|
La cena era stata preparata
all'aperto sotto un pergolato della vignetta, dal quale pendeva una lucerna a
petrolio. Fu il signor Mauro che mi venne incontro colle braccia aperte:
‑ Caro ingegnere, che bel
regalo! ‑ disse, stringendo nelle sue mani corte e grassoccie i miei
polsi, e storpiando, per far presto, il nome di Mordini in quel di Morandini. ‑
Venga qua, venga qua, sor Morandini, ‑ disse, tirandomi verso il pergolato
illuminato ‑ lei deve avere una fame d'anticristo, immagino. Metta di
essere in casa del patriarca Giacobbe... Santina, e il vino? chi mangia senza
vino, senza archetto suona il violino.
Il signor Mauro era un vecchiotto
ancor robusto, dalla testa grossa e quadrata sopra un collo grosso e corto, dai
grossi sopraccigli che cominciavano a incanutire, dal parlare rumoroso e
cordiale, in cui amava intercalare certi proverbi e modi di dire, che spesso
non avevano che un significato approssimativo come i responsi delle antiche e
misteriose sibille. Dove alle molte idee che gli bollivano in capo venivano
meno le parole, egli suppliva con gesti espressivi e con un socchiudere
malizioso degli occhi, che voleva dire: i furbi s'intendono... E veramente
sarebbe stato come un usargli un'ingiusta scortesia il mostrare di non capire
tutti i sensi riposti, che avevano certe sue parole cabalistiche, quasi
erudite, e certi sottintesi profondi, pieni di una malizia sopraffina, che gli
facevano fare gli occhietti piccoli e aprire le larghe narici di quel suo naso
ben piantato nel mezzo della rubiconda faccia di galantuomo. Natura focosa e di
primo impeto, più d'una volta questa sua malizia gli aveva impedito di vedere
quella degli altri; e cadde nelle trappole che gli tesero i furbi che non
parlano. Ma in compenso egli poteva dichiarare a voce alta che un Lanzavecchia
non porta mai il cappello sugli occhi e può sempre dire pane al pane, ladro al
ladro. Il Nonno Nicodemo Lanzavecchia aveva visto scappare i francesi nella famosa
battaglia di Verderio; il padre Galdino Lanzavecchia aveva visto scappare i
tedeschi nel quarantotto; e l'attuale Mauro Lanzavecchia sapeva quel che vale
questo centauro che si chiama il regno d'Italia... Come chi possiede più idee
che non parole per esprimerle, il nostro vecchio amico era costretto a
concentrare in certi suoi vocaboli prediletti tutti i significati che non
sapeva dove mettere; e siccome non c'è nulla che meglio si adatti a un'idea
confusa quanto una parola che non si capisce, sa soltanto Iddio quel che egli
intendesse dire, quando definiva il regno d'Italia un centauro... cioè un
mostro mezzo uomo e mezzo bestia.
‑ Provi questo diaspro,
ingegnere, e mi sappia dire quel che ne pensa - riprese, porgendomi un tazzone
colmo d'un vin rosso chiaretto. - È un vino che tiriamo da questi nostri
ronchi, tutto vino, tutto d'un pezzo, senza ricchezza mobile: un vino che non
ha mai tradito nessuno. In vinum veritatem, dillo tu, Giacomo, che hai studiato
il vocabolario. Qualche volta ne faccio bere una tazzetta alla mia vecchia
legittima, e vedesse come canta.
‑ Va, va, chi ti crede? ‑
fece la Santina, crollando la testa in atto di rimprovero.
‑ Forse che il sor
Morandini non sa come gira l'arcolaio? ‑ E qui, socchiudendo uno de' suoi
piccoli occhi grigi, m'interrogò a lungo coll'altro su qualchecosa che io e lui
dovevamo sapere. ‑ Il sor ingegnere ha studiato la meccanica e sa da che
parte ha il manico la tazza... ‑ E rise forte; e risi anch'io per dargli
gusto.
Nell'espansione di quel lieto
istante m'invitò a togliermi la giacchetta, ché avrebbe fatto anche lui lo
stesso, visto e considerato che tirava sotto il pergolato una bell'arietta
fresca, netta anch'essa di ricchezza mobile. Durante questi discorsi ai quali
mi ingegnavo di partecipare con eguale espansione, sforzandomi di alzare i toni
per accordarmi all'intonazione alta del direttore d'orchestra, la mamma Santina
finì di preparare la tavola, aiutata dalla Lisa, sorella di Giacomo, una
ragazza lunga, ricca d'ossi, cogli occhi sporgenti, che portava un tuppè di
capelli neri, irti, duri come lische.
Poco dopo l'uomo, che aveva
fermato il cavallo in corte, mise in tavola una grossa polenta tonda, che
oscurò col suo fumo la luce della lampada e alla polenta tenne dietro una larga
tegghia di rame con dentro stufato e con un contorno di salsiccia annegata nel
pomodoro. Le donne presero posto su una panca di legno, mentre sull'altra panca
in faccia, accanto a Giacomo, vennero a sedersi i due fratelli, uno di nome
Battista, detto per far presto, Battistella, e l'altro, quasi ancora un ragazzo
all'aspetto, chiamato, in onore dello zio prete, Angiolino.
