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In una lettera, scritta verso gli
ultimi di settembre, Giacomo mi discorreva ancora delle sue idee e delle sue
speranze per l'avvenire:
«Non ho osato respingere il
beneficio, che mi offrirono questi miei vecchi benefattori ‑ scriveva ‑
e non me ne pento. Intanto chi procura all'amico l'occasione di essere utile
gli procura uno dei più delicati piaceri, e io sento che il saper ben accogliere
un beneficio è un riconoscere nel miglior modo che la bontà esiste nel mondo.
Ma, lasciando queste sottigliezze che farebbero ridere, se le dicessi, l'oste
della Fraschetta, è certo che io ho potuto ottenere una moratoria (dico
giusto), placare i creditori più feroci, destar della fiducia in questo signore
della Rivalta, che si è offerto di mettere un puntello sotto il tetto di questa
povera casa crollante. Il povero pà dormirà meno male sotto la terra. Sento che
questa è la strada del dovere e procuro di batterla senza discussioni. La
necessità ha questo di buono, che non lascia tempo alle esitanze: o correre o
cadere. Questo signor Mangano della Rivalta di cui ti parlo, e che io considero
come la causa principale della nostra rovina, è venuto a trovarmi con un viso
umile e compunto, s'è sprofondato in inchini e in giustificazioni, sforzandosi
di dimostrarmi che non aveva nessuna colpa nel disastro, che a mio padre voleva
un gran bene, che di me ha una stima immensa, che soltanto le tristi
circostanze hanno potuto congiurare contro un galantuomo; e, per provarmi che
la sua non è un'amicizia di sole parole, mi offrì di ritirare lui tutti i
crediti che gli altri possano vantare verso di noi, e di unire le sue forze
alle nostre per continuare nell'azienda delle Fornaci, che, a parer suo,
potrebbero avere un grande avvenire, quando si rinnovassero i metodi di
produzione e ci fosse una buona testa direttiva.
«Che l'ex‑impresario
abbia a cercare anche questa volta il suo vantaggio, è chiaro come il sole; ma,
nel suo vantaggio, non si può negare che non vi sia un utile e una sicurezza
anche per noi. I miei fratelli, se va quest'accordo, metterebbero le braccia, e
l'ometto della Rivalta il grande ingegno che Dio gli ha dato per far quattrini.
La casa resterebbe così assicurata a queste povere donne, che, alla sola idea
di andar raminghe per il mondo (e dove si andrebbe?), si lascierebbero morire
di spavento. Questo signor Mangano trova che io non manco d'un certo bernoccolo
per gli affari, e da una settimana in qua mi ronza intorno, perché persuada la
contessa a cedergli un certo campo e una cascina, detta la Colombera, in
corrispondenza di alcune cambialette di don Giacinto cadute nelle sue mani. È
un tasto doloroso che dovrò toccare alla contessa: ma non è la prima e non sarà
l'ultima volta. Ed eccoti, caro trapezio, come un filosofo idealista, quasi
trascendentale, può trasformarsi, senza ch'egli se ne accorga, in un mediatore
di affari e in un fabbricatore di tegole. Ovidio non ha prevista questa
metamorfosi». E finiva la lettera con questa notizia: «Celestina è stata poco
bene in questi giorni con una piccola minaccia di tifo, che pare scongiurata.
Essa ha trovato nella contessa una madre amorosa, che me la farà guarire».
Giacomo era tanto lontano
dall'immaginare il terribile disastro della sua vita e dal supporre nella gente
oscure intenzioni che non esitò a trattare direttamente per incarico della
contessa questa faccenduola delle cambiali di don Giacinto, recandosi egli
stesso una bella mattina di ottobre a far visita al signorotto della Rivalta.
