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Da Caserta intanto seguitavano ad
arrivare lettere afflitte e commoventi di Giacinto a mammà, nelle quali il
giovane non cessava dal confessarsi colpevole, pentito, spaventato, inorridito
della sua cattiva azione, in ansia continua, in preda ai più acerbi rimorsi;
egli sperava sempre che la buona mammà avrebbe saputo trovare qualche onesta
riparazione, che lo salvasse dal rendere i conti e da uno scandalo. Se mammà lo
trovava questo rimedio, egli prometteva di metter giudizio davvero, di non
toccar più una carta, di non veder più un bicchiere, di lasciare le cattive
compagnie, di abbandonare anche la carriera militare, se era necessario, per
darsi tutto a una vita di raccoglimento e di studio. E finì col suggerire il
nome delle buone zie di Buttinigo, che più di tutti dovevano sentir compassione
di lui, e che avrebbero saputo procurargli i mezzi di spegnere il fuoco, prima
che appiccasse l'incendio alla casa.
Le buone risposte si facevano
invece molto aspettare. La contessa esitava a mettere altre persone a parte di
un segreto, che già si conosceva da troppi. Oltre a miss Haynes e a Fabrizio,
dei quali non avrebbe potuto far senza, essa aveva già dovuto parlarne a Fulvia
di Breno e lasciare che questa ne parlasse a suo marito. Per un segreto, che
essa avrebbe voluto seppellire cento braccia sotto la terra, eran già troppo
quattro persone condannate a tacere. Dal parlarne alle pie cognate di Buttinigo
la tratteneva, oltre al naturale sentimento di confusione e di rispetto, un più
amaro risentimento verso sé stessa, sto per dire, un senso di orgoglio e di
dispetto, quasi sdegnasse della sua sventura, non solo il rimprovero, ma la
stessa compassione di quelle illustri ragazzone. Donna Adelasia e donna
Gesumina, che avevano sempre biasimato il sistema rigido e autoritario con cui
la loro nobile cognata credeva di ben educare un discendente di casa Magnenzio,
non avrebbero saputo, non dico rallegrarsi, che proprio non era del caso, ma
trattenersi dal vantarsi d'aver avuto ragione. Il risultato parlava chiaro. Il
latino, il greco, il tedesco, l'inglese, la storia e la geografia e tutta la
quintessenza del sapere voluta introdurre per forza in un corpo vivo, come si
schiacciano i volumi in uno scaffale stretto, non avevano impedito che Giacinto
scivolasse sulla prima buccia di cocomero. Per una madre, che si teneva in continue
corrispondenze pedagogiche col canonico Ostinelli, da una parte, e col signor
Lanzavecchia, dall'altra, e che consultava perfin dei libri inglesi, via, il
risultato non poteva essere più desolante. Donna Cristina, più di ogni cosa al
mondo, temeva le grandi ragioni delle anime piccine; e nella sua superiorità
morale le temeva senza aver la forza di disprezzarle. Avrebbe potuto alla sua
volta rimproverare le pie dame di aver voluto con arti e seduzioni segrete
togliere autorità e rispetto all'opera educativa della madre; ma che le giovava
ormai il discutere sopra le ragioni e sopra le responsabilità? il castigo
c'era, e grande e terribile per tutti.
Quando Giacinto seppe che donna
Fulvia di Breno era interessata a fargli del bene, le scrisse una lunga lettera
piena di suppliche e di tenerezze. L'antica amicizia, che legava donna Fulvia a
mammà, aveva abituato il giovine conte a considerare la di Breno come una
persona della famiglia, alla quale si possono fare le confidenze, che a una
madre e a una sorella non si fanno: la chiamava, per vezzo, la zietta, e si
voleva che avesse avuto per lei una poetica scalmana negli anni della prima
fioritura giovanile, quando gli occhi del ragazzo cercano nella donna
un'esperienza matura e non barcollante.
