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In una buona iscrizione ‑
disse il conte Lorenzo con classica gravità ‑ non solo è compenetrata la
storia e la filosofia della storia, ma c'è lo spirito stesso dell'umanità, che palpita
nel sasso. Sicuro che i sassi bisogna saperli scrivere e saperli leggere, se
no, di sassi n'è pieno il letto dell'Adda...
Don Lorenzo, che in mezzo alle
più gravi questioni sapeva con nativa arguzia far sorridere anche le cose
serie, si rallegrò egli stesso all'idea dello sterminato numero di ciottoloni
che l'Adda trascina nel suo corso, più adatti per lapidare i guastamestieri che
non per celebrare le virtuose azioni degli uomini. Mosse due o tre passi
traballanti e molli nello spazio che stava tra lo scrittoio e la massiccia
libreria di mogano, aprì le imposte dei basamenti e mostrò a Giacomo tutto il
prezioso materiale della sua grande raccolta d'iscrizioni sacre e profane,
accumulate in una serie di cinquantaquattro grosse cartelle, una bazzeccola di
cinque o sei mila foglietti scritti, che era peccato tanto il buttarli sul
fuoco, come il lasciarli in preda ai topi e alle tarme.
‑ E non sono qui tutte... A
Cremona ne avrò raccolte a quest'ora un'altra ventina di cartelle, che
comprendono la serie delle iscrizioni funerarie; ma prima che questa raccolta
sia compiuta, lallèla…‑ disse agitando le due mani floscie in aria, per
far capire che la strada era lunga.
Questa raccolta, comprendente la
XXXVII serie, doveva radunare tutte le iscrizioni dei cimiteri, delle cripte,
non esclusi i cenotafi e le erme votive, senza trascurarne una, anche dei più
remoti villaggi di montagna, divise e suddivise per mandamenti, capoluoghi,
comuni, frazioni, in modo da formare nel loro complesso un «Novum Corpus
inscriptionum italicarum» pari a quello che il Mommsen fece per l'epigrafia
latina. Si trattava (e in questa sua aspirazione don Lorenzo era veramente
encomiabile) di prevenire il desiderio e la curiosità dei posteri.
‑ Non è egli vero ‑
diceva spesso ‑ che, se Varrone avesse pensato a raccogliere lui le
iscrizioni del suo tempo, avrebbe risparmiato a noi l'incomodo di cercarle?
Sicuro che non è impresa da pigliarsi a gabbo, e io ho questo mio cuore
benedetto che mi travaglia e non mi lascia sempre lavorare quando voglio. Ecco
perché vi ho fatto chiamare, caro Giacomo. Sapete quanta stima abbiam sempre
avuta per voi.
‑ La sua famiglia, signor
conte, fu sempre troppo buona verso di me ‑ disse Giacomo con commozione
sincera.
‑ Coi Lanzavecchia delle
Fornaci siamo da un pezzo buoni vicini e non c'è mai stata ombra di dissidio
fra noi. Ha fatto male il povero Mauro a morir così presto. Pareva il ritratto
della salute, povero omaccione! Per me è un brutto avviso, perché siam lì lì
cogli anni, e i cardinali, dicono a Roma, muoiono sempre a due per volta. Ci
pensavo anche stanotte a quel pover'uomo, e, se permette, vi farò sentire
quattro righe d'una iscrizione, che avrei preparato per la sua croce.
‑ Il signor conte onora un
galantuomo...
‑ Non solo questo, ma ho
voluto darmi il gusto di riprodurre un carattere. Non vorrei portar nottole ad
Atene, e voi farete di quel mio esercizio quel conto che vorrete; quel che
importa è che l'epigrafia non resti sempre nelle mani di questi benedetti
curati, che guasterebbero il Santissimo. Dopo il Giordani, che fu quel gran
maestro che sapete, non si vede più una iscrizione tollerabile. Ma parleremo
con più agio anche di questo un'altra volta; ora desidero sapere da voi che
cosa si potrebbe fare di questo gran materiale di quasi trentamila iscrizioni,
fra lunghe e corte, che rappresentano per me il lavoro paziente di trent'anni.
