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Di
maggio il nono ‑ L'anno dieci sette
Videro
qui Maria anime elette
dice una vecchia pietra del mille
e seicento al luogo ove ora sorge il Santuario della Madonna del Bosco; e dice
ancora come, quasi a conferma dell'apparizione, un castano lì presso che,
essendo di maggio, non aveva cominciato se non da poco a metter le foglie,
comparve ad un tratto ricco dei suoi frutti. E quasi se ciò non bastasse, si
vuole che in questo bosco un fanciulletto, figlio di poveri pastori, venisse
azzannato da un lupo; ma la Madonna, invocata con fede dalla mamma del piccino,
ottenne che la mala bestia deponesse sull'erba il fanciullo senza fargli alcun
male. Non dice se il lupo si facesse frate; ma il caso meraviglioso fu poi
figurato in rilievo in mezzo a una gloria di angeli inverniciati, in una cripta
sotto l'altare, presso uno zampillo d'acqua freschissima, che fa bene anche a
chi non ci crede. Dalla cripta per una doppia gradinata scende la scala santa
nell'ombra del bosco, per la quale continuo è l'andare e il venire dei devoti,
che lasciano ad ogni scalino un po' del peso della loro vita. Dalle terrazze
del tempio la vista si apre sulla valle, fino alle ultime case del territorio
di Lecco, che biancheggiano sul monte, come lenzuoli messi al sole ad
asciugare; ma, più che la vista lontana, piace l'ombra vicina, piace nelle ore
calde e poco frequentate il silenzio mistico del bosco e del sagrato, dove
svolazzano le bianche colombe del Rettore che vanno a bere alla fontana della
Madonna, e svolazzano i pensieri di chi fugge al rumore delle cose.
Giacomo, che era nato e cresciuto
quasi all'ombra del santuario, stava descrivendone la segreta poesia, quando la
brigata s'imbatté nell'illustrissima famiglia Magnenzio, che scendeva alla
Messa dal sentiero del Ronchetto. La villa co' suoi due piani spaziosi, e colle
sue sessanta finestre di stile romano, dominava nel mezzo d'un giardino
accomodato come una pittura, dall'alto d'un ampio terrazzo, a cui si accedeva
per un doppio ordine di scalinate fiancheggiate da massicci vasi di terra
cotta. Nella piena luce di quella bella mattina di settembre, col sole d'oro
che si specchiava nelle lucide vetriate delle finestre e delle serre, coi viali
umidi che mandavano il buon odore della terra misto ai mille profumi confusi
che uscivano dagli sterrati messi a fiori e dalle serre, giardino e palazzo,
colla bandiera bianca e azzurra, svolazzante sulla torretta, facevano pensare
più agli incantesimi di Armida che non alla sobrietà morale di una famiglia di
clericali, che vi coltivassero i doveri del decalogo e i precetti della Santa
Madre Chiesa.
Alla vista del conte, Mauro
Lanzavecchia si levò il cappello e, agitandolo come una ventola, esclamò colla
sua voce di maresciallo:
‑ Che bella Madonna di
settembre eh!... sor conte...
Il conte Lorenzo Berengario
Magnenzio di Villalta, quasi a dispetto de' suoi nomi sonori e dei due draghi
spiritati che si azzuffano da ottocento anni nell'antico stemma della famiglia,
era un ometto di bassa statura, già sulla sessantina, dall'andatura lenta e
addolorata,come se camminasse sempre coi piedi nudi sui ricci delle castagne;
ma era pure un gran buon uomo, rispettoso anche dei deboli, pauroso dell'ombra
sua, dotto come una libreria, e non privo di quell'arguzia un po’ grassoccia,
che piaceva ai novellieri del buon tempo antico, tra cui messer Giovanni è il
capo dei ladri. Purista appassionato, archeologo non da buttar via, più che a
far libri, com'è la smania nuova si divertiva a leggerli, a patto che fossero
libri scritti colle mani e non coi piedi. Siccome però intorno a quel che sia
lo scrivere bene come. intorno a quel che sia il buon governo, ognuno ha
diritto di avere un'opinione sua, così il conte trovava che dal Monti in poi
nella poesia, e dal Giordani in poi nella prosa, in Italia non si era più
scritto un libro tollerabile. Il Monti, il Giordani, un poco di Botta e bott
lì, soleva dire. Dopo di questi, per colpa specialmente di quel bon omo del
Manzoni, lo scrivere non è più un'arte, ma un mestiere che si fa in maniche di
camicia. Non contenti di aver scassinata la vecchia sintassi, giornalisti,
pubblicisti, romanzieri e perfino professori di università lavorano ora a tutto
spiano a scassinare l'ortografia, introducendo anche nella grammatica quella
smania di novità e di distruzione che entra dappertutto.