L'edificio, che portava il nome
di Rivalta, avrebbe quasi potuto aspirare all'onore di palazzo, se non fosse
stato il deplorevole abbandono, in cui da cinquant'anni in qua lo avevano
lasciato i molti e cattivi padroni, che se l'erano barattato. Di fuori
conservava ancora le traccie e la fisionomia dello stile pesante del seicento
per il suo portone a grossi dadi di pietra, sovraccaricato da un enorme
mascherotto di sasso, e per due vecchie colonnette mal sagomate messe davanti,
che reggevano ancora qualche rugginoso pezzo di catena; ma l'erba cresceva tra
i ciottoli del grossolano selciato, spuntava dalle screpolature delle sconnesse
cornici, le gelosie si sgretolavano nei loro vecchi telai, dopo aver lasciata
l'ultima vernice come una allumacatura lungo le pareti delle muraglie, e le
macchie s'incontravano, scendendo, coll'umidità che saliva dalla corte, come
sparse ombre di desolati fantasmi. Il caseggiato signorile, dopo aver servito
per alcuni anni ad uso di filatoio, era caduto, in conseguenza d'un fallimento,
nelle mani rapaci di questo signor Ignazio, un ex‑impresario
teatrale, intraprenditore di affari indecisi, sovventore riconosciuto di denaro
al prossimo, che tra le molte trappole aveva piantata qui la famosa sega a
vapore. La sega non lavorava più per mancanza, diremo così, di combustibile; ma
il sottile affarista lavorava sempre anche al buio, stendendo i suoi fili
invisibili per un circuito di venti o trenta miglia a tutti gl'ingenui, a tutti
i discoli, a tutti gli allucinati, a tutti i credenti e miscredenti della
fortuna.
Mauro Lanzavecchia era stato uno
degli ingenui. Siccome questo signor Ignazio, ricco ormai del suo, era oggi
molto meno bisognoso di far affari, aveva sugli altri suoi pari il vantaggio di
poter aspettare le buone occasioni, le quali non si maritano che agli uomini
pazienti. E ciò spiega come molti buoni figliuoli di famiglie oneste lo
preferissero agli altri esosi speculatori di mestiere, che non mirano che a
guadagnar presto. Don Giacinto l'aveva, per esempio, sempre trovato un uomo
ragionevole, e in certe occasioni quasi generoso. La stessa educazione
dell'uomo, che aveva molto viaggiato e trattata la compagnia variopinta degli
artisti, oltre a dargli il tratto civile e corretto, non gli permetteva di
mostrarsi sordidamente avido e taccagno, come si mostrano gli strozzini di
seconda qualità. Dacché cominciava a invecchiare e a schiudere la mente, come
soleva dire, ai casti pensieri della tomba, il suo primo pensiero non era tanto
di far quattrino da quattrino, quanto di collocare onestamente la sua Norma a
una persona onesta, che facesse onore al suo denaro. Un galantuomo è anche lui
un buon capitale nel mondo, quando sia ben impiegato; e nessuno sa meglio
apprezzare la rendita che fruttano le modeste virtù di un uomo onesto, quanto
colui che si è trovato qualche volta nelle condizioni di non poter esserlo.
Questo pensiero non era estraneo al desiderio, che lo spingeva ad accostarsi al
giovine Lanzavecchia, a mostrarglisi ragionevole, docile, transigente, migliore
della sua fama, disposto ad accogliere una buona proposta, a rendere un buon
servizio, a riparare, se pareva necessario, un torto o una ingiustizia, a
rimetterci del suo, piuttosto che passare agli occhi del sor Giacomo come un
aguzzino bramoso del sangue altrui. E in questo suo desiderio era tanto più
lodevole in quanto che, a sentirlo, avrebbe potuto maritare la sua Norma a fior
di banchieri ricchi sfondati e, se avesse voluto, farne una contessa o una
marchesa. Duecento mila lire pronte e il resto a babbo morto, col tempo che fa,
possono indorare le vecchie corone, che, senza lo splendore del metallo,
nessuno le vuole più nemmeno per insegna d'osteria. Invece, se Giacomo
Lanzavecchia si fosse fatto avanti col fallimento in una mano e il suo diploma
nell'altra, l'amoroso padre l'avrebbe preferito a un principe, non una volta,
ma quante volte il carattere, l'intelligenza, il sapere, il nome superano i
titoli oziosi.
