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Giacinto accettò la proposta di
donna Fulvia e incaricò il conte Lodovico di Breno della delicata ambasciata a
monsignor vescovo. Se questa volta non lo salvava Santa Madre Chiesa, era
inutile far dei conti con quel briccone di diavolo, che, dopo averlo tirato in
molle, lo lasciava morire affogato.
Mentre don Lodovico pensava al
modo di aver un abboccamento con monsignore di San Zeno, che non aveva l'onore
di conoscere di persona, sentì dire dal canonico Murari che il degno prelato
era venuto a Milano ospite per alcuni giorni dei padri barnabiti di
Sant'Alessandro. Non tardò a procurarsi una lettera di presentazione, non
volendo perdere una così bella occasione, mentre perorava la causa d'un
libertino, di tastare il terreno sul programma che il partito intransigente
stava preparando per le prossime elezioni amministrative.
Già da qualche tempo i vari
partiti conservatori, di fronte alle fortunate audacie della progresseria
radico‑massonico‑socialista, sentivano la
necessità d'un segreto concentramento di forze, in virtù del quale i sentimenti
più liberali avrebbero dovuto abdicare a molte speranze e cedere un pezzo di
superbia ai clericali, che, avendo un programma più stretto e più determinato,
eran più sicuri di vincere. Era sonata l'ora in cui i liberali della destra
pura dovevano sostituire alla speranza la rassegnazione, al bene il meno male:
ma non tutti sapevano acconciarsi al fatale destino, che travolge i partiti che
non sanno rinnovarsi. Di Breno era uno di quelli che più mordevano il freno e
giurava che lui a Canossa non sarebbe andato mai. Cavouriano indurito, che
sulla formola di «libera Chiesa in libero Stato» si sarebbe lasciato inchiodare
vivo, era persuaso che con questo programma storico si poteva far molta strada
ancora nella via del progresso e della libertà, non solo, ma che l'aristocrazia
intelligente, più che all'ombra del baldacchino, doveva prendere il suo posto
all'ombra di questa bandiera, che era sventolata da Novara a Roma. Ma i preti,
non contenti di far la parte del leone nella distribuzione delle cariche
amministrative e nella rappresentanza delle Opere pie, pretendevano di mettere
all'uscio addirittura il vecchio e nobile partito che aveva fatto l'Italia e,
se era possibile, di seppellirlo non ancor morto del tutto nel sudario di Roma
intangibile.
Fiutando il vento infido, anche
in vista d'una non lontana elezione politica, che avrebbe scosse le basi del
suo vecchio Collegio, sapendo che questo monsignor di San Zeno aveva un po' la
natura degli antichi arcivescovi, che andavano in battaglia colla croce in una
mano e la spada nell'altra, immaginò che lo scappuccio di Giacinto potesse
tornargli comodo, se non altro per rendere sua Eminenza meno rigido e meno
restrittivo. Non c'è economia più astuta di quella che insegna a trar profitto
dai peccati degli altri: e il nostro don Lodovico, senza essere un genio, ci
aveva questo talento nella zucca pelata.
Sua Eminenza, appena ebbe
ricevuta la lettera dell'onorevole deputato, gli fece sapere che sarebbe stato
lieto di conoscere personalmente un gentiluomo, che conosceva così bene di
fama. E il conte fu puntuale al convegno.
Introdotto da un giovine prete
grande e robusto come un gendarme in un salotto della fabbriceria, fu
amabilmente e decorosamente ricevuto da monsignore. Questi era ancora una
bell'asta d'uomo, di solida e fresca senilità, di carni ancor morbide e quasi
biancheggianti sul severo paonazzo della mozzetta, che egli sapeva portare con
signorile eleganza.
