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Donna Cristina giunse alla villa
di donna Fulvia di Breno verso le tre, come aveva scritto.
Quantunque donna Fulvia fosse di
alcuni anni più giovane, la loro amicizia, che risaliva fino ai tempi del
collegio, conservava tutta la freschezza d'una simpatia d'anime sorelle.
Entrambe erano state educate dalle dame inglesi di Lodi, dove avevano lasciata
una memoria molto diversa, frutto del temperamento molto diverso del loro
carattere, che gli anni e la pratica della vita avevano forse potuto modificare
ma non cambiare. Quanto donna Cristina era inclinata ai pensieri alti e alla
compostezza della vita morale, altrettanto la Breno amava prendere la vita da'
suoi lati meno tristi e meno didattici, spingendosi non di rado fin dove
l'allegria si confonde colla spensieratezza. Alta, bruna, asciutta, dal suo
viso magro, tutto profilo, e più ancora dagli occhi di falco spirava una tale
noncuranza per le cose monotone di quaggiù che le stesse afflizioni non
osavano, sto per dire, accostarsi, quasi temessero di non essere prese sul
serio. Maritata a quello spirito freddo e prudente di don Lodovico di Breno,
che fu per molte legislature il deputato indispensabile del suo collegio, aveva
trovato nelle molte relazioni politiche di suo marito e nel suo salotto di Roma
l'acqua chiara, che cercava il pesce per guazzare. Non aveva avuto figliuoli e
non se ne lamentava: e per quanto la cronaca dicesse che, tra una legislatura e
l'altra di suo marito, avesse trovato il tempo di cedere a qualche tentazione, non
aveva mai abusato né di sé stessa né degli amici.
Pare che in certi momenti di
contrizione le avesse giovato l'assistenza della più santa delle sue amiche, la
quale, come soleva fare in collegio amava esercitare sulla fantasia sbrigliata
della Fulvia un'azione correttiva, dolce e materna, che aveva sul diavolino di
casa di Breno un potere spirituale non privo di fascino. E dall'altra parte un
po' per simpatia, un po’ per forza di contrasto, donna Cristina si lasciava
volentieri trascinare a cercare nella Fulvia un segno di quelle ribellioni di
spirito e un sapore di tutte le dissipazioni, che essa aveva severamente
proibite a sé stessa. Il diavolo ha il suo fascino anche lui sull'anima dei
santi. Ora si vedevano di rado, anche per riguardi politici. Per quanto il di
Breno fosse un cavouriano all'acqua santa, tuttavia nella questione di Roma,
quel suo accettare, senza una restrizione, i così detti «fatti compiuti» non
poteva essere il programma né dei San Zeno, né di monsignor vescovo, che
aspirava a far carriera, né della clientela pia e clericale, che dava e
riceveva forza da questi nomi.
Questa differenza politica non
impediva che le persone si stimassero reciprocamente per le loro virtù e che le
signore si scrivessero spesso e si ritrovassero volontieri tutte le volte che
una circostanza rendeva il ritrovarsi necessario o piacevole.
La missione spirituale di donna
Cristina sull'anima ribelle dell'amica non era ancora finita, quando donna
Fulvia (fu verso la metà di settembre) ricevette una letterina di Cristina con
queste parole: «Ho bisogno del tuo consiglio e del tuo aiuto per una tremenda
disgrazia, che minaccia la mia povera famiglia. Verrò giovedì verso le tre:
procura di essere libera. Non lasciar capir nulla a tuo marito di ciò che ti
scrivo, e prega, prega per me».
«Che mai può essere accaduto?»
continuò per due o tre giorni a molinare nel suo capo donna Fulvìa, che aveva
sempre avuto bisogno che pregassero gli altri per lei. E quantunque il sospetto
corresse subito a Giacinto, di cui si sapevano certe sue nuove e poco gloriose
imprese con una principessa romana, pure aspettò con ansiosa incertezza e con
viva trepidazione questa annunciata visita di Cristina.
