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La vita della povera Celestina,
dopo l'impensata tempesta, in cui era naufragata la sua felicità e la sua innocenza,
si sarebbe potuta somigliare alla continuazione d'un inquieto, interminabile
sogno.
Quello sforzo che la sua
coscienza aveva fatto la notte fatale per afferrare la realtà del suo
patimento, per liberarsi dall'incubo, dai lacci della sonnolenza, durava ancora
e, perdurando, si trasformava in uno spasimo morale, in cui si sentiva
avviluppata come in una rete tagliente.
Un senso di doloroso stupore
intorpidiva i suoi movimenti e la rendeva più che sonnambula, cieca e sorda
davanti alle cose e alle persone che la circondavano. Se non che di tratto in
tratto un pensiero più vivo, guizzando come un lampo sinistro nell'oscurità
degli altri, rischiarava momentaneamente tutto l'orrore dell'abisso in cui
l'avevano gettata, e allora erano gridi strazianti, che uscivano dalle tenebre
del suo cuore a invocare aiuto e misericordia.
In questo stato l'aveva trovata
la contessa quella mattina che, uscendo dalla sua stanza dopo la confessione di
Giacinto, era corsa, prima ancora che albeggiasse, a cercarla nella sua
cameretta; e ve la trovò coi ginocchi a terra, quasi svenuta, colla testa
sepolta nelle coltri, colle mani intirizzite dentro i capelli. Solamente la
carità, la tenerezza, le lagrime, le supplicazioni, le promesse e le lusinghe
della povera signora poterono ridestarla dal profondo terrore e salvarla da un
repentino impeto di disperazione, che in quel primo momento la spinse verso la
finestra.
A poco a poco la sua riflessione,
guidata da una mente più forte della sua a giudicare del suo stato, la paura di
uno scandalo pubblico, la vergogna di sé stessa, lo stordimento stesso di tutti
i suoi sensi, giovarono a trattenerla per qualche tempo in un riserbo, che
diede tempo alla contessa di preparare le prime difese. Nelle braccia della
povera signora, colla testa appoggiata al suo petto, nel quale versò fiumi di
lagrime, sentì a poco a poco venir meno molti istinti di ribellione. Molti
gridi morirono sotto la pressione d'una mano leggiera, ch'essa era solita
baciare con amore. La povera servetta sentì troppe volte battere vicino al suo
un altro cuore, il cuore della madre, non meno agitato e spaventato del suo, e
non ebbe la forza d'imprecare, di maledire, di chiedere vendetta. Si lasciò
intenerire, ricadendo, come per desiderio di riposo, in un assopimento, che non
arrivava fino a uno stato di dimenticanza. Allora ciò che era accaduto non le
pareva più accaduto; sottentrava una tenue illusione che il sogno affannoso
potesse da un momento all'altro rompersi e finire; mostravasi la Celestina
naturale degli altri giorni, e poteva nella sua intera illusione illudere gli
altri. Seguendo l'incanto d'una dolce ipotesi, pensava non essere possibile che
in casa di così bravi e buoni signori avessero potuto farle un così gran male.
Perché l'avrebbero ingannata e presa dentro a una rete? la contessa non era
quella santa e cara signora che essa venerava come la Madonna? e donna
Enrichetta non aveva dell'angelo perfino il profilo? e quel buon conte, così
alla mano e così popolare, poteva essere complice di un tanto delitto? era dunque
proprio vero che avessero abusato così slealmente della sua buona fede?
Tra queste consolazioni, che essa
spremeva dal suo pensiero e che somministrava a sè stessa come un calmante, che
dà un minuto di sonno e di oblio, per un subitaneo ritorno di sovraeccitazioni
fisiche, si risvegliavano le acri sensazioni del supplizio. Nella brutale
rivelazione di un mistero, che nessun amore aveva abbellito, che nessuna
benedizione aveva santificato, ma nel quale essa era piombata come dal buio
della notte in un braciere ardente, tutta la sua vita era rimasta sconvolta e
disorganizzata. Un tal disastro avrebbe potuto essere l'agonia d'ogni altra
creatura, ma per lei, per lei che amava un altro uomo...