Come si sente, c'era un tantino
di pedante; ma nella penuria desolante dei signori che studiano, don Lorenzo si
poteva dire uomo raro, originale, un prezioso avanzo d'altri tempi e di altri
gusti meritevole d'essere conservato nella bambagia.
La contessa, maritata
giovanissima a quest'arca di scienza, più che all'alba della seconda età, si
poteva considerare arrivata allo splendido tramonto della prima. Alta della
persona, quasi maestosa, con capigliatura ricca di un biondo vivo, che spiccava
sulla carnagione d'una pallidezza sana e fiorente, temperava quel che vi poteva
essere di troppo forte nell'indole, colla dolcezza d'uno sguardo aperto a una
gran luce, colla modulazione d'una voce media, di signorile morbidezza, colla
grazia di un sorriso sempre pronto e cortese, che metteva in vista dei denti
bellissimi. La sua condotta onesta e diritta, di una perfetta trasparenza
morale, la sua religiosità alquanto austera le aveva acquistato la riverenza
non solo dei suoi dipendenti, ma il rispetto, più difficile a ottenere, de'
suoi pari, di cui non esitava a urtare colle parole e coll'esempio le facili
transigenze, le opinioni accomodanti, i comodi pregiudizi, le volgari
abitudini.
«Cristina è una vita parlante»
soleva dire suo zio, monsignor di San Zeno, parlando di lei. Credente fervida e
sincera, non immiseriva la sua fede in piccoli pensieri; ma aveva un'opinione
così alta dei doveri a cui Dio destina la nobiltà, che ai leggeroni di
professione la sua morale non tornava sempre simpatica e di facile digestione.
Ma chi poteva avvicinarla nell'intimità sentiva in lei l'energia d'una volontà
che genera altre buone volontà, come la forza del fiume che dove passa genera
lavoro e ricchezza, e sopportava non mal volentieri un'autorità benevola e
signorile, che è una cosa ben diversa dell'autoritarismo delle anime
volgarmente aristocratiche.
Costretta a essere forte anche
per conto degli altri, la sua virtù intelligente s'era andata via via
concentrando, non senza forse irrigidirsi alquanto, per necessità di
resistenza, nell'amore e nell'educazione dei figli, nelle opere di carità e in
quelle istituzioni, in parte di propaganda, in parte di reazione, che sono la
sostanza più vitale del programma del partito conservatore.
‑ È peccato che il
figliuolo non somigli né a suo padre, né a sua madre ‑ prese a dirmi la mamma
di Giacomo, colla quale ero rimasto in disparte, mentre i Lanzavecchia
presentavano il loro rispetto al conte e alla contessa.
- C'è anche un figlio?
- Sì, don Giacinto, una spina
nell'occhio di questa signora così buona.
‑ Che cosa fa questo don
Giacinto?
‑ Fa il bel giovine e
l'ufficiale. Il ragioniere Riboni non arriva a tempo a pagargli i debiti.
- Come state zia? ‑ disse
una voce dietro di noi.
- Oh sei tu? beato chi ti vede.
Siam proprio diventate forestiere del tutto, figliuola.
- Ho molto a fare, zia.
- Questa è una mezza mia
figliuola ‑ disse la signora Santina volgendosi a me. ‑ Giacomo le
avrà parlato di Celestina.