Giacinto non era a' suoi primi
spropositi, e mai la madre aveva scritto con tono così lugubre! Che don
Lorenzo, quel gran traviato, avesse fatto un torto a sua moglie? o che ci fosse
ordine di arrestarlo per sospetto d'anarchismo? Per fortuna don Lodovico da una
settimana era a Roma relatore di una commissione del catasto, e quindi fu
possibile mantenere il segreto così gelosamente imposto: altrimenti sarebbe
stato un chiedere troppo alle forze di una povera donna.
Non c'è nulla che avvilisca tanto
i fatti, quanto il non poter parlare con chi si vuole e quando si vuole.
‑ Ebbene, che cosa è
accaduto, madre santa? ‑ esclamò, quando ebbe fatta sedere la contessa
nel suo gabinetto bianco ed ebbe chiusa la doppia porta che metteva verso il
salone. ‑ Tu hai una faccia malata, mia cara! Forse don Lorenzo...
Donna Cristina si affrettò a
rispondere di no con un forte diniego dei capo: ma non poté parlar subito,
perche si sentiva la gola piena di lagrime. Siccome era fuggita, si può dire,
da casa sua per cercare un rifugio, dove potesse liberamente dar corso a questa
sua opprimente passione, al primo sfogo ch'ella fece per parlare, ruppe in un
pianto così sfrenato che la povera Fulvia rimase fredda e come allibita.
‑ Che cosa c'è? ‑
domandò di nuovo con una voce che sentiva le lagrime. E, afferrate le mani
della desolata donna, se le tirò a sé, se le pose sui ginocchi, aspettando in
silenzio che quel gran fiume di dolore traboccasse tutto. Quando l'amica poté
ricuperare la padronanza di sé, fu ancora la Fulvia che, insinuandosi, l'aiutò
a parlare: ‑ È per Giacinto che piangi? C'è ancora qualche novità? non è
bastato farlo traslocare a Caserta? è ancora per colpa di quella principessa
maritata?
‑ Peggio, peggio, quanto di
peggio si può immaginare ‑ proruppe la Magnenzio con una forza quasi di
protesta.
- O Dio, s'egli fosse morto!...
- Peggio ancora! E doveva toccare
proprio a me.
E, coprendosi il viso colle due
mani, soggiunse:
‑ O Signore, voi sapete che
io non ho mancato al mio dovere. Ah che castigo, che castigo tremendo!
‑ Raccontami ‑
sussurrò la di Breno, facendosi più vicina e girando un braccio intorno alla
vita della compagna. Dopo aver inghiottiti amaramente i suoi singhiozzi, donna
Cristina riprese a dire: ‑ Sai che ho in casa una povera ragazza, quella
Celestina...
- Ho presente.
- Già fin da questa primavera,
quando Giacinto fu a casa in licenza per alcuni giorni, mi sono accorta che le
usava qualche confidenza; ma siccome la ragazza è onesta e ha il cuore
occupato, non ho creduto che ci fosse pericolo. Ma il mese scorso, quando
Giacinto venne a casa per le corse di Erba, credette di tormentarla ancora, e
non pensò, non pensò il disgraziato che ci perdeva tutti.
‑ Scusa, ‑ fece la
Fulvia un po' accigliata ‑ fin dove devo pensare?
‑ Pensa tutto quel che di
peggio può accadere.
‑ Tu dici che la ragazza è
onesta...
‑ Sì. Una notte che tornò al
Ronchetto alquanto alterato dalla festa... me l'ha confessato lui... non sa,
non si ricorda come sia avvenuto... trovò aperta la stanza... la ragazza
dormiva. Ah che disonore per la mia casa! ‑ tornò a gemere, fremendo con
una irritazione mal repressa, che inaspriva la sua voce in singhiozzi rauchi e
poderosi.
‑ Povera me! ‑
balbettò donna Fulvia, che dal suo posto di spettatrice poté abbracciare con
uno sguardo tutte le conseguenze che un passo falso di questa natura poteva
trascinare con sé. ‑ Non era questo il momento, povera me... ‑ E
dopo un istante di riflessione soggiunse lentamente: ‑ L'hai saputo da
lui?
