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Quando si trovò solo sulla strada
buia, sparsa di sassi disuguali, tra due spesse siepi, nella silenziosa e nera
solitudine della notte, il vino, che fin qui aveva sostenuti gli spiriti, lo
abbandonò come un cattivo amico, anzi gli si rivoltò contro anch'esso come un
creditore e congiurò colla disperazione a sollevare i più foschi fantasmi.
Mauro sentì le gambe rompersi
sotto l'ampio peso del corpo, mentre vedeva la strada rizzarsi e diventare una
montagna insormontabile. Dopo un lungo girare senza mèta attraverso i campi,
dopo aver urtato negli spigoli dei muricciuoli e nei paracarri che non sapeva
vedere nell'aria scura, avvisato e condotto dall'abbaiare dei cani, che si
svegliavano irritati al sonar del suo passo rotto e pesante, gli riuscì
d'orientarsi e di riconoscere nell'ombra della notte la linea magra dei camini
delle sue fornaci, che, uscendo esili e lunghi dai bassi edifici,
giganteggiavano nel vuoto.
Poco dopo sbucò nello spiazzo
aperto, che sta intorno ai magazzini e che mette nello scuro dei campi una gran
macchia giallastra, su cui in quel momento batteva il chiarore scialbo della
luna. Queste fornaci, questi magazzini pieni di roba erano il lavoro
consolidato dei Lanzavecchia, su cui domani si sarebbero stese le unghie rapaci
dei creditori, dell'esattore, del fisco. Dei mille e mille mattoni tra cotti e
crudi accumulati sotto le tettoie e sparsi sul terreno, delle mille tegole, che
avevano rinomanza per venti e trenta miglia all'intorno, come le più solide e
oneste che uscissero dalle mani d'un fabbricante, non un coccio apparteneva ai
Lanzavecchia, che avevano lavorato e sudato per il loro disonore e per la
miseria.
La rovina era cominciata, secondo
l'idea di Mauro, il giorno che, col pretesto di fare l'Italia, gli italiani
avevano tirato in paese insieme ai calzoni rossi anche il mattone francese, a
cui tenne dietro la tegola quadra alla romana e tutte quest'altre diavolerie di
zinco e di lava del Vesuvio, che chiamano progresso, ma che lascian piovere in
casa. Poi venne la strada ferrata a dar l'ultimo tracollo al commercio del
burchiello, che sotto il cessato governo portava il bel materiale fabbricato a
Parè, a Olginate, a Brivio, a Trezzo fino dentro il cuore di Milano, colla
facilità dell'acqua che va in giù, alimentando clientele che duravano da
cent'anni e che misero in piedi palazzi e chiese, che dureranno ancora quando
sarà scomparsa tutta questa roba marcia di gesso e di poltiglia con cui s'è
fatta l'Italia. Finalmente, a compimento dell'opera, venne fuori la bella
invenzione della ricchezza mobile, talché un povero industriale si sentì in
mezzo a tre forche. Non gli restava ora che di appiccarsi a una quarta.
‑ Ombre di Nicodemo e di
Galdino Lanzavecchia! ‑ gridò il vecchio, fermandosi sul piazzaletto e
alzando il bastone verso la faccia della luna, come se volesse fare uno
scongiuro. ‑ Uscite a vedere come mi hanno tradito; venite anche voi a
gridare: Viva l'Italia!
A questo schiamazzare d'un uomo
che parlava ai morti tenne dietro il gran silenzio della notte, nel quale tornò
a farsi sentire il rumore stridulo dell'Adda povera d'acqua.
‑ Voi sapete chi mi ha
tradito: voi sapete chi mi vendicherà...
Col passo disuguale che gli faceva
fare il vino, il vecchio fallito giunse in vista della sua casa, che spiccava
più nitidamente colla loggetta vestita di frasche nel tenue chiarore della
luna. Tutte le finestre verso la corte eran buie, tranne quella di Giacomo, che
dava sulla vignetta. Il filosofo vegliava sulle sue bozze di stampa. Mentre di
fuori un povero negoziante di materiali di fabbrica piangeva sulla sua rovina,
di dentro, nella stanza silenziosa del filosofo, si preparavano i materiali per
una grande costruzione ideale, per il gran tempio dell'avvenire, nel quale si
sarebbe celebrato il connubio di pace tra l'uomo e la natura.
«L'uomo padrone della scienza»
diceva uno dei cento foglietti «è il vero dominatore della natura. La forza è
nel pensiero, o per dir meglio, la forza è il pensiero stesso».