‑ E come! ‑ esclamai,
aprendo tanto d'occhi su quella famosa bellezza a cui l'amico aveva consacrato
un altare perpetuo. Vidi una giovinotta sui vent'anni vestita come una
cameriera, con due bellissimi occhi neri e grandi, col viso ovale e colorito
delle belle ragazze brianzuole, che spiccava nell'amabile contorno d'una bianca
cuffietta di rensa, foggiata alla bretone. Vicino alla pallida bellezza
preraffaellita della contessa Enrichetta, questa solida ragazzona del popolo
faceva pensare a una bella santa del Rubens. Quel che vi poteva essere di meno
classico nella sua floridezza di forme compariva come ingentilito dal vestitino
lindo e chiaro e dallo studio della contessa, che sapeva estendere intorno a sé
un'atmosfera di saviezza e di composta eleganza.
Mi parve di scorgere che la
fanciulla nel raffigurar Giacomo, che stava parlando col conte, si facesse a un
tratto smorta smorta e trasalisse come spaventata. La contessa se ne avvide
subito, tornò verso di lei, si fece dare i libri di preghiera che essa aveva
recato con sé, e susurrandole in fretta un comando, a cui la ragazza non osò
opporsi la rimandò a casa. Tutto questo in un baleno, tanto che Giacomo, che il
conte aveva chiamato giudice in una questione d'ortografia, non ebbe tempo di
accorgersene.
‑ Dunque avete visto
Giacomo? anche il Rigutini ha sbandito l'j dal suo Vocabolario. D'ora innanzi
non più canteremo alleluja, ma soltanto alleluia...
Don Lorenzo, oltre al far sentire
colla voce qual sia la differenza tra un j e un semplice i, volle disegnar le
due lettere sul suolo colla punta del bastone.
‑ Sicuro, caro Giacomo ‑
continuò il bravo signore, mentre rispondeva con un famigliare segno di mano
alle scappellate dei contadini che andavano raccogliendosi sul piazzale del
santuario. ‑ che cosa dirà il boja, quando gli avranno applicata questa
caudae diminutio... ‑ E stringendo gli occhietti fino a farli scomparire
del tutto nelle pieghe della pelle, il conte aspettò che Giacomo assaporasse la
malizia dell'osservazione, per continuare poi: ‑ E dovremo oltre questo
avvertire con un decreto tutti i cani, perché da oggi innanzi cessino
d'abbajare come han sempre fatto fin qui. Sarà appena tollerato che
abba‑i‑no... che abba‑i‑no...
da non confondersi con abbaino ‑ Ed esagerando con una specie di guaiolo
il verso d'una cagnetta, il conte, a cui stillavano già due piccole lagrime
dagli occhi, volle far sentire anche al buon popolo quanto di serio vi sia in
certe grandi e strombazzate riforme. E concluse: ‑ Diremo anche questo un
prodotto del liberalismo moderno? non vi pare piuttosto una minchioneria?
Giacomo assentiva con benevola
indulgenza: ma il pà, che stava ad ascoltare con rispetto e colla sua aria di
fiera protesta, non sapendo resistere alla voglia d'associarsi a un voto di
biasimo contro quel mondo birbone, rovinato dai liberaloni, entrò in mezzo per
dire:
- Sa che cosa farebbe bene all'Italia,
sor conte?
- Sentiamo, sentiamo, caro
Mauro... ‑ sollecitò il conte, che amava riferirsi al buon giudizio
popolare.
‑ Sei mesi di cessato
governo farebbero bene con un po' di bankaraus e qualche forca qua e là, per
far presto.
‑ O povero Petrarca, o
povero Filicaja!... ‑ esclamò ridendo il conte, che vedeva ancora
l'Italia (beato lui!) attraverso alle canzoni e ai sonetti dei poeti classici.