‑ Entrò lui stesso la
mattina nella mia stanza a confessarmi tutto, in ginocchio, nella stretta del
letto. Che vale il piangere e il pentirsi, quando il male è senza rimedio? Se
mi avesse cacciato un coltello nel cuore, per me era lo stesso. Egli crede
ancora che io sia per trovare un accomodamento: ma che posso fare? c'è da
impazzire, vedi. Se quel pover'uomo, che ha già il cuore malato, viene a conoscere
questo scandalo, mi resta sul colpo. Un Magnenzio, capisci, un nome come il
nostro, che ha una tradizione secolare di onestà! E i parenti? e mio zio
monsignore? Se il popolo s'impadronisce di questo scandalo, se i nostri nemici
vogliono servirsene come di un'arme per combattere noi e il partito ben
pensante, se monsignore viene a sapere... O Dio, io perdo la testa solo a
pensarci... ‑ E come se veramente una convulsa vertigine la rovesciasse,
la povera contessa si lasciò andare colla testa sui ginocchi di Fulvia e
riprese a piangere in un modo contagioso.
‑ Certo che è grossa... ‑
mormorò l'amica ‑ e anche per la sua carriera, se aveva un po'
d'ambizione, non gli gioverà. E per maggior disgrazia siamo alla vigilia delle
elezioni generali, nelle quali i partiti di questi nostri collegi combatteranno
una fiera battaglia. Di Breno dice che il governo massonico tende a spazzarci
via tutti quanti. Non era proprio il momento... ‑ così andava ripetendo
donna Fulvia, come se parlasse a sé stessa, mentre il pianto straziante della
povera disperata strappava anche a lei le lagrime dagli occhi. ‑
Comunque, la calma è il primo rimedio. Non è il primo caso e pur troppo non
sarà nemmeno l'ultimo. La gioventù ha i suoi inconvenienti. In casa nostra è
accaduto, anni fa, qualche cosa di simile; ma il povero papà con un poco di
denaro ha messo tutto a dormire. Vediamo, ha parenti questa tua cara
innocentina?
- È orfana, ma ha qualche
parente.
- Bisognerebbe sapere che gente
è.
- È buona gente, incapace di
approfittare di una sventura.
- Se si offrisse una dote alla
ragazza?
- Fulvia, che cosa dici? ti pare?
- Già, il tuo Giacinto non può
mica sposarla.
Donna Cristina, abbassando la
testa, acconsentì con un sospiro.
‑ Nemmeno monsignor vescovo
potrebbe pretendere tanto. E allora non vi resta che di offrire un altro genere
di risarcimento. Hai detto che la ragazza aveva già il cuore impegnato con
qualcuno? Non si potrebbe persuadere questo qualcuno ad accettare una ventina
di mille lire? il povero papà nel caso di Costanza, se l'è cavata con meno:
perché, via, tu sei buona e fai bene a credere all'innocenza; ma ritieni pure
che in questi nostri paesi le ragazze, più furbe del diavolo, sanno
rappresentare a meraviglia la parte di vittima. Alle volte anche i parenti si
mettono della partita e fan presto ad avere buon giuoco in mano. No? non credi
che sia possibile persuadere Menelao a ripigliarsi la sua belle Helene? Che
uomo è questo Renzo Tramaglino? Un contadino? un operaio?
A queste domande così incalzanti
e taglienti, donna Cristina Magnenzio non seppe rispondere che con uno sguardo
freddo e dolente, in cui si leggeva tutta la grande desolazione del suo cuore.
Alla curiosità di Fulvia essa avrebbe dovuto opporre un nome, che non osava
pronunciare, come se temesse di evocare tra loro un terribile giustiziere. Mai
la bontà e la giustizia d'un uomo avevano parlato con tanta forza alla sua
coscienza! e come se provasse in sé stessa l'offesa atroce che si recava
all'assente, con un atto di nobile risolutezza, protestò:
- No, questo è impossibile!
- E allora bisogna raccomandarsi
alla ragazza e farsene, se è possibile, una alleata. Se ti vuol bene, se non è
una cattiva leggerona, se sente il suo stato, capirà che non ha a guadagnar
nulla da uno scandalo. Procurate di allontanarla, di metterla per qualche tempo
in un sito sicuro e di lasciare a lei l'incarico di persuadere il suo
Tramaglino a voltarsi da un'altra parte. Questa gente non sta poi a far della
psicologia troppo sottile, come si farebbe tra noi. Per loro tutte le donne son
donne, e le ragazze dicono che un papa val l'altro. Se vuoi posso aiutarti. La
sorella della mia maestra di piano è direttrice d'una Casa a Treviglio, una
specie di rifugio, che ricovera appunto questi peccati, dove c'è anche un
ospedale sotto la sorveglianza delle suore.