Quantunque non schivasse col
rigore dei principî le occasioni per farsi dei meriti presso la Curia romana e
presso il partito più intransigente che domina la Chiesa, pure nei rapporti
sociali rivelava un uso non mai interrotto di aristocratiche abitudini e un
galateo di tolleranza, che una certa prelatura di più recente fabbrica non può
né conservare, né inventare. Se avesse dovuto crearsi uno stemma morale a
insegna dell'episcopio, al posto del santo, che decorava le torri della
famiglia, monsignore avrebbe scritto il motto: «Mano di ferro in guanto di
velluto...», essendo egli persuaso che il primo segno di forza è nel rispetto
che si usa all'avversario. La trivialità non è che una secrezione velenosa di
animali inferiori.
Di fronte alla persona larga e
paludata del prelato, il povero conte, già così magro e così poco nei panni,
con quel suo passo breve e come dimezzato, con quegli occhietti miopi di
formica affogati nelle lenti dell'occhialetto, con quella testa a foggia di
mellone, faceva la figura, non d'un legislatore, ma a dir molto d'un
fabbriciere, o quasi d'un sollecitatore d'elemosine.
Monsignore, per quanto fiutasse
da lontano il motivo di questa visita, volle per una strategia diplomatica
mostrarsi esagerato nei complimenti. Se questi signori liberali, scassinati
nelle loro basi, venivano al tempio col capo coperto di cenere, curvi sotto il
peso di tutti gli errori commessi in sedici anni di cattiva politica
ecclesiastica, più che il gridare: «Vade retro, Satana...» era il caso di
ammorbidir loro la contrizione e di mettere un cuscino di velluto sotto i loro
ginocchi.
‑ Ringrazio il signor conte
di questa bella visita... ‑ disse il vescovo, che, sorridendo in tutte le
pieghe della sua faccia morbida e pastosa, soggiunse poi con arguzia: ‑
Per quanto traviato, l'onorevole di Breno non è per noi un Innominato...
‑ Invece io sono venuto a
cercare il mio Federico Borromeo... ‑ fu pronto a ribattere il conte, che
in queste battagliuccie diplomatiche era un piccolo Machiavelli in guanti
inglesi. E non volendo perdere il vantaggio di parlare per il primo, vantaggio
che serve a dare, se non il motivo, almeno la battuta della musica, continuò
subito: ‑ Avrei dovuto venir prima a compiere il mio dovere verso
monsignore e non qui in casa altrui...
‑ I nostri doveri sono i
nostri piaceri ‑ declamò monsignore, premendo un istante sul largo petto
la mano ossuta del conte nella sua più nutrita, ingemmata del ceruleo topazio.
I due illustri personaggi, davanti
a un vasto camino, dove ardeva silenziosamente un gran tronco, sedettero in due
seggioloni a spalliera ritta, coi bracci imbottiti di cuoio, sotto lo sguardo
un po' fiero di un santo dipinto, dalla lunga barba nera, credo San Paolo, che
reggeva colla sinistra un gran libro squinternato e colla destra si appoggiava
a un lungo spadone. Cornice, quadro, seggioloni, e i pochi mobili massicci, che
arredavano l'area della vasta sala in cui fluttuava un filo di odor d'incenso e
di cera bruciata, ebbero per gli occhi del conte l'aspetto stanco e
addormentato delle cose che non si muovono mai, come certi principi che non
sentono gl'impulsi del tempo.
‑ Prima d'ogni altra cosa
mi dica come sta la signora contessa ‑ riprese monsignore con un tatto
gentile d'uomo, che sa il vivere del mondo.
‑ Molto bene, grazie,
monsignore. Essa mi ha incaricato di presentarle il suo ossequio ‑
rispose il conte, sapendo di dire un'amabile bugia.
‑ Conosco donna Fulvia
dalle unghie tenerelle. Non fu essa educata nel collegio delle Dame inglesi?
‑ Appunto, Eminenza.
‑ Non era compagna di mia
nipote Cristina?
‑ Precisamente.
‑ L'ho confessata più volte
quand'ero vicario da quelle parti. Ha figliuoli, n'è vero?
‑ Dio non ha voluto
contentarla ‑ confessò confusamente colle orecchie un po' calde il conte,
fissando lo sguardo nel fuoco.