«Se potessi persuadere il mugnaio
di questa verità, potrei mandarlo in pace con poca fatica» ripensò Giacomo,
giocando colla penna sulle parole stampate, alle quali avrebbe voluto
aggiungere una nota: «E se si dicesse invece che la forza è nella volontà?».
Questo conflitto tra un pensiero
che sillogizza in poltrona e una volontà che corre e s'adopera per la casa non
gli si era mai presentato così vivo, come dal giorno che suo padre gli aveva
colle lagrime agli occhi domandato cinquecento lire in prestito. Da quel
momento le parole stampate delle sue bozze, che contenevano prima affermazioni
di bronzo, cominciarono a sconnettersi e a ballare una strana contraddanza
sotto i suoi occhi stanchi dalle veglie e dallo scarso lume della candela di
sego. Una continua voglia lo tentava, ed era di metter a piè di pagina molte
note di mesta contraddizione, che avrebbero forse accontentato Blitz e l'anima
scettica ch'era trasmigrata nella bestia; ma le note, oltre a diminuire il
valore giudicato della dissertazione, avrebbero finito coll'inghiottire il
libro e il filosofo in compagnia.
Non è mai utile complicare la
verità, specialmente quando si ha bisogno di far quattrini. Inoltre, se non
vogliamo screditare la scienza, non bisogna mai tagliare in erba il fieno del
nostro contradditore.
Giacomo, deponendo di tanto in
tanto la penna, dava fuoco alla pipa sulla fiamma della candela, tirava tre o
quattro boccate di fumo, col pensiero perduto in aria, dietro i fantasmi della
meditazione, mentre gli pareva di stare a sentire lo stormir delle foglie,
scosse dai soffi intermittenti del vento.
Riscontrava un testo greco di
Aristotile, e come allo svoltare d'un angolo di casa, s'imbatteva nella soave
immagine dell'avvocato Brognolico, in casa del quale doveva ritrovarsi al
mattino per addivenire col mugnaio e col signore della Rivalta a una
transazione o, quanto meno, a un respiro che permettesse a lui e a suo padre di
prendere cognizione dello stato delle cose.
Il mugnaio aveva qualche giorno
prima fatta una brutta scena anche a Battista sulla piazza d'Imbersago, e n'era
nato un putiferio da non dire. Battista, corto in dialettica, ma solido in
altri argomenti, minacciava di rispondere alla sua maniera, che non era la più
conciliante. Anche la Lisa s'era lasciata trascinare a un pettegolezzo
indecente colla Fiorenza sulla soglia dell'osteria, dove le due ragazze avevano
perduto un pezzo di lingua. Il bisogno che fa gli uomini cattivi, fa brutte le
donne. Bisognava impedire che da un male limitato non nascessero pubblici
scandali, aspre responsabilità e fieri rimorsi; e a chi toccava di aver
giudizio se non si moveva il sapiente di casa? A che cosa serve la sapienza
stampata, se non vale almeno come cerotto su un dito tagliato? Questi brutti
pensieri venivano a mescolarsi e a sovrapporsi alle argomentazioni della sua
tesi, ne confondevano i sensi e i segni, ne storcevano le intenzioni più
nobili, dando alle conclusioni del filosofo idealista quasi un'intonazione di
amara corbellatura.
Trovando a un certo punto citato
in una nota Parmenide, egli, che pure aveva scritto di suo pugno questo nome
sulla carta, rimase lì colla penna in aria quasi in procinto d'esclamare anche
lui sul far di don Abbondio: ‑ Parmenide? chi era costui? un mugnaio? e
che mi può giovare Parmenide nei miei bisogni? che m'importa di lui? come ho
potuto perdere il mio tempo a occuparmi dei fatti suoi, mentre l'oste della
Fraschetta divorava il mio pane e l'usuraio della Rivalta ipotecava la mia
casa?
Sentendosi un poco opprimere da
queste riflessioni aprì la finestra in cerca d'aria e stette, appoggiato al
davanzale, a strologare il cielo e la luna. Le nubi mosse e sollevate dal
soffio eguale e sostenuto dell'aria andavano a poco a poco allargandosi e come
lacerandosi intorno al disco luminoso, di cui riflettevano i placidi splendori
con lucide fosforescenze metalliche. Dagli strappi, per dir cosi, di quella
fascia vagante di nebbia, quasi all'invito di una silenziosa volontà, uscivano
spazi aperti d'un sereno purissimo, che parlava d'una pace alta e intangibile,
di cui qualcuno mette nel cuore umano il mesto desiderio.