«Dica a mammà» le scriveva «che è
interesse suo e interesse di tutto il casato di non dare a questo fatto, fin
troppo naturale, un'importanza maggiore di quella che ha. Dal momento che non
posso sposarla, una cameriera, tanto fa che mi risparmi le noie d'un processo e
dei possibili ricatti. Se non bastano quattro, dia otto, dia dieci, paghi fin
dove è necessario, e mi salvi dalle scomuniche dello zio monsignore, pel quale
io non sono già in troppo odore di santità. Se tarda troppo, ci sarà chi avrà
tutto l'interesse a speculare su questo momento d'oblio, e ne uscirà uno
chiarivari da teatro diurno. C'è a Bergamo un giornalucolo radico‑massonico
tre volte fallito, che mi darebbe volentieri in pasto alle belve per rifarsi
d'una certa disdetta, che gli ho inflitta l'anno scorso, quando ci fui di
guarnigione un mese. Si figuri con che gusto questi va‑nu‑pieds
piglian le occasioni per far guerra al nobilume e al clericalume! Quindi più
presto si taglia, più presto si provvede anche alla gloria di Dio. Dica e
ripeta a mammà che, se mi tirano in una seccatura, se mi obbligano, puta caso,
come dice il canonico Ostinelli, a lasciare il servizio, vado in Africa e non
mi lascio più vedere, come un esploratore qualunque».
Donna Fulvia rispondeva, sempre
in nome di mammà, che lo scoglio pericoloso era la paura di un certo cugino,
che vantava dei diritti sulla ragazza. E Giacinto, di rimando:
«Credo di ricordarmi questo
cugino, e, se la memoria non m'inganna, non mi pare uomo da amare gli scandali.
Non so fin dove si possa arrivare con lui, perché da un pezzo l'ho perduto di
vista; ma, se il signor Lanzavecchia è ancora quel buon figliuolo che mangiava
i miei pasticci ai tempi della nonna, non può essere né un mangiapreti, né un
fanatico divoratore di aristocratici. Non ha egli studiato coi frutti d'un
nostro beneficio ecclesiastico? non ha rosicchiato per molti anni il nostro
pane? Se è vero che vuol bene alla ragazza che gusto deve avere di metterla in
piazza? dica di me quel che mi merito; non sarei lontano dall'offrirgli delle
scuse e anche delle soddisfazioni; si badi soltanto a non fare di lui un
terribile alleato dei nostri nemici. Insomma, levatemi da queste angustie, che
mi fanno patire le pene dell'inferno. In certi momenti mi prende una tale
disperazione e un tale orrore di me che, se non fosse la fede del
soprannaturale, mi farei saltare le cervella con un colpo di pistola».
Eran queste frasaccie, che non
lasciavano dormire mammà. Nei San Zeno non era sconosciuta questa tendenza a
esaltarsi e a ricorrere a rimedi disperati. Essa per la prima si risentiva di
questa disposizione di razza in certi momenti, in cui le pareva che il sangue
le facesse scoppiare la testa, che il cuore le saltasse fuori dal petto, che la
terra le mancasse sotto ai piedi, che cento fantasmi la inseguissero. La sua
stessa incapacità a scegliere un piano di battaglia era forse un'altra prova di
un temperamento che si lasciava eccitare troppo presto e si logorava in
dolorose incertezze. Ogni rumore era diventato per lei una cagione di sgomento,
talché bastava che vedesse spuntare dal viale il Camillo della posta colla
sacca delle lettere, per provare un tuffo del sangue, un angustioso
rammollimento del suo povero cuore.
Finalmente una mattina (verso la
metà di ottobre), parendole che ogni risoluzione fosse migliore di quell'atroce
agonia, ordinò la carrozza e andò a trovare le due sante di Buttinigo.
Era una giornata piovigginosa con
sparso nell'aria un primo brivido invernale.
Infossata nell'angolo della
carrozza, cogli occhi fissi al finestrino, passò in mezzo alle case, davanti
alle siepi, lungo i filari dei gelsi, all'orlo delle vaste e brune campagne già
umide di guazza, senza veder nulla, tranne il suo dolore, che, come spina
velenosa, trafiggeva la sua vita.
