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GIACOMO
L’IDEALISTA
PARTE
PRIMA
Giacomo Lanzavecchia mi scriveva
sui primi di settembre: «Ti ricordo la promessa che mi hai fatta di venir a
passare qualche giorno alle Fornaci. Non ebur neque aureum Mea renidet in domo
lacunar... Ma c'è sempre la cameretta libera dello zio prete colla bella vista
sul Resegone. Seguace dei pitagorici, io non sono cacciatore, ma c'è qui presso
il «Roccolo» di don Andrea, dove sento che quest'anno i tordi si lasciano
pigliare volontieri. Se stenterai a pigliar sonno la notte, ti darò a leggere
le bozze di stampa d'un certo mio «Saggio sull'Idealismo dell'avvenire», che
ebbe, se non lo sai, l'onore d'un mezzo premio d'incoraggiamento dal R.
Istituto Veneto. Ma non spaventarti, caro Edoardo! So fare anche una polenta
che non teme contraddizioni... Se discendi sabato sera colla corsa delle sette
alla stazione di Cernusco, sarò a prenderti colla grigia e col venerando Blitz,
un vecchio cane in cui dev'essere trasmigrata l'anima penitente d'un antico
scettico. I miei ti aspettano a cena».
Una timonella di due ruote, che
si appoggiava colle due lunghe stanghe alla schiena d'una magra cavalla, che
pareva un sistema orografico, fu lì pronta a ricevermi quando scesi alla
stazione. L'equipaggio di casa Lanzavecchia, se avesse avuto l'onore di uno
stemma, poteva scrivervi dentro il motto: «Adagio, Biagio!» perché tra cavalla
e legno era tutta una sconquassatura d'ossa e di carcassa. Bestia e carrozza
poi, per il gran secco della giornata, eran coperti d'un denso strato di
polvere come due palinsesti.
Giacomo in carniera di velluto
color amaranto, con in testa un gran cappellaccio di paglia, mi venne incontro
appena mi raffigurò dietro lo steccato, mi strinse allo stomaco col braccio che
teneva la frusta, mi picchiò coll'altra mano sulle spalle, sulla vita, sulle
gambe, come se volesse assicurarsi che non c'era nulla di guasto nel vecchio
amico, e disse semplicemente: ‑ Bravo, trapezio! temevo quasi che non
venissi. ‑ Non so se per allusione ai miei studi di matematica o se per
qualche somiglianza ch'io avessi colla figura d'un trapezio, questo era il nome
che mi avevano regalato i compagni del collegio Ghislieri ai tempi beati,
quando si studiava con Giacomo all'Università di Pavia, ed evocandolo l'amico
sapeva di darmi gusto.
‑ Come va, Giacomo? ‑
domandai al filosofo. ‑ Sai che è un gran pezzo che non ci vediamo, corpo
di bacco baccone? Ti trovo quasi più bello.
Il debole di Giacomo ai tempi
beati era d'aspirare modestamente al titolo di bel giovine. E veramente, senza
essere Apollo Musagete, poteva piacere per un non so che di dolce e di
arrendevole ch'era nella sua persona forte di campagnuolo e di ex garibaldino.