‑ Pazienza! Si può essere
sempre di vantaggio all'umano consorzio ‑ si affrettò alla sua volta a
correggere monsignore, che, per quanto esperto e navigato, non aveva forse
finito d'imparare.
‑ Io sono venuto, Eminenza,
per due motivi ‑ ripigliò subito il conte per uscir presto da quel
discorso impacciato. ‑ Il primo motivo è, dirò così di ragione pubblica;
l'altro molto più delicato, tocca molto da vicino la persona e la famiglia di
vostra Eminenza. Cominciamo dal primo. Presto avremo le nostre elezioni
amministrative, che preludieranno alle grandi elezioni politiche di questa
prossima primavera...
‑ Sicuro! ‑ disse la
voce baritonale del prelato che, ripercossa dalla vòlta, lasciò indietro un
silenzio un po' lungo pieno di difficili sottintesi.
Il conte vedendo che il nemico
non rispondeva alla prima cannonata, fece un passo avanti:
‑ Io so che vostra Eminenza
è un capitano che non dorme sugli allori.
‑ Dica spine, dica spine,
signor conte.
‑ Se è permesso a un
bandito qualche indiscrezione, vorrei chiedere a monsignore quali sono le sue
intenzioni per la prossima battaglia.
‑ Non ho nessuna difficoltà
a dir quel che è. Il nostro partito questa volta farà da sé.
‑ Cioè porterà nomi suoi,
escludendo quelli degli alleati...
‑ Salvo una o due
eccezioni.
‑ A tutto vantaggio degli
avversari comuni.
‑ L’urna deciderà.
Il dialogo seguiva serrato col
passo d'un esercito che si concentra. Il conte masticò una goccia di saliva, e
alzando una mano quasi per invocare indulgenza:
‑ Ecco! ‑ fece ‑
se vostra Eminenza mi assolve, io credo che il partito, al quale Ella consacra
la sua nobile attività, si lasci un po' troppo presto acciecare dalla buona
fortuna e voglia mangiare, come si dice, il fieno in erba.
‑ A noi non importa tanto
il vincere quanto il purificarci, ‑ fu pronto a ribattere monsignore,
ingrossando la voce. ‑ Oggi troppa zizzania è mescolata al buon frumento,
e io son persuaso che, come in natura, così nella vita morale nessuna idea può
nascere da ibridi connubi... ‑ E nel finire questa bella frase, la voce,
come se sentisse l'impulso dell'interna convinzione e dell'indole battagliera
dell'uomo, cominciò a prendere una solennità pastorale.
Il conte, che intese subito il
latino della sacrestia, tentennò un poco la piccola testa aguzza, si fregò le
ginocchia, masticò ancora una goccia di saliva, per finir di concludere:
‑ Prego vostra Eminenza di
credere ch'io non parlo per me, perché ormai della vita politica son più le
amarezze che le dolcezze che vado continuamente ingoiando, e il mio sogno è di
ritirarmi in campagna a coltivare i miei cavoli. Ma la mia vecchia esperienza
mi dice che il partito clericale, con questa sua intransigenza, fa un buco
nell'acqua: provvederà forse a qualche piccola ambizione locale, ma perde di
vista il bene supremo della patria e della religione...
‑
Conte, conte, conte..‑ scattò monsignore,
facendosi rosso e caldo in viso, quantunque si sforzasse di smorzare
l'improvviso risentimento sotto un sorriso, che non riusciva ad essere allegro.
‑ Vorrà concedere, signor conte, all'ultimo dei ministri di Dio di saper
intendere che cosa sia il bene supremo della patria e della religione, tanto
quanto lo può intendere un seguace delle idee liberali. Non è colla diuturna
guerra alle istituzioni ecclesiastiche, alle mense vescovili, agli ordini
rnonastici, non è coll'obbligare al servizio militare i giovani chierici,
condannandoli all'obbrobrio delle caserme, non è colla confisca delle mani
morte, non è coll'ignorare o col fingere d'ignorare che ci sia una coscienza
religiosa nel paese, non è coll'oltraggiare l'istituzione stessa del
cattolicismo nella persona del suo Capo, non è con questi mezzi che i nostri
avversari di ieri hanno provveduto al bene della patria. Peggio non potranno
fare i nostri avversari di domani, se l'urna sarà repubblicana o socialista.