Non poteva fermarsi un attimo sul
pensiero di Giacomo, né udir pronunziare il suo nome, né prevederne il
sopraggiungere, senza sentire tutto il suo sangue andare dal cuore alla testa e
dalla testa al cuore come un torrente di fuoco. L'impulso era di correre da lui
e dirgli tutto, subito: ma gli avrebbe piantato un coltello nel cuore. Avrebbe
egli creduto alla sua innocenza? non era meglio seppellirsi viva piuttosto che
andargli davanti così indegna? A questo suo povero Giacomo essa si sentiva
legata da un'antica promessa, che non aveva mai avuto bisogno di essere pronunciata.
Quando avesse cominciato il suo cuore ad appartenergli non avrebbe saputo dire.
Forse era sempre stato suo.
Raccolta bambinella in casa dello
zio Mauro, era cresciuta con Giacomo, accanto a Giacomo, all'ombra sua, quasi
sui suoi ginocchi, come una piccola rosa innestata sul tronco d'una quercia. La
casa, l'aia, la vignetta, la loggetta erano stati il loro regno comune per
tutto il tempo che Giacomo stette presso i suoi. A lei non era parso di
perderlo nemmeno quando tutti le dicevano, scherzando, che lui sarebbe
diventato un vescovo. Nessuno meno di lei si era meravigliata quando, buttata
la veste nera alle ortiche, Giacomo ricomparve ancora libero della sua volontà.
Tutto questo era nel giro naturale delle cose. ‑ Per me ‑ gli disse
quel giorno che le tornò davanti non più prete ‑ per me tu saresti sempre
stato il mio padrone e io la tua serva.
Essa aveva allora poco più di
quattordici anni; ma quando, qualche anno dopo, scoppiò la guerra, e il cugino
partì con Garibaldi, oh! allora aveva cominciato a capire che l'amore è un
patimento. Durante tutto il tempo della disgraziata campagna, furono per lei
giorni e notti d'angoscie inesprimibili. Il suo cuore sentì tutte le fucilate,
che potevano uccidere il suo povero Giacomo. Finalmente egli scrisse che sarebbe
ritornato, e ritornò veramente, più bello nella bella camicia rossa del
garibaldino, che non fosse stato mai, col viso abbronzato, colla barba così
lunga, che non osò più dargli del tu. Non poté più guardarlo senza arrossire,
fuggiva davanti a lui per una inesplicabile paura; le fucilate continuarono nel
suo cuore anche a guerra finita; e nel parlargli col «voi» metteva in questo
pronome nuovo un sentimento nuovo di rispetto e di venerazione, come se
cercasse di sostenere in una parola più larga e più sostenuta la gran gioia che
traboccava da tutte le parti. Che un giorno dovessero sposarsi era cosa
tacitamente ammessa da loro e da tutti quelli che li conoscevano. Tutto si
riduceva a una questione di tempo e di circostanze. Che cosa importava che fosse
oggi o domani? Giacomo riprese a studiare nei libri latini, e qualcuno
assicurava che avrebbe col tempo dato alle stampe qualche cosa di bello; ma
allora non passò nemmeno per la mente a «Frulin» che il latino potesse guastare
l'amore. Anche i sapienti hanno bisogno, e forse più degli altri, che
qualcheduno voglia loro del bene. Così erano passati gli anni in una dolce
aspettativa, fino al giorno che Giacomo le consigliò di entrare al servizio
della contessa per sollevare lo zio Mauro e per mettere in disparte un po' di
corredo. Egli sperava in un certo premio, pel quale lavorava sempre. Un anno
ancora di pazienza, e poi chi sa? Aveva diciott'anni, quando la contessa la
condusse nel Cremonese; e anche nella nuova casa non tardò ad acquistare la
benevolenza di tutti. Il cuor contento, pieno di speranza, dava alla sua soda
bellezza di ragazzona campagnuola un'affascinante espressione di giovialità. Al
vecchio conte faceva allegria soltanto a vederla passare col secchiello
dell'acqua o col cesto della biancheria. Non abituata ai salamelecchi e al
cerimoniale compassato dei signori, che hanno molto tempo vuoto da riempire,
quel suo andar per le lisce, quel suo parlar brianzuolo così pronto, così
gustoso di proverbi, con cui sapeva difendersi tanto dagli adoratori platonici
in guanti come dalle tenerezze troppo espansive dei servitori, aveva servito a
rallegrare una casa che a molti pareva fin troppo imbottita di dottrina
cristiana e di filologia. Donna Cristina, volendo raccogliere questa bellezza
troppo vistosa, finì col dare l'ultimo tocco di pennello a un bel lavoro della
natura: e fu appunto questa bellezza così fiorente, resa affascinante dal
grembiulino e dalla cuffietta alla normanna, che colpì in pieno la fragilità di
don Giacinto.
