tanti nembi, nell'anima, e gli oscurarono la vista.
Il dottore taceva; era forse
scomparso? il conte lavorava di braccia, la pupilla fissa innanzi a scrutare il
pericolo, l'orecchio attento ai più deboli fiati di vento, presentendo quasi
coi nervi il venire di un'onda, fiutando nell'aria la via giusta, duro,
ostinato, pronto a contendere quella spanna di assito alle furie e all'ira
degli uomini.
Povero Marco! era ubbriaco e se
ne accorse egli stesso allo scombuiamento, che nacque nel suo cervello, a certi
vacillamenti delle gambe, alla spossatezza degli spiriti tutti, al tremolìo
della vista; le sue parole gli risonavano ancora nelle orecchie
fastidiosamente, come avviene a chi si accorge d'aver detto uno sproposito e
che avvilito e vergognoso non ha scuse pronte. Quel che avesse detto non sapeva
raccapezzare, e di questo solo aveva un barlume, d'essere cioè un miserabile
senza lealtà, senza coraggio, che aveva assalito un nemico incapace di
difendersi. - Perché era dunque venuto in traccia del conte? perché aveva
ingannato il barone? quale lotta orribile e grottesca si era preparata, dopo
tante prove? - Aspettava seduto sulla punta della barca che il conte,
abbandonati i remi, si slanciasse contro di lui a chiedergli parole più chiare,
a scongiurargli il suo amore per Severina e Dio sa la tragedia che la gelosia e
l’ubbriachezza avrebbero potuto rappresentare su quella scena di flutti, nel
disordine della bufera.
Si sarebbero afferrati pel corpo?
avrebbero lavorato di ugne e di morsi, finché nel nome di Severina non fossero
entrambi precipitati a finir la lotta nel fondo?
Il conte, che nell'affanno del
remare non aveva fiato per una parola, a poco a poco, ripigliato l'andamento
dell’onda, cominciò a cercare del dottore, che rannicchiato a poppa, non dava
segno di vita.
- Dottore! - chiamò; e sospettò
ch'ei fosse, nello scompiglio della tempesta, caduto nel lago; ma un singhiozzo
lo fece trasalire, al quale seguì un altro e finalmente un pianto lamentoso,
come di bimbo istizzito, con parole mozzicate, delle quali il conte non intese
se non: - Scusi, sono ubbriaco.
Il dottorino infatti aveva
sentita tanta compassione di sé, che piangeva per non saper far di meglio, né
desiderava altro che di poter svanire come un buffo di fumo. Il conte più
attonito che irritato si ricordò della vernaccia tracannata ingordamente dal
dottorino all'osteria, e, pensando che nella foga del remare gli fosse andata
al capo, compatì quello sciocco ubbriacone, che pieno di vino osava sfidare
tant'acqua.
- Si sente male, dottore? si
consoli che il vento cala e che siamo sotto costa. Non si muova, perché Bacco e
Nettuno non se l'intendono troppo bene. Ne faremo un quadretto, dottorino, per
i morti miracolosi di Torno. - Il conte rideva.
Queste celie giungevano al
dottore come il suono d'un lontano fruscio di foglie, perché il suo cranio era
girato e raggirato fra certi anelli, che si dilatavano e si stringevano a
vicenda, rapidamente, sì che talora gli sembrava di scender basso basso fino a
toccare fondo e di balzarne su elasticamente come un sughero, fino al pelo
dell'acqua. Il conte rideva, ma alla vista di lanterne a vento, che movevansi
innanzi a un casino e al mormorio di voci non troppo lontane, il cuore tornò a
picchiar forte, come al tempo dei più ingenui amori; guidò la gondoletta a una
nota scogliera, ove soleva sbarcare nelle altre sue visite notturne, e fu solo
all'urto della punta contro i sassi che il dottor si svegliò di soprasalto,
girò gli occhi, rammentò, comprese dov'era, si mosse quasi per istinto, e
cadde, più che non saltasse, dalla gondola all'asciutto. Il conte gli diede
mano, perché non tuffasse, ma vedendo che il malanno era poco, e che il
dottore, tornato in sé dopo un sonnellino di cinque minuti, balbettava scuse
stracche, lo affidò alle cure della Provvidenza e prese la corsa verso il
Ritiro. Il dottorino restò immobile alcun tempo cogli occhi fissi al suolo e
sorrise mestamente di sé stesso; lasciata la gondola ben assicurata colla
catena a un macigno, montò fino all'orlo della strada e chiamò il conte; ma il
conte non c'era più.
