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ALCUNI giorni dopo la morte del
povero Mauro, il conte Lorenzo con un biglietto pregava Giacomo Lanzavecchia di
lasciarsi vedere in un'ora tra la colazione e il pranzo, avendo a fargli una
proposta di grande importanza. Nella dolorosa circostanza della malattia e
della morte del vecchio fornaciaio, i signori del palazzo avevano dimostrato
alla famiglia una così gentile e pietosa sollecitudine che Giacomo sentì il
dovere e il bisogno di vederli, di ringraziarli, e di udire nello stesso tempo
una parola che non fosse una volgare consolazione.
Mutò i vestiti, che in quei
giorni di trambusto non si era quasi tolti di dosso, e, detta una parola alla
mamma, che rincantucciata in cucina non faceva che piangere e sospirare, prese
a salire lentamente il ripido sentiero, che dalle Fornaci va al palazzo del
Ronchetto per la più corta.
Quantunque fossimo oltre la metà
di settembre, faceva ancora un bel caldo: e dalla strada sassosa e dal muro del
giardino riverberava una vampa così ardente, che Giacomo provò un vero
refrigerio quando, valicata la soglia della cancellata, si trovò nel fitto delle
belle piante, nella dolce freschezza dell'ombra, per quei silenziosi viali a
lui noti che, come le ore dei signori disoccupati, non hanno mai fretta di
arrivare alla mèta.
Il contrasto tra il disordine, la
disperazione, le angoscie della sua povera casa in babilonia e l'ordine, la
compostezza, la pace elegante, che circondavano la dimora di questi signori,
richiamò al pensiero del filosofo l'osservazione alquanto vieta e volgare: che
il male e il bene non son distribuiti con molto giudizio sulla terra. I suoi
dolori non gli permisero questa volta d'arrivare fino alla conclusione che
anche le case dei ricchi possono essere l'albergo di dolori inenarrabili.
Quando ci duole un dito, tutti i mali del mondo ci picchian dentro; e non solo
ci sembra che il nostro male vada a urtare in tutti gli spigoli, ma facciamo
del nostro dito malato il centro del dolore universale. Era naturale e
compatibile adunque che anche Giacomo portasse un po' d'invidia a questa brava
gente, a cui, oltre ai beni materiali della vita e al fascino della ricchezza e
del nome, non mancavano i meriti della virtù, della rassegnazione che dà la
fede, e i conforti che derivano dalle buone opere; com'era naturale che venisse
a cercare all'ombra di questa felicità e di questa pace, un po' di riposo.
Sentendo scoccare le due e parendogli ancora troppo presto, pensò di mettersi a
sedere su una panchina che l'invitò presso un folto cespuglio di oscuri
evonimi, per dar tempo al conte di finire il solito sonnellino, che aiutava
mirabilmente a smaltire il peso della colazione. Senza questo breve viaggetto
ai campi Elisi, don Lorenzo, che alla tavola soleva cercare volentieri le
piccole compiacenze del senso, non avrebbe potuto ritrovare il suo appetito
fresco per l'ora del pranzo, e una voluttà di meno, soleva dire, parodiando
Sterne, è un filo strappato alla già esile trama della vita.
Giacomo, girando gli occhi
intorno nella fresca oscurità di quel gran verde che lo circondava, sentì
veramente quasi un senso di freschezza insinuarsi e diffondersi nel suo spirito
eccitato da troppe violenze.