Era biondo, ma d'un biondo carico, con due baffetti scarsi e due cespuglietti
di una piccola barba d'oro alla punta del mento, che gli davano quasi l'aspetto
di un giovine professore tedesco senza gli occhiali, che sono così gran parte
d'una soda dottrina. Gli occhi nella loro trasparenza cerulea lasciavano veder
una gran bontà e una grande indulgenza, non priva di quella malizia brianzuola,
che conserva forse nella sua vivacità lo spirito dell'antica razza celtica, che
ha fondato e popolato i villaggi tra il Lambro e l'Adda. Se ora il bel
giovinetto del collegio Ghislieri era diventato un uomo alquanto trasandato e
abbruciato dal sole, e se la barbetta d'oro era diventata più folta e più
scura, gli occhi conservavano sempre l'antica dolcezza pensierosa, che
svelavano il filosofo e il poeta anche al disotto della logora cacciatora e del
cappellaccio di paglia. Nemico d'ogni saccenteria, Giacomo, figlio di Mauro Lanzavecchia,
il fornaciaio del Ronchetto, portava in tutte le sue abitudini una originalità
quasi signorile e ridente, che in molti incontri avrebbe potuto ricordare
l'arguzia di Sterne, un altro celta anche lui. In filosofia dopo aver vagolato
a vent'anni con Hegel negli spazi sconfinati dell'Essere, dopo aver disprezzato
per qualche tempo il suo simile con Schopenhauer in causa di un pignoratario
che gli aveva sequestrato il tabarro, a poco a poco, non ancora mortificato
dall'esperienza, andava raccogliendosi nel concetto d'un idealismo pieno di
simpatie, che gli faceva sperar bene della natura e degli uomini. In questo suo
tenero ottimismo entrava probabilmente una certa fiamma, che gli scaldava il
cuore da un pezzo, perché pare quasi dimostrato che l'amore sia un buon maestro
di filosofia. Le donne entrano dappertutto, fin nei dialoghi di Platone. Per
una certa esitanza naturale, frutto d'incontentabilità e del rispetto ch'egli
nutriva per la verità, finora l'amico nostro non aveva ancor dato che qualche tenue
saggio del suo ingegno e della sua dottrina in una dissertazione sull'Energia
morale dell'educazione, dove con tratti non comuni aveva cercato di abbozzare
il tipo dell'Uomo moderno, prima che s'inventasse questa nuova corbelleria del
Superuomo. Egli carezzava in questo suo primo saggio un ideale d'uomo, nel
quale il sentimento avesse d'andar d'accordo colla ragione come l'ala e
l'aquila. Ma il filosofo delle Fornaci sperava di farsi meglio conoscere col
suo nuovo studio sull'Idealismo dell'avvenire, rivolto specialmente contro il
pedestre meccanismo della scuola positiva. Con tutta la sua coltura filosofica
e filologica, colpa in parte le condizioni della sua famiglia e in parte
l'indole sua un po' scontrosa e schiva del farsi avanti, dopo cinque o sei anni
dacché aveva prese le sue due lauree, Giacomo Lanzavecchia era costretto ancora
a litigare col pane in un collegio di preti poco discosto da casa sua, e vi
insegnava la grammatica latina ai ragazzi del ginnasio. Come a chi studia per
il gusto di studiare, unicamente per cavare dai libri qualche utile esperienza
e qualche consolazione per sé e per gli altri, gli mancavano forse le
attitudini pratiche per prepararsi quei quattro o cinque chilogrammi di carta
compressa e stampata che giovano nei concorsi governativi. E questo spiega la
sua poca fortuna nella carriera, dove per riuscire bisogna pesare di più.
Inoltre Giacomo dava cosi poca importanza a sé stesso che anche gli amici erano
quasi costretti a non stimarlo troppo per paura di far offesa alla sua modestia.
Un terzo suo difetto, preso come filosofo, era di voler dire le cose con tanta
chiarezza che quasi non pareva più filosofia. Si sa che i dotti, specialmente i
filosofi, amano scrivere in uno stile elevato, pieno di misteri, fatto apposta
per non lasciar entrare i profani nel sacro tempio del sapere; Giacomo invece
non aveva ripugnanza a pensare e scrivere come tutti gli altri. Leggendo le sue
paginette così sobrie, così domestiche, così alla mano, pareva di non trovarci
nulla che non fosse già prima nel senso comune e, dirò così, nell'aria
respirabile: nulla che non potesse diventare patrimonio di tutti, e questo gli
toglieva molta autorità presso coloro che imbottiscono d'ombre la verità e ne
fanno un cuscino alla loro prosopopea.
‑ Come stanno in casa tua? ‑
gli domandai.
‑ Tutti bene. Salta su che
ti aspettano ‑ disse aiutandomi colle due mani a montare sulla timonella,
che sotto alle scosse oscillò come una gelatina.
‑
Ehi, Blitz, dormi? ‑ gridò Giacomo schioccando in aria un colpo di
frusta. Al rumore si mosse qualche cosa d'ispido in mezzo alla strada e il cane
prese a correre davanti alla carrozza per prepararci una bella nuvola di
polvere. Colla punta della frusta il filosofo raschiò il collo della grigia,
che dondolò la testa in atto di compatimento, mosse un pezzo lo scheletro sotto
la pelle senza mai riuscire a mover questa, allungò dolorosamente il collo e,
dopo una penosa riflessione, finalmente si rassegnò a partire.