Cercò qua e là, come meglio
poteva nell'oscurità cupa di quella strada, ma si trovò solo, troppo solo.
Stette pensando al cammino che doveva prendere, se verso il paese o verso il
Ritiro, e sentì proprio come due forze egualmente tenaci che lo tiravano dalle
due parti.
Don Giulio venne di corsa fino al
Ritiro, che distava cento passi dallo sbarco, e i servi, avvisati del suo
arrivo, gli furono incontro e lo riconobbero.
- Mi attende? - disse con
ansietà.
- Da due ore e colla più grande
inquietudine - rispose il vecchio napoletano.
- Dov'è?
- Di qui; a destra per la scala.
Il conte precedeva il servo, che
non correva abbastanza; agli ultimi gradini gli mancò il respiro, e calmò il
battimento del cuore premendovi ambo le mani. - Come il dottore aveva
consigliato, si era tenuto discorso a Severina del prossimo arrivo di don
Giulio, che si fingeva chiamato da Milano: ma al giungere di quel tempaccio,
nacque in tutti la paura che il dottore e il conte fossero stati sorpresi per
via. Il barone passeggiò per il tratto di due miglia nella camera di Severina,
che, tendendo l'orecchio ad ogni soffio d'aria andava dicendo: - È qui?..
Il barone, che correva col
pensiero a imaginare qualche nuova disgrazia, fatto più livido, più cupo
stringeva le mani tanto da tagliarsi coll'unghie. Quando intese un suono di
passi nel giardino e riconobbe la voce del conte, un grido che gli muggiva
sordamente nel petto venne fino alla strozza, ma la superbia, lo sdegno di
padre e di patrizio ve lo soffocò. Quale vergogna! sarebbe stato un grido di
gioia. La vecchia zia entrò, sbattendo furiosamente le porticine e, agitando le
braccia sopra la testa, disse più che non parlasse. Severina balzò a sedere sul
letto, spingendo innanzi il capo, spalancando i grandi occhi spiritati, colle
chiome che si sparpagliavano, per immensa trepidazione. La contessa che l'aveva
assistita in que' giorni, commossa, cadde muta, sospesa, accesa in volto a piè
del letto; il barone si rintanò nel vano d'una finestra, e due, forse tre
minuti secondi passarono silenziosamente e parvero lunghi come quei
dell'agonia, finché suonò un passo nel corridoio. La fanciulla, ridendo scosse
la testa, dilatò le pupille, portò le mani ai capelli, e, guizzando, sarebbe
balzata dalle coltri, se prima non si fosse precipitato verso di lei un uomo.
Un grido acutissimo s'udì, che
non pareva umano, e sparì la pazzia. Chi non avrebbe pianto?
Adriano posò la testa allo
spigolo della finestra e guatò sdegnosamente l'ombra della notte; nessuno si
accorse delle sue lagrime. Severina, dopo molte risa convulse e selvaggie,
ruppe in lagrime e posò la testa sul guanciale, come persona stanca. Don Giulio
piegò un ginocchio e, presa una mano di lei, vi pose le labbra e chiese,
tremando ed esaltato, il conforto di una benedizione, che ottenne di poi.
Marco, che veniva gesticolando
verso il Ritiro, assorto in penose investigazioni, delle quali non conosceva
bene egli stesso la ragione, intese quel grido acutissimo, in cui pareva
trasfusa tutta un'anima umana, l'amore, la gioia, e la pazzia. Si arrestò di
botto, e quasi si svegliasse da un sogno, si orizzontò, ritrovò sé stesso, capì
che la bella storia era finita, sorrise in atto di chi si rassegni, e mosse gli
ultimi passi verso il cancello del Ritiro. Lo trovò chiuso, perché i servi,
occupati altrove, non si sognavano punto di lui; sforzò colle mani le sbarre e
le sentì rigide, dure, resistenti e nel loro tintinnio alquanto canzonatorie;
alzò gli occhi alle finestre e vide un muoversi di lumi e un disegnarsi di
ombre su per le ampie cortine; tutto era silenzio là dentro, ma era facile
immaginare perché ciascuno tacesse. Immaginò alla sua maniera quella scena di
aspettazione, di pianto, di slanci indomabili, di frenesie voluttuose, sebbene
meste, e non seppe trattenersi dal dare una scossa a quell'inferriata.