Credete che valga la pena di stamparle? la contessa dice di sì, e alle volte le
donne hanno più di noi il senso fino della convenienza; ma se si stampano, le
esigenze scientifiche vorrebbero che si compilasse un indice e forse meglio
ancora due indici, uno per i nomi, l'altro per le cose... e, se ce ne fosse un
terzo in ordine cronologico, tanto meglio: ma voi mi capite, Giacomo, che per
far tre indici di trentamila iscrizioni, lallèla, non basterebbero gli anni di
Matusalem.
Il conte raggrinzò la faccia a un
riso lungo e silenzioso, che gli fece raccogliere in un ciuffo le grosse
sopracciglia grigie biancheggianti e colorì la sua bella faccia di galantuomo
sotto il berretto d'astracan, da cui scappavan due altri ciuffi di capelli
brizzolati irti come lesine.
Giacomo, messo nella necessità di
dover dare una risposta cortese, tenne un pezzo gli occhi fissi sulla
superficie e sul volume di quel muro di carta scritta, di cui, a parte le
esagerazioni, riconosceva il merito storico, e più ancora il merito morale di
chi aveva voluto con quell'opera di pazienza guadagnarsi il suo posto in
paradiso.
‑ Sicuro - disse
finalmente, fissando gli occhi ora sul conte, ora sulle cartelle. - Sicuro che
sarebbe un peccato non cavar da questo tesoro un costrutto.
‑ Non pare anche a voi che
un buon index nominum potrebbe portare un bel contributo alla onomatologia
italiana?
‑ Senza dubbio ‑
riconobbe di buon grado Giacomo.
‑ Non è lavoro che si possa
fare né in un anno né in due; ma non è il tempo che manchi alla pazienza. Ne
parlavo anche ieri sera colla mia Cristina, che, coll'intuito pronto delle
donne, mi ha detto: Perché non ne parli al Lanzavecchia? egli potrebbe
aiutarti. È giovane, e diligente, e gli può far piacere di trovare
un’occupazione tranquilla che gli permetta di stare a casa sua. S'intende che
ci dovremmo intendere da buoni amici. Quel che vi dà, per esempio, il collegio
di Celana, ve lo potrei dare anch'io, per tre, per quattro anni, fin che è
necessario: e vi darò anche di più, quando si incominciasse la stampa del primo
foglio, in proporzione della fatica e dei meriti. Così avreste il vantaggio
morale di restare quest'inverno a casa vostra e di attendere anche alla vostra famiglia.
Di tanto in tanto potrei fare una scappatina per consigliarmi con voi, e,
quando si tornerà al Ronchetto per il raccolto dei bozzoli, si potrà dar
principio alla pubblicazione d'una prima puntata. Che ve ne pare?
Prima che Giacomo avesse il tempo
di metter fuori una risposta degna di lui e del conte, una voce interna gli
disse che questa proposta era un'abile e delicata insidia della contessa, che
voleva fargli un beneficio senza umiliar il suo amor proprio: e nella
schiettezza della prima impressione provò verso la buona signora un nuovo
palpito di gratitudine. La contessa, che conosceva le angustie della sua casa e
le segrete aspirazioni del suo cuore, gli offriva con un gentile artifizio un
mezzo onorevole per provvedere degnamente alle une e alle altre; e nello stesso
tempo veniva a infondere uno spirito di vita in un materiale sepolto, su cui si
era logorata inutilmente l'energia podagrosa del povero conte.
‑ La proposta che il signor
conte mi fa ‑ riprese a dire con un tremito di contentezza ‑ è di
quelle che lusingano l'amor proprio d'un uomo e anche, posso dire, la golosità
d'uno studioso. Ma non so se il còmpito sia fatto per le mie spalle.