Si prese subito a correre, cioè
per dir giusto, a ballare sulla strada che dalla stazione mena al piccolo
borgo, e, attraversato questo, si voltò a man destra, lasciando a sinistra la
torre rotonda di Merate, per la lunga strada diritta che va a Imbersago e al
passo dell'Adda. Il Resegone coi monti contigui e coi verdi colli digradanti ci
si spiegava davanti come un immenso scenario.
‑ Non sarò di disturbo ai
tuoi? ‑ chiesi, quando uscimmo dai sassi rumorosi dell'abitato sulla
terra molle della strada.
‑ Tu non sei una conoscenza
nuova per mio padre.
‑ Si ricorda ancora di me?
‑ Mi domanda spesso notizie
del mio amico delle canzonette. Ti ricordi quando venne a trovarci a Pavia?
‑ Che ci pagò un magnifico
pranzo...
‑ Si è divertito tanto alle
tue burlette al cembalo.
‑ Allora si era allegri e
matti. Quanti anni son passati?
‑ Sei, sette, otto... che
giova a contarli? passano lo stesso.
‑ Io ne ho ventisette.
‑ E io ventinove, trapezio.
‑ E insegni sempre in quel
collegio di preti, dove?
‑ A Celana, lassù ‑
disse Giacomo, indicandomi colla frusta un punto sotto il monte Albenza.
‑ A star coi preti s’impara
a dire il rosario ‑ osservai con un pizzico d'ironia.
‑ Ip! ‑ fece l'amico,
lasciando andare una piccola frustata sui finimenti della cavalla. Dopo un
istante riprese a dire con serietà:
‑ I miei non vedono
volentieri che io vada lontano da casa. Son vecchi tutti e due, bisogna aver
pazienza. Volevi che accettassi un posto in Calabria o in Sicilia? Il governo
non può far di più per me; qui a Celana c'è anche un mio zio prete che insegna,
spiega le coniugazioni, e come si fa?... ip!
Superato un dossetto, la
timonella riprese ancora a discendere e a traballare sulle antiche molle, che
conservavano tutta la loro giovanile ed elastica resistenza. Un piede
sprofondando nel rotto della maglia di corda, che serviva di fondo alla
carrozza mi restò impigliato, e fu quasi la mia fortuna, perche a certe scosse
e a certi trabalzi c'era a temere che il sediolo mi avesse a lanciare netto
nell'Adda come una bombarda. Giacomo avvezzo a quella ginnastica, si divertiva
alle mie paure; anzi ebbe il coraggio di citare Orazio:
... metaque fervidis
Evitata rotis, palmaque nobilis
Terrarum dominos evehit ad deas.
- Basta, son nelle tue mani, e
sai quel che valgo.
- Abbi pazienza, ora siamo alle Fornaci.
Non aspettarti un palazzo, ve'. È un gruppetto di vecchie case intorno a due
fornaci di mattoni, che furono messe su da mio nonno verso il quaranta. Gli
affari andarono mica male in principio, tanto che mio padre poté allargare
l'azienda e mettere da parte qualche soldo. Ma la costruzione di questa strada
ferrata, dando un gran colpo al commercio fluviale, ha sviato molti interessi.
Il progresso non fa bene a tutti, e vuol le sue vittime come il carro di Budda.
Desideravo per questo che tu venissi qualche giorno alle Fornaci per parlarti
di queste nostre faccende, che non vanno troppo bene. Un ingegnere fa presto a
raccapezzarsi, mentre con tutto il mio latino, con tutto il mio greco e colla
filosofia per giunta, io non ci capisco nulla.
‑ Ecco quel che si guadagna
a studiar troppo... ‑ dissi ridendo, mentre Giacomo picchiava colla
frusta una stanghetta per avvertire la grigia che si poteva correre. La strada,
dopo un altro bel tratto in piano, ricominciò a girare sotto un poggio
coltivato a viti, che finiva in un bel vedere su cui dominava un imponente
palazzo.