Piovigginava ancora, e, sebbene
nessuno avesse voluto di proposito escluderlo, tuttavia parve al dottore che il
conte o altri si fosse vendicato dell'audacia d'un povero dottorino, che aveva
fermati gli occhi e il desiderio sopra una baronessa. - Era la prima volta
ch'egli si accorgeva che la figlia d'un barone è una baronessa.
Piovigginava ed egli, come un
pezzente, non sapeva staccarsi da quella illustre porta, e andava cercando
nell'ombra l'immagine diletta, per la quale tanto soffriva; ah poveretto! aveva
fatto a fidanza sulla virtù razionale del suo ingegno e sulla fierezza stoica
del suo carattere, spregiando in malo modo le esigenze del cuore. Il cuore
aveva sofferto e taciuto fin lì, ma ora punto dall'ira e dalla gelosia, sorse a
spaventosa ribellione; l'amore per la bella baronessa dagli occhi molli, dalle
membra delicate, che egli aveva contemplata bellissima nel sonno, più bella nel
sorridere, quasi ammaliatrice nell'abbracciare nella follia e nell’abbracciare
un amico, - quest'amore compresso, trascurato, reietto tornò con tutte le
lusinghe delle memorie, con tutta la poesia delle imagini, con tutte l'armi di
chi, desiderando vuol contrastare ad altrui un bene, e infuriò sotto la
pioggia, il vento, il freddo...
- Ah l'indegno! - disse con un
rantolìo alla gola, puntando la testa al cancello. - Ah l'indegno! - urlò
lanciandosi a corsa per quella strada buia, e piena di fango, scendendo alla
ventura per i sassi della riva, finché tornò alla gondoletta, la sciolse, vi
entrò e colla punta del piede la spinse in là, fra le onde, non per voglia di
morire, ma perché in tanto scompiglio della ragione e del sentimento gli pareva
quella una via buona ed unica.
Vi si distese come un morto nel
cataletto, posò la faccia, stretta fra le palme, sull'assito e poiché, fra il
rumore dell'onda e dei venti, il suo pianto non sarebbe giunto a orecchio
umano, e le sue imprecazioni non a Dio, gemette e imprecò ad alta voce contro
sé, il conte, gli uomini tutti meno Severina, che si figurava invece di
sorprendere in quel vano tenebroso nella notte, fra l'accendersi dei lampi, e
il rigoglio dei flutti.
Gli ultimi fumi della vernaccia
davano alle imagini della fantasia e alle cose vere contorni nebulosi, in modo
da confonderle tutte quante in un via-vai da labirinto in
quadri placidi dissolventisi ad ogni tratto per trasformarsi. Poiché Severina
era perduta per sempre, accese l'immaginazione a determinare il valore del bene
perduto, riproducendola in tutta la sua bellezza co' suoi capelli ondeggianti,
che tentava toccare, con quei tremiti di labbra, che aveva tante volte
sorpreso, a cui credeva accostarsi e ne prelibava quasi la dolcezza... finché
un urto più forte alla barca gli ricordò dove fosse. La bufera stava per
finire, e ne fu il segnale un fulmine che si scaricò al di sopra di Nesso:
Marco balzò a sedere e vide corruscarsi tutto il lago in rapide scintille
d'oro, e ripiombare poi più tetre e spesse le tenebre.