Aveva cominciato anche lui,
durante una breve licenza d'inverno, a corteggiarla con qualche elegante
facezia; ma chi bada a quel che dicono i signori, quando vogliono canzonare una
povera ragazza? Una volta però essa minacciò il giovine di dire tutto alla
contessa, se non la lasciava stare; e per fortuna il signorino fu richiamato al
reggimento. Venute le vacanze d'autunno, don Giacinto tornò due o tre volte
all'assalto; ma di nuovo essa lo pregò di non dare questo dispiacere alla
signora. Fu durante il tempo delle corse d'estate, verso la fine d'agosto, che
tornato improvvisamente al Ronchetto, dopo il celebre trionfo di Messalina, che
gli aveva fatto tracannare una quantità enorme di sciampagna, fu in un momento
di vertigine e di esaltazione sensuale che il suo cattivo genio lo condusse a
varcare, nel silenzio istigatore della notte, una soglia, che avrebbe dovuto,
per il bene suo, della sua mamma, della sua casa, sprofondargli sotto ai piedi.
La ragazza, snervata dal sonno della sua età, si trovò nel male, prima che
avesse tempo di aprire gli occhi.
Eran quasi passati due mesi da
quell'ora terribile, due mesi, in cui due povere donne, avvicinate dallo stesso
dolore, come possono soffrire due cuori trafitti dalla stessa spada, vedevano
avvicinarsi ora per ora, minuto per minuto, il giorno che avrebbero dovuto
chiamar Giacomo a giudice di un delitto. Questa fatalità si poteva con cento
artifici nascondere e ritardare, ma i giorni passavano, passavano le notti
insonni, e crescevano le responsabilità insieme agli spaventi.
Donna Cristina, che temeva la
solitudine de' suoi pensieri, chiamava spesso di notte la ragazza nella sua
camera (il conte per riguardo al suo cuore dormiva abbasso accanto allo
studio), e vegliando con lei, pregando insieme colle quattro mani legate dallo
stesso rosario, cogli occhi fissi nell'immagine dell'Addolorata, cercavano di
prepararsi ad affrontare il terrore della loro situazione. Nell'ardore di quel
tormento, che le consumava, scomparivano le differenze sociali; nel proprio
dolore ciascuna sentiva l'altra, si compassionavano come sorelle e si
eccitavano a vicenda con isquisite suggestioni. La raffinatezza di questa cura,
mentre esauriva le forze dell'infermiera non era tale da infondere coraggio e
quiete nella malata. Al contrario, i momenti di inquietudine nervosa si facevan
più frequenti, più spesse tornavano le allucinazioni, le visioni, i terrori
fatui, che facevan balzare la ragazza dal letto e trasalire la contessa nel
mezzo de' suoi sogni torbidi e posticci. Durante certe notti, in cui la povera
vittima non poteva chiudere occhio, toccava alla contessa scendere, tre, fin
quattro volte, dal letto, attraversare il piccolo corridoio, che divideva la
sua stanza da quella della ragazza, inginocchiarsi ai piedi dell'altro letto,
pregare la sofferente di non piangere più, di non farsi sentire da Enrichetta,
che dormiva poco lontano, la carezzava, le sussurrava orazioni e paroline di
pace, la segnava colla croce, le metteva sul petto un crocifisso o vecchie
reliquie benedette, finché la stanchezza e il cloralio tornassero ad assopirla.