Il giardino, piantato dal conte
vecchio secondo lo stile detto inglese, che simula con arte felice la
spontaneità della natura alpestre, è ricco di macchie selvose che il tempo ha
rese folte, nasconde molti oscuri recessi, da cui escono anche nei più grandi
calori quasi un continuo tremito di freschezza e un bisbiglio continuo di
uccelli. In mezzo alle macchie scure delle conifere, tra cui luccicano con
verde più chiaro le magnolie e gli allori, costeggiando l'orlo delle praterie
aperte al sole, girano i viali larghi, placidi, senza un ingombro, secondando
le ondulate varietà del clivo, ritorcendosi in sé stessi, intrecciandosi,
diramandosi in stradicciuole e in sentieruzzi quasi selvatici, che ti menano a
luoghi perduti, a grotte umide di segreti stillicidi, a finte rovine, a
segregate solitudini, ove dorme da cinquant'anni tra l'edera e il muschio una
gelida ninfa di sasso. Dove i viali si incrociano, è bello vedere per diverse
porte aprirsi di qua il gran verde, più in là un pezzo della valle coll'Adda,
che striscia e luccica in basso, altrove un fianco del palazzo, che domina
colla torricciuola imbandierata sul fondo del cielo, ora verso un tempietto di
marmo, che si specchia in un verdognolo stagno, ora verso alcune creste del
Resegone, che l'arte ha saputo tirar nella cornice, o su un gruppo pittoresco
d'alberi secolari, che, mascherando il muro di cinta, dànno a chi passeggia
l'illusione d'una selva grandiosa, lontana da ogni consorzio, quali dovevano
esser le primitive selve che accoglievano gli uomini erranti.
Giacomo, come si è detto,
conosceva tutti i segreti di questo paradiso terrestre, ch'egli aveva
cominciato a frequentare da ragazzo ed era, in certa qual guisa, cresciuto con
lui: talché poteva considerarlo un poco come suo, per quel diritto di possesso
morale, che abbiamo su tutto ciò a cui è attaccata una parte della nostra
fanciullezza.
Quando viveva ancora la vecchia
contessa, madre di don Lorenzo, Giacomo era solito salir tutte le mattine a
servir la messa, che si celebrava nella cappella del palazzo. Strada facendo,
nell'attraversare il giardino, la sua festa era di andar per le macchie, a
ritrovare le traccie dei nidi degli usignuoli e dei capineri, che in primavera
facevano nei boschetti una orchestra. Fu appunto per la sua docilità di
carattere, per il suo raccoglimento religioso, per il suo viso delicato sotto i
riccioli spessi di un color quasi d'oro, per la sua speciale devozione alla
Madonna, che donna Matilde, detta ancora oggi la contessa vecchia, formò l'idea
che si potesse cavare da Giacomino un buon ministro del Signore e nello stesso
tempo un buon cappellano per la casa. Se ne parlò a don Angelo, che persuase
Mauro a non lasciar scappare una così bella occasione. Il pà, che aveva
imparato dai suoi vecchi a ricevere tutto quel che veniva dal Ronchetto come
una benedizione, non seppe dir di no: la mamma vide subito il vescovo nel suo
figliuolo; e Giacomo fu vestito da prete. Nelle vacanze tornò sempre a servir
la messa in palazzo, finché visse donna Matilde, e quando, morta questa,
cominciò a comandare donna Cristina, il chierichetto non cessò d'essere
considerato come un figliuolo della casa; anzi, siccome don Giacinto cresceva
un po' pigro e sventato, la contessina pensò di servirsi di Giacomo per dargli
un compagno buono, studioso, che gli si imponesse colla serietà del carattere.
Toccò dunque al pretino l'incarico d'accompagnare il contino, non solo alla
messa tutte le mattine alla Madonna del Bosco, e di esercitarlo nel leggere e
nello scrivere, ma gli fu compagno nella caccia colla civetta, lo seguiva al
«Roccolo» di don Andrea, o nelle escursioni ch'egli volesse fare nei dintorni.