Tornavano allora allora dalle
fornaci, nel loro succinto arnese di lavoro consistente in una grossa camicia
di tela aperta sul petto, colle maniche rimboccate, che lasciavano vedere due
belle braccia rinforzate dalla fatica e colorite dalla polvere rossa del
mattone cotto, e i calzoni tenuti in vita da una cintura di cuoio. Questi due
giovinotti, dopo avermi salutato con un segno duro del capo, tuffarono subito
il viso nel piatto. Giacomo, seduto sull'angolo della panca, voltò il suo
piatto al rovescio sulla tavola per dimostrare che non era lì per mangiare.
‑ Ecco tutta raccolta la
sacra famiglia ‑ declamò il vecchio Lanzavecchia colla voce piena e
soddisfatta. ‑ Lavoratori da una parte, filosofi dall'altra, galantuomini
tutti che non temono concorrenza. È la quarta generazione, che cresce all'ombra
delle fornaci, e spero di veder la quinta, se questo centauro di governo mi
lascierà respirare. Giacomo scriverà un giorno la storia dei Lanzavecchia e
dirà come su tutti i muri delle Fornaci sia scritto: «Poveri, ma onesti»...
Solamente vorrei che Giacomo mangiasse di più alla tavola di suo padre. Dacché
s'è messo a rovistare nella filosofia, fa troppo il patetico. Che bisogno c'è
di viver magri? La gloria è una bella cosa e anch'io in gioventù ho sognato di
diventar maresciallo; ma sacco vuoto non regge. Glielo dica anche lei,
ingegnere.
‑ Sarà innamorato ‑
dissi celiando per stare in armonia.
Giacomo arrossì, sorrise, e mi
pregò con gli occhi di non insistere su questo discorso.
‑ Se è innamorato, fa
quello che fan tutti per mantenere questo cataclisma di mondo, e non sarà mai
suo padre che gl'impedirà di mettere un cuscino sotto la testa se si sente
basso. A ognuno la sua volta. Che cosa dice il proverbio? Vicende umane, oggi
la lepre domani il cane. Se non provvedono i giovinotti al meccanismo, chi
mangerà il nostro frumento? dico bene, ingegnere? E, se non fosse stata quella
legnata tra capo e collo della Rivalta, gamba d'un cane... ‑ soggiunse
aggrottando le folte sopracciglia, rannuvolandosi in viso.
‑ Lascia stare le
malinconie quando si mangia... ‑ interruppe la Santina, tagliando e quasi
spazzando l'aria con un gesto frettoloso.
‑ Giacomo è il maggiore de'
miei figli, ed è giusto che vada avanti agli altri. La sua posizione è fatta, e
ora che il mondo dei professori sa chi è, non è necessario che sposi una
mugnaia...
‑ Ci son tante contesse in
giro... ‑ scappò detto quasi a dispetto suo alla Lisa, che non aveva mai
aperto il becco fin qui, e a cui mi parve di vedere che quel discorso irritasse
le lische.
‑ O che mi vuoi tirar su le
calze tu? ‑ rispose il vocione di pà. ‑ Io non ho mai negata la mia
minestra a nessuno de' miei figliuoli. Chi è nato a portar farina, chi è nato a
portar crusca, per tua regola, la mia mai pettinata. Se Giacomo ha avuta la
fortuna di trovare dei benefattori che l'hanno fatto studiare, non è una
ragione perché egli abbia a mangiare dei sassi. Non sarà mai un disonore che il
nome d'un Lanzavecchia sia stampato sul cartone d'un libro. Io non so che cosa
è la scienza, perché la vacca quando ero un ragazzo mi ha mangiato
l'abbecedario, ma mi diceva il conte Lorenzo, quando sono andato ieri a
portargli le tegole per la rimessa, mi diceva che a Bergamo e a Venezia son
rimasti di princisbecco per quel che Giacomo ha scritto su quel cataclisma
dell'avvenire: dillo tu come si chiama quel tuo libro per cui ti hanno dato un
premio. Né io, né tua madre non ne capiremo mai una saetta, perché siam nati
quando andavano ancora in processione le formiche; ma don Lorenzo non è un'oca,
e, in intuito, istruzione, sa quel che pesano le lasagne. Io non so che cosa
sia la scienza, ripeto, ma fosse anche una scopa, il merito è di saper
adoperarla. E se quei signori di Venezia dànno un premio di tre mila lire a un
Lanzavecchia, capisci, scarmigliona...
‑ Mi dànno meno, molto
meno, pà... ‑ interruppe Giacomo sorridendo.