Giacomo andò alla Rivalta col denaro
e coll'autorizzazione di ritirare le cambiali, che don Giacinto aveva
rilasciate a favore di alcuni suoi compagni di studio. Dal piazzaletto della
vecchia villa si dominava un gran tratto della valle e del corso dell'Adda. Il
Ronchetto col suo fastoso palazzo biancheggiava nel verde folto del giardino;
più sotto era il Santuario; e più in basso ancora le Fornaci, con due vecchi
camini lunghi e affumicati, colla vecchia casa dal tetto bistorto, dai pioventi
cascanti anneriti dal tempo, coi riquadri dei mattoni rossi, che spiccavano
sugli spazi giallognoli esposti al sole dove gli operai lavorano a modellare la
terra nelle forme, all'ombra di un graticcio di foglie secche. Dall'alto si
poteva scorgere anche un tratto del muricciuolo, che chiude il camposanto.
Giacomo si soffermò un istante a
riassumere, con un'occhiata pensosa, la storia della sua povera casa, e provò
un senso quasi d'orgoglio davanti alla riflessione che la filosofia, usata
bene, può servire a qualche cosa. Se i creditori non erano piombati come uno
stormo di avvoltoi sulla sua casa, se i suoi fratelli avevano lavoro e sua
madre un letto e un boccone di pane, il merito stavolta era stato dei
mangialibri. La stima lungamente coltivata aveva fruttato il credito; e il
credito aveva disarmata l'avarizia. «Anche i buoni son furbi» ‑ finì col
conchiudere in cuor suo, mentre coll'occhio andava a cercare tra le sessanta
finestre di casa Magnenzio una certa finestra verso ponente, a cui soleva
mandare le sue giaculatorie. Era la stanza di Celestina. La trovò, l'ultima
sopra le serre, vi si fermò un istante, e, ricordando che «Frulin» era malata,
un senso di oscura tristezza passò come una nuvola nell'animo suo. Un grande
abbaiamento di cani lo fece uscire dai suoi pensieri. Si mosse e andò a battere
al portone chiuso.
Al rimbombo, che rispose di
dentro, si raddoppiò lo sguaiato abbaiamento, in mezzo a cui risonò la voce
poco armoniosa d'una donna, che sgridava le bestie, inviandole all'inferno.
Il catenaccio interno cigolò un
pezzo negli anelli, si aprì uno sportello, e comparve la figura poco pulita
d'una vecchia serva, che, colle maniche rimboccate fin sopra ai gomiti, dava
maledizioni con un padellino a quattro o cinque botoli grassi, ringhiosi che si
avanzavano.
- È lei, sor Giacomo? venga
avanti.
- C'è il signor Ignazio? ‑
domandò Giacomo alla donna, nella quale riconobbe una certa Serafina, che aveva
servito molto tempo in palazzo. Si voleva che l'avessero mandata via per poca
fedeltà. Sui passi della donna, attraversò una corte d'apparenza signorile, ma
forse d'aria ancor più umida e tetra che non fosse di fuori.
‑ Sora Norma ‑ chiamò
la serva.
Una bella voce di contralto
rispose con un gorgheggio:
‑ Chi mi chiama?
Ed ecco subito dopo comparire
sull'uscio della sala una florida ragazza, dal portamento soldatesco, coi
capelli scomposti sopra un giubboncello rosso fiammante ornato di alamari d'oro
come una divisa ungherese, che si teneva in braccio una cagnolina appena nata,
colla tenerezza con cui si porterebbe una bimba a battezzare. Gli occhi grandi
e neri come quelli delle famose odalische ebbero un lampo di gioia. Tirandosi
accosto l'uscio, senza però nascondere la bella e arruffata testa di zingara,
la signorina Norma si scusò di non essere presentabile, e pregò il signor
Lanzavecchia di passare nello studio di papà.