Dove andava? la tempesta non era
sdegnosa abbastanza per travolgerlo; l'ubbriachezza cessava, e sentivasi
trascinato dal sonno. Parve ridicolo a sé stesso e se ne adirò. Non voleva
essere eroe, non voleva morire. Giudicava il morire azione da vile, e forse
aveva paura. Pensò che il genio buffo, il quale sorveglia ogni uomo serio, gli
mormorasse: «Lì sotto non troverai Severina e domani ti pescheranno come un
luccio» Il dottorino era lombardo, e sentiva tornare a poco a poco
quell'antichissimo buon senso, che vola da queste parti e che proibisce a molti
buoni di diventare eroi inutili.
Cominciò ad arrabbiarsi, e finì
col ridere, - era l’ultima conclusione - e rider forte di questo povero
dottorino, cullato dalle onde come Mosè, e che molle d'acqua e di vino avrebbe
voluto combattere una battaglia contro una rovina di sassi e afferrare le
saette per mettersele in saccoccia. Gli parve udire la voce grossa di
Celestino, che rideva, onde brancicò per cercare i remi; ma quei del conte
erano rimasti sulla riva e i suoi come trovarli? Girò dunque gli occhi
oziosamente all'intorno, e li fissò alla riva non troppo lontana, dove
campeggiava l'ombra del campanile del suo paese e vide errare dei lumi, e lo
ferirono voci indistinte, che venivano di là. Ma a un tratto trasalì per una
voce non tanto discosta, che gridava: - Tonio! Tonio! - e più lo spaventò un
tabusso come d’uomo che annaspi nell'acqua; guardò e vide a tre passi un cencio
nero che si voltava nell'acqua e più in là il lume d'una barca mentre la
medesima voce ripeteva: - Tonio! - Si curvò sulla sponda della gondola e scrutò
fra le tenebre; gli ultimi abbarbagli del lampo non erano troppo accesi per
rischiarare la scena, ma un rantolo d’uomo che si anneghi, gli manifestò troppo
chiaramente che Tonio non poteva rispondere. Non era tempo di vani pensieri:
trasse le scarpe, e la giubba, e si rovesciò sopra un fianco della gondola, che
si capovolse.
Nuotò verso il corpo, coperto
tratto tratto dall'onda non ancora tranquilla; la spuma dei fiotti gli entrava
negli occhi, ma guidato da un buon istinto, venne sotto al corpo, lo sollevò
con una mano, lo trasse per un lungo spazio alla cieca finché, scrollando il
capo, poté orientarsi sulla giusta direzione. La barca gli era sfuggita e pensò
meglio fatto dirigersi alla riva. Lottava con un braccio contro le resistenze
dell'acqua, che faceva gorgo intorno la sua testa non furiosamente, ma colla
tremenda morbidezza di cuscini che si ammucchiano. Dietro di lui risuonò un
tuffo di remi, e la medesima voce di prima: - Di qua, di qua!
La testa di Tonio ballonzava pesa
sulla sua spalla e tratto tratto il cadavere tirava in giù il vivo; dico
cadavere sebbene Tonio viva ancora a contarla, ma allora perduti i sensi, pieno
d’acqua come una botte, rigido e stecchito pareva che avesse giurato di
trascinare il dottorino alla casa dei pesci.
Andò ancora un poco come a Dio
piacque, finché sentì sferzarsi il viso da una scuriada, che lo acciecò e per
poco non gli sfuggì di mano la preda; l'afferrò con avidità rituffandosi più
d'una spanna, e ritornò a galla ansante, sbuffante, e alquanto disgustato di
quell'acqua che non era vernaccia. E già la destra sentiva i pizzichi del
granchio, e gli abiti molli e saturi pesavano come cappe di piombo e gli
sovrastava minacciosa la noiosa legge che tira i pesi al centro, quando una
nuova frustata attraverso il collo gli fe' gettare un grido di dolore; sentì
serrarsi fra le orbite di un serpente, cioè di una corda, che gli lanciavano
per la seconda volta dalla barca che, avendo a lottar colle tenebre, col vento
e coll'onda non osava avanzarsi troppo per paura di schiacciare i naufraghi.
- L'ha abboccata: forza, ragazzi.