Cristo ha detto: «se la tua destra ti è cagione di scandalo, tagliala», e noi
tagliamo, caro conte, cioè noi separiamo la causa nostra da tutti coloro che
considerano, per esempio, il pontificato romano, non come una gloria e come una
futura salvezza, ma come una vergogna della patria. È duro di dover ferire dei
cari amici, ma l'intransigenza e la coerenza, è la forza dei principii, e per
noi è la verità. L'Apostolo delle genti, che ci sta guardando da questa cornice
‑ e monsignore indicò colla mano la fiera figura del santo dalla lunga
barba nera ‑ ci ha insegnato a combattere per Cristo. Il simbolo della
pace è la spada.
Il conte si guardò bene
dall'interrompere una eloquenza, che sgorgava così calda e sonora, ma, fingendo
un atto remissivo di rassegnazione, con voce umile riprese a dire:
‑ Perdoni, Eminenza, se
nella foga del dire mi è uscita qualche parola, che possa essere sonata male al
suo orecchio. «Iliacos intra muros peccatur et extra», e la storia ci
giudicherà tutti a tempo opportuno. Ora, per non farle perdere il suo tempo
così prezioso dirò subito dell'altro motivo, che mi ha persuaso a chiederle
questo abboccamento. Qui non è più il deputato che parla ma parla
l’ambasciatore: mi sia lecito dunque invocare il diritto delle genti, che
riconosceva sacra e inviolabile la persona del feciale. Chi mi manda, come
vostra Eminenza può vedere da questo biglietto, è don Giacinto Magnenzio, il
figlio di donna Cristina.
‑ Notus in Judea.. Che cosa
vuole l'elegante ufficialetto? la mia benedizione?
‑ Vuole... vuole...
veramente non saprei come dire. Se parlassi a un uomo di mondo, potrei invocare
il detto classico: Homo sum et nihil humani a me alienum puto... ‑ Il
conte si rallegrò in cuor suo d'aver infilato così felicemente e in così breve
tempo le due belle citazioni latine, e lasciò capire che la riverenza verso il
ministro di Dio lo rendeva un poco imbarazzato e perplesso.
‑ Cioè? ha fatto degli
altri debiti? è vero che giuoca? quella povera Cristina ha avuto la sua croce
in questo ragazzo.
‑ È un ragazzo un po' vivo
e, girando per il mondo, si sa, le occasioni son molte. Anche sant'Agostino ha
fatto le sue in gioventù.
‑ Lei, conte, sarebbe un
eccellente avvocato per la mia canonizzazione. ‑ Monsignore rise con
tutta la sua bella voce per dissipare con un gran frastuono quel po' di amaro e
brusco che poteva essere rimasto nell'aria. Poi seguitò: ‑ Parli, parli,
il sacerdote è abituato a compatire le debolezze umane. Che cosa vuole questo
signor Argante?
‑ C'è che ha conosciuta una
ragazza ‑ disse il conte, scivolando sulle parole.
- Cioè? ‑ fece il vescovo,
corrugando le grosse sopracciglia
- E... ci sono conseguenze...
- Oh...! ‑ uscì con un
suono secco il prelato.
- Una ragazza di bassa estrazione,
una figlia del popolo...
- Asino, imbecille! ‑ tuonò
questa volta monsignore, lasciando cadere sul braccio della poltrona un gran
colpo di mano. E si volse a interrogare collo sguardo corrucciato. E il conte
sempre umilmente, come se confessasse dei peccati suoi, continuò: ‑ Suo
padre non lo sa e non lo deve sapere, povero uomo. La contessa non fa che
piangere.