Ed era lì lì per citare un verso quando il suono della campanella avvertì che
la messa stava per uscire. La compagnia si salutò e si divise, seguendo l'onda
del popolo che si affollava nell'atrio. La chiesa, non molto vasta, fu presto
piena dell'insolito concorso dei devoti, che approfittavano della bella
giornata per onorare la Madonna. Molti che non poterono entrare si raccolsero
sotto il portico, o andarono a sedere sui muricciuoli del sagrato, fin dove
poteva arrivare il borbottamento frettoloso della messa di don Andrea, che
aveva dovuto lasciare il «Roccolo» in un momento impagabile. L'aria che da una settimana
pareva stagnante, rotta finalmente da un buon temporaletto di montagna, mandava
giù per la valle dell'Adda correnti fresche con uno sterminio d'uccelli. Quella
mattina si cominciava a vedere finalmente qualche tordo; quindi la messa fu più
spiccia del solito.
Io e Giacomo ci mettemmo a sedere
sulla gradinata, da dove la vista s'apre sulla valle. E quando nella chiesa
ebbero intonate le litanie, cessata la ragione del raccoglimento, dissi,
battendogli la spalla:
‑ Mi congratulo col
filosofo idealista. Abbiamo fatta la conoscenza di Celestina.
‑ Dove?
‑ Qua presso. La signora ha
dovuto rimandarla a casa.
‑ Ebbene?
‑ Ebbene, molto bene. Per
un filosofo distratto è forse troppo bella, ma tu la meriti, povero Giacomo.
‑ Aspetta, cavallino, che
l'erba cresca... ‑ disse con un sospiro.
‑ Non sarà sempre così,
vedrai. La felicità non si compra a danaro. Da quel che sento, il figlio di
questi bravi signori va a comperarsi la rovina co' suoi denari.
‑ È vero. Don Giacinto può
essere definito il fallimento di tutte le nostre massime educative. Cresciuto
sotto gli occhi di una donna santa e virtuosa, che lo raccomanda a Dio tutti i
giorni nelle sue preghiere, il caro giovanotto batte allegramente una brutta
strada. Un po' le donne, un po' lo sport, un po' il giuoco, a quest'ora ha già
dissipata la dote di venti ragazze da marito.
‑ E come spieghi il
fenomeno?
‑ Che vuoi che ti dica? ai
ricchi la virtù è più difficile che a noi. L'ozio, il rispetto umano, lo
spirito d'imitazione, le digestioni pesanti...
‑ Questo è del
materialismo, caro mio.
‑ Come ci sono i malati di
denutrizione, così ci sono gli esuberanti e i pletorici. Il conte, immerso ne'
suoi libri e nelle sue iscrizioni non ha la forza di volere; e la contessa
forse vuol troppo, con troppo rigore e con troppo orgoglio. L'educazione se non
è un equilibrio di forze, è una macchina che stritola. Se la povera donna si
cruccia, n'ha di che. Essa ha provato varie volte a cambiar aria al ragazzo:
l'ha tenuto in collegio presso i gesuiti a Ventimiglia, se l'è tenuto in casa
sotto la guida d'un precettore tedesco, suggerito dal cardinale Hohenlohe; ma
il giovine, che è già grande e grosso come tre filosofi, dice che mammà lo vuol
far morir tisico. Donna Cristina si compiace d'interrogarmi per vedere se nella
mia profondità pedagogica so dare un suggerimento: ma che rimedi possiamo
suggerire noi, poveri pedagoghi che viviamo di pane e formaggio, a questi
giovinotti che possono spendere venticinque lire in una colazione? Le madri
vorrebbero poter edificare la loro casa sui figliuoli, e hanno ragione. Se
questo orgoglio è naturale in ogni donna, pensa la contessa! Quando si nominano
i Magnenzio di Villalta, e più ancora quando si parla dei San Zeno, non solo in
questi paesi, ma a Cremona, a Milano, a Roma, è come nominare la famiglia di
Sant'Ambrogio. Il partito conservatore ha in questi nomi i suoi stemmi più
illustri: in hoc signo vinces... Dispiace veramente che un patrimonio così
prezioso di buone condizioni vada sperperato nelle mani delle ballerine; ma sa
più bene il suo mestiere il diavolo che non tutti i moralisti presi in mazzo.
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