Il signor Ignazio, con indosso
una vestaglia da camera a fiorami rossi su fondo giallo, con un berretto da
cavallerizzo in una mano, stese l'altra mano al caro visitatore, si sprofondò
in cerimonie, che avevano un non so che di frettoloso e di agitato, e, chiesto
perdono per il gran disordine, fece sedere Giacomo in uno stanzino pieno di
vecchi mobili, di quadri, di suppellettili preziose, che gli davano l'aspetto
d'una bottega di rigattiere.
L'ex‑impresario,
magro, secco, nervoso, col viso volpino di certi uomini d'affari, si mostrò
d'una cortesia infinita, profondendosi in complimenti, che il suo accento
triestino rendeva ancora più morbidi. Quando Giacomo fece l'atto di levare il
portafogli di tasca, non volle assolutamente né ricevere, né vedere il denaro:
‑ Dica alla signora
contessa che non intendo far speculazioni sulla inesperienza di un giovinotto
allegro. Don Giacinto ha firmato per gli altri, ed è giusto che gli usi qualche
riguardo; io sono pronto a rinnovare questi piccoli effetti, che possono valere
molto meno di quel che dicono. Spero invece che la signora contessa vorrà
accontentare quel mio modesto desiderio che lei sa, caro signor Giacomo, e
vorrà cedermi quel pezzo di campo della Colombera a cui faccio la corte da un
pezzo. Questa Rivalta è un cimitero, come vede, e il mio sogno è di finire i
miei giorni al sole. Lei deve assolutamente aiutarmi in questa faccenda.
‑ Casa Magnenzio non usa a
vendere e non so come potrò persuadere la contessa...
‑ Lei può molto, ora, lo
sappiamo; e sappiamo anche che può chiedere quel che vuole a quei signori.
‑ Sono un magro mediatore ‑
tornò a dire il buon uomo.
‑ Lei è più filosofo di
tutti, mi lasci dire, e noi dobbiamo fare della strada insieme. Ora le
presenterò mia figlia... ‑ E, dirizzandosi coi suo passetto scivolante
verso l'uscio, chiamò due o tre volte: ‑ Norma, vieni un po’ qua. ‑
E poi gridò verso la cucina: ‑ Porta il caffè, Serafina... ‑ E
poiché Norma si faceva alquanto aspettare, egli tornò a sedersi davanti al
giovine, pose confidenzialmente le mani ossute e lunghe sui ginocchi di lui, e,
dopo aver battuto tre o quattro colpetti confidenziali, passò la mano sul filo
di due baffetti sottili, tinti e tirati aguzzi come punteruoli: ‑ Che
piacere che provo, caro professore, di stringere con lei un po' d'amicizia. Io
non sono né un letterato, né un protettore di letterati, ma so giudicare gli
uomini e li peso per il loro valore. Lei è un uomo, che andrà molto avanti, e
per la strada maestra. Noi poveri affaristi, che siamo costretti a rimestare
negli stracci, non sempre le mani vanno dove si vorrebbe. La scienza invece è
una cosa astratta e pulita; non solo, ma la scienza oggi è la sola e genuina
aristocrazia possibile di fronte a questi contini e marchesini, che non valgono
più della porcellana rotta. Il mondo, oggi, è di chi pensa e di chi lavora.
Vieni, Norma ‑ disse, alzandosi di nuovo, andando incontro alla figlia,
che entrava col vassoio del caffè. ‑ Conosci il professor Lanzavecchia? è
un filosofo, che è stato anche garibaldino. La penna e la spada, ecco uno
stemma che mi piace.