Dopo quasi un'ora e mezzo di
viaggio per le strade malinconiche e fangose, che correvano verso la pianura,
la carrozza voltò nel lungo viale di robinie, che mena alla villa delle due
contesse.
Queste abitavano
nell'antichissima casa, che le aveva viste nascere e che probabilmente, se Dio
teneva conto dei loro meriti, le avrebbe viste morire. In quel loro palazzone
senza architettura, dai muri lividi, dalle cento persiane chiuse, color brodo,
passavano le loro giornate d'estate e d'inverno in una beata agiatezza, rallegrando
la vita con modeste opere di beneficenza, coi pettegolezzi del villaggio e
delle anticamere, col tarocco e colle tazze di camomilla.
Vestivano sempre in modo eguale
come due mosche, con antica eleganza e con quel decoro che non escludeva i
pizzi, gli anelli, i braccialetti, e, nelle giornate calde, perfino un po' di
trasparenza, che lasciava vedere la carnagione bianca e ben conservata delle
loro braccia e delle spalle rotondette. Per diritto di patronato esercitavano
una tal quale supremazia sulle quattro monache dette della Noce, che un
Magnenzio dei secolo XVII aveva dotate coll'obbligo di soccorrere dieci
orfanelle. Queste pie religiose, che, dopo il Signore e la Madonna e i Santi,
veneravano donna Adelasia e donna Gesumina quasi come il Papa, sentivano
l'obbligo di coscienza di tenerle regolarmente informate, non solo di tutte le
indulgenze che vanno attaccate alle vigilie, ai tridui e alle novene, ma anche
del bene e del male che si diceva di tutti i preti per un circuito di dieci
miglia all’intorno. L’arca santa, cioè il carrozzone foderato di stoffa color
castagna colle frangie bianche, dondolante sulle ampie molle, coi passamani
guarniti di fiocchi, coi terribili draghi azzuffantisi sulle portiere, usciva
ab ìmmemorabili due volte per settimana, tempo permettendo, ogni martedì e ogni
sabato, affidato alla prudenza di Rebecchino, invecchiato anche lui come una
castagna secca nella livrea, che gli faceva un guscio troppo largo. Al martedì
uscivano dalla parte del bosco, facevano una piccola sosta alla Madonnina, dove
scendevano a salutare Maria Santissima, comperavano dodici biscotti freschi
alla bottega del Caminada, e col trotto sempre uguale dei due pesanti cavalli
ritornavano a casa dalla parte del molino. Al sabato la carrozza usciva dalla parte
del molino e allora i biscotti li comperavano prima di salutare Maria
Santissima.
Donna Gesumina, nella sua vecchia
innocenza molto ben conservata, riconosceva volentieri nella sorella maggiore,
che era stata fidanzata tre mesi al povero marchese Caccianino, l'autorità
d'interloquire in molte cose delicate, che sfuggono all'inesperienza d'una
zitella; e per parte sua, donna Adelasia, mentre si sentiva lusingata da questa
affezione rispettosa e sottomessa, parlando della vecchia ragazza, usava un
tono di dolce compatimento, come si fa coi bimbi che hanno bisogno di
protezione. Quantunque facessero la vita in comune, si alzassero alla stessa
ora, bevessero e mangiassero insieme nello stesso salotto e discutessero
insieme col Rebecchino su quel che si aveva a preparare in occasione degli
inviti straordinari, pure era tale la deferenza di donna Gesumina per donna
Adelasia che, senza accorgersi, vedeva, pensava e parlava colla volontà della
sorella; fin al punto che, se questa sentivasi la bocca amara o una trafitta in
una gamba, pareva anche a lei d'aver la bocca amara e la gamba indolenzita.