Dalla vignetta immersa
nell'oscurità uscivano bisbigli di foglie scosse dal vento e fuggevoli fischi
di scoiattoli che corrono su per i pergolati.
Di care e lunghe memorie era
popolata quella vignetta, così folta di verde dov'egli era cresciuto fanciullo,
dove aveva imparato ad amare e a soffrire. Ogni angolo gli diceva qualche cosa
di Celestina; ogni foglia pareva bisbigliare di Celestina. Quante volte l'aveva
portata sulle spalle, quando non era che una bimba, all'ombra dei pergolati! In
quel frondoso frassino, che riempiva coll'ampio ombrello di foglie lo sfondo
del cielo, s'eran fabbricata una loro villetta aerea, nascosta tra i rami, e vi
avevano ingannato insieme molte ore dei pomeriggi estivi, appollaiati come due
tortore, in mezzo al rumoroso stridore delle cicale. Cento volte avevano aperta
una botteguccia nelle vecchie botti della tinaia e vi avevano invitato i
ragazzetti del vicinato a comperar nòccioli di pesche, patate e carote
affettate, sacchetti di fagiolini, chicche e dolciumi rubati dalle tasche della
povera zia Marianna. Nel fienile sopra le stalle, di cui vedeva sporgere nel
chiarore della luna i ciuffi arruffati, la piccina si era addormentata molte
volte sulla sua spalla, prima che lo zio prete mettesse in campo la questione
della vocazione e del posto gratuito nel Seminario vescovile.
E quante lagrime vergognose e
segrete il povero pretino, tornando a casa nelle vacanze, aveva versato
nell'erba folta e nelle frasche del grano turco, quando, non ben persuaso
ancora della voce di Dio, si faceva peccato e scrupolo d'ogni passo che egli
movesse per cercare la bambina, d'ogni parola allegra che gli scappasse dal
cuore ancora inconsapevole di quel che fosse amore! Seguirono poi i giorni del
combattimento, durante i quali l'anima sua fu come dilaniata da misteriose
apprensioni, da strazi paurosi che nessuno seppe né leggere, né indovinare; ma
le piante della vignetta conoscevano tutta questa storia dell'amoroso contrasto
e glie la ripetevano ora con bisbigli di gioia. Vinta la gran battaglia,
restituito il collare del chierico allo zio prete, era tornato con altre idee;
la veste nera cedette il posto alla camicia rossa dei garibaldino durante la
guerra del sessantasei, e alla camicia del soldato era successa una giubba un
po' logora di professore di grammatica. Perfino il buon Dio del modesto
altarino di casa era andato via via crescendo nella sua testa e nel suo cuore e
cresceva oggi ancora fino a travalicare i confini del conoscibile; tutto s'era
mutato fuori e dentro di lui; ma quell'amore no. Esso gli parlava nel cuore
colla salda sicurezza dell'innocenza.
Tante immagini, tante ombre di
pensieri e di cose evanescenti, uscendo dai pergolati, venivano a consolare la
memoria del filosofo e lo cullavano in una soave tenerezza... quando una voce
aspra come una sega rimbombò nell'aria:
‑ Giacomo Lanzavecchia,
scrivi la sentenza di tuo padre.
Sporse il capo a cercar nella
corte e riconobbe l'ombra del pà, che contro il suo costume s'era attardato
fuori di casa. Capì che il pà aveva inaffiato un po' troppo i suoi fastidi.
‑ Dove siete? che fate lì? ‑
gli gridò dalla finestra.
‑ Giacomo Lanzavecchia,
ascolta la voce di tuo padre ‑ tornò a gridare il vecchio, che
gesticolava come un attore tragico.
‑ Venite in casa.
‑ Prendi la penna del
filosofo ‑ seguitò l'altro, movendosi per la corte come se recitasse
veramente su un palcoscenico. ‑ A tuo padre non resta più che la nuda
terra. Tutto è perduto tranne l'onore. Gli hanno portata via la casa, la terra,
la roba, l'anima. La morte e l'inferno ai tremendi vigliacchi!
Nel tono rauco con cui il vecchio
pà imprecava contro il destino, Giacomo vide tutto lo squarcio di quella
pover'anima.
‑ State zitto, ‑ gli
disse ‑ non svegliate la mamma; ora vengo io dabbasso.
‑ Ohi, che vi ha preso
stanotte, pà? questa volta non è Battistella che dondola... ‑ gridò
un'altra voce dalla finestra presso il granaio.
‑ Rispetta tuo padre,
lasagnone ‑ rimproverò Giacomo, che riconobbe la voce di Battista.