Allo spuntare dell'alba, tutte le mattine di bel tempo, era lì sotto le
finestre di don Giacinto a tirare sassolini nei vetri, colle gabbiette e le
canne del vischio sulle spalle, finché il piccolo poltrone si risolveva a
cacciar le gambe dal letto. Uscivano insieme a correre nei prati umidi
dell'Adda, a tendere nei boschetti di nocciuoli insidie e trappole ai passeri e
ai fringuelli, finché la fame, che si risvegliava presto negli stomachi
digiuni, faceva levare i cartocci della colazione. Molte volte il contino
cedeva il suo pollo fritto e lo spicchio del suo pasticcio per gustar la
polenta fredda e il caciolino del compagno; ma qualche altra volta l'umore
dell'eccellenzina non era molto trattabile. Per quanto Giacomo avesse qualche
anno di più e vestisse da prete, i vizi e l'orgoglio dei sangue si ribellavano
non di rado agli ordini e alla dottrinetta del pedagogo, che mammà mandava per
far la spia; e più d'una volta all'ombra delle siepi di sambuco, e negli aridi
fondi dei ghiaieti, tra il nobile spavaldo e prepotente, e il giovine povero,
che sentiva fin d'allora la forza della sua aristocrazia morale, erano corse amare
parole e qualche cosa di più solido. Un giorno don Giacinto, vedendo di non
poter spuntarla, minacciò di ammazzare il suo chierichetto con un tremendo
coltellaccio, che aveva levato dal cassetto della cucina; e da quel dì Giacomo
non ne volle più sapere. L'uno fu messo in collegio presso i Gesuiti, l'altro
partì per gli studi di teologia, e non si videro più, se non a brevi
intervalli, come due uomini che camminano in senso inverso, si voltano e si
rivedono di tanto in tanto sempre più confusi e sempre più rimpiccioliti,
finché l'uno non sa più nulla dell'altro.
Giacomo, nel tiepido silenzio di
quel caldo pomeriggio di settembre, nel riandare col pensiero in modo saltuario
e confuso a queste memorie d'altri tempi, ricordava il giorno, in cui era
venuto a dichiarare a donna Cristina che la sua coscienza non gli permetteva
più di vestir l'abito ecclesiastico. Fu una grande battaglia, la più terribile
battaglia de' suoi vent'anni, di cui le piante del giardino eran state non
insensibili testimoni. Oh se avessero potuto parlare, e dir quante lagrime egli
avesse sparso nei dolorosi istanti del suo combattimento, quando invocava
inutilmente da Dio il coraggio d'una risoluzione che avrebbe suscitata una
tempesta! Quasi vicino a toccare la mèta, dopo aver goduto per dodici anni i
benefici in una casa che aveva pagata sempre la sua pensione e sollevata la sua
famiglia da tutte le spese, dopo aver ridestate molte speranze nei professori,
nei compagni, nel cuore dei parenti, che vedevano già in lui il difensore della
chiesa, egli era arrivato al punto scabroso di dover rinnegare tutte queste
speranze e tutti quei benefici. Il doloroso segreto non era ancora uscito dal
suo cuore, ma sentiva questa necessità crescere, giganteggiare, sospingere la
sua coscienza.
Per quanto rumorosa e aspra
potesse essere la meraviglia della gente, tuttavia qualunque rimprovero gli
doveva sembrare più sopportabile di fronte al rimorso di commettere un
tradimento sull'altare di Dio. Dopo aver cercato inutilmente vicino a sé un
amico o un confidente discreto, che l'aiutasse a essere sincero, fu quasi per
un istintivo consiglio del cuore che si lasciò condurre a confessare il suo
tormento a donna Cristina. La scena gli era ancor viva davanti agli occhi. La
contessa l'aveva fatto chiamare per consegnargli, secondo era sua abitudine,
alcune piccole elemosine da distribuire ai vecchi più poveri. Era una domenica
piovosa. Essa portava ancora il lutto per la morte recente di donna Matilde.
Gli parlò di Giacinto, gli mostrò una bibbia illustrata del Doré, lo pregò di
scegliere alcuni versetti d'un salmo adatti per una miniatura, e, mentre essa
parlava e si moveva nella luce blanda della finestra, il cuore di Giacomo
batteva d'un'insolita commozione. Colle lacrime agli occhi, egli cominciò a
parlare: e la buona signora lo lasciò dire, lo lasciò piangere un pezzo, lo
compatì, gli parlò da buona madre e prese sopra di sé l'impegno di persuadere
il conte, lo zio prete, i parenti. ‑ Lei potrà far del bene lo stesso e
anche di più, ‑ gli aveva detto ‑ e son persuasa che i Magnenzio
non avranno mai a pentirsi d'aver incoraggiato il suo ingegno e la sua volontà.