‑ Poiché Dio ti ha dato il
dono di maneggiare bene la penna, dovresti, gamba di un cane, scrivere qualche
diaspro su questa porcheria dell'esattore, che ogni anno ti aumenta la
ricchezza mobile. Sotto il cessato governo austriaco, prima del sessanta, si
pagava il pane in questi paesi non più di cinque soldi la libbra, e per cinque
soldi avevi un boccale di vino di Mondònico che avrebbe fatto cantare i morti.
Oggi questi italiani ti fanno pagare sette soldi la libbra il pane, e dico
soldi di cinque centesimi l'uno; e a stento per ottanta o novanta centesimi ti
dànno uno scongiurato vin di Barletta che ti abbrucia le viscere. Sotto il
cessato, un onesto padre di famiglia, che non avesse il capo alla politica, era
sicuro di lasciare un po' di dote alle sue figliuole, fare una posizione a cavallo
ai maschi, e salvarsi un bicchier di vin vecchio. Sotto questi che comandano
adesso, uno non salva nemmeno i denari del suo funerale. E voglion che si gridi
viva l'Italia! Grideremo: Viva i ladri! Che se domani volessi, per citare un
caso, maritare quella povera cristiana, ‑ e nel dir queste parole il
vecchio fornaciaio andava segnando colla punta della forchetta la ragazza lunga
e liscosa, ‑ dopo quarant'anni di sacrosanto lavoro, mondo scongiurato,
non ho quasi da comperarle un paio di scarpe..
‑ O caro il mio pà, se lo
dite un po' più forte, vengono a cercarmi i tre re magi ‑ protestò la
Lisa, ridendo nel piatto con un fare tra l'amaro e il dispettoso.
‑ Sì, sì, cara la mia
ricchezza mobile ‑ seguitò quel rumoroso padre di famiglia. ‑ Oggi
l'aver dei figliuoli non è più una consolazione. Ecco quel che dovresti
scrivere in bel volgare, Giacomo, scriverlo e stamparlo sulle loro gazzette a
questi italiani, che il diavolo porti sulla forca...
‑ Ohibò, un uomo che ha
avuto un figliuolo garibaldino... - provai a dire per far sonare un'altra corda
meno stridente; ma il vecchio impetuoso, che cominciava a sentire le tazzette
del suo vecchio diaspro, e che da quel ch'era facile capire, sedeva su vecchie
piaghe, mi tagliò la parola in bocca per dirmi, strillando come un'oca:
‑ Eh, eh, si è ben creduto
che il Garibaldi e compagnia bella dovessero portar l'abbondanza. A sentire gli
italianoni d'allora si dovevano legare le siepi colle salsiccie e l'Adda doveva
correre vin di Piemonte. Mondo scongiurato, che fallimento! per ogni
garibaldino morto per la patria, son spuntati dieci esattori vivi che ti
mangiano vivo... ‑ E come se cercasse di spegnere un gran fuoco interno,
Mauro Lanzavecchia tracannò la sua quarta o quinta tazzetta.
In mezzo a questi discorsi, nei
quali però né Battista, né Angiolino non misero mai parola, la cena finì
presto. La mia presenza forse dava ombra ai due giovani, che, finito appena
d'ingoiare l'ultimo boccone, dettero una selvatica buona sera e se ne andarono
pei fatti loro.
‑ Non tornare a casa come
l'altro sabato, Battistella, se non vuoi che ti rinfreschi col secchio del
pozzo ‑ gridò il pà verso il maggiore dei due che si allontanò
zuffolando. Poi, voltosi a me, soggiunse: ‑ È un ragazzo un po' corto di
cervello, che si lascia facilmente ingarbugliare dal vino. Forse non è tanto la
quantità che fa male, quanto il meridionale che ti vendono quest'italiani di
osti.
Più tardi venne a sedersi intorno
alla tavola, nella frescura del pergolato, che tremolava teneramente al caldo
riflesso della lampada, il maestro della banda, e quel don Andrea, padrone del
«Roccolo», un prete bergamasco, che avviò il gran discorso della caccia, delle
allodole, dei fringuelli, delle quaglie, dei cani da naso, dei cani da fermo,
con quella gravità di sentenze, che ogni buon bergamasco mette in questa
speciale istituzione della sua provincia. Essendo sfuggito al prete un giudizio
alquanto avventato sulle correnti d'aria della riva lombarda, dove la passata
degli uccelli in certe stagioni è quasi nulla, tale da non pagare nemmeno la
spesa delle reti, il patriottismo del sor Mauro si risvegliò di botto come un
leone affamato; e tra lui e quel pretucolo ruvido e nero come un carbonaio, il
battibecco durò un pezzo con tanto calore che bisognò rinnovare il fiasco. La
sera passò d'incanto, e non mi parve vero che fosse l'ora d'andare a dormire.
Prima di salire a sognare la polenta colla ricchezza mobile, mi lasciai
condurre da Giacomo a fare un giretto intorno alle fornaci, su cui batteva una
bella luna d'agosto in ritardo.
|