- Così predicava la medesima voce, e il dottorino, che aveva abbrancata la
fune, si sentì a un tratto tirato in rimorchio; l'acqua tagliata dalla barca
veniva a gorgogliare all'orecchio di Marco, che per quel fregamento provava in
tutti i nervi un voluttuoso solletico. Era tempo. Lo trassero a riva in tale
stato che Tonio poteva sfidarlo alla corsa. Mentre lo portavano in un casolare
vicino rinvenne alquanto, e parlava ancora d'una miriade di lumi, visti in
quella dormiveglia, di voci che schiamazzavano, come se i lanzichenecchi
fossero alla canonica, e di un amalgama di ciclo e di acqua che lo chiuse in
una notte profonda.
Il fatto si può contar presto.
Tonio, uno dei pescatori di quel paese, s'era indugiato sul lago, pigliando a
gabbo certi fischi, che gli avevano zufolato: - Va' via! - onde fu colto dalla
tempesta proprio nel momento che non avrebbe voluto esservi. Le sue donne a
casa chiamavano già tutti i santi per nome, e i suoi amici, che l'avevano
veduto un'ora prima presso Torno, avevano sfidato coraggiosamente il pericolo
per venirgli incontro. Oggi a me, domani a te - dice la povera gente, e per
fare una buon'azione non pensano mai a formare un comitato: perciò in dieci
minuti furono nelle peste in cerca di Tonio; ma questi, che da mezz'ora nuotava
in cattive acque, colla barca crepa e il timone rotto, aveva creduto migliore
buttarsi a nuoto, ed era, dopo un'altra mezz'ora di lotta bestiale, ai rantoli;
quando gli furono addosso il dottorino, e in seguito gli amici.
Allorché riconobbero il sor
dottorino nel miracoloso salvatore di Tonio, tutto il paese fu in rumore, come
se si avesse detto l'imperatore; la voce si sparse per tutte le case e prima di
mattina lo sapeva il sagrestano del duomo di Como, che la contava ai preti, e
via via fino all'imperial regio commissario. Ai nostri giorni l'avrebbero fatto
cavaliere, ma a quei tempi avari si contentarono di parlarne coll'istesso
calore che d'un omicidio e dello scandalo d'una bella signora.
Tonio guarì e dei due non saprei
dire quale salvasse l'altro, perché, quando Marco aperse gli occhi, dopo una
notte di febbre in casa sua, sentì una dolce consolazione e un gran piacere di
essere al mondo, onde sono per credere che l'uomo soltanto, il quale abbia
l'idea della sua dignità, è veramente vivo e incomincia a morire il dì che
diventa inutile. Al suo fianco sedeva Celestino, che lo risvegliò del tutto
dicendogli: - Raccontami qualche cosa del regno delle sirene; è vero che
finiscono in coda di pesce?..che peccato! - Celestino gli somministrò un
cordiale di risa sì sgangherate da riscuotere una mummia. La febbre durò tre
giorni, ma Celestino assicurò che era tanta salute e non volle che si levasse
da letto; dopo il quinto dì, poiché l'infermo aveva avuto giudizio, il dottore
permise un bicchiere di contraveleno, cioè di quel vino che strappava le
lagrime di riconoscenza verso la Divina Provvidenza, che dopo aver creato
l'uomo, lo vuole allegro. Sul far della sera si bussò all'uscio.
- Chi è? - domandò Celestino.
- Sono io - rispose una voce.
- Chi è l'io?
- Sono il morto.
Entrò Tonio, un po' pallido, ma
in gambe e lo seguiva la donna con un bimbo al collo, e ultima veniva la
vecchia madre appoggiata alle spalle di una bambina, che di pulito aveva
soltanto gli occhi. Tonio teneva per la coda un grosso luccio, uno di quelli
che l’avevano aspettato a cena quella brutta notte.
- Che diavolo! - gridò Celestino.
- Non è la festa delle rogazioni.
- Scusi, sor dottorino... La
Ghita ha voluto venire per ringraziarlo dell'incomodo, che si è preso per me
l'altra sera.
- Dov'è? è qui? - domandò la
vecchia madre, che era cieca
- È qui - le rispose la
fanciulla.
- Ne ho benedetti molti e sono
stati fortunati.
Marco stese la mano commosso a
Tonio, che gli offrì il pesce d'una libbra e tre quarti, assicurando che cotto
nell'aceto doveva essere un cappone.