Questa fusione di due anime e di due corpi, consolidata da cinquant'anni di
vita comune, era diventata così intima e omogenea che le due vite non facevano
più che un metallo solo, il quale, toccato, dava un suono solo, perché le
vibrazioni dell'una non potevano essere che le vibrazioni dell'altra. Non era
possibile, per esempio, che una cioccolata avesse fatto peso all'una e non
all'altra; o che l'una sentisse il bisogno di prendere due dita di magnesia
calcinata, senza che questo bisogno non ci fosse anche dall'altra parte. Se non
oggi, avrebbe fatto bene domani.
Le due signore stavano nel gran
salone a pian terreno verso la corte, che serve di galleria ai ritratti degli illustri
antenati, dove passavano gran parte delle loro tranquille giornate. Donna
Gesumina, per rompere la tetraggine del tempo, ripeteva sul pianoforte le
vecchie variazioni sul «Carnevale di Venezia», ch'era stato il suo piccolo
trionfo all'Accademia finale nel Collegio delle dame inglesi, la bellezza di
quarant'anni fa; quando donna Adelasia che ricamava a un telaio presso la
vetriata, sorse improvvisamente a dire:
‑ Guarda un po', Gesumina,
chi arriva con questo tempo.
La carrozza di donna Cristina entrava
in quel momento nel cortile sotto una pioggia fitta.
Le due dame, che non aspettavano
anima viva in un giorno come quello, quando ebbero riconosciuto nella signora
elegante, che discendeva, la bella figura della loro cognata, mandarono una
esclamazione sola:
‑ Che cosa può essere
accaduto?
E ancora più si sgomentarono
quando, dal passo incerto, dal pallore, dall'affanno con cui la contessa entrò
in sala, capirono che qualche cosa di grosso era nell'aria.
‑ Donna Cristina, con
questo tempo? non è mica successa una disgrazia...
Donna Adelasia invitò la parente
a prendere posto nell'angolo a destra, dove essa soleva ricevere il lunedì e il
mercoledì. Donna Gesumina riceveva ogni giovedì nell'angolo a sinistra. Le
piccole differenze d'opinione e di metodo potevano far nascere delle
diffidenze, ma scomparivano nel gran rispetto che le due dame avevano per la
virtù di donna Cristina di San Zeno, nipote d'un vescovo, una delle più
specchiate signore della buona nobiltà; e quand'anche maggiori e più crude fossero
state le loro diffidenze, sarebbero scomparse allo stesso modo nel cerimoniale
largo e ospitale, con cui le vecchie dame continuavano le tradizioni della casa
con quel bel decoro che va cedendo il posto, pur troppo, a un borghesismo senza
elevatezza e quasi senza dignità.
Le tre signore, dopo aver ben
osservato che le porte fossero chiuse, rimasero una mezz'ora in vivo e segreto
colloquio. Quando la contessa ebbe esposto il caso, che l'aveva condotta a
Buttinigo, con quella delicatezza di parole che il rispetto a sé stessa e alla
religione delle parenti esigeva, tornò a piangere così amaramente da far temere
una crisi di nervi. Donna Adelasia afferrò subito la gravità della disgrazia e
sospirò una breve orazione; e, dopo aver congiunte le mani due o tre volte in
atto di scongiuro, vedendo che la contessa era in procinto di perdere le forze,
si mosse, levò colle mani tremanti da uno stipo intarsiato la boccetta
dell'acqua di cedro, ne riempì tre bicchierini di cristallo, e insistette
perché ne bevesse anche la Gesumina.
‑ O Madonna beata, e ci
sarebbe forse già il carro davanti ai buoi? ‑ chiese la maggiore delle
due sorelle.
Donna Gesumina, che nella sua
semplicità di spirito non poteva entrare in tutta la gravità di questi buoi e
di questo carro, volendo con una frase interrompere quel pianto nervoso, che le
straziava il cuore, provò a dire:
‑ Non si potrebbe intanto
far fare una bella novena alla Madonna?
‑ Taci, taci ‑
rimproverò con fare tra il burbero e il compassionevole la sorella maggiore,
accompagnando le parole con un gesto che pareva dire:
‑ Ci vuol altro che novene
adesso!