Qualche altra volta, entrando
nella stanzetta, trovava la disgraziata seduta sul letto, colle mani morte sui
ginocchi, immobile come la statua della meditazione, insensibile al freddo,
sorda alla voce di chi la chiamava, con tutte le facoltà concentrate e
ipnotizzate in una sola idea, che si condensava nell'oscurità: che cosa doveva
dire al suo Giacomo?
Di mano in mano che si avvicinava
il tempo di tornare a Cremona (ritorno che avveniva sempre nell'estate di San
Martino), la contessa, che vedeva la necessità di prendere una deliberazione,
cominciò a parlare alla ragazza di queste sue buone parenti di Buttinigo, che
l'avrebbero ricevuta volentieri. «Il luogo è quasi un convento, quieto come una
chiesa, fuori dagli occhi del mondo. Nella compagnia delle buone signore, due
vere sante, e nella vicinanza delle monache della Noce, avrebbe trovata la
forza e la pazienza di sopportare la sua disgrazia, insieme ai balsami della
religione e della carità. Così toglieva alla gente ogni occasione di sussurro,
e dava a lei più libertà di preparare l'animo di Giacomo a ricevere il
terribile colpo. Del bene se ne può fare dappertutto e in ogni stato: e se il
Signore teneva conto del suo grande sacrificio, doveva un giorno rimunerarla
con qualche grazia particolare. Qualunque fossero i suoi bisogni e i suoi
desideri, avrebbe sempre trovato in lei una madre amorosa e riconoscente». E
per dimostrarle che la sua compassione non era fatta di sole parole, le regalò
e le mise al collo una preziosa crocetta di lapislazzuli, che una sua amica
aveva portato da Lourdes: l'obbligò ad accettare una somma di denaro per far
fronte ai bisogni e per accontentare qualche capriccio.
Con questo minuto lavoro di
antiveggenze, di ingegnose astuzie, di raffinatezze femminili, che alla povera
signora, non abituata agli artifici della simulazione, costavano notti intere
di pensieri e di spasimi, le riusci di ridurre a poco a poco l'animo incolto e
non indocile di Celestina, se non alla rassegnazione passiva, a considerare almeno
il suo stato con meno tremito, con minore ribellione di spirito. Tutto il
fascino, che una maggiore educazione di spirito, la forza della mente e gli
splendori incantevoli della ricchezza possono esercitare su una natura
primitiva, incapace di troppo lunghe resistenze, fu messo in opera dalla madre
spaventata, colla rapida e sgomentata destrezza che c'insegna e fuggire da un
pericolo incalzante; arrivò fino a far tacere, fino a respingere qualche
rimorso, che il delicato senso della rettitudine naturale e della carità andava
sollevando. In questa tremenda battaglia donna Cristina Magnenzio sapeva d'aver
in giuoco la vita e l'onore de' suoi figli; e senza aver mai letto i consigli
del Machiavelli, più che ai modi del vincere badava a vincere presto.
La ragazza agli ultimi di
ottobre, nella sua integra ignoranza, non sospettava ancora quel che non era
più un dubbio per l'esperienza della madre: per evitare che questa nuova
coscienza le nascesse in casa, prima che l'intimo mistero si annunciasse con
qualche moto, la signora si affrettò a sfruttare tutti i buoni propositi e le
ultime debolezze della vittima.