- Grazie, buon amico - rispose il
dottorino.
Celestino voltò le spalle e andò
a suonare il tamburo sui vetri: certe cose gli rimescolavano il sangue.
La vecchierella venne fino al
letto e posata una mano tremante sulla testa del giovane:
- Benedetto te - esclamò -
benedetti i tuoi figli e la tua sposa, quando l'avrai, perché hai salvato un
padre di famiglia.
- Sicuro - disse Tonio; - se non
c'era lei, la era finita per questi, come si dicono? Di' anche tu qualche cosa,
Ghita, ci vuol altro che piangere...
Anche il dottorino ebbe una
benedizione e, come se tutta quella felicità gli venisse da Severina. socchiuse
gli occhi per rivolgere a lei un ultimo pensiero, che fu il più venerabile e il
più delizioso. L’amore diventava religione.
Questa scena di pietà sarebbe
durata a lungo, se Celestino non avesse levata la voce a sgridare Tonio, perché
aveva lasciato il letto troppo presto, a sgridare la vecchia perché uscita di
casa con tanti malanni in corpo e il bimbo perché aveva il naso sporco e la
fanciulletta perché non si lavava la faccia. Se non si aiutava con questa
sfuriata, Celestino (non state a ripeterlo) era un uomo da commettere uno
sproposito, non dico piangere, ma commuoversi.
Venne il giorno che i due amici
dovevano lasciarsi. Marco accompagnò Celestino per un buon tratto di via, e,
man mano che si andava innanzi, le parole si facevano più scarse, finché
stettero a guardarsi in faccia, tenendosi per mano, sorridendo, ma non
allegramente. Celestino aveva lasciato spegnersi la pipa.
Marco gli aveva narrata la
dolorosa istoria del suo amore, e Celestino per assicurarsi che era veramente
guarito gli disse: - Il barone, Severina e l'altro sono partiti ieri sera.
- Buon viaggio - rispose il
dottore, ma la voce gli si affievolì.
- Troverai nel tuo scrittoio una
lettera di Sua Eccellenza, che ho ricevuto ieri, ma che tenni nascosta per
riguardo alla tua convalescenza. A proposito di lettere eccotene un'altra che
mi ha scritto un uomo bizzarro pochi giorni or sono, e fa di leggerla mentre ritorni
a casa, perché la strada è deserta e potrai riderne a crepapelle.
Celestino diede la lettera,
accese la pipa, toccò vezzeggiando il ganascino all'amico e gli disse: - Stammi
bene, mio bel filosofo, e guardati dai colpi di sole. - Poi se ne andò fischiando.
Il dottorino ritornò verso casa
e, aperta la lettera rise di cuore nel riconoscere la propria scrittura e nel
rileggere queste righe:
«Illustrissimo signor Conte,
«Non si meravigli se uno
sconosciuto si rivolge a Lei coll' autorità d'un superiore....
La lettera, respinta da Ginevra
per difetto di indicazione, dopo lungo giro, era venuta nelle mani di
Celestino, al quale era diretta.
La lettera del barone diceva
semplicemente: «Il vostro Dio meriterebbe d'esistere», e chiudeva due biglietti
da lire mille.
- M'hanno pagato! - borbottò il
dottorino e fu per stracciare quei preziosi cenci di carta, ma pensò che
venivano da Severina e che molte spose del suo paese non avevano un soldo di
dote.
Passarono molti anni da quel
giorno; la baronessa divenne contessa e dispero di ritrovarla fra i vivi; il
conte ingrassò ed era nel suo pieno diritto, il barone si chiuse in biblioteca,
che fu la sua prima tomba, l'epicureo Celestino, morto di colera, fu sepolto,
come desiderato, colla sua pipa.
La benedizione fruttò al
dottorino di campar lunghi anni sano e rubizzo, e, sebben vecchio, vive ancora
contento di vivere. A chi gli domanda il segreto di questa beatitudine mostra
una ricetta in latino, trovata fra le carte del suo povero amico, la quale può
chiudere a guisa di morale, queste pagine non immortali. Recipe vinum bonum et
pippam longam, e io la consiglio alle anime sensibili.
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