Da quel giorno Giacomo aveva
avuto per donna Cristina un sentimento di illimitata gratitudine, quasi di
venerazione, e avrebbe voluto che si presentasse una grande occasione per
dimostrarle che i benefici di casa Magnenzio non erano caduti a nutrire un
ingrato. A lei aveva più tardi confessato il suo amore e le sue idee per
Celestina, provando nel rivelare alla gentildonna il dolce segreto del suo cuore
il sollievo stesso che aveva provato qualche anno prima a piangere davanti a
lei.
Dolci memorie, che tornavano a
consolarlo in questi nuovi frangenti in cui era venuto a cadere! E fu per
godere più a lungo della freschezza, dirò così, di questi pensieri che invece
di procedere pel viale di mezzo, che va diritto all'ingresso del palazzo, piegò
pel piccolo viale, detto dei carpini, per una lunga allea di queste piante, che
il gusto architettonico del vecchio conte Massimiliano aveva fatto ritagliare a
foggia di portici con arcate, disposte intorno a un obelisco in una piazzuola
deserta, che pareva preparata per un minuetto di fate.
Quando fu giunto presso
l'obelisco, s'imbatté in Celestina, che usciva dal viale della serra con un
gran mazzo di fiori freschi da mettere in tavola. Appena essa vide il giovane,
trasalì, cercò sfuggirgli, ma non fu più a tempo.
***
‑ Sei tu? ‑ le disse
lentamente Giacomo, senza quasi alzare gli occhi ‑ la povera mamma ha
cercato più volte di te.
‑ Povero zio...! ‑ mormorò
Celestina; e come se in quella compassione cercasse un pretesto per liberarsi
da una grande sofferenza, che le riempiva il cuore di lagrime, portandosi
frettolosamente l'angolo del grembiale al viso, pianse in modo così dirotto che
mosse Giacomo a piangere e a confortarla.
‑ Tu gli volevi bene, lo
so, e lui te ne ha sempre voluto a te come una sua figliuola. Ma chi sa che
egli non sia uscito dalle tribolazioni...
‑ Oh sì, oh sì! ‑
ripeté la ragazza senza levare il grembiale dagli occhi, acconsentendo con
forza.
‑ Tocca ora a noi aver del
coraggio ‑ disse Giacomo colla voce insinuante e tenera, che gli usciva
naturale, quando una forte emozione agitava il suo spirito. E alzando una mano,
volle asciugare egli stesso col grembiale gli occhi della giovane, che voltò
via il volto e rimase come intimidita davanti a lui. ‑ Tocca a noi, non è
vero Celestina? Quest'anno ero tornato con molte speranze. Credevo proprio che
sarebbe stato l'anno buono di coronare il nostro amore, ma Dio non vuole:
pazienza! Sarei un cattivo figliuolo, se pensassi a me in questi momenti così
dolorosi, in cui sento che resto solo alla testa della mia povera famiglia. No,
l'avvenire è troppo scuro e prevedo che dovrò rinunciare a molte altre
speranze.
Celestina fece uno sforzo per prendere
la parola, ma, soffocata da una grande angoscia, portò il palmo della mano alla
gota e ve la tenne con uno sforzo rigido e pesante, come se cercasse con
quell'atto di energia di sorreggere la testa. Un lampo di disperazione balenò
nel suo sguardo, ma Giacomo non se ne accorse. Era uno de' suoi difetti d'andar
troppo vagando nelle idee generali anche quando la realtà lo menava in mezzo
alle ortiche. Continuando sempre con sommesso tono di dolcezza, mentre andava
giocherellando coi coralli della collana ch'essa aveva al collo, seguitò come
se parlasse a sé stesso:
‑ Non ho amato che te nella
mia vita, lo sai, non potrei essere di nessun'altra. Anche tu mi hai voluto
bene e me ne vuoi, vero? ‑ Egli la interrogava col suo sguardo
affettuoso, che penetrava nelle radici del cuore. ‑ No? non me ne vuoi
più? ‑ insistette con un sorriso carezzevole, passando leggermente la
mano sui neri e lisci capelli della ragazza.