Celestina, rimessasi da una lunga
febbre, che ne aveva scossa e indebolita la volontà, si lasciò persuadere ad
abbandonare la casa della sua disgrazia, senza avvertirne Giacomo. Per rendere
questa partenza più naturale, una mattina la contessa fece attaccare assai di
buon'ora, e, scesa con Celestina, lasciò detto al conte che sarebbero tornate
per l'ora della colazione, dopo aver fatte certe loro divozioni alla Madonnina
della Noce, dove si celebrava la festa centenaria. Partirono loro due sole con
un tempo limpido e fresco, che pareva un sorriso della natura. Tutta la strada
quanto fu lunga, dal Ronchetto alla Madonnina, non si dissero che poche parole
e a lunghi intervalli: il tumulto dei pensieri impediva di parlare. Quando
ebbero passato l'Adda sul traghetto d'Imbersago, entrambe mandarono un piccolo
sospiro e si strinsero la mano. Quel fiume, che restava indietro, voleva dire
per la ragazza tutta la sua bella vita perduta per sempre; per la signora
invece una prima battaglia vinta.
‑ Addio, povero Giacomo... ‑
fece la misera, con voce rotta, ma senza piangere.
‑ Procura di essere buona e
rispettosa verso queste signore, che hanno promesso di tenerti sotto la loro
protezione, e vedrai che il Signore ti ricompenserà... ‑ Così cercò di
consolarla la contessa con parole, in cui si sarebbe già potuto sentire un tono
di minore angustia.
Al trotto serrato dei due
cavalli, che sentivano l'energia del riposo e la sferza dell'aria mattutina, la
carrozza, dopo aver risalita la riva sinistra dell'Adda, prese a correre sulla
strada provinciale di Bergamo. Celestina vide diminuire e restar indietro le
note montagne, e confondersi sotto il nuovo orizzonte la linea delle sue
colline, che andavano rimpicciolendosi in una malinconica distanza, mentre le
campagne a destra e a sinistra della strada si facevan piane, uguali,
costeggiate da piccole siepi polverose, non interrotte che dalle piante
smozzicate dei gelsi. Traversarono borgate ignote, quasi ancora deserte in
quell'ora mattutina, dalle quali non usciva che il suono fuggente di qualche
incudine, o il rombo d'un filatoio, che si accompagnava a una mesta cantilena
di lavoratrici, o l'abbaiare di un cane, che uscito da un cascinale, inseguiva
un tratto la carrozza; poi di nuovo ricominciava la strada bianca e si
continuava a correre per luoghi sconosciuti, che suscitavano nell'animo
superstizioso della giovine il sospetto che la menassero, come si dice, a
perdersi.
«Addio, povero Giacomo...»
ripeteva in cuor suo a lontani intervalli, concentrando in questo pietoso
ritornello tutto quello che sentiva di soffrire e non era in grado di
esprimere. E come se al rotolare delle ruote, che la menavan via, si svolgesse
il filo delle sue memorie lontane, le passavan negli occhi chiusi le Fornaci,
la vignetta, lo zio Mauro, la zia Santina, le stesse scontrosità un po' odiose
della Lisa, che non la poteva vedere, ma che avrebbe avuto pietà di lei, se
fosse andata a cercarle aiuto contro questi mali, che la perseguitavano; oh,
potevano menarla lontano trecento miglia e seppellire il suo corpo trenta
braccia sotto la terra; il cuore non si sarebbe mai mosso da quei siti.
Povero Giacomo! come avrebbe
ricevuto il gran colpo? avrebbe creduto alla sua innocenza? Oh sì, ma non
avrebbe voluto più rivederla. Né lei avrebbe osato più tornargli davanti, mai,
dal momento che non poteva più essere quella di prima. Oh gli assassini che
cosa avevan fatto di lei! Soltanto a ripensare quel che avrebbe potuto essere
per il suo Giacomo, il cuore che pareva morto, ridestavasi con impeto doloroso;
lei sarebbe morta un'ora o l'altra per uno di questi schianti. E doveva questa
vergogna toccare al più santo degli uomini, al suo Giacomo, al suo angelo...
Osservava con occhio inerte le
cose che passavano nella via, dicendo di sì con un movimento automatico del
capo tutte le volte che la contessa rinnovava una raccomandazione, mentre il
pensiero sprofondavasi con un senso quasi di amara voluttà nell'immaginare quel
che non poteva più essere.
‑ Glielo dirà proprio che
sono stata sorpresa? che sono innocente? ‑ balzò una volta a dire,
afferrando con improvviso ardimento la mano della signora.