‑ Tu, tu... ‑ muggì
il fratello con parola convulsa ‑ tu fa il professore a casa tua e quando
avrai finito di mangiare il pane a... a... a...
E lo sbattimento villano
dell'impannata coprì il resto delle parole.
‑ Non avete vergogna, pà? ‑
gridò anche la Lisa, mettendo fuori da un finestrino una testa fasciata come un
dito malato.
‑ Figliuoli, nessuna lega
coi traditori. Un Lanzavecchia non si deve vendere né per cento, né per
duecento. Prendi la penna della filosofia, Giacomo, e stampa anche questo: la
morte e l'inferno ai tremendi vigliacchi!
Il vecchio esaltato, afferrata
colle due mani la catena che stava legata alla corda del pozzo, in preda alla
frenesia dell'animo sconvolto, cominciò a battere sulla pietra colla violenza fanatica
d'un santo che flagella un demonio. E a ogni colpo ripeteva disperatamente:
‑ Nessuna alleanza... la
morte e l'inferno...
Blitz, che dormiva nella stalla,
si risvegliò spaventato e cominciò ad abbaiare dietro l'uscio.
In quel furioso esercizio del
battere si sarebbe detto che il vecchio fornaciaio cercasse uno sfogo alle sue
forze compresse, alla sua collera, alla sua sovraeccitazione; ma i figli, che
sapevano come di solito andavano a finire queste frenesie (Mauro aveva avuto in
sua vita qualche attacco epilettico), senza por tempo in mezzo, scesero in
fretta le scale, coi lumi in mano, e furono intorno al disgraziato, che già
colla bava alla bocca si rotolava nella polvere in preda a spaventevoli
convulsioni.
La povera Santina, che dormiva su
brutti pensieri, saltò dal letto e si fece incontro sulla scala, pallida e come
estenuata nella sua cuffia, invocando i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria.
Accorse anche Angiolino a piedi nudi, e tutti insieme sollevarono il corpo
pesante del pà, che si dibatteva con stanchezza, Giacomo e Battista
sorreggendolo per le spalle e per le braccia, la Lisa e Angiolino per le gambe,
e, portatolo a gran fatica su per la stretta della piccola scala, lo distesero
sul letto. Caduto l'accesso epilettico, il viso da infiammato e gonfio divenne
subitamente bianco, floscio; la bocca si irrigidì in un sorriso che restò fisso
in una smorfia sardonica e beffarda; il corpo divenne duro come un tronco. Gli
occhi gonfiati dalla congestione fecero capire che un gran male scombussolava
la vita; ma per quanti sforzi egli cercasse di fare, le labbra non poterono
mandar fuori che dei suoni rotti. Era l'apoplessia.
Mauro rimase sei o sette giorni
in quello stato, spegnendosi a poco a poco senza parole, senza gemiti...
Il dottor Brandati, chiamato in
fretta, tentò tutti i mezzi e fece capire che soltanto un miracolo può
risuscitare un morto. Per Giacomo e per i suoi fu una settimana di ansiosa e
tormentosa agonia, durante la quale nessuno osò pensare ad altre cose che non
fosse l'assistenza al malato.
Quando Giacomo si accostava al
letto, gli occhi del morente si facevano più teneri ed espressivi, come se
cercassero di penetrare e di parlare all'anima. Il figlio cercava di farsi
interprete dei pensieri del padre e, seguendo i suggerimenti di quegli sguardi
carezzevoli, andava dicendo:
‑ Sì, pà, voi avete sempre
lavorato con onestà, con giustizia, con timor di Dio, e Dio ve ne renderà
merito. ‑ Oppure: ‑ Abbiate pazienza, perdonate a chi vi ha fatto
del male. Il vostro nome è nelle nostre mani. Voi ci lasciate grandi e robusti,
e non ci manca la buona volontà...
Il vecchio moribondo si lasciava
consolare da queste parole, che gli venivano dal suo Giacomo. Gli occhi pieni
di pianto pareva rispondere: ‑ Tu sei stato la mia consolazione, tu sarai
la mia gloria. Tu devi stampare in qualche libro la storia dei tradimenti di
cui fu vittima tuo padre.
Il signor curato, che conosceva
da trent'anni la coscienza del galantuomo, somministrò gli ultimi sacramenti e
benedisse l'agonia. Mauro Lanzavecchia cadde in letargo e morì tranquillo, la
vigilia stessa del giorno in cui la Gazzetta del Commercio stampava il suo
fallimento.
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