‑ Casa Magnenzio... ‑
indicò colla frusta ‑ detto anche il palazzo del Ronchetto. Ti farò
conoscere la contessina mia scolara, donna Enrichetta.
- Tu, dunque, non insegni solo la
grammatica ai chierichetti!
- Proventi delle vacanze, mio
caro. Conoscerai una famiglia simpatica, quantunque qui passi per gente
clericale e di principii intransigenti. La contessa è nipote del vescovo di San
Zeno e il conte è un mezzo dotto, un classico anche lui, che, fuori dei suoi
libri, s'intende di poche cose. Ora è tutto occupato in una grande raccolta
d'iscrizioni, che fa trascrivere di qua, di là, dalle chiese, dalle meridiane,
dai cimiteri di campagna.
‑ Ne avrà per un pezzo,
pover'uomo...
‑ Egli dice che questa è la
sua uccellanda... Qualche cosa bisogna pur fare a questo mondo.
In fondo alla strada comparve una
chiesa, un campanile, un villaggio, credo Imbersago; ma prima di arrivare alle
case, la grigia di moto proprio voltò a sinistra e si messe per un viottolone
di terra rossiccia profondamente solcato dai carri, che menava diritto alle
Fornaci. Dieci minuti dopo la timonella si fermava davanti a un casolare che
aveva tutto l'aspetto di un vecchio cascinale raffazzonato ad uso abitazione
civile, col tetto sbilenco, con un portico rustico al basso e una loggetta di
sopra, rivestita da una vite molto sparpagliata e polverosa. Un piazzaletto
davanti all’ingresso col suo bel pozzo all'ombra d'un gelso quasi secolare, era
ingombro di carri, di carriole, di catastelle di legna, di mattoni
arrimucchiati e addossati ai pilastri, in mezzo ai quali passeggiavano anitre e
galline e conigli, che al nostro arrivo si ritrassero in disparte senza mostrar
né scompiglio né paura. Un contadino non vestito che d'una camicia sporca e
d'un paio di calzoni di fustagno color creta venne a staccare la grigia, mentre
noi, preceduti da Blitz, si passava sotto il portico, un rustico e sgangherato
portico colle grosse travi in vista, nude e storte come la natura le aveva
fatte; addobbate di ragnatele, di gerle, di roncole, di vecchi finimenti di
carrozza, di tutto quel che si adopera e non si adopera nella casa della gente
che lavora. Sul muro greggio era dipinta un'Addolorata a colori grossi e
sbiaditi; e una lampada, che ardeva davanti, diceva che la vecchia fede non era
sbiadita nella casa del signor Mauro Lanzavecchia.
‑ O pà, siete qui? ‑
chiamò Giacomo, mettendo la testa nell'uscio della cucina.
‑ Oh, è lei l'amico che fa
l'ingegnere? ‑ domandò facendosi avanti nella luce quasi spenta del
crepuscolo una vecchietta pulita pulita, vestita di lanetta scura, con due o
tre spilloni d'argento appuntati nella poca treccia dei capelli sulla foggia
delle contadine d'una volta.
‑ Bravo! Come sono mai
contenta che sia venuto a far un po' di compagnia a Giacomo e a tenerlo
allegro. Non guardi il sito, per carità! Siam gente che lavora.
‑ La mia mamma... ‑
fece Giacomo, stringendo con fanciullesca famigliarità il mento acuto della
donnetta tra l'indice e il pollice.
‑ Son contento di
conoscerla, signora Santina. Giacomo mi scrive sempre parole d'oro della sua
mammetta.
‑ Figurarsi, signor
ingegnere, siam gente del credo vecchio. Però, se non le dispiace, la polenta
la troverà buona... ‑ La Santina, incoraggiata dal modo amichevole con
cui avevo saputo entrare in casa sua, sorrise bonariamente accartocciando la
faccia solcata di rughe, a cui l'aria e il sole avevano dato il colore della
terra cruda.
- Dov'è questo pà? ‑ tornò
a chiedere Giacomo.
- È sabato e ha gli uomini da
pagare. Giacomo intanto le aprirà la stanza, sor ingegnere. Ci sarà dell'acqua
e credo d'averci messo anche una spazzola. Ce n'è della polvere in questi
paesi; quasi più polvere che miseria.