Giacomo si alzò, s'inchinò alla
signorina, che nel frattempo aveva dato un colpo di pettine alla chioma
selvaggia, e accettò il caffè, ch'essa gli versò lentamente da un cuccumino tignoso,
stando in piedi come un gendarme davanti a lui, carezzandolo cogli occhi neri e
morbidi come il velluto, fino al punto di costringere il bravo giovinotto ad
abbassare i suoi sul piattello.
‑ Questo è il mio gioiello,
dirò anch'io come la madre dei Gracchi ‑ esclamò l'orgoglioso padre,
stringendo con affettuosa dimestichezza nelle dita la gota rubiconda della
ragazza ‑ e, siccome non ho che lei al mondo, posso dire che questa è la
mia vita. Essa è nata in America da madre spagnuola. Non è forse un bel pezzo
d'andalusa? Avrebbe voluto studiare il canto anche lei come sua madre, che è
morta, poverina, di febbre gialla: ma io, che conosco il mestieraccio, glielo
proibisco. Quando si hanno duecentomila lire di dote, si può fare qualche cosa
di meglio che non andare a scopare i palcoscenici colle gonnelle.
‑ Sposerò un principe russo
‑ uscì a dire la bella creatura con tono lieto e scioccherello.
‑ Che principe d'Egitto!
sposerai l'uomo che ti piacerà, e mi darai dei nipotini, ai quali voglio
lasciare qualche cosa, perché tuo padre non ha ancora eseguiti tutti i pezzi
del suo programma.
Si parlò di molte altre cose alla
ventura, fin che Giacomo, sentendosi avviluppato in quell'aria come da
invisibili ragnatele, con un atto d'energia, che sapeva trovare nei momenti
decisivi, alzandosi repentinamente, tagliò corto col dire:
‑ Bisogna che io veda
subito il ragioniere Riboni e lo mandi qui a definire la faccenda di queste
cambiali. La signora contessa desidera che il conte non ne sappia nulla...
‑ So rispettare tutte le
delicatezze ‑ disse il padrone di casa con un fare umile umile. ‑
Io spero che il signor Giacomo vorrà favorirmi qualche altra volta. Abbiamo di
là una piccola raccolta di monete antiche, che forse potranno interessarla.
Norma sa distinguere benissimo un Nerone da un Diocleziano. Sento dire che
anche il conte Magnenzio è un mezzo antiquario. Lo incoraggi, e me lo conduca
qualche volta. Troverà prezzi, dirò così, di fallimento. Norma, accompagna il
signor professore...
E dopo avere stretta la mano di
Giacomo nelle sue di scheletro vivente, s'inchinò per l'ultima volta, chiuse
l'uscio, lasciando che la ragazza accompagnasse il giovane a vedere la raccolta
delle medaglie antiche. Ma Giacomo, che possedeva la sua psicologia e sapeva
servirsene, mostrò di avere una grande premura, promise che sarebbe tornato con
più comodo e, rinnovati i suoi rispetti alla signorina, si avviò verso il
portone seguito dai botoli, che mostrarono colle loro giravolte e con certi
mugolii di tenerezza di saper anch'essi apprezzare la filosofia.
Quando Giacomo fu di fuori, corse
a un tratto per la bella strada al sole, colla contentezza del topolino che
fugge da una trappola troppo grande per il suo piccolo corpo. Che il signor
Ignazio volesse bene a sua figlia e lavorasse per accrescerle la dote, che
Norma, la figlia della spagnuola, avesse due magnifici occhi e un fare procace
di baiadera, eran cose naturali, che stavan bene al loro posto; il punto
difficile cominciava nel voler trovare quel tal uomo rispettabile, che servisse
di errata corrige alle cattive speculazioni del suocero e che, insieme a una
bella ragazza spettinata, si rassegnasse a sposare una ricchezza racimolata nei
due emisferi a furia di baratti e di usura. Sollevando lo sguardo alla finestra
della sua Celestina, l'ultima sopra le serre, che splendeva nella luce del
sole, gli parve di guardare in un angolo del paradiso.
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