‑ Sentite, Giacomo... ‑
proruppe finalmente la fanciulla con una voce lacerata da un dolore sordo e
crudele. ‑ È un pezzo che volevo parlarvi di questa cosa, e forse è bene
che ve ne parli ora per sempre. Voi non dovete più pensare a me.
‑ Perché io non devo più
pensare a te? ‑ chiese senza rancore Giacomo, che prevedeva questi nuovi
scrupoli in un'anima delicata.
‑ Perché io non son degna
di voi... ‑ E prima ch'egli avesse tempo di protestare, ritrovando
nell'eccitazione del suo sentimento la forza che nessuna autorità esterna
avrebbe saputo darle, seguitò con tono eguale, quasi freddo, ma convinto, senza
togliere lo sguardo dai fiori, che andava sbadatamente sfogliando con le dita: ‑
Penso che la Madonna vi abbia mandato oggi in un momento di dolore, perché io
trovi il coraggio di dirvi quel che devo dirvi. Forse è meglio che questo
vostro pensiero non si compia mai. Voi non siete più quello d'una volta.
‑ Perché «Frulin», io non
sono più quello d'una volta? ‑ disse Giacomo, evocando un piccolo
soprannome che il pà, per far presto, aveva inventato per lei quando era venuta
in casa: e mise in questa voce senza senso una tale dolcezza allegra e
canzonatoria che Celestina impallidì come se agonizzasse, un velo nero le
offuscò gli occhi, e fattasi a un tratto sdegnosa e dura:
‑ Ascoltate, Giacomo ‑
gli disse aggrottando le ciglia. ‑ Quando è nata questa nostra affezione
eravamo due ragazzi, e non si poteva sapere dove si sarebbe finiti. Povero voi,
poveretta io, ci siam voluti bene senza capire cosa volesse dire volersi bene.
Il tempo non è passato allo stesso modo per noi due: io sono ancora la povera
ignorante di una volta, mentre voi avete fatta molta strada, e ne dovrete fare
molta ancora. Sento come tutti parlano di voi: avete stampato anche dei libri,
e ne stamperete ancora; ma per andare avanti avete bisogno di essere libero, di
non dover trascinare una povera contadina, che sarà sempre per voi un peso
morto. Se io potessi essere la vostra serva... ma vostra moglie è un'altra
cosa... Avete bisogno di una ragazza che vi possa seguire e capire... In questa
buona casa vedete che non mi manca nulla: e poi, se devo dirvi tutto, da
qualche tempo sento una voce che mi chiama.
‑ Che cosa ti dice questa
voce «Frulin»? ‑ seguitò Giacomo, sempre sul medesimo tono di chi non
vuol pigliare le cose sul serio.
‑ Alcune monache
cappuccine, che vengono spesso al palazzo per la questua e che rimasero qualche
volta a dormire, mi hanno parlato di quel che soffrono le povere morette in
Africa e vorrebbero che io andassi con loro. Poiché non posso essere vostra,
voglio essere di Dio. Che cosa volete, Giacomo ‑ continuò con un
singulto, come se si sforzasse di reprimere un'amarezza rigurgitante. ‑
Mi pare di essere già stata per voi una cattiva tentazione quel giorno che
lasciaste di studiare da prete, con molto dispiacere dei vostri, specialmente
dello zio prete, che dopo d'allora mi ha sempre chiamato un diavolo...