Gesumina capì che non era il suo
posto, e si ritirò in disparte per permettere alle due dame di parlar più
liberamente.
‑ Se Giacinto fosse un
servitore ‑ riprese donna Adelasia, interpretando il lungo silenzio della
contessa come una confessione ‑ se fosse il figlio d'un fattore, o che so
io? un esercente, un professionista, il suo dovere, anche davanti alla nostra
santa religione, sarebbe di sposare la ragazza, coûte qui coûte.‑. Chi è
causa del suo mal pianga sé stesso, ha detto Metastasio; ma nella sua
condizione sociale il caso è più difficile: un conte non può mica sposare una
cameriera.
‑ Sicuro, Madonna
benedetta! ‑ fece dal suo cantuccio donna Gesumina, che cominciava a
capire qualche cosa.
‑ Noi abbiamo dei doveri
non solo verso i vivi, ma anche verso i morti e verso quelli che verranno. Per
la colpa d'un povero ragazzo, che sarà stato tirato nelle tentazioni, non si
possono sacrificare le tradizioni e il decoro di due antichissime famiglie. Non
si scherza! Che cosa dirà monsignor vescovo e nostra cugina monaca...?
‑ Che ora voglion nominare
superiora! ‑ completò Gesumina, che pareva un'anima smarrita nello spazio
vuoto del salone.
‑ Ci sono doveri e doveri,
non è vero, donna Cristina? ‑ insinuò donna Adelasia.
‑ Ho io mancato al dovere
di madre? ‑ uscì a dire con appassionata tristezza la contessa, a cui la
parola dovere risvegliò quasi nell'animo un acerbo risentimento. ‑ Fu
appunto per educare mio figlio a sentimenti elevati di virtù e di dignità che
ho combattuto tutta la vita. La nobiltà ha i suoi doveri, sì, donna Adelasia;
ma nessun dovere si compie bene, se manca la forza morale e l'educazione della
mente. Se qualche volta ho potuto sembrare rigorosa verso questo disgraziato,
era per tentare di sottrarlo con tutte le mie forze alla decadenza fatale che
ci perseguita e al contagio degli oziosi suoi pari. Sono stata troppo superba e
Dio mi ha castigata.
Il tono doloroso, non privo di
dignità, col quale donna Cristina pronunciò queste parole, sgomentò non poco le
due vecchie zitelle, che, incapaci di entrare colle loro piccole cuffie in un
concetto superiore, si affrettarono a chiedere mille perdoni, dimostrando che
ci doveva essere stato qualche malinteso nelle parole.
‑ Io non ho detto, cara
contessa, che qualcuno abbia mancato al suo dovere. Parlavo dei doveri del
nostro ceto...
‑ Che cosa si può fare per
salvare Giacinto? ‑ chiese la madre, stendendo la mano in segno di pace a
donna Adelasia.
I progetti messi innanzi e
discussi furono molti. Prima d'ogni cosa, bisognava fare in modo che il conte
non ne sapesse nulla, perché nelle condizioni precarie della sua salute,
sarebbe stato come un dargli una pugnalata. Non meno necessario era di tener
celato il disonore della casa a monsignor vescovo e a tutti i San Zeno, che
avrebbero potuto disinteressarsi del povero ragazzo e danneggiare col suo anche
l'avvenire di Enrichetta. Infine la prudenza voleva che la ragazza fosse
allontanata subito, con un bel pretesto, dalla casa, dove la sua presenza
diventava sempre più pericolosa e occasione di scandalo; e poiché un pretesto
lo si trova facilmente, sarebbero venute esse stesse al Ronchetto a chiedere la
ragazza in prestito per qualche tempo colla scusa di farsi aiutare a finire un
certo padiglione di seta, che avevano promesso all'altare della Madonna per la
prossima festa del centenario. Anzi, per semplificare di più l'impresa e per
non suscitare inutili discorsi, al prossimo martedì l'avrebbero aspettata alla
Madonnina della Noce, dove sarebbero andate colla carrozza a prenderla.
E rimasero in quest'accordo.
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