‑ Te lo giuro ‑
rispose questa con sincera franchezza.
‑ E gli dica che cerchi di perdonare
anche lui... ‑ soggiunse la poverina, umiliandosi di nuovo nell'angolo
della carrozza.
Un brivido di commozione passò
nel cuore di donna Cristina Magnenzio a quelle buone parole, che sollevavano un'anima
semplice alle sublimi altezze della bontà e del perdono, mentre un'altra anima
vicina era in via di godere, anzi pregustava già gli amari sapori dei male che
trionfa. Socchiuse anch'essa gli occhi un istante per non vedere questa
abbagliante seduzione di una virtù, che si eleva fino alla divina aristocrazia
della bontà e del sacrificio, e ricompensò la carità della giovine collo
stringerle a lungo la mano ardente tra le sue mani inguantate, come se volesse
con quel lungo contatto comunicarle la sua tenerezza, e farle sentire con
quell'atto materno tutta la forza di una promessa che non aveva parole per
parlare. Col cuore immiserito, cogli occhi immobili verso le siepi, donna
Cristina cercò di asciugare, con un battere frequente delle palpebre nell'aria
viva, il velo di lagrime che le coprì le pupille. Un dolore crudele e duro la
strozzava alla gola e al petto.
Un quarto d'ora dopo, Giosuè
arrestò i cavalli sopra un piazzaletto erboso ombreggiato da antichi platani,
che stava davanti alla vecchia chiesa della Madonnina. Il Rebecchino venne ad
aprire la portiera.
‑ Siete qui? ‑ chiese
la contessa ‑ chi c'è?
‑ Donna Adelasia aspetta in
chiesa.
La contessa andò avanti, e
aspettò Celestina sulla porta. Entrarono nella chiesetta tutta parata a
festoncini bianchi, azzurri, con frangie d'oro, mentre un prete stava
celebrando la messa davanti a molte donnicciole. Donna Adelasia dal suo banco
riservato fece un segno, e si ritirò per lasciar loro il posto sulla predella.
Celestina si trovò in mezzo alle due signore nel momento che le quattro monache
del coro intonavano un'orazione flebile e lamentevole, su cui la voce grossa
del prete correva col rumore d'un carro in corsa. Celestina girò gli occhi
intorno e si sentì una gran voglia di gridare. Che avevano fatto di lei? che
luogo era questo? che cosa dicevano queste voci lamentose?
La contessa, che in questo
supremo istante non cessava mai dal sorvegliarla, volle che sedesse e le passò
con una soave carezza una mano sui capelli. E quando sonò il campanello
dell'elevazione la signora e la cameriera, inginocchiate sulla stessa predella,
accostarono la testa a pregare insieme fervorosamente. Quindi donna Cristina le
disse piano:
‑ Non voglio far pensare
male a casa. Ti lascio con donna Adelasia. Verrò a trovarti presto, appena gli
avrò parlato. Coraggio e fiducia nel Signore...
Celestina strinse con la mano
convulsa e irritata un lembo del vestito della contessa, e, fissandola con
occhio spaventato, la supplicò di restare ancora. La signora aspettò ancora un
istante: e quando donna Adelasia voltò il viso dalla sua parte, le fece capire
che il momento doloroso era venuto. La vecchia dama circondò col braccio la
vita della giovine, come se l'invitasse a ripetere una preghiera, e lasciò in
tal modo alla contessa agio di sciogliere il vestito dalle dita tenaci. Il
corpo di Celestina quasi si sfasciò sul banco.
Donna Cristina uscì dal tiepore e
dalla religiosa penombra della chiesuola nell'aria cruda e viva, fece un segno
quasi marziale col guanto a Giosuè, che si accostò alla carrozza. Essa vi
entrò, il Rebecchino chiuse la portiera e i cavalli partirono a corsa.
L'emozione, acerba come un rimorso, le impediva di piangere, e gli occhi,
quanto fu lungo il viaggio, restarono immobili in una stupefazione insensibile,
coperti di un velo di lagrime cristallizzate.
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