Giacomo non poté nascondere un
sorriso di compiacenza a questa antica facezia dello zio prete, e avrebbe
voluto cominciare a parlar lui; ma la ragazza, trascinata dalla foga
appassionata del suo pensiero, non lo lasciò dire:
‑ Non voglio ora essere il
vostro inferno, dopo essere stata la vostra tentazione. Lasciatemi andare per
il mio destino e voi andate per il vostro. Troverete cento buone ragazze
migliori di me, con istruzione, con dote, che vi permetteranno di studiare con
meno stenti, che sapranno capire quello che scrivete, che vi faranno onore in
società...
Giunta a questo punto, come chi
arriva sfinita dopo una gran corsa sulla cima erta d'un monte, le mancò tutt'a
un tratto la lena.
Un terribile impeto che, venendo
dallo stomaco minacciò di soffocarla, la fece andare indietro di qualche passo:
ma la volontà fu ancora più forte del patimento. Non volendo piangere, si portò
alle labbra una cocca del grembiule, che prese a mordere, mentre cercava
intorno a sé cogli occhi se arrivava qualcuno a liberarla.
‑ Chi mi ha parlato già di
queste monache cappuccine e di questa voce che chiama? ‑ prese a dire
Giacomo con flemmatica bonomia: ‑ Credo la contessa, una volta: non ho
capito ben con quale intenzione, se non fu per mettere alla prova anche la mia
vocazione per te...
Da quel fino psicologo che
credeva d'essere, Giacomo avrebbe voluto aggiungere che queste titubanze e
questi scrupoli nel suo «Frulin» non solo non lo persuadevano, ma erano per lui
una ragione di più per voler bene alla sua tentazione e al suo diavolo. Di
donne dotte ormai ne son piene le dispense; mentre una donna semplice e sincera
non c'è scienza che la possa fabbricare, se non la fabbrica la mamma natura. E
avrebbe voluto aggiungere, se fosse stato il caso fare una lezione in quel
sito, che quanto più gli uomini sono analitici, complicati, foderati di sapere,
tanto più cercano di riposare la testa sul seno d'un amore semplice e naturale,
che li aiuti a essere semplici e naturali. I più occulti misteri si svelano
nelle anime più ingenue, mentre gli spiriti superbi e raffazzonati non sentono
più se non quel che il loro orgoglio permette di sentire. E all'uomo moderno
non mancherebbe che questa disgrazia per essere il più disgraziato degli
animali, vale a dire, che, dopo aver guastato molte cose belle per il capriccio
di voler vedere come son fatte, avesse a guastare anche l'amore, riducendolo a
un dialogo tra un filosofo e una donna cogli occhiali.
Questo, ripeto, avrebbe voluto
dire Giacomo Lanzavecchia, a una santarella piena di titubanze e di scrupoli
inutili. Ma avrebbe «Frulin» penetrato lo spirito della sua sottile psicologia?
Si limitò a castigarla con due schiaffetti, soggiungendo:
‑ Avremo tempo di parlar di
queste faccende con più comodo. Ora ho troppe cose per la testa. È in casa la
contessa?
Celestina accennò di sì col capo.
‑ Vorrei domandarle che ti
lasciasse venire tre o quattro giorni alle Fornaci a far compagnia alla povera
mamma, che non ha più la forza di reggersi. Mentre io vado dal conte, dille che
desidero parlarle... e... e... (girando il braccio intorno alla vita della
ragazza, la trasse un poco a sé, premendo le labbra a lungo nel fitto de' suoi
capelli) e di' alle monache che il tuo moretto da salvare l'hai trovato da un
pezzo.
Giacomo se ne andò pel viale dei
carpini, non volendo più far attendere il conte, e lasciò Celestina irrigidita
in tutto il corpo, cogli occhi aridi e fissi, col cuore inerte, indurita, come
una statua. Quando il giovane scomparve dietro la casa del fattore, venendo a
un tratto a mancare in lei la forza artificiale che l'aveva sorretta finora, il
suo corpo si sfasciò, e cadde sul margine dell'erba, colla faccia rivolta alla
terra, urlando nel silenzio di quella verde solitudine:
- Madonna, Madonna, Madonna, fatemi
morire!
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