‑ Peggio per lui e peggio
per lei! ‑ soggiunse, battendo un altro colpo sdegnoso colla mano chiusa:
poi, alzandosi in tutta la maestà del suo portamento patriarcale: ‑ Dica
a don Giacinto ‑ sentenziò gravemente ‑ che ad altre cure, ad altri
bisogni è consacrata la dignità del vescovo.
‑ Monsignore, non respinga
le lagrime di un peccatore, ‑ supplicò nuovamente don Lodovico di Breno,
che pregustava già il saporino del suo piccolo trionfo.
‑ Chi è causa del suo mal
pianga sé stesso ‑ ribadì il vescovo duramente, rimettendosi lentamente a
sedere.
‑ Io credo invece che il
caso questa volta meriti una speciale considerazione. La ragazza non è
sconosciuta dalle nostre parti e, se i parenti vogliono sollevare un clamoroso
scandalo, e mettere in qualche imbarazzo anche vostra Eminenza, avranno buon
giuoco in mano. I nostri avversari... pardon... ‑ corresse con un
saltuccio di malizia birichina ‑ dirò meglio gli avversari di vostra
Eminenza non aspettano che un pretesto per dare una grande battaglia, che
quest'anno sarà, da quel che so, non contrastata nemmeno dal Ministero, che
vuol vincerla ad ogni costo. Ora è evidente che non Giacinto solo ne andrà di mezzo,
ma ne andranno di mezzo i Magnenzio, i San Zeno, i di Breno, vale a dire tutti
i più bei nomi del Collegio, le colonne del partito onesto, che non so come
potranno resistere ai colpi dei giornali avversari. Uno scandalo di questo
genere, quando sia ben manipolato, fa una grande impressione sulle masse, è un
turbine, che scompagina tutte le baracche della fiera. Mi par già di leggere
quel che si stamperà in grossi caratteri sui giornali più scalmanati di Milano
o di Roma: «I fasti dei Catoni», «I diritti feudali...», «La moralità dei
predicatori di morale», «Il nipote d'un vescovo...». Aggiunga, Eminenza, ‑
continuava quel birbonaccio di conte colla compostezza di chi mette a posto un
prezioso mosaico ‑ aggiunga che la ragazza era fidanzata a un giovanotto
di là, un ex garibaldino, un arrabbiato libero pensatore, una mezza testa
filosofica, tutt'amicizia, pare, coi capoccia della framassoneria, che stampa
dei libri, e che saprà fare di questo scandalo un buon sgabello per andare in
su. «Rebus sic stantibus», io non so se a vostra Eminenza convenga proprio
lavarsene le mani...
‑ Quel che mi dice, caro
conte, è veramente brutto ‑ balbettò monsignore, abbassando la testa,
coll'abbandono d'un uomo stanco, mentre col fazzoletto si asciugava la pallida
fronte. ‑ Perché non mi hanno scritto subito?
‑ Prima non si sapeva, poi
si è creduto che il male fosse minore di quel che è... Si è sperato sempre in
qualche atto di riparazione… ma è una desolazione, creda, per la povera
contessa. Se lei non interviene, monsignore, colla sua autorevole benevolenza,
è una rovina per tutti...
‑ E come posso io impedire
ai nostri nemici di usare di un loro diritto di guerra...?
‑ Ecco! ‑ riprese
colla sua vocetta meticolosa l'ometto avveduto ‑ conosco un poco questi
nostri nemici, perché li vedo più da vicino... Dove non può arrivare la mano
consacrata dei vescovo, potrebbe arrivare la mano... scomunicata... del
deputato... (Il conte, per togliere ogni sapore ingrato alla facezia, cercò
colla sua la mano paffutella dell'alleato, che rispose con una stretta lunga e
cordiale). ‑ Non solo conosco molti di questi avversari, ma so anche quel
che costano. Quando poi lasciassi capire al sottoprefetto che una guerra di
scandali non sarebbe gradita alla Corte, Gadda è un uomo da far tacere anche le
oche del Campidoglio. Ma perché io possa essere forte con Gadda, bisogna che mi
senta sicuro nelle mie scarpe, ovverosia che vostra Eminenza mi dica fin dove
posso andare col suo nome e col suo appoggio...