‑ Non è il caso di citare
il quid valeant humeri, caro Giacomo. Duecento lire al mese, per due, per tre,
per quattro anni, fin che sarà necessario, fin che vi piacerà, è la mia
proposta: e tocca a me ringraziar voi, che mi cavate da questo sepolcro. È
sempre stato il mio sogno di lasciar qualche cosa, che mi ricordasse a' miei
figli, quando sarò fatto polvere di pomice. E poiché sento che vostro padre vi
ha lasciato in qualche imbarazzo, d'accordo con Cristina, non solo vi prego
d'accettare questa nostra proposta, ma speriamo che non vorrete rifiutare fin
d'ora una piccola anticipazione sul vostro lavoro.
Nel dir queste parole il conte
tirò fuori da un volume del Forcellini, che aveva sulla scrivania, una grossa
busta di carta sigillata e si avanzò verso Giacomo, che, ritirandosi verso il
muro, cercava di schermirsi. Don Lorenzo lo spinse bel bello nell'angolo tra la
libreria e la stufa, e, sollevando il pesante dizionario, andò ad appoggiarlo
allo stomaco del giovane Lanzavecchia, mentre seguitava a dire colla sua quasi
infantile bonarietà:
‑ Non capite che è tutta
una nostra furberia? se voi accettate questo denaro, non ci scappate più.
E senza aspettare una risposta,
il conte insaccò la busta gonfia nel taschino, dove Giacomo soleva nascondere
la peppinetta.
‑ Se non volete accettare
per voi, accettate per i bisogni della vostra mamma. Io voglio che possiate
dare a questo lavoro tutto il vostro tempo, e tutto l'animo vostro; né dovete
immaginarvi che vi si voglia far l'elemosina. A chi volete che affidi questa
enorme fatica, se non siete voi, che da molti anni considero come un figliuolo
della casa? Non spererò mai che Giacinto abbia a pubblicare le mie opere
postume. Povero Giacintone! ‑ Il conte ritornava pian piano a ricollocare
il primo volume del Forcellini accanto al secondo, senza smettere di ripetere: ‑
Povero Giacintone! più grande amico dei cavalli che dei libri. Avrei dovuto
chiamarlo alla greca, Filippo o Ippofilo... Mi ha scritto ieri una cartolina da
Roma tutta piena di parole tenere e senza errori di ortografia. È a lui che
voglio dedicare, se campo abbastanza, questa pubblicazione, a cui intendo
premettere un «Discorso preliminare intorno agli Uffici della Nobiltà nel
presente tempo», che mi sta sul tavolino da parecchi anni e non aspetta che
un'ultima spinta...
Fabrizio, il vecchio cameriere
particolare del conte, comparve in quel mentre sull'uscio:
‑ La signora contessa prega
il signor Giacomo, prima d'andar via, di passare un istante da lei.
‑ Dite invece alla signora
contessa che l'aspettiamo qui ‑ soggiunse il conte: e fatto un cenno a Giacomo,
lo trasse nel vano della porta a vetri, che dava sul giardino, dove,
affievolendo colla voce la importanza della cosa, gli disse: ‑ Eccovi le
due righe di epigrafe che avrei scritte per quel povero uomo... Voi sapete da
insegnarmene, ma la qualità dell'uomo presentava questa volta qualche
difficoltà stuzzicante. Imbalsamare gli illustri personaggi è mestier facile;
ci arriva anche il sacrestano. Il punctum è di saper far vivere nel sasso un
uomo modesto, un fabbricatore di mattoni: qui ti voglio, Giovannino! non si può
mica mettere sul marmo la locuzione: Fabbricatore di mattoni... e tanto meno
quello sguajato (sgua-j-a-to, colla coda, con vostro
permesso) epiteto di fornaciajo, e tanto meno fornaciaio coll’i corto. Ergo,
come ce la caviamo? il latino dà fornacator, che non ha continuità nel volgare:
meglio sarebbe calcarius, ma calcario può indurre nel volgo ambiguità e far
pensare a ricalcare, calco, calcagno. Plinio mi dà un buon laterariorum
fornacator, vale a dire cuocitore di laterizii, ma c'è pericolo che si cada
nell'astruso, mentre il bello, come il sole, è tutto nella chiarezza. Quando
poi si tratta di stile epigrafico, il bello è tutto nell'evidenza...
Donna Cristina entrò ad
interrompere la dotta esposizione, nella quale il conte si rianimava già tutto
come un anatrino, che, dopo un lungo tempo di polvere e di siccità, senta
tuonare in cielo e subito dopo vede l'acqua traboccare dai fossatelli.
Era la prima volta che la
contessa rivedeva Giacomo, dopo la morte di Mauro Lanzavecchia: e il giovane
attribuì l'animazione dolente, quasi paurosa, con cui gli tese la mano, a un
sentimento di commiserazione e di fedele amicizia.
‑ Giacomo non ci dice di
no, ‑ cominciò a riferire il conte - anzi la cosa è fatta. Io gli dicevo
poc'anzi quel che mi dicevi tu ieri sera; è un piacere e un servizio reciproco,
che ci facciamo. I vecchi hanno bisogno dei giovani e i giovani hanno bisogno
dei vecchi.
‑ Signora contessa, ‑
prese a dire Giacomo con un'intonazione così profonda che per poco non
rasentava il pianto ‑ non è la prima volta che io provo la bontà e la
generosità illuminata di questa casa e, se qualche cosa mi trattiene dal dire
subito di sì, è il dubbio ch'io non sappia degnamente corrispondere. Ringrazio
il signor conte, ringrazio lei, donna Cristina... ‑ E, non sapendo più
continuare davanti alla forte commozione, stese le mani a questi suoi due
benefattori, fissando gli occhi sulla luce della finestra.
‑ Offrendole questa tenue
anticipazione, non intendiamo di umiliare il suo coraggio, caro Giacomo, ma
solamente di metterla in grado di compiere più bene il suo dovere di figlio
amoroso e di studioso. Non è un dono, ma un prestito, che vogliamo assicurare
alla sua attività.
La contessa disse tutto ciò con
un accento quasi sforzato, come se ogni parola le cagionasse un tormento.
‑ E poi, Giacomo potrà
anche, restando alle Fornaci, dare un occhiata a questa nostra gente. Il
fattore è vecchio e comincia a far capire poco quello che dice, come un
filosofo anche lui... ‑ Il conte, che per aver ben digerita la colazione
era in vena d'allegria, seguitò a battere una solfa leggiera sulle spalle del
filosofo che aveva davanti ‑ Finché non torni a casa dal servizio
militare Bogella il giovine non farà male un'occhiata intelligente alla casa.
Anche questi libri avrebbero bisogno d'un buon repulisti, ma se i servitori ci
mettono zampe, addio categorie...
Don Lorenzo, in questo istante,
per non so quale successione di idee, si ricordò di non aver ancor preso il suo
caffè delle tre. Egli soleva fare la sua prima colazione alle sette con un
brodo liscio, o con un caffè all'ovo, o con una tazza di cioccolata che
Fabrizio gli portava in camera, a seconda delle esigenze dello stomaco. In
cucina e nelle sue adiacenze giudicavano subito dell'umore del padrone dalla
chicchera sporca che tornava indietro. Brodo liscio significava sempre pranzo
mal digerito, notte inquieta, giornata torbida, brontolamenti a tavola, piatti
di ritorno, rimproveri al cuoco, accessi di palpitazione, sgomento della
contessa, lacrime delle cameriere. Quel doversi mettere a tavola senza voglia
di mangiare era per il conte una mortificazione insopportabile, quasi un vivere
senza speranza, come avere un bel libro in mano, scritto bene, stampato bene, e
non vederci. Per mantenere il buon equilibrio dello stomaco, che pei ricchi è
la base della felicità, come pei poveri si vuole che sia il ventre, don Lorenzo
faceva gran conto sul suo caffè caldo delle tre, anch'esso un piccolo piacere
della vita, che Orazio, il classico gaudente, non aveva conosciuto, una vera
nettarea bevanda, che avrebbe potuto ispirare a Virgilio un poemetto
didascalico sul tipo delle «Georgiche». Nei primi ardori giovanili, quasi tutti
ci sentiamo in qualche parte di noi stessi un poco poeti, don Lorenzo aveva ben
carezzata l'idea d'una Coltivazione del caffè in versi sciolti, sull'esempio
del poemetto che l'Arici consacrò alla Coltivazione degli olivi; e le quattro
parti eran già distribuite con una varietà di scene e di episodi, che andavano
dai torridi campi del Guatemala all'Ottagono della Galleria e al caffè Biffi di
Milano; ma la difficoltà inaudita d'introdurre in versi rispettabili certe
parole, come chicchera e macinino, ne aveva a più riprese stancate le mani.
Dopo averne pubblicato un mezzo canto sull'«Annuario degli Agiati di Rovereto»,
continuò a berlo il suo nèttare, ma lasciò stare le Muse, che non potevano
ispirare quel che non avevano mai provato.
Mentre Fabrizio serviva il caffè
nelle belle chicchere di porcellana, Giacomo espose nettamente alla contessa il
desiderio di avere alle Fornaci per alcuni giorni, la Celestina, in aiuto alla
povera mamma.
‑ È impossibile... ‑
scattò a dire la contessa colla istintiva prepitazione di chi si difende da un
improvviso assalto; ma poi per correggere sé stessa e per distruggere
l'impressione che doveva produrre una così recisa risposta: ‑ Cioè, non
per dir di no, ‑ soggiunse con umile spiegazione: ‑ in un altro
momento non avrei fatto ostacolo; ma in questi giorni aspetto le mie cognate di
Buttinigo, avremo gente a pranzo... insomma se me la lasciate...
‑ Che cara figliuola questa
vostra Celestina! ‑ disse il conte, che cominciava a gustare col naso il
profumo del suo caffè ‑ la mi piace con quel suo fare allegro e
villereccio, che mi ricorda la Nencia di Barberino. Quando mi sento di cattivo
umore o lo stomaco impastato, la faccio cantare: Va là, villan... e mi pare di
bere una tazza d'acqua fresca del fonte d'Ippocrene. Birbone il filosofo! ‑
sentenziò socchiudendo gli occhietti maliziosi, mentre indicava col cucchialino
alla contessa l'amico Giacomo, che stava prendendo il suo caffè in piedi con un
contegno imbarazzato, colla testa accesa da una non ingrata commozione. ‑
Birbone il filosofo, in filosofia, lui dice, io sono spiritualista, hegeliano,
trascendentale e, se non vi disturba, anche intinto di panteistico spinosismo;
ma in amore cerco il materiale e il palpabile. Questi idealisti son più birboni
degli altri, ve': a noi dànno le penne, ma l'oca se la mangiano loro...
Mentre il conte, fatto rubicondo
dal piacere, interno ed esterno, rideva cogli occhi, colla pelle del naso e col
cucchialino, il volto di donna Cristina, pallidissimo, si fissò sui vetri della
finestra in una rigidezza più severa che dolente.
Il conte che aveva la bocca
buona, continuò:
‑ Solamente, caro Giacomo,
procurate che queste signore non ve la guastino, col loro Sacro Cuore. È
diventata una esagerazione questo Sacro Cuore di Gesù. Pare che non si possa
esser buoni cattolici, se non si fanno smanie per queste francioserie. Adesso
bisogna che anche la divozione ci venga di Francia insieme alla moda dei
cappellini. Oggi «Sacré‑Coeur», domani «Ravachol»...
Il conte, che aveva colla Francia
una vecchia ruggine per quel che aveva letto dei tempi del Terrore, non poteva
perdonarle la continua e deleteria influenza, che il libro francese esercita
sul modo di scrivere dei nostri giornalisti e dei nostri stessi autori, non
escluso quel benedetto don Alessandro, che in questa faccenda dello scrivere ha
avuto dei grossi torti.