E con questa sentenza, che essa
pronunciò non senza un pesante sospiro, che tradiva un segreto affanno, ci
accompagnò fino ai piedi di una scaletta interna che menava alla loggetta.
Essendo già mezzo buio, Giacomo accese una candela al fuoco del camino, su cui
bollivano due grosse pentole, e mi menò alla stanza preparata per me, che dava
sul ballatoio colla vista sulla valle.
Per quanto non sia nelle mie
abitudini l'osservare e il criticare quel che si fa in casa altrui, pure non
poteva sfuggirmi il fantastico guazzabuglio delle suppellettili e degli arnesi,
che ingombravano il pianerottolo di quella loggetta. Pareva il refugium
peccatorum della casa. Mobili fuori d'uso, con qualche segno ancora dell'antico
valore, sacchi di grano accatastati, casse di ferravecchi, barili vuoti, pezzi
di lardo sospesi agli uncini, pannocchie di grano turco che mettevano il loro
giallo vivo in mezzo al lividore delle pareti, tutta questa roba parve muoversi
al comparire del lume in cima alla scaletta e farsi incontro a darmi il
benvenuto. Vidi subito che se in casa Lanzavecchia non mancava il lavoro che
porta la roba, non mancava nemmeno il disordine che la piglia a calci.
‑ Questa è la stanza dello
zio prete ‑ disse Giacomo, facendo scorrere il paletto d'un vecchio uscio
a due battenti, che cigolò sugli inerti arpioni. – È la più bella stanza del
convento e la riserbiamo per gli amici. Ora ti porto l'acqua fresca e la
spazzola.
‑ E che cosa dirà questo
tuo zio prete, quando saprà che usurpo il loco suo, il loco suo che vaca...
‑ Don Angelo non viene alle
Fornaci che il tempo della passata dei tordi: e quest'anno poi ha gli esercizi
spirituali.
Rimasto un istante solo nella
stanza, feci un giro col lume per rischiarare certe vecchie stampe, che
rappresentavano i fatti principali della vita di San Carlo e resi il mio
omaggio a S. E. il conte Romilli, un arcivescovo di Milano, che ha fatto molto
parlare di sé ai tempi del dominio austriaco, quando, probabilmente, lo zio
prete cominciava a dir messa. Anche il letto, il tavolino, il solido
scaffaletto di libri e un seggiolone di vacchetta all'antica a spalliera
diritta, coi bracciuoli di legno e le grosse borchie di ottone, parevano
ripetere nella loro tabaccosa austerità: «Sissignore, noi siamo dello zio
prete».
‑ E la tua metafisica dove
dorme? ‑ domandai all'amico, quando tornò col secchietto dell'acqua
fresca e colla spazzola.
‑ Di là, verso il pozzo, in
una stanza, detta ab antiquo la stanza delle cipolle, perché pare che una volta
servisse di deposito a queste tenere «del pianto umano antiche eccitatrici». E
una reminiscenza di quel lacrymae rerum, si sente ancora quando si tien chiuso
un pezzo.
Giacomo, nella contentezza di
rivedermi, ritrovava la vena umoristica, che ai tempi beati faceva di lui uno
dei meno rumorosi, ma dei più amabili compagni. Mentre compivo la mia semplice pulizia,
mi presentò Blitz, il degno Blitz, e volle che riconoscessi negli occhi gialli
e mesti del vecchio barbone bastardo l'espressione del filosofo, scettico
seguace di Pirrone, che vi era trasmigrato.
‑ Alle volte penso che
possa essere lo spirito stesso di Epicuro che mi ascolta. Vedessi come sta
attento quando gli leggo le mie bozze di stampa!
- E la chitarra la suoni ancora?
- Pende muta dal salice...
- E ti ricordi i famosi caffè che
ci servivi nel gamellino?
- Il caffè del gamellino è una
dissipazione che mi concedo ancora insieme a peppinetta... ‑ disse
levando da un taschino della carniera una pipa corta e tozza, che fece saltare
nel palmo della mano. Poi soggiunse: ‑ Ora ti presenterò alla mia
famiglia. Vedrai gente così vicina alla natura che quasi ne mostra il sasso.
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