‑ Ho capito! ‑ disse
monsignore, chinando la testa: e per un istante le due piccole potenze rimasero
in silenzio in una grave contemplazione del fuoco. Quindi come due corrieri
che, giunti da strade diverse a un crocicchio, si preparano a far insieme il
resto della strada, continuarono a discorrere un pezzo, in un colloquio più
sciolto e familiare, da buoni amici, che provvedono a guardarsi dai ladri. Il
deputato promise di veder subito il sottoprefetto: il vescovo avrebbe fatto
chiamare il curato del sito; se la ragazza era già nelle buone mani delle contesse
di Buttinigo, non sarebbe stato difficile farla viaggiare anche più lontano;
non restava che uno scoglio: il fidanzato, questo ex garibaldino.
- Come si chiama questo giovane? ‑
chiese il prelato.
- Giacomo Lanzavecchia ‑
disse il conte, dopo aver consultato un piccolo taccuino. ‑ 1 suoi hanno
una fornace e un deposito di tegole non molto lontano dal Ronchetto.
Monsignore prese nota dei nomi,
dei siti, delle circostanze, e promise di scrivere al più presto le notizie
delle sue investigazioni.
Il conte posò le labbra sul
ceruleo topazio e venne via in fretta col suo passetto dimezzato, desideroso di
veder Giacinto, prima che partisse per Roma. Lo trovò che passeggiava
martoriandosi i piccoli baffi, in preda ad una nervosa inquietudine, sotto
l'atrio del teatro alla Scala. Infilò il suo braccio in quello del giovine e,
rimorchiandolo verso il caffè Cova, andarono a sedersi a un tavolino d'angolo
nella sala grande del ristorante, dov'era tutto preparato per la colazione.
‑ Coraggio, le cose si
mettono bene. Credo di aver vinto, non una, ma due cause, la tua e la mia. È
proprio il caso di ripetere col salmista: «Felix culpa...!» e, tracannato un
bel bicchiere d'acqua per spegnere l'arsura interna che lo rodeva, disse al
cameriere, che aspettava gli ordini, ritto, impalato nella sua linda falda
nera, coll'aria anche lui d'un solenne diplomatico: ‑ Il tenente beve
Lafitte... e in quanto al resto ci mettiamo nelle tue mani, Biagio. Oggi pago
io, s'intende, per diritto d'anzianità... ‑ E dopo aver ripulita due
volte la bocca col tovagliolo, don Lodovico, che sentiva d'aver guadagnata la
sua giornata, datasi una fregatina di mani, soggiunse: ‑ Peccato non
essere un Paolo Ferrari, che avrei l'argomento per una magnifica scena
diplomatica. Avessi sentito con che tono alto aveva cominciato: «Vorrà
concedere, signor conte, all'ultimo dei ministri di Dio di saper intendere che
cosa sia il bene supremo della patria e della religione. A noi non importa
tanto il vincere quanto il purificarsi...». Ma poi il sant'uomo scese da
cavallo, ammorbidì la voce, sbarrò tanto d'occhi a sentire come suo nipote
santifichi le feste, e per farla corta, s'incaricò di far chiamare il prete
della parrocchia e mi ha dato un specie di carta bianca per tutte le autorità
eretiche e scismatiche. Per questa volta, ‑ continuò con nervosa
garrulità l'onorevole di Breno, mentre col tovagliolo finiva di compiere la
pulizia delle posate e dei bicchieri ‑ per questa volta anche il diavolo
avrà la sua parte. E a rivederci alle elezioni generali! Non resta ora che di
mettere a posto quel povero pretendente, che tu hai servito un po' troppo
ladramente, turpe seduttore di ragazze oneste... Che porcheria mi dai per
cominciare? ‑ chiese, interrompendosi e volgendosi al cameriere, che
metteva in tavola un piatto di cibi freddi.
‑
Huîtres à l'huile, signor conte.
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