‑ Francioserie di lingua,
francioserie di cappellini, francioserie di Madonne e di Sacri Cuori, a furia
di francioserie ci sveglieremo una bella mattina con una bomba sotto il letto.
Io son vecchio ormai, o almeno spero che questo balzano di cuore mi farà morire
a tempo: ma voi, Giacomo, mi saprete dire... cioè non verrete a dirmelo, perché
sarò morto, ma vi accorgerete che gusto sarà questo vostro Socialismo.
‑ Non è mio, signor
conte... ‑ obbiettò sorridendo Giacomo.
‑ Non è vostro, ma è figlio
della vostra filosofia dalle maniche larghe. Ve ne accorgerete, ve ne
accorgerete. Speriamo che per quel tempo io abbia finito di mangiare la mia
galantina e di prendere il mio caffè. Mi rincresce per il mio Ippofilo, per
Filippone, e per quell'angelo che suona il cembalo di là.
Il conte tacque per ascoltare
alcune battute di una sonatina di Beethoven che donna Enrichetta eseguiva con
una garrula agilità. Le note entrarono e risonarono nello studio, come il
trillo gaio d'un canarino. La luce tiepida del pomeriggio, passando per le
finestre, diffondevasi sugli scaffali, sulle splendide rilegature dei libri,
sui vasi di porcellana, sulle cornici dei quadri, sulle stoffe damascate delle
poltrone in una festa tranquilla di colori e di forme, in mezzo a cui apriva le
braccia un mite crocifisso d'avorio biancheggiante su un drappo rosso ricamato
in oro dalle mani della contessa e sormontato dallo stemma di casa.
Duemila lire!
Giacomo, nel ritornare alle
Fornaci per la bella strada che gira dietro il «Roccolo» di don Andrea, non
fece che pensare a questa offerta, che gli avrebbe permesso di lasciare per
qualche tempo l'insegnamento e di rimanere alle Fornaci a dirigere la
liquidazione e gli accomodamenti della sua casa.
Duemila lire!
S'egli tornava indietro col
pensiero fino alle prime memorie della vita, non ricordava d'aver posseduto
mai, tutto in una volta, una somma così grossa e veneranda, né di aver mai
pensato, in mezzo alle ipotesi della possibilità, a quel che si può fare con
due mila lire in mano. Gli era nota la forza del sole e anche quella
dell'intelligenza umana, che sa predire le eclissi: ma della potenza dinamica
del denaro, se aveva un'opinione confusa, per quel che si può vedere
guardandosi in giro, non ne aveva mai provata la sensazione immediata del
possesso, sensazione che gli metteva in corpo una specie di vanagloriosa
ebbrezza.
Gli pareva che con due mila lire
un uomo, che non fosse stato ne' casi suoi, dovesse realizzare un tal
patrimonio di compiacenze e di cose felici che a descriverle bene non sarebbero
bastate due mila pagine d'un bel formato Le Monnier.
Bastava dire che in grazia di
quei quattro foglietti da cinquecento, chiusi in una busta di carta, egli
avrebbe potuto sposare e vivere un anno lautamente con Celestina in quattro
camerette imbiancate di fresco, tra quattro mobili profumati di vernice fresca:
un anno di paradiso, mezzo in terra e mezzo in cielo, di cui non sapeva
supporre le delizie, senza provare delle vertigini quasi mortali. E faceva
conto che restasse ancora il margine per una cinquantina di libri tra vecchi e
nuovi, che, a furia di farsi desiderare inutilmente, eran diventati anch'essi
una specie di amoroso tormento. A Bergamo aveva veduto esposto in una bottega
un vestito intero di un panno grigio‑ferro per
sessantacinque lire: c'era da far la figura di un signorone. Per men di
quaranta lire un suo collega, più disgraziato di lui, gli aveva offerto un
orologio d'oro, che avrebbe potuto diventare uno splendido anello con un
rubino, un simbolo lucente che parlasse alla santarella d'un cuore vivo,
coronato di spine, come quello del buon Gesù. E tutto questo per duemila
miserabili lire, per molto meno, cioè, di quel che costa un cavallo! Il denaro
non è l'idea, ma compera i padroni dell'idea. Misteriosa calamita, attira la simpatie
degli uomini, di cui consolida il lavoro e la forza, come il raggio del sole si
consolida nei frutti della terra. Il denaro è la volontà del mondo fatta
metallo, è la forza quasi divina della materia, che il cieco volgo prosternato
adora; e peggio per chi non ci crede! Le porte d'oro del piacere non si
apriranno agli empi. Se non che le benedette duemila lire non erano per lui che
una goccia di rugiada al sole. L'avvocato Brognolico aveva parlato chiaro. Si
sarebbe tentato un concordato coi creditori, che, non potendo continuare essi a
fabbricare mattoni, forse avrebbero potuto nel loro interesse venire a una
intelligenza coi Lanzavecchia, che da padroni di casa dovevano rimanervi come
servitori degli altri. Alla povera mamma doveva parer brusca questa sentenza, e
più brusca alla Lisa, con quel suo carattere indocile e caparbio! Battista
doveva per ora e forse per sempre rinunciare alla sua Fiorenza, la quale non
aveva servito che di specchietto per tirare gli allocchi nelle reti del sor
Francesco della Fraschetta, un gran positivista anche lui! e anche Angiolino
aveva finito di divertirsi colle sue trappole ai topi e cogli archetti agli
uccelli. In quanto al sor Giacomo, il gran fabbricatore e negoziante di nebbia,
come aveva già detto: Cara Celestina, addio... poteva aggiungere anche: Addio,
filosofia! I creditori, gli avvocati, il curatore, il giudice, non potendo
battere un morto e avendo bisogno di un vivo che potesse rispondere, venivano a
cercare e a tormentare lui, che aveva studiato e perfino stampato dei libri.
Camminando per la bella strada
del sole, Giacomo così parlava all'ombra sua, che gli scivolava di sotto i
piedi: ‑ Intanto bisogna che ti metta nelle mani d'un uomo pratico, che
ti consigli e ti mostri fin dove è dover tuo riconoscere gl'impegni di tuo
padre. Un sapiente della tua forza è un pulcino nella stoppa in questi affari;
tutti sistemi di filosofia presi insieme non pagano un soldo di pane. In queste
angustie le profferte di casa Magnenzio e il soccorso pronto di questi buoni
signori sono la mano di Dio, e tu non potresti rifiutare senza esporti al
biasimo di altezzoso, di superbo e di sconsiderato. Non è elemosina, bensì una
onesta anticipazione, che potrai restituire con largo interesse in altrettanto
lavoro; ma fosse anche l'elemosina, il respingerla quando viene fatta a questo
modo, sarebbe più una scontrosità che un atto dignitoso. Si fa del bene anche
col lasciarlo fare agli altri, e il saper ricevere non è merito più comune che
il saper dare. Se si toglie ai signori ogni occasione d'esser utili al
prossimo, non si sa perché Dio li metta al mondo. Anche la ricchezza finirebbe
col diventare un'illusione, se non giovasse a diminuire i mali del mondo,
mentre nelle mani dei buoni e dei generosi la ricchezza è la vicaria della
Provvidenza in terra.
Tra questi pensieri giunse in
vista delle Fornaci. Blitz, quando riconobbe il padrone, gli mosse incontro a
fargli festa con un gran dimenare di coda. Giacomo gli strinse il muso, lo
guardò negli occhi, e mettendogli vicina al naso la busta suggellata:
- Indovina ‑ gli disse ‑
che cosa c'è qua dentro. ‑ E siccome il cane ignorante non sapeva che
odore avesse il denaro, Giacomo gli batté la busta sul naso, dicendogli: ‑
Questo è l'Assoluto, asinaccio!
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