‑ Potrò io persuadere la
povera creatura a rinunciare al suo ideale, a lasciar la casa, a rinchiudersi
in un ospizio? tu non sai la battaglia che io combatto da un mese in qua. Sì,
finora ho potuto far tacere la ragazza colle carezze, colle promesse, colle
preghiere, con tutto ciò che soltanto il cuore d'una madre sa trovare in queste
disperate circostanze; ma vedo che l'impresa è più forte di me. Celestina oggi
promette che non farà nulla, che non dirà nulla, che andrà dove voglio io, che
non penserà più al suo passato, che mi vuol bene, che accetta la volontà di
Dio; ma non arriva il domani e me la vedo tornar davanti tutta cambiata. Non
dorme quasi più, non mangia quasi più; di notte scende dal letto, attraversa il
corridoio e viene a piangere nella mia stanza, si strappa i capelli, dice che
il diavolo la batte con una catena...
‑ Taci! ‑ pregò donna
Fulvia, impallidendo, con voce spaventata, rabbrividendo nelle spalle.
‑ Vedi, Fulvia, dove siamo?
‑ domandò con lamento straziante la povera contessa, battendo forte le
ciglia e cercando di attaccarsi alle mani dell'amica come se avesse avuto
bisogno di chi la tenesse su. ‑ Vedi che cosa hanno fatto della tua
povera Cristina? Il Signore non mi ascolta più, il Signore mi ha abbandonata.
‑ No, no, povero angelo,
non dir cosi. ‑ proruppe la di Breno, compassionandola, e sorpresa in
fondo all'animo di dover fare verso una tal donna la parte di madre
consolatrice. ‑ Tu hai troppi meriti, perché il Signore ti debba
abbandonare. Sono tribolazioni che ti manda per provare la tua virtù. Vedo
tutta la gravità del caso e trovo che non c'è tempo da perdere. È necessario,
assolutamente necessario, evitare questo scandalo, che darebbe i nostri nomi in
bocca ai framassoni, che non aspettano che un pretesto per dar fuoco alle mine.
Lodovico dice che quest'anno la lotta amministrativa sarà combattuta con
accanimento, perché il governo, che è tutto nelle mani dei progressisti, vuol
rompere la crosta clericale e moderata e sbarazzare il terreno per le prossime
elezioni politiche. Converrà quindi fare un concentramento di forze dei vari
partiti conservatori contro la falange abissina dei sovvertitori, dei radicali,
dei massoni, dei socialisti, e di tutti quelli che amano pescar nel torbido.
Siamo dunque interessati a difenderci e a riparare i punti deboli della
fortezza. Vuoi che io ne parli a Lodovico? Può essere che colla sua influenza
morale arrivi a tempo a scongiurare il pericolo. E se vedrò il tuo Giacinto,
gli farò una predica coi fiocchi. Noblesse oblige, specialmente lui, che può
contare sublimi trionfi. Ragazzacci! ‑ aggiunse, aggrottando le ciglia la
bella magra, come se indagasse un mistero: ‑ È un'altra conseguenza di
questo sordido sport, che hanno messo di moda. On
s'encanaille, ecco!
Rimasero d'accordo che Fulvia,
senza mettere fuori per il momento i nomi, avrebbe sottoposto il problema alla
saggezza politica di don Lodovico, che in questo giuoco di elezioni e di
partiti politici aveva sul banco la sua persona e la sua candidatura.
L'esperienza insegna che in politica bisogna giovarsi specialmente dei peccati
degli altri; e sarebbe stata una bella sorpresa che per il capriccio di un
giovinotto ubbriaco fosse andato sommerso il lavoro paziente di dieci o dodici
anni di candidatura incontrastata. La di Breno, che, non avendo figliuoli,
amava anche lei, alla sua maniera alquanto nervosa, la politica, che le
permetteva di passar l'inverno a Roma, non era donna da dormire in pace su
questo peccato di Giacinto come aveva dormito